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Critica digitale

Parlare di cinema online è la nuova sitcom

Da anni una delle strade per parlare di film in rete (ed essere guardati da milioni di persone) è trovarne i difetti e buttarla sul ridere. Dagli honest trailers agli youtuber.

Il film Boyhood è stato girato in tempo reale nell’arco di dodici anni, ha un cast di giovani attori che crescono sotto i nostri occhi, è un trionfo di delicatezza nella gestione di certe sfumature emotive, e ha una protagonista femminile il cui arco narrativo si può condensare agilmente nella frase “…ed ecco che c’è lei / che frequenta una serie di stronzi alcolizzati / avrebbe risparmiato un sacco di problemi / scegliendo il suo ex / che non era poi così male”. Questo è Boyhood secondo un episodio della quarta stagione di Honest Trailers, prodotto da Screen Junkies, ora parte di Fandom. La formula comica è semplice, sulla carta ormai quasi minacciosa: “se le pubblicità dei film parlassero chiaro”. Esiste dal 2012, ed è la madre abbronzata e ben vestita di gruppi Facebook come Le locandine dei film se avessero i commenti di Cineblog01. Un episodio dura quattro, cinque minuti, al massimo sei. Va veloce. Ricapitola il contesto produttivo, le reazioni del pubblico, i meriti e i demeriti dell’oggetto, contrapponendo quello che c’è – le immagini – a quanto è recitato da una tonitruante voce fuori campo che centra tutti gli stereotipi dell’annunciatore. L’honest trailer è un contenuto che si rischia di consumare a colpi di otto-dieci episodi per volta, ma desidera porsi sullo stesso piano di quanto era appointment TV, stabile, da non mancare. Un nuovo episodio a settimana, ogni martedì alle 10 di mattina, costi quel che costi, nella tradizione che la serialità anni Ottanta chiamava “sfamare il mostro“. Il singolo episodio avrà sbavature, ma i tempi di consegna e realizzazione operativa saranno rispettati. Dietro c’è un gruppo di lavoro – ogni trailer conta tre o quattro autori accreditati – ma il solo filo rosso è la presenza del vocione, che appartiene a un attore non coinvolto nella scrittura. Non c’è mai una cornice narrativa. Giusto qualche momento meta, come quando vari annunciatori hanno finto di incontrarsi nella cabina di registrazione.

Honestà!1!!

Nei fatti, Honest Trailers ha preso il posto delle sitcom. Uno sguardo alla primissima stagione provoca la stessa tenerezza delle serie vecchio stampo, dove, una volta sbloccata l’ansia del pilota, il tronco dei 13/22 episodi iniziali era un tentativo di rompere il ghiaccio con il pubblico, procedendo alla cieca per capire cosa funzionava e cosa no. Dati i numeri attuali – che si impennano per kolossal e supereroi – gli spettatori gradiscono tornare su quanto hanno già visto, vuoi come parodia benevola, vuoi come conferma che Batman vs. Superman, per esempio, diceva anche cose sensate, però verso il finale si sparava in un piede. Un honest trailer innesca una regressione concordata all’infanzia (evidente nei materiali coperti, nello sbucare dell’unico tormentone, le parti del corpo umano pronunciate allungando le vocali – booobs, aaabs); un honest trailer tenta l’aggancio all’attualità, non la rincorre ma se ne serve, e l’uscita della nuova versione di un testo permette il recupero di un capitolo precedente o di un oggetto assimilabile nelle ambizioni (arriva nelle sale Black Panther = arriva l’episodio sulla trilogia di Blade). Quando va bene, potrebbe aprirsi con la didascalia “oggi in una puntata molto speciale di…”: si dà un contegno e abbozza la critica vera. Omettendo le gag su Jackass e Leo di Caprio eterno sconfitto agli Oscar, l’honest trailer dedicato a The Revenant è una recensione rispettabile, ricca di osservazioni mirate sull’utilizzo della luce naturale e sul disequilibrio tra il virtuosismo tecnico dei piani-sequenza e la relativa pochezza della struttura narrativa portante. Quando va meno bene, un honest trailer marcia sereno sul clima da gomitata tra amici, e allora il margine di indipendenza spettatoriale resta confinato al chiedersi se verrà citato quanto tutti all’interno di un segmento della razza umana già sanno benissimo (esatto, il terzo Blade contiene la scena dove si pronuncia la battuta cock-juggling thundercunt).

