Netflix e le altre piattaforme hanno imparato a convivere con la nostra disattenzione, forse anche ad approfittarne. La second screen theory racconta un cambiamento nel modo in cui vengono scritti e pensati i prodotti in streaming.
Da diverso tempo nella mia quotidianità si ripete questo copione. Sto guardando un film sul pc, all’improvviso mi arriva una notifica sul cellulare, la apro e passo a scrollare per qualche minuto. Poi mi rendo conto di aver perso il filo della trama, di non capire più di cosa stiano parlando i personaggi o come sono finiti nel posto in cui si trovano. Allora metto in pausa, premo a raffica il tasto per riavvolgere di dieci secondi e torno al punto di partenza. La conseguenza di questa dinamica reiterata, secondo i miei calcoli, è di aumentare la durata della visione di qualsiasi contenuto di almeno un venti per cento. Messa così, tentare di mantenere la concentrazione mentre guardo qualcosa oggi mi ricorda pericolosamente un livello di Super Mario, dove ogni scena rappresenta un piccolo traguardo, un checkpoint con la sua bandierina colorata. Ma se non puoi batterli, unisciti a loro.
È chiaro che sarebbe molto più facile eludere il problema, invece che affrontarlo. Lasciare che il flusso di suoni e immagini scorra ininterrotto fino ai titoli di coda, mentre con gli occhi sfogliamo compulsivamente contenuti dalla durata di pochi secondi, rispondendo alle mail e ai messaggi arretrati, cercando di compattare nella stessa quantità di tempo più attività possibili. E aspettando che, in basso a destra, appaia la scritta “Riproduci automaticamente l’episodio successivo”. L’aspetto peggiore di tale dinamica è che spesso alla fine della visione distratta possiamo accorgerci che non abbiamo perso nulla di importante. Come se la mancanza di attenzione fosse già prevista o, addirittura, incoraggiata. Ed è questo, essenzialmente, che si intende quando parliamo di second screen theory.
Non abbastanza second screen
Netflix è ancora sotto molti aspetti sinonimo di streaming, la piattaforma che ha dato il colpo di grazia definitivo al cambiamento nel nostro rapporto con l’audiovisivo. E perciò è anche la prima che bisogna monitorare, per capire il modo in cui pensa i suoi contenuti e come presuppone che vengano fruiti. La grande differenza col passato è da ricercare nel modello che Netflix utilizza.
Se le case di produzione classiche rischiavano molto di più economicamente e creativamente, Netflix oggi ha la possibilità di prevedere il più possibile i gusti e le tendenze specifiche dei suoi utenti, basandosi su una serie infinita di dati da incrociare provenienti dalle nostre abitudini di visione. Cosa guardiamo, se cambiamo idea, quante volte mettiamo in pausa, mandiamo indietro o avanti veloce. Ma soprattutto, Netflix sa già che oggi difficilmente potrà ottenere il cento per cento della nostra attenzione per più di una manciata di secondi.
La strategia quindi non è quella di vincere l’impossibile battaglia con i contenuti verticali brevi, ma di adattarsi. Da qui la necessità di avere dei prodotti che possano essere fruiti anche in background – casualmente in concomitanza dell’inserimento delle pubblicità nel piano base –, come se fossero dei lunghissimi podcast con budget da milioni di dollari. Non abbastanza second screen sembra essere infatti una nota di produzione che negli ultimi anni sta circolando sempre di più nei feedback agli showrunner o agli sceneggiatori, dopo le loro proposte alla piattaforma. Ma si tratta sempre di speculazioni, che Netflix ha ufficialmente smentito a marzo, lasciandoci da soli nel tentativo di dover ricostruire una prova concreta partendo dagli indizi sparsi su internet.
Netflix sa che oggi difficilmente potrà ottenere il cento per cento della nostra attenzione per più di una manciata di secondi. Per questo la sua strategia non è di competere con i contenuti verticali brevi, ma di adattarsi.
Già nel 2023, infatti, durante gli scioperi SAG-AFTRA, la showrunner, attrice e attivista Justine Bateman (Family Ties, Californication), in un’intervista al TV’s Top 5 podcast di Hollywood Reporter, parlando dell’impatto dell’intelligenza artificiale sull’industria cinematografica, aveva sottolineato il problema della semplificazione delle sceneggiature e dei dialoghi per favorire il modello della visione da secondo schermo. Bateman parla anche di visual muzak: prodotti ideati come puro sottofondo, una sorta di arredamento ambientale di scarso valore. Il riferimento è al sistema brevettato negli anni Trenta per diffondere musica negli spazi commerciali e nei non-luoghi – dagli ascensori alle sale d’attesa, fino ai corridoi dei centri commerciali –, musica progettata specificamente per non essere ascoltata, scivolando sotto la soglia dell’attenzione cosciente.
Un altro esempio viene da una recente conversazione tra Matt Damon e Ben Affleck, ospiti da Joe Rogan qualche mese fa, in occasione dell’uscita del loro ultimo film The Rip – Soldi sporchi, prodotto in collaborazione con Netflix. Nei primi minuti della puntata i due attori hanno infatti subito spiegato come per loro sia stata un’occasione per capire come il modo di strutturare narrativamente i film, in particolare d’azione, sia profondamente cambiato rispetto al passato: “Il modello standard che avevamo imparato prevedeva di spendere la maggior parte dei soldi per gli effetti speciali nel terzo atto, il gran finale. Ora invece deve avvenire nelle primissime scene, per catturare subito l’attenzione”, ha spiegato Matt Damon. “Ci è stato detto che ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi non sarebbe stato un errore, perché le persone stanno al cellulare mentre guardano i film”. Una strategia che in questo caso ha evidentemente funzionato, visto che The Rip – Soldi sporchi, diretto da Joe Carnahan, è stato considerato un successo enorme con quasi 42 milioni di visualizzazioni solo nei primi tre giorni di rilascio a gennaio 2026, mantenendo per tre settimane di fila il primo posto nella classifica dei film più visti. Viene però da chiedersi: a quanti, di questi primi 42 milioni di spettatori, sarà davvero importato che gli agenti dell’antidroga di Miami Dane Dumars e J.D. Byrne risolvessero il caso dei venti milioni di dollari appartenenti al cartello messicano?
