Il caso di Heated Rivalry non è soltanto la storia di un successo imprevisto, ma il segnale di una trasformazione nel modo in cui l’industria televisiva intercetta (o fallisce a intercettare) i desideri del pubblico. In questa frattura si intravede il possibile futuro del romance seriale.
Il Natale appena trascorso doveva essere quello del gran finale di Stranger Things: Netflix aveva investito mezzo miliardo di dollari per presidiare il centro del dibattito culturale delle feste. Invece resterà come quello in cui si è parlato di giocatori di hockey segretamente innamorati. Heated Rivalry, costata meno di dieci milioni di dollari e girata in poco più di un mese per Crave Media, è diventata un fenomeno globale nel giro di sei settimane, raccontando un contesto sportivo agonistico in cui una rivalità maschile si trasforma prima in attrazione fisica, poi in legame sentimentale.
Dalla fanfiction allo schermo
I più navigati staranno già pensando all’etichetta enemy to lovers, da rivali a innamorati: uno dei topoi (o tropes, a seconda del grado di indulgenza terminologica) che strutturano l’immaginario del sottogenere boys’ love. Heated Rivalry nasce infatti nel mondo delle storie da fan per fan: una fanfiction ripulita dei riferimenti a opere preesistenti e approdata nel circuito editoriale come romance M/M, ovvero letteratura sentimentale incentrata su una relazione tra due uomini.
Il passaggio delle fanfiction dalla libreria allo schermo è ormai un percorso consolidato: dagli antesignani Cinquanta sfumature di grigio e After ai più recenti L’idea di te e The Kissing Booth. Heated Rivalry è una conseguenza naturale di questa traiettoria, attingendo sia al bacino dei romance M/M pubblicati, sia a quello, sterminato, della produzione amatoriale online. La serie si basa su due romanzi della saga Game Changer di Rachel Reid, autrice canadese specializzata nel romance queer ambientato nel mondo dell’hockey, formatasi proprio nel mondo delle fanfiction. Il testo da cui deriva il terzo episodio infatti era in origine una fanfiction ambientata nell’hockey con protagonisti Captain America e Bucky Barnes.
Heated Rivalry nasce nel mondo delle storie da fan per fan: una fanfiction ripulita dei riferimenti a opere preesistenti e approdata nel circuito editoriale.
Se il sito di fanfiction che ospitava questa storia è stabilmente tra i cento più visitati al mondo, è lecito ipotizzare l’esistenza di un pubblico per trasposizioni di questo tipo. La vera domanda è perché un’industria dell’intrattenimento così affamata di storie già dotate di un seguito consolidato si sia limitata a tentativi timidi e sottofinanziati, incapaci di ambire a una risonanza internazionale.
Alla ricerca del desiderio
Verrebbe quasi da chiamare in causa la persistente misoginia di un’industria desiderosa dei soldi delle spettatrici, ma poco incline a investire davvero in prodotti per loro. Dopo il successo colossale di Barbie, il film “da ragazze” per antonomasia degli ultimi anni, non si sono visti tentativi convincenti di replicarne la formula. Nella commedia romantica tradizionale invece si continua a parlare di crisi, più per l’incapacità di intercettare storie in sintonia con il pubblico femminile che per una reale disaffezione. Infatti operazioni a budget contenuto e a guida femminile (Tutti tranne te, Material Love, gli adattamenti dei romanzi di Colleen Hoover) si sono rivelate hit silenziose, ignorate dai grandi nomi dell’intrattenimento ma sostenute dal pubblico.
Un pubblico che, da tempo, ha visto evolvere i propri gusti in modo largamente ignorato dal mainstream. Una parte delle consumatrici di storie sentimentali ha iniziato a privilegiare narrazioni con protagonisti maschili; in parallelo si è alzata l’asticella di esplicitazione sessuale nei contenuti consumati. Un fenomeno difficile da quantificare, data la natura in larga parte underground e amatoriale di questo ecosistema tutt’altro che uniforme: tra le lettrici più giovani, per esempio, si registra invece una crescente preferenza per storie che restino sul piano platonico.
Nel caso di Heated Rivalry, però, il successo passa proprio dagli intercorsi sessuali tra i protagonisti, presenti fin dal primo episodio e ricorrenti lungo tutta la serie. È plausibile che sia questo l’elemento distintivo rispetto a titoli rilevanti ma non esplosivi che l’hanno preceduta nel settore M/M: Heartstopper e Young Royals su Netflix, Rosso, bianco e sangue blu per Prime Video. Sono storie guidate soprattutto dal sentimento, in cui l’intimità resta a lungo rimandata.
È stato lo stesso showrunner Jacob Tierney a definire Heated Rivalry un premium smut. Premium perché, nei limiti produttivi di Crave, è un progetto realizzato con cura e professionalità. Smut perché il termine, nato nel mondo dei fandom, indica opere in cui i contenuti sessuali espliciti e dettagliati sono centrali, se non predominanti. Heated Rivalry una trama ce l’ha, ma ne rovescia lo sviluppo canonico: l’accesso passa dalla promessa di scene esplicite M/M, un fanservice su cui si indugia prima ancora che la psicologia dei personaggi emerga con chiarezza, per poi imporsi gradualmente al centro del racconto. Un meccanismo di efficacia quasi matematica: si entra attratti dall’esplicito, si resta per il crescendo emotivo, fino al compimento narrativo e sentimentale dei due episodi finali.
