Basta un tweet a cancellare una serie? Sì, se aggiungiamo una lunga storia di successo ingestibile e continue discese agli inferi.

Roseanne Barr non sta bene. Non è mai stata bene. Ammesso che abbia posseduto la lucidità necessaria a condurre un’esistenza civile, l’ha persa nel momento in cui la sitcom che portava il suo nome, Roseanne, è diventata il programma più visto d’America, tra il 1989 e il 1990. In Italia è stata trasmessa con il titolo Pappa e ciccia, un doppiaggio che dava alla protagonista e alla sorella un grottesco accento siciliano (“Annarò!”), e non ha lasciato molte tracce del suo passaggio. Oggi state parlando di Barr perché, nell’arco di poche ore, un tweet in cui paragonava un’ex consigliera di Obama a “un incrocio tra la fratellanza musulmana e Il pianeta delle scimmie” ha provocato la cancellazione della nuova versione di quella sitcom, che stava andando molto bene in termine di ascolti. Barr ha chiesto scusa, ha detto che la frase era solo una battuta e che aveva usato quel linguaggio perché stava su Twitter alle due di mattina dopo aver preso parecchio Ambien, un sedativo prescritto come sonnifero. Non è servito a nulla. È partita una damnatio memoriae per cui non saranno più trasmesse neppure le puntate della serie originale o gli speciali girati da Barr come attrice (che nel frattempo è stata mollata dalla sua agenzia). E oggi state parlando di lei come “la razzista trumpiana”, perché ha votato per Donald Trump e ne va fiera, perché ha sempre detto di detestare Hillary Clinton, perché nella nuova serie i personaggi, un tempo venduti come americani normali, finalmente, avevano votato Trump pure loro.

La realtà è molto peggio di così.

La dea della casa

Roseanne Barr ha avuto il primo successo in tv con un materiale che si può apprezzare solo nel quadro di un periodo storico confuso, la metà degli anni Ottanta, in cui per un attimo sembrava che si potesse dire tutto, anche se in realtà quasi nessun intrattenitore violava davvero le regole del gioco. Barr aveva messo a punto la macchietta svagata della domestic goddess, “la dea della casa”, una massaia mezza freak che raccontava di non essere brava né come moglie né come madre. Era una presa in giro di alcuni luoghi comuni sulle donne angeli del focolare, in teoria: un personaggio rodato negli anni di gavetta nel circuito dei comedy club minori, grazie, pare, ai consigli della sorella Geraldine, femminista convinta, e di altre attrici come Diane Ford. Se vuoi far ridere usando argomenti politici, le dicevano, abbinali a osservazioni sulla tua vita personale.

La domestic goddess ha dato a Barr una certa fortuna, e con il tempo l’ha portata a diventare protagonista di una serie vagamente ispirata al personaggio. (Anche se pare che l’idea non fosse sua, ma della potente produttrice Marcy Carsey, e stanno ancora litigando su chi, di preciso, debba assumersene la responsabilità). Roseanne era la storia di una coppia sposata con tre figli, che abitava in una casa gigantesca se vista con gli occhi del presente. Nella prima stagione lei lavorava in fabbrica, lui era un operaio edile spesso disoccupato, e nessuno aveva i titoli di studio per ambire a qualcosa di meglio. Roseanne e Dan volevano bene ai loro figli ma ogni tanto non li sopportavano, e glielo dicevano in faccia. Il botto.

