Per anni lo streaming ha cercato di distinguersi dalla tv tradizionale con serie ambiziose e complesse. Oggi le piattaforme puntano sempre di più su prodotti semplici da seguire, destinati a pubblici più ampi. Cos’è cambiato?
Una certa dose di follia, questa è la caratteristica che per un periodo sembrava dover essere indispensabile per tutte le nuove serie tv proposte dai principali player dello streaming. Oggi, però, tra teen drama spagnoli e serie ambientate in belle case con protagonisti di bell’aspetto con misteriosi segreti, l’originalità a ogni costo si conferma un trend caduto in disuso. Solo Apple, con titoli come Pluribus, Widow’s Bay e Severance sembra procedere in controtendenza, con la sua offerta d’elite.
Dove tutto è concesso
Per distinguersi dal palinsesto della tv lineare, e seguendo l’esempio della “sovversiva” HBO (The Leftovers e, soprattutto, Westworld con le sue riflessioni all’alba dell’intelligenza artificiale), Netflix e Prime in quello che sembrava dover essere il loro periodo di massima espansione hanno puntato sui grandi nomi del cinema (Scorsese, Fincher, Cuarón), su serie dal taglio artistico con concept contorti e bislacchi, trame cervellotiche e assurde, portando alle estreme conseguenze l’allure di quella che è stata definita prestige tv (I soprano, The Wire, Breaking Bad, fino ad arrivare a Succession).
Tra il 2015 e il 2022 c’è stata una fase che ha visto il proliferare delle serie tv “strane”: piattaforme in crescita, budget importanti, concorrenza sfrenata e una corsa per proporre la nuova serie di culto: tutto ciò ha favorito opere autoriali, rischiose e spesso difficili da classificare, con narrazioni meno lineari e più misteriose. Molte di queste hanno avuto un ottimo riscontro, in termini di curiosità e risonanza online, ma il modello “serie pazze da vedere in un weekend” sembra non essersi dimostrato sufficientemente sostenibile: ora i palinsesti seriali dei principali streamer sono tornati a popolarsi di serie più “normali”, semplici da seguire, da poter guardare mentre si stira, mentre si gira il suga, dopo una lunga giornata di lavoro. Miniserie avventurose che strizzano l’occhio all’exploitation (Squid Game, Stranger Things) e ai cari vecchi procedurali della tv lineare (Tracker, High Potential, Matlock).
Il ritorno alla normalità ha comportato una marcia indietro sull’ambizione e sulla creatività sfrenata che sembravano dover essere le caratteristiche principali di ogni serie che ambisse al titolo di prodotto rispettabile.
Nel 2016 Netflix inizia a produrre serie anche fuori dagli Stati Uniti, investendo nella filiera europea. È in questo scenario che vede la luce Dark, un mistery fantascientifico con atmosfere brumose a base di viaggi nel tempo, paradossi scientifici e intrighi quantistici. Il pubblico si appassiona e fanno seguito altre due stagioni. La coppia di autori ci riprova nel 2022 con 1899, nuova serie misteriosa che viene però cancellata dopo una stagione. Nicolas Winding Refn, il regista danese di Drive e Only God Forgive, lavora sia con Prime Video (Too Old to Die Young, presentata a Cannes) che con Netflix (Copenhagen Cowboy, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia): protagonisti emarginati ed enigmatici, ritmo lento e dialoghi criptici, insomma, Refn al suo meglio. Anche in questo caso, le serie non vanno oltre la prima stagione. Stesso destino tocca allo strambo Al nuovo gusto di ciliegia (2021), all’horror Archive 81 (2022) e a The AO, serie “cult” (in tutti i sensi) di Brit Marling e Zal Batmanglij, un cocktail di misticismo contemporaneo raccontato attraverso il prisma di una fantascienza emotiva, annullata dopo due stagioni. Il prestigio e il percepito non sono stati sufficienti a far quadrare i conti.
Dove il cuore riposa e l’ansia scompare
La pandemia si è rivelata un periodo d’oro per poter usufruire di qualsiasi genere di contenuto massmediale. Il tempo non mancava per ogni genere di film, telefilm, romanzi, fanfiction (da leggere e da scrivere), ma mentre le piattaforme puntavano ancora su serie sperimentali e innovative, il pubblico riscopriva il piacere confortevole delle repliche, utilizzano i cataloghi come veri e proprio cestoni dell’Autogrill: tra le serie più viste in streaming nel 2023, a sorpresa, spicca Suits, un legal drama dignitoso ma ordinario andato in onda dal 2011 al 2019. Molto riviste sono state anche The Office, Friends e Girls. Nasce così una nuova necessità: non più quella di stupire il pubblico, ma di rassicurarlo. Arrivano allora prequel, sequel, revival, reboot. Nomi familiari, serie conosciute, insomma, prodotti non più originali ma affidabili: House of the Dragon, And Just Like That…, il nuovo Matlock con Kathy Bathes, The Conners (lo spin-off di Pappa e ciccia, inedito in Italia ma arrivato già a sei stagioni), Frasier.
Un ritorno a formule collaudate. I gusti dei consumatori sono emersi suggerendo una strada diversa da quella intrapresa dai giganti dello streaming, il ritorno alla normalità ha comportato una marcia indietro sull’ambizione e sulla creatività sfrenata che sembravano dover essere le caratteristiche principali di ogni serie che ambisse al titolo di prodotto rispettabile. Netflix e Prime hanno cominciato ad abbracciare programmazioni più mid, sancendo nel 2023 la fine della prestige tv in favore della tv benessere.
Dove eravamo rimasti?