A differenza di altre imprese simili, Screen Junkies ha presente l’agire sociale almeno come concetto. Produce brevi recensioni canoniche, servizi di attualità a tema spettacolo, interviste al limite rilassate o irriverenti ma mai sgradevoli. Nasce per divertire, ottiene risultati clamorosi grazie al gioiello della corona, “la pubblicità sincera”, e ora sta alzando il tiro approfittando di quel successo e delle risate che sembra faccia fare anche alla gente del cinema vero: Ryan Reynolds narra personalmente il trailer di Deadpool, i fratelli Russo dichiarano di aver voluto realizzare un film “Honest Trailer-proof”, che non giocasse troppo sporco con la logica interna, capace di mantenere le promesse. Ma l’arrivo della realtà – gli amici famosi, la grande attenzione, le candidature agli Emmy Awards – tende a far scoppiare le bolle, e quindi è carico di conseguenze sulla libertà collettiva o individuale degli autori. La rivelazione dei comportamenti scorretti di uno dei fondatori, Andy Signore, ha portato alla fine di quel rapporto lavorativo, a una sessione di autocoscienza tramite video di gruppo e a una settimana di pausa per la serie. Il mostro non si poteva nutrire a dovere se in ufficio tirava aria di lutto, era comprensibile.

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Tutti gli errori di Tizio

All’estremo opposto di Honest Trailers si colloca Everything Wrong With…, meglio noto col nome del suo canale, CinemaSins, che se fosse una sitcom spaccherebbe in due esatte metà il pubblico, con una fazione di scatenati che la proclamano “miglior invenzione da quando esiste la comicità” e l’altra che si chiede in nome di cosa ne esiste più di un episodio. L’avete rimosso, forse, ma una volta di notte ve lo siete trovato davanti, e l’avete guardato fino alla fine.

CinemaSins è il prodotto di due uomini fieri di esibire completo autogoverno e nessuno studio specifico della materia, teorica o pratica, a parte l’aver macinato film per gusto personale (ed essersi conosciuti quando facevano le maschere in un multisala). Però uno dei due – Jeremy Scott – ha lavorato nel marketing, e sa, o almeno sapeva, come muovere in proprio favore le chiavi di ricerca fin dal titolo: tutti gli errori di (x), in (y) minuti o meno. Sono gli autori stessi a cogliere nella garanzia di brevità il germe del successo, perché la formula non l’hanno mai ritoccata: smontaggio di un film che può essere Fast & Furious o Jesus Christ Superstar dalla prima all’ultima scena, una sfilza di frammenti che del film rappresentano un sin, un peccato cardinale, con un contatore che li enumera sullo schermo, ding, ding, ding, e fuori campo una voce maschile monocorde che snocciola infrazioni alle regole della messa in scena (“lui aveva una mela nella mano sinistra e ora la tiene nella destra”), osservazioni su presunti buchi di trama e leggi della fisica violate dai passaggi d’azione, e poi ci sono i tormentoni, tanti (il più famoso è “questa scena non contiene una lap dance“ per le attrici in momentanee posizioni provocanti, ma pure la fobia per i “troppi logo” sui titoli di testa può dire la sua). È un formato che poteva nascere online per la durata e la rapidità fotonica con cui è imbastito il materiale, ma ha molto a che spartire con le raccolte anni Novanta alla Paperissima dove si rideva per le sventure altrui e la quantità batteva la qualità. Creatività pari a zero, largo impiego di senno del poi, empatia inesistente.

CinemaSins parte nel 2012, prende velocità, riceve una spinta enorme da parte di YouTube che sistema le nuove puntate nella home del portale, rendendole visioni quasi coatte per chi cerchi “movie” o “comedy” grazie alla perfidia dell’algoritmo. Gli autori sfornano minimo due episodi alla settimana, applicano con meno fortuna la stessa formula ad altri consumi culturali, e avanti il prossimo. Se parte un flame sono felici, non gliene frega niente quando attirano reazioni dalle personalità del cinema che spaziano tra l’astio e il risentimento civile (“la vostra non è vera critica”). Il canale si muove in un territorio artisticamente opaco: ci si considera solidi opinionisti, gente che ne sa, e alla minima obiezione si risponde che il proprio lavoro è satira, umorismo, si scherza. Per citare Jordan Vogt-Roberts, “la satira non funziona come la bancarotta, non puoi dichiararla”.