Finalmente una bella serie brillante con una donna che lavora, dicevano. Non era vero. Di sitcom centrate sulla figura mitica della donna che lavora ce n’erano già state tante. Giorno per giorno, per esempio. Di sitcom urticanti sulla working class, pure: Sposati… con figli aveva debuttato nel 1987. E di sitcom dove la gente rideva e scherzava anche se non aveva soldi gli americani ne avevano avute decine. Due di loro, Good Times e Sanford and Son, avevano ricevuto massima copertura tra il 1972 e il 1979, ma perché nessuno le considerava l’apripista di nulla? Ah, giusto, i protagonisti erano neri. E la razza era stata già riscritta dalla tv con due serie incentrate sui neri che avevano raggiunto il benessere, dagli arricchiti ruspanti (I Jefferson) alla borghesia metropolitana (I Robinson). Fa niente. Andiamo avanti. Roseanne piaceva a chi credeva di ritrovarsi in lei, ma pure a chi si baloccava con venti minuti di vicende proletarie ribattezzate blue-collar chic (la definizione la dobbiamo al critico David Plotz). Insomma, tanti avvertivano in Roseanne il richiamo irresistibile della gente comune senza grilli per la testa, la stessa provincia che South Park nel 1998 avrebbe messo alla berlina con il refrain “humble folks without temptations” (salvo poi diventare populista in un’altra chiave), lo stesso fascino ruvido ma paraculo che avrebbe portato alla prima elezione di Bill Clinton.

La deriva del (primo) successo

Roseanne Barr è diventata una stella. Però le ha pagate tutte, diceva. Si scontrava con un sistema misogino: era lei a pretendere dialoghi realistici, abiti realistici. Si era buttata con ardore, diceva, nell’impresa di realizzare una serie sulla normalità del Midwest. Il bowling, mandarsi al diavolo dalla cucina al soggiorno, arrabattarsi per trovare lavoro. Ha sempre raccontato di aver subito sabotaggi efferati da parte di chiunque, di aver dovuto litigare per indossare le camicie a scacchi e i jeans di una brava donna sensata. Ma poi, man mano, ha cominciato ad aprire i rubinetti su cos’era stata la sua vita reale prima di sfondare. Determinati elementi sono venuti fuori nonostante lei volesse tenerli privati (la figlia avuta a 17 anni e data in adozione, Brandi Brown, è diventata parte della sua biografia ufficiale solo perché il National Enquirer aveva indagato e già rintracciato la ragazza). Altri fatti, invece, è stata lei a depositarceli su un vassoio d’argento. La povertà. La quieta disperazione dell’essere una giovane madre di tre bambini, depressa e alla deriva. Il riscatto provato nello strappare una risata ai clienti del bar dove era cameriera, il desiderio di affermare la propria voce. I sacrifici. La retorica del duro lavoro. La retorica del bavaglio imposto alla donna grassa e sgraziata. Barr era “l’unica femminista nel mondo della commedia”, bastonata per la sua franchezza sia dai maschi fascisti sia dalle arpie perbene. Tutti schiavi della correttezza politica. Ma anche lì, andiamoci molto piano: Joan Rivers esisteva e lavorava da trent’anni, sparava battute sull’aborto e aveva superato ottanta crolli di carriera adattandosi a fare spettacoli nei localacci se la tv le chiudeva le porte. Barr intanto si vantava di aver stilato un elenco delle persone che avrebbe fatto licenziare l’esatto secondo in cui il suo programma si piazzava in cima alle classifiche – e l’ha fatto davvero, li ha fatti cacciare tutti, producer, sceneggiatori, tutti.

Il rubinetto confessionale si è aperto per sempre nel 1990, quando Barr ha sposato l’amico Tom Arnold, comico minore da lei imposto alla sitcom come attore e sceneggiatore. I quattro anni del loro matrimonio sono stati un regno di terrore sul lavoro – l’alleanza ha prodotto la purga immediata di chiunque non avesse la stessa visione del progetto – e uno sfascio militante in pubblico. Lui era un tossicomane, lei beveva e fumava dalla mattina alla sera, lui l’aveva venduta ai tabloid segnalando ai paparazzi i loro movimenti, lei l’aveva perdonato, entrambi consumavano ossessivamente cibo e denaro, si tatuavano, abusavano della chirurgia estetica, si facevano fotografare ovunque, ostentavano tutto. Un delirio ultra-documentato. A Tom Arnold è attribuita una frase fatidica: “siamo l’incubo peggiore dell’America, siamo bifolchi bianchi pieni di soldi”. C’è stato questo orgoglio del definirsi white trash o trailer trash (in effetti Barr aveva abitato per un periodo in un parcheggio per roulotte: e quindi?), sempre più marcato più soldi andavano accumulando. Rileggendo tutto quanto oggi, è molto evidente che tra loro era scattata una folie à deux, e che “il matrimonio più eccessivo di Hollywood”, definizione data da Vanity Fair, era la versione ancora più triste di quello che avrebbero fatto Kurt Cobain e Courtney Love. Con l’aggravante che questi due erano dei comici, e che lei, nel 1989, era la donna con il maggior numero di copertine al proprio attivo nella storia della stampa.