The screen is the message
Come sempre quando si tratta di argomenti che riguardano le nostre abitudini (spesso negative) si fa presto a voler cercare un colpevole. Dopotutto, se Netflix, o qualsiasi altra piattaforma streaming, produce questo tipo di contenuti è perché sa che c’è qualcuno che sarà disposto a (non) guardarli. È questo l’aspetto che più di tutti risulta affascinante della second screen theory: provare a capire se siamo manipolati oppure se siamo noi stessi i sabotatori della nostra attenzione. Forse sono vere entrambe le opzioni.
È chiaro che un’abitudine per esistere deve essere anche in qualche modo indotta, una modalità specifica che allo stesso tempo deve essere creata e assecondata. Ci si dimentica, ad esempio, di come fino a relativamente poco tempo fa si poteva entrare al cinema anche a film iniziato e rimanere in sala con un solo biglietto per più di una proiezione. Il primo caso noto di regista a opporsi all’entrata in ritardo ha visto come protagonista Alfred Hitchcock che, in occasione dell’uscita di Psycho, nel 1960, fece posizionare fuori dalle sale dei manichini di cartone alti quasi due metri con un cartello che vietava l’ingresso in ritardo. In quel caso il motivo era narrativo e di marketing: il film era costruito attorno al ruolo interpretato da Janet Leigh e Hitchcock temeva che chi fosse entrato in ritardo si sarebbe ritrovato con la protagonista già morta senza capire cosa fosse successo. Sessantasei anni più tardi, Netflix fa esattamente il contrario. Si assicura il più possibile che le sue opere possano essere capite anche da chi non sta guardando. Lo dimostra la paradossale esistenza della sottocategoria casual viewing, che rappresenta forse l’apice della non-scelta delegata a un algoritmo.
La scelta di ridurre i dialoghi all’essenziale risponde a due obiettivi: riformulare per lo spettatore distratto un breve riassunto di quello che sta accadendo e spiegare le emozioni dei personaggi senza costringerlo ad alzare lo sguardo per cogliere le espressioni facciali.
Basta anche guardare il dibattito nato attorno alla stagione finale di Stranger Things – non proprio un prodotto di fascia B – un caso esemplificativo di come la regola d’oro dello show, don’t tell stia passando in modo inesorabile a essere show and tell. Facendo una rapida ricerca sui vari social, in particolare su TikTok, è possibile notare come l’aspetto comune di cui la maggior parte degli spettatori si è lamentata sia l’uso eccessivamente espositivo ed enfatico dei dialoghi, tale da diventare un meme virale: zoomata in primo piano, musica che cresce, protagonista che annuncia in modo teatrale l’azione che sta per compiere. Ecco il paradosso: una serie scritta con in mente un pubblico intento a scrollare viene poi presa in giro proprio su TikTok per i suoi aspetti più semplicistici.
La scelta di ridurre i dialoghi all’essenziale, tanto da essere stati definiti cringe proprio per questa loro caratteristica, risponde a due principali obiettivi: il primo è riformulare per lo spettatore distratto un breve riassunto di quello che sta accadendo o è già avvenuto. Il secondo, che elimina definitivamente la necessità di dover osservare l’espressione sul volto degli attori, è spiegare le emozioni che i personaggi stanno provando in quell’istante anche a chi sta tenendo lo sguardo incollato allo schermo dello smartphone.
È qui che arriva il nodo cruciale della second screen theory. Non bisogna infatti cadere nell’errore di credere che, specialmente in riferimento alla semplificazione della televisione, si tratti di un fenomeno inedito. Piuttosto, ci troviamo probabilmente di fronte a un’ibridazione tra le nuove necessità degli streamer e le pratiche tipiche di un certo genere di televisione, utilizzate ampiamente dalle soap opera, dalle sitcom, dai reality, un mix che oggi ritorna attraverso una nuova forma digitalizzata e ad ampio budget. Viziati da anni di quality television, in cui il mezzo televisivo era riuscito con il tempo a farsi spazio diventando lo schermo primario delle nostre vite – e ottenendo a fatica un riconoscimento creativo al pari del cinema – forse abbiamo semplicemente finito per dimenticarcelo. Da questo punto di vista, la second screen theory non sarebbe altro che l’ennesimo tassello che compone la società dell’eterno presente in cui siamo immersi, l’ennesimo revival in alta definizione.
Niccolò Della Seta
Nato a Roma nel 2000, scrive di cinema e audiovisivo. Laureato in Cinema, Televisione e Nuovi Media al Dams dell'università Roma Tre, nel 2024 ha ideato la fanzine Duemila.Millimetri. Dal 2025 collabora con la sezione Visioni de il manifesto.
Vedi tutti gli articoli di Niccolò Della SetaLeggi anche
narrazioni
Il cinema dopo internet
Adattamenti
Un King solo sulla carta