Stagioni di dieci oppure otto episodi ogni due anni diventano per lo spettatore una sfida nella sfida: complotti, misteri e trame cervellotiche, sempre più complesse, articolate, dal ritmo lento e dilatato. Cosa possiamo mai ricordarci dopo tanto tempo? Ecco allora che si rende necessario un rewatch (ma ci sono innumerevoli nuove serie che voglio vedere!), una mappa concettuale per orientarsi (devo studiare?), o magari una guida alla lettura (un articolo esaustivo o un agile video su YouTube di 45 minuti).
Lost, una volta, iniziava in autunno e finiva la primavera successiva, tempo di una breve vacanza estiva ed eravamo pronti a rimontare in sella alla cesta di enigmi e misteri assortiti che erano stati lasciati in sospeso giusto con l’aiuto di un succinto previously on, ma si tratta di un modello ormai morto e sepolto, impossibile da riproporre in quella sua struttura. Non mancano tutt’oggi serie coraggiose e originali: quelle di Apple (Shining Girls, Severance) e altri titoli che giocano con il concetto di realtà e grandi plot twist (Paradise su Disney+, From su Discovery+, Fallout su Prime, Something Very Bad Is Going to Happen su Netflix), ma sembrano rientrare in un novero di investimenti mirati, con strutture narrative solide (meno aperte e dispersive).
La “serie evento” fa parlare di sé, ma il vero palinsesto è ormai dominato da produzioni medie, meno dispendiose e strampalate: si sono moltiplicate le miniserie thriller con toni e risvolti che strizzano l’occhio alla soap opera (nel solco di Brividi d’estate, lo storico ciclo cinematografico di Canale 5). C’è il filone delle miniserie tratte dai best seller di Harlan Coben: The stranger, Svaniti nel nulla, Safe, Fool me once, Missing you, Shelter (misteri, inganni e intrighi famigliari); il filone delle famiglie ricche con oscuri segreti, La fidanzata con Robin Wright, The Sirens con Julianne Moore, The Perfect Couple con Nicole Kidman, Nine Perfect Strangers con, ancora, Nicole Kidman e The Undoing con, sì, Nicole Kidman – i grandi nomi del cinema sono visti come un investimento appropriato per titoli destinati a un target adulto. Non mancano le protagoniste femminili invischiate in incresciose situazioni criminose: Amiche per la morte – Dead to Me, The Better Sister, Good Girls e Bad Sisters. Poi, ovviamente, impazza il romance seriale: The Summer I Turned Pretty, Maxton Hall, Every Year After, Off Campus, con volti giovani e sconosciuti, pronti a diventare i divi del futuro.
Dove andremo a finire?
Oggi domina un modello più vicino alla tv cosiddetta tradizionale, con codici e linguaggi più simili alla fiction. I concept devono essere semplici e le premesse riassumibili in una frase: due rivali in amore stringono un’alleanza dopo un omidicio, una scrittrice di gialli sospetta che il marito sia una spia, il nuovo arrivato si innamora del ragazzo più bello della scuola, un gruppo di suore si ritrova al centro di un’indagine per omicidio e così via. I pilot devono essere chiari e immediati, i cliffhanger regolari e ben cadenzati, le luci morbide (fredde per i thriller, calde con colori pastello per i romance) senza profondità di campo, scorrevoli e quasi intercambiabili.
La “serie evento” fa parlare di sé, ma il vero palinsesto è ormai dominato da produzioni medie, meno dispendiose e strampalate.
Un modello questo, che Netflix sta seguendo anche per la divisione cinema. Dan Lin, presidente del comparto dal 2024, non ha fatto mistero di questa nuova strategia che prende le distanze da Hollywood e da mire festivaliere, a favore di generi a medio budget come commedie e adattamenti letterari (molto snobbati dai grandi studi). Si è parlato in questo senso di tramonto della prestige tv: se prima la serialità in streaming aveva lanciato una competizione con la sala cinematografica, da tempo ormai la tendenza è invertita, andando ad assorbire proprio quei segmenti trascurati dal grande schermo. La traiettoria che ha visto Natasha Lyonne passare da una serie ambiziosa e originale come Russian Doll a Poker Face, un mistery più tradizionale (sebbene con lo zampino di Rian Johnson), rappresenta – in estrema sintesi – la configurazione che hanno assunto i palinsesti seriali degli ultimi anni; la sperimentazione e la complessità sono sostituite dalla densità e dall’immediatezza. Si tratta di un posizionamento nel sistema produttivo, non di un genere, ed ecco allora trovare spazio in questo segmento serie accolte da stroncature impietose come All’s Fair, le avvocatesse con i guanti di Ryan Murphy, e altre nominate agli Emmy come The Diplomat con Keri Russell. In entrambi i casi, con le dovute differenze, ci troviamo di fronte a un’offerta di intrattenimento senza la necessità di una guida alla lettura.
Gli spettatori, inoltre, si dividono in target sempre più frammentati: le piattaforme preferiscono quindi fidelizzare gli abbonati proponendo un’offerta ampia basata su serie tv più accessibili e meno dispendiose, standardizzate, anche perché è sempre più complesso – se non impossibile – riuscire a catalizzare l’attenzione, senza margine di errore, per creare a tavolino un vero fenomeno. Il pubblico, in questo senso, si è dimostrato spesso imprevedibile, focalizzandosi, per esempio, su una serie tutto sommato abbastanza banale come Heated Rivalry, a discapito dell’attesissimo finale di stagione di Stranger Things (arrivato dopo ben tre anni dalla stagione precedente, legittimo pensare che qualcuno si possa essere per strada), oscurato nella discussione online dagli hockeisti sporcaccioni.
Lorenzo Peroni
Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.
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