Auto-narrazione patologica

Entro un anno di matrimonio, è arrivata la copertina di People con lo strillo “Sono sopravvissuta all’incesto”. (E l’occhiello: “La coraggiosa ammissione di Roseanne”). Barr ha raccontato di aver subito abusi fisici, emotivi e soprattutto sessuali da entrambi i genitori. Episodi che aveva rimosso le erano tornati in mente di colpo quando Arnold, ricoverato in clinica per smetterla con la cocaina, le aveva confidato una molestia subita da bambino. E invece di prendere con tutta la cautela del mondo il contenuto e l’impatto di una sequela di ricordi traumatici riapparsi dal nulla, Barr si è fatta mettere sulla copertina di un settimanale da decine di milioni di copie a botta, sviscerando il passato con dettagli qui impubblicabili. (Tutto, comunque, sinistramente simile ai falsi ricordi delle presunte vittime di sette sataniche, altro tema caldo degli anni in questione). E poi ha rincarato la dose, accusando il padre di averle insidiato pure una figlia, liquidando il fatto che il padre avesse superato il test della macchina della verità con un netto “i pedofili passano sempre il test perché sono privi di coscienza”. Solo nel 2011 si è parzialmente rimangiata la cosa (davanti a Oprah), sostenendo di essere stata, all’epoca, sotto l’effetto di un cocktail mal miscelato di psicofarmaci troppo potenti, qualche maltrattamento c’era scappato lo stesso, ma “incesto” era l’etichetta sbagliata. Ma, ma, ma. E se credete che la vita privata di un’artista non debba essere presa in esame, stiamo parlando di una persona che l’equazione vita/opera la praticava allora e la pratica oggi con fervore e devozione, la impugna come arma di difesa (“parlo di quello che conosco”), ha passato vent’anni ripetendo che quella cosa era successa a lei. E intanto: retcon serrato dei genitori di Roseanne anche nella serie televisiva, da vecchi rintronati ma simpatici a mostri violenti. E non avevamo ancora visto nulla.

Dal 1990 in avanti, Roseanne Barr ha giocato tutto sull’auto-narrazione spaventosa e a un certo punto sinceramente patologica di se stessa come l’ultima proletaria del pianeta Terra, l’unica in grado di dire la verità su come vive la maggioranza delle persone, anche nel momento in cui il filo che la teneva legata alla realtà è stato tranciato da un successo che avrebbe mutilato chiunque: cosa può aver fatto a una persona che magari se l’era vista brutta e bruciava dal desiderio di dominare il mondo. Ha continuato a definirsi una trailer park queen anche quando guadagnava 21 milioni di dollari all’anno e non avendo voglia di camminare pretendeva una sedia a rotelle con cui spostarsi sul set. Ha rilasciato migliaia di interviste, tanto da vanificare la possibilità di filtrare tra autenticità e leggenda, si è promossa con un’energia che all’epoca poteva far storcere il labbro a qualcuno e oggi sembra solo aver anticipato le modalità di chi partecipa a un reality (o di chi passa troppo tempo sui social a fare la persona normale: siamo la gente, il potere ci temono). Ma l’infilata di aneddoti orribili che è riuscita ad ammannire al pubblico americano lascia gelati. Non è improbabile, suggeriva la sorella Geraldine nello speciale True Hollywood Story andato in onda nel 2000, che l’attrice si sia incamminata lungo un percorso di victimhood in costante aumento, per cui, una volta ottenuta fama e ricchezza, lei doveva comunque sempre trovare qualche ferita insana da tirare fuori. Il lato positivo, per noi: si sentiva padrona di raccontare anche di essersi prostituita nei parcheggi dei comedy club, e di non essere stata umiliata né rovinata dall’esperienza. (L’ha detto a Vanity Fair nel 1994). Il lato negativo: un complesso di persecuzione tale da trasformarla, con il tempo, nella paladina dell’alt-right – è arrivata persino a candidarsi alla Presidenza nel 2012, partecipando alle primarie del Partito Verde contro il Sistema e le élite sono corrotte.