Se CinemaSins ha otto milioni di subscriber, e riesce a superare il muro delle 10 milioni di visualizzazioni, è lecito pensare che in parecchi considerino superflua o evitabile l’azione del guardare l’oggetto originale, un film, saltando dritti alla recensione, forma autonoma di comicità, venti minuti di allegria maligna, ha-ha, panzone caduto di faccia.

Il film non è mica necessario

Stiamo ai numeri, però. Se CinemaSins ha otto milioni di subscriber, e riesce a superare il muro delle 10 milioni di visualizzazioni, è lecito pensare che in parecchi considerino superflua o evitabile l’azione del guardare l’oggetto originale, un film, saltando dritti alla recensione, forma autonoma di comicità, venti minuti di allegria maligna, ha-ha, panzone caduto di faccia. (Chi scrive è incocciato nella medesima patologia quando Batman vs. Superman lo ha recuperato in televisione ma all’uscita, per ragioni del tutto oscure, si era iniettato quattro review). Al di là della fortuna commerciale del prototipo, c’è la moltiplicazione delle recensioni che seguono quello stile. Entro un giorno dalla messa online di Bright esistevano decine di articoli negativi, certi scritti con la gioia carnale di chi sperava in un cattivo film, ed esistevano centinaia di video-reazioni superiori ai 10 minuti, quasi tutte articolate su “schifo”, costruite montando le immagini alle voci fuori campo degli autori che ne elencavano le carenze. Alcuni sapevano argomentare, davano un nome alla delusione provata, altri no. Sono le nuove sitcom anche quando non ci fanno ridere.

C’è stato un progressivo scendere in profondità. Sembrano consapevoli di occupare uno slot che deve la propria esistenza artistica alla vita online, il consumatore esigente, e lo vogliono mantenere: se oggi hanno qualcosa da dire sui film che scelgono forse dipende anche dal non concedere più nulla allo spirito perverso del “questo lo copriamo perché ne stanno parlando male tutti”.

Successi e fallimenti del mercato

Intanto, forse era una strana bolla creativa, forse è intervenuto il logoramento naturale, ma è scomparso un formato che alla fine degli anni Zero, con abbondanti ricadute nei primi cinque del decennio in corso, veniva dato per un futuro se non il futuro sull’onda della popolarità, un formato che bramava l’appuntamento settimanale e si aggrappava ai cardini televisivi: quello con il video-recensore incerto tra l’essere un critico, un comico o un ibrido, e che, nel dubbio, giocava alla sitcom. Gli episodi erano legati da storyline lunghe, gli autori comparivano nelle serie degli altri interpretando il loro personaggio. Andavano tanto gli arrabbiati. Il pignolo, la regina malvagia, il corteggiatore rifiutato. In concreto, si affrontavano i film secondo un identico schema (frammento / stacco / personaggio che fa la battuta, frammento / stacco / battuta), e la trama serviva nelle aperture e chiusure di puntata. Si sfruttava il repertorio dei cliché del genere e non si voleva essere presi sul serio, tranne quando si lanciavano tormentoni (you know, for kids!) o si coltivavano aspirazioni convenzionali, una regia, un ruolo da attore.

E poi, brutale, è arrivato il mercato. Nel 2013 Blip.tv è stata acquisita da Maker, che l’ha chiusa nel 2015, ma nel giro di pochi mesi gli utenti stavano già fuggendo dalla piattaforma. Nel frattempo YouTube ha cambiato politica su cosa fosse il fair use più volte di quanto si possa razionalizzare, e gli stessi che nel 2011 cercavano un po’ di respiro perché si erano beccati una diffida dopo una stroncatura tornavano indietro scoprendo che monetizzare era diventato un incubo. I volti del periodo sono stati travolti da guai privati o incapaci di reggere il ritmo (Noah Antwiler), oppure hanno diversificato la loro offerta (per Brad Jones la serie The Cinema Snob resta l’appuntamento settimanale, ma il suo sito produce video improntati alla discussione o al reportage senza fili narrativi, e Jones promuove almeno un film all’anno, disponibile in dvd e in streaming). Alcuni hanno proseguito l’analisi dei media con strumenti come il video essay. Quando l’ex semi-comica Lindsay Ellis fa un saggio di 45 minuti per demolire l’operazione Rent, dal teatro al cinema, contestualizzata nella gestione della crisi dell’Aids negli Stati Uniti, dietro ci sono settimane di ricerca, scrittura e selezione dei materiali, non lo si può prendere come un appuntamento fisso. La parziale affermazione del video essay, in genere, rinuncia a ogni pianificazione di stampo televisivo: va bene se Pop Culture Detective si fa vivo una volta al mese, va benissimo.