Commedia romantica 3.0.
Il risultato è un successo dai numeri impressionanti: la serie è diventata la più vista su HBO negli Stati Uniti, monopolizzando il dibattito social e l’attenzione dei media internazionali, pur restando in gran parte del mondo ancora inedita (Italia compresa, dove arriverà su HBO dal 13 febbraio). Nel giro di un mese e mezzo, i protagonisti Hudson Williams e Connor Storrie sono passati dal fare i camerieri a firmare con l’agenzia CAA, in un’ascesa al successo globale tanto rapida quanto ormai inusuale.
Heated Rivalry ha funzionato così bene da permettere, per la prima volta, a una storia sentimentale M/M nata nel fandom di oltrepassare nettamente il proprio pubblico di riferimento, raggiungendo anche spettatori estranei grazie al passaparola. Va però osservato come lo stesso pubblico di partenza sia oggi molto più ampio: la pandemia ha rappresentato uno spartiacque anche in questo ambito e, durante i lockdown, molte persone hanno scoperto queste produzioni, modificando la composizione demografica, geografica e anagrafica del fandom e innescando nuove dinamiche e frizioni.
A questo pubblico in netta prevalenza femminile – sia eterosessuale sia queer – va aggiunto quello queer maschile, accomunato da una persistente carenza di rappresentazione. In questo senso è difficile condividere fino in fondo il lungo essay di Jim Downs sul New York Times, che presenta la serie come “la nuova frontiera della cultura gay”, riferendosi in sostanza all’esperienza maschile messa in scena. Non tanto nell’esito (Heated Rivalry è già entrata con forza nell’immaginario queer nel suo complesso) quanto nella radice. La serie non è pensata esclusivamente per un pubblico queer, né ha come priorità esclusiva il racconto diretto della sua esperienza. È piuttosto la cronica mancanza di storie che mostrino uomini alle prese con i propri sentimenti in modo aperto, onesto ed emotivamente disponibile a spingere una parte del pubblico queer maschile ad accogliere e fare proprio un romance concepito da donne per donne, eterosessuali e queer, la cui finalità primaria resta l’intrattenimento.
Heated Rivalry resta infatti smut, seppure premium, e intorno a lei si produce un ricorrente cortocircuito critico: viene celebrata come la serie dell’anno nonostante i dialoghi non sempre impeccabili e le soluzioni tecniche talvolta poco rifinite. Da un lato, si rivendica il forte trasporto emotivo che suscita, l’identificazione nelle esperienze di protagonisti chiamati a fare i conti con la propria emotività; a contenerla, nasconderla e infine rivelarla. Dall’altro se ne celebra la certezza di fondo che la serie offre come premessa: nonostante gli ostacoli, sarà l’amore a trionfare. Heated Rivalry è insomma una commedia romantica del nuovo secolo con tutti i meccanismi fondativi del genere: ciò che potrebbe farsi drammatico scivola nel melodrammatico, i contesti sono insieme riconoscibili e seducenti nella loro confezione lussuosa, e la priorità non è il racconto del reale, ma il piacere che deriva dalla sua idealizzazione verosimile.
Heated Rivalry è un premium smut. Premium perché è un progetto realizzato con cura e professionalità. Smut perché il termine, nato nel mondo dei fandom, indica opere in cui i contenuti sessuali espliciti e dettagliati sono centrali, se non predominanti.
Così l’hockey resta poco più di un pretesto: gli atleti sono olimpici soprattutto nei glutei scolpiti e nelle case di lusso, molto meno nelle dinamiche da spogliatoio (dove non si vede mai un allenatore, un preparatore atletico o una strategia di gioco appuntata da qualche parte). È la naturale evoluzione della libraia di cui si innamora il milionario di passaggio: non a caso l’altra coppia gay della serie include un personaggio che lavora in un caffè, topos diffusissimo nelle fanfiction, quello degli universi alternativi in cui personaggi noti fanno i baristi. Le coffeeshop AU sono, in fondo, il pinnacolo del romanticismo dell’era fandom.
Heated Rivalry è la prima rom-com davvero in sintonia con l’evoluzione recente del genere a raggiungere il pubblico femminile mainstream, anche oltre i confini del fandom. Al tempo stesso intercetta un pubblico queer a lungo penalizzato da un panorama in cui le alternative erano quasi esclusivamente prodotti autoriali (quindi spesso drammatici) oppure titoli mainstream che offrivano una qualche forma di rappresentazione che però rimaneva minima, stereotipata o moraleggiante.
Il segreto del suo successo sta nell’aver offerto una storia sentimentale aderente ai trend contemporanei, realizzata con passione e con una comprensione puntuale dei desideri delle sue consumatrici, intercettando prima il pubblico queer trasversale e poi quello generalista. Heated Rivalry si muove in un territorio sostanzialmente ancora inesplorato e senza competizione. Non per mancanza di segnali, ma per l’inerzia di un’industria che non ha mai davvero tentato di costruire un progetto produttivo solido e mirato in questa direzione. Resta da capire se, come spesso accade alle commedie romantiche di successo, riuscirà davvero a convincere chi di dovere a prendere sul serio, in modo strutturale e duraturo, i gusti del pubblico femminile.
Elisa Giudici
Scrive di tutto quello che passa su piccolo e grande schermo e in libreria per Rivista Studio, Rockol, Tiscali Gamesurf e The Film Experience.
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