Il fenomeno, lo scenario

Nei suoi momenti migliori, Roseanne è stata una serie vista da 80 milioni di spettatori in tutto il mondo. Un fenomeno. I numeri c’erano. Nel momento che attraversiamo ora, soffriamo tutti, a vari livelli, di una nostalgia inumana che ci porta a considerare “acuti” e “rilevanti” i manufatti del passato che hanno una risonanza emotiva individuale per noi. (Allora rifacciamo Manimal e diciamo che è una metafora della fluidità di genere). Roseanne non è mai stata rilevante sul piano artistico, è passata per coraggiosa in virtù più delle attività extracurricolari di Barr che di quanto azzardasse davvero, non ha nemmeno inventato lo spostamento della politica in famiglia: una sitcom modesta come Casa Keaton era costruita sul dialogo tra due genitori ex hippy contestatori e due figli reazionari, una femmina semi-deficiente che leggeva solo Cosmopolitan e un maschio scatenato fautore del liberismo in piena era Reagan. (E tutti si ricordano di lui, Alex P. Keaton, ma non per questo la serie era un pilastro della narrazione moderna; e tutti si ricordano il lettering italiano degli stacchi pubblicitari che richiamava la grafica di Ritorno al futuro). Dei meriti, sì, Roseanne li ha avuti in termini di costume: la singolare insistenza per includere personaggi e tematiche Lgbt nel mondo di una commediola ambientata in provincia, forse dovuta al fatto che Barr avesse un fratello e una sorella gay; la pervicacia con cui si è combattuto perché non venissero cassati episodi quali Don’t Ask, Don’t Tell, che pure non era una novità assoluta (ma quando mai). La tristezza epocale dello scorrere le liste dei lesbian kiss episodes, dove per pompare gli ascolti si strillava “Due donne si baciano!” con una settimana d’anticipo. La furbizia del presentarsi come una rivoluzione quando si stanno facendo le stesse identiche cose della generazione precedente. L’angoscia obiettiva della presunta femminista hardcore che non perde occasione per dire quanto disprezzi tutte le donne diverse da lei.

Sul piano produttivo, Roseanne ha dato la stura a un breve filone con donne sboccate a corto di soldi (Grace Under Fire) e incentivato la ricerca di voci nuove. Gli anni Novanta sono stati segnati dalla frenesia con cui si cercavano stand-up comedian trasgressivi o bizzarri per venderli come “genuini” al grande pubblico ma poi gli si costruiva intorno una serie anonima e insapore, che non funzionava nemmeno tanto. Una persona a cui andò così: Margaret Cho, bruciata dall’insuccesso di All-American Girl, e talmente devastata dall’essersi lasciata trasformare in un’altra da essersi ripresa solo a distanza di cinque anni, tornando al teatro con lo spettacolo I’m The One That I Want, dove raccontava come le era stata tolta la voce. Certo, però, non mancavano mai i comici pronti a firmare il patto con Satana pur di avere uno show tutto loro. Marc Maron ne ha parlato in varie puntate del podcast WTF: una sitcom anche scema era stata il suo grande sogno. Il futuro re dei perdenti era pronto a calarsi nella sagoma del marito con la moglie e i bambini, pur non avendo un umorismo di pancia né essendo un tipo di buon comando, in nome della triade “contratto” / “visibilità” / “sicurezza”.