(Elemento trascurabile nel grande schema degli eventi, ma almeno una tra le piattaforme private che accoglieva più spesso la falsa sitcom, Channel Awesome, è stata duramente ridimensionata dagli stessi vizi di forma di una certa produzione tradizionale – le molestie sessuali, i mancati pagamenti, la catastrofica gestione dei social – oltre a un problema forse tenuto a battesimo dentro le realtà online che in un secondo momento ha contagiato il resto, la sciatteria con cui si affrontano “denaro” e “lavoro”, sempre tirata in ballo quando si parla di Machinima).

Una possibile via d’uscita

Di quella che con uno sforzo di astrazione soprannaturale, perché di anni Zero stiamo parlando, si può chiamare la vecchia guardia, ha resistito Red Letter Media, un gruppo di filmaker amatoriali residenti a Milwaukee che al momento produce una falsa sitcom a cadenza irregolare, Half in the Bag, dove la cornice narrativa è un pretesto sgonfiato di continuo dagli autori/attori (Jay e Mike sono due tecnici addetti alla riparazione di videoregistratori che campano truffando un cliente fisso), e il tono comico è settato da sempre sullo anti-humor alla Tim & Eric (tempi morti trascinati, battute brutte apposta). Half in the Bag è solo uno dei programmi offerti dal sito, ma lo specifico con il tempo è diventato altamente specifico. C’è stato un progressivo scendere in profondità. Jay e Mike hanno sperimentato un po’ con il formato – un contenuto su Jack e Jill è un lungo video essay in due parti sulla pubblicità occulta – e quasi non volendo, senza bisogno di dichiarare le proprie intenzioni, hanno acquisito autorevolezza.

Sembrano consapevoli di occupare uno slot che deve la propria esistenza artistica alla vita online, il consumatore esigente, e lo vogliono mantenere: se oggi hanno qualcosa da dire sui film che scelgono forse dipende anche dal non concedere più nulla allo spirito perverso del “questo lo copriamo perché ne stanno parlando male tutti” (non vogliono accanirsi sui fiaschi annunciati mentre danno l’onore delle armi al reboot dei Fantastici 4.). E paragonati alla concorrenza dimostrano molta più empatia riguardo ai progetti falliti, lo si è visto quando hanno offerto diritto di replica al loro nemico numero uno, lo sceneggiatore Max Landis. Ovvio che un tallone d’Achille ce l’hanno, macroscopico, il franchise di Star Wars, amante crudele fin dal 2009 con la leggendaria botta di accessi dovuta a un’invettiva di settanta minuti contro Episodio 1 – La minaccia fantasma. Ma è intervenuta una forma di distacco anche rispetto a quella fonte di comicità. Il pubblico ostile migra verso altri contenuti, i creatori non sono più dei ragazzini, la prima stagione ce l’hanno alle spalle da un pezzo, possono scegliere tra chiudere baracca, adeguarsi alle mutate condizioni di tempo e fruizione, realizzare qualcosa di relativamente maturo e responsabile, oppure regredire sempre di più ogni giorno che passa. Con o senza la trama.


Violetta Bellocchio

Autrice di Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014), ha fatto parte di L’età della febbre (minimum fax, 2015), Ma il mondo, non era di tutti? (marcos y marcos, 2016), ha curato l'antologia Quello che hai amato (Utet, 2015) e la traduzione italiana di The Art of Rivalry (Utet, 2016). Ha collaborato a Rolling Stone, Vanity Fair, IL, Rivista Studio.

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