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Quando la serialità nobilita il guilty pleasure

Tra gli effetti di Netflix e del non lineare, c’è l’improvvisa valutazione positiva che circonda generi prima considerati minori e banali. È facile: basta far finta che siano serie.

Serialità non equivale più solo a fiction: fra le produzioni più popolari degli ultimi anni, infatti, troviamo anche numerose declinazioni di non-scripted, che passano da riempitivi di palinsesto a basso costo a produzioni di valore su cui puntare nel contesto dei ricchi cataloghi delle piattaforme digitali. Come si è arrivati a questo cambio nella percezione dei generi solitamente etichettati come guilty pleasure?

I guilty pleasure, i programmi che non vogliamo