È possibile, quindi, che Roseanne Barr avesse fiutato per tempo quale aria tirasse dentro Roseanne, la serie; è possibile che, come lei ha sempre sostenuto, nessuno la ascoltasse sul serio, nemmeno sul set di una serie tecnicamente ispirata al suo materiale, e che i metodi estremi da lei utilizzati per gestire lavoro e relazioni fossero l’unica soluzione per salvare la dignità.

I suoi ammiratori l’hanno sempre spalleggiata. Gli uomini non sanno accettare una donna di potere, dicevano. L’ha detto anche lei. È possibile. È anche possibile che Barr fosse considerata tossica e ingestibile, nonostante l’enorme quantità di soldi che muoveva, perché era tossica e ingestibile. E non era modesta, né gentile, riguardo il successo. Parlava del programma come di un queendom, non di una democrazia. Gli sceneggiatori potevano essere cacciati in qualsiasi momento se la loro performance non era buona. Ce ne sono tracce in un preziosissimo documentario della BBC, Feeding the Monster: A Week in the Life of Roseanne, trasmesso nel 1992, che metteva in chiaro l’indifferenza con cui si manovrava il denaro e il cinismo con cui tutti, protagonisti inclusi, accettavano la natura totalizzante del mestiere. “Dare da mangiare al mostro” significava generare nuovi script a catena e farsi il segno della croce. Però Barr e Arnold nel documentario dicevano anche cose condivisibili su quanto difficile fosse “il realismo” per gli sceneggiatori cresciuti guardando serie tv e basta, e sulla fatica immane del trovare comparse dall’aspetto ordinario quando si girava in uno studio di Los Angeles. Parecchi scrittori tenuti a battesimo da Roseanne l’hanno descritta come un’esperienza fondamentale e atroce al tempo stesso; ci sono stati quelli, come Amy Sherman-Palladino, obbligati a indossare una maglietta con sopra disegnato un numero, sempre chiamati per numero e mai per nome, in modo che capissero subito di non significare nulla. Ci sono stati quelli che dicevano “finché dura guadagniamo bene”, come Chuck Lorre, che poi avrebbe replicato, in piccolo, pregi e difetti di quel milieu nelle sue produzioni, fino ad arrivare a Mom.

Dalla presenza televisiva a quella online

Il matrimonio tra Barr e Arnold è terminato nel 1994. Lei l’ha accusato di maltrattamenti fisici e verbali. Lui ha affrontato l’esilio nella corsia degli indesiderabili, rifacendosi, con il tempo, una piccola carriera come attore e presentatore, abbracciando il destino di quello che inizia ogni giornata cospargendosi il capo di ceneri. (Ed è diventato, nella sorpresa generale, una voce della ragione quando si parla di tossicodipendenza negli ambienti dove circolano tanti soldi).

Sempre nel 1994, Barr ha cominciato a tratteggiare un quadro via via più definito dei suoi problemi psichiatrici: ha dichiarato di avere 21 diverse personalità (ovviamente ci ha fatto un libro serissimo dove insulta tutti gli ex amici/alleati), e ci ha scherzato sopra abbastanza in fretta, ma alla diagnosi si sono poi aggiunti il disturbo bipolare e la depressione maggiore. Ne ha parlato a Esquire nel 2007, quando la situazione pareva oscillare tra il controllabile e il pericoloso. Vale la pena leggere l’articolo: Roseanne è in grado di cambiare voce, tono e registro in un batter d’occhio. Ma lo fa solo se provocata, rispondendo a una domanda diretta del giornalista, lasciando intendere che conservare una versione costante di se stessa la assorbe completamente ed è difficilissimo. In caso contrario, a prendere il sopravvento sarebbe una moltitudine di voci dissonanti.

L’ultima stagione del Roseanne originale, quella che tutti odiano, vede la protagonista vincere oltre 100 milioni di dollari alla lotteria, precipitando in un mondo, a lei sconosciuto, di spese folli e consumi trendy. Col senno di poi, sembra un aggiustamento tardivo a quella che era la vera realtà di Barr.

Una volta cancellata la serie, Roseanne Barr è stata detestata. Ma non troppo a lungo. È passata in secondo piano senza scomparire – era sempre molto impegnata: ha condotto un talk show, ha fatto un reality, ha prodotto sceneggiature, altri libri, spettacoli. E si è fatta Internet. Un sacco di Internet. Parecchi famosi decaduti, grandi e piccoli, trovano una nuova voce con la presenza online. C’è un ex attore bambino, Cole Sprouse, che sta interpretando un grosso ruolo in una serie per adolescenti: a ridargli fiato non è stato tanto il desiderio di recitare da adulto, quanto lo spirito che dimostrava su Twitter, dove passava giorni (se non settimane) a sfottere la sua vecchia immagine di ragazzo modello. Forse, al di là del talento individuale, portarsi a casa una star con otto milioni di follower ha contato qualcosa per chi doveva giustificare un investimento produttivo.

Ora, Roseanne Barr infesta i social con tenacia implacabile almeno dal 2013. C’era da prima – ha avuto un blog aggiornato spesso, canali YouTube – ma è stato quello l’anno in cui qualcuno cominciava a rendersi conto di quale vita online stesse facendo l’attrice. Un lungo profilo apparso sulla versione americana di Rolling Stone illustrava il suo impiego di Twitter come mezzo di comunicazione: Barr si prestava a fare da megafono per qualsiasi causa ritenesse giusta, come lo Steubenville rape case (ragazzina stuprata da un branco di liceali, la città solidarizzava con gli aggressori), ma dichiarava che erano “i ragazzi di Anonymous” a fornirle informazioni, ammetteva di svegliarsi alle cinque di mattina in cerca di storie succose da rilanciare, e andava avanti serena a parlare di complotti globali, di pedofili infiltrati nelle più alte sfere di tutto, di umani ridotti a burattini. Il messaggio doveva risuonare – la regina della classe operaia è una matta vendicativa che odia Obama e crede agli Illuminati, dov’è il vostro Dio adesso? – ma Barr stava in riqualificazione nostalgica, ed è passata per una ricca nonnetta eccentrica.

Il ritorno sugli schermi

Roseanne si è lasciata dietro una profonda eredità affettiva in due diverse generazioni di spettatori. Lo testimonia il numero e il tenore dei comici contemporanei che hanno accettato con entusiasmo di lavorare al reboot come sceneggiatori e consulenti: Wanda Sykes (lesbica, nera e madre), Whitney Cummings (bianca, magra e parolacciara), Darlene Hunt (quella di Good Girls Revolt), tutti compatti nel dire che Roseanne era stato importante per loro, li aveva fatti sentire meno soli, in un paesaggio tv popolato di famiglie benestanti dove tutti avevano accesso al college. Dicevano. Ma il clima si poteva capire da prima. Bastava guardare il Comedy Central Roast del 2012, al momento furiosamente rimosso dalle piattaforme ufficiali, quando era toccato a Barr accomodarsi sul trono dell’ospite d’onore, e a parte le ovvietà – battute sul grasso, sull’invecchiamento – nessuno ci andava giù pesante con lei, anzi, tutti i presenti, uomini e donne, ammettevano di avere un debito nei suoi confronti. L’unica sferzata della serata l’aveva messa a segno Anthony Jeselnik: “Roseanne, cosa ti dice il fatto che quando hai accusato di incesto tuo padre la gente ha provato un’ondata di empatia per tuo padre?”. E tutti a ridere.

Oggi sappiamo che il nuovo Roseanne è nato dalla cosiddetta heartland strategy della Abc, per cui, il giorno dopo le elezioni presidenziali del 2016, una riunione d’emergenza tra dirigenti ha stabilito che era necessario cercare storie capaci di parlare agli spettatori bianchi: troppo tempo passato a valorizzare la diversità religiosa e razziale, a scapito di una fetta di pubblico medio, lo si sarebbe chiamato in tempi più felici. E sulla carta forse una riscrittura dei vecchi personaggi ci stava anche. Due provinciali non istruiti come Roseanne e il marito Dan potevano sì aver votato Trump, sedotti dalla promessa di posti di lavoro. Forse. In più, alcune puntate hanno messo in scena un abbozzo di dibattito. (“Come hai potuto votare per lui?”). La nuova dea della casa era una convinta sostenitrice del Presidente, ma continuava a difendere i diritti umani – aveva un nipotino gender fluid – e non era certo ostile ai cambiamenti per partito preso: il figlio D.J. aveva sposato una donna nera, la stessa che da piccolo si era rifiutato di baciare durante una recita scolastica, ed era diventato l’allegro papà di una ragazzina biracial. Però.

Si è scritto che il programma offriva, finalmente, una voce a chi si sente tradito dalla mancata realizzazione economica. Come se non esistessero, ovunque, serie tv in onda adesso che tentano l’approssimazione della realtà di chi ha poco o nulla. Un altro reboot, Giorno per giorno, conserva il tono rassicurante del prototipo anche se parla di Fidel Castro e shock post-traumatico, e ha ripreso i vecchi personaggi in una chiave accettabile per lo spettatore del presente – il tuttofare innocuo ma insistente nelle sue avances alle donne, Schneider, è diventato un hipster giuggiolone che si crede troppo avanti anche se le sue idee sono superficiali. Quindi, Roseanne come unica voce fuori dal coro? Ma quando mai. Né nel 2018 né nel 1989. Va’ a capire se stava andando bene perché appagava un bisogno di rispecchiamento, se era l’ennesima follia nostalgica sputata fuori dalla bocca dell’inferno in cui ci stiamo agitando tutti, o se si era innescato un meccanismo perverso di controllare fino a che punto avessero davvero intenzione di darci dentro con il Trumpismo.

Per far scoppiare la bolla è bastato un tweet. Uno.

In questo momento siamo circondati da artisti ricchissimi, celebri e osannati da legioni di ammiratori, ma che nonostante questo si considerano eterni incompresi marginalizzati dal sistema. Kanye West, altro precoce sostenitore di Trump, sta vagando da anni in balia di probabili problemi psichiatrici, se ha tagliato tutti i traguardi possibili e ancora si ritiene zittito dall’establishment. Allo stesso modo, l’intera parabola televisiva e umana di Roseanne Barr non è il sintomo di una smania di diventare o tornare famosi, ma c’è una strana forma di ambizione distruttiva, che si tenta di minimizzare con scuse banali (il tweet delle due di mattina sotto sonniferi) o di nascondere dietro il dito della libertà di parola (l’iconoclasta che pronuncia verità scomode). E soprattutto l’orrore del dire “io sono uno di voi!”.

No, Roseanne Barr non è una di voi: è una donna bianca fanta-milionaria di 65 anni che rivendica con stizza il diritto a dire tutto quello che pensa nel momento in cui lo pensa, sbattendosene se dà fastidio ai poteri forti. Non ci trova nulla di grave nel dire che una donna nera somiglia a una scimmia, e se glielo fai notare, lei risponde “sono femminista e adoro i gay”. La sua comicità è questa. La sua identità chiave è questa. Forse lei era l’ultima persona che avrebbe dovuto avere un microfono in mano, eppure l’ha sempre avuto, e quando non le è stato più concesso se l’è preso o se l’è costruito da sola. E c’è qualcosa di elettrizzante, di fondamentale, nella determinazione feroce a scavarsi un posto in un mondo che non ti accettava e non ti regalava nulla, ma a un certo punto smette di essere un gesto artistico, smette di essere una crudele necessità della sopravvivenza economica, e diventa un ciclo di abuso inflitto a se stessi o al primo bersaglio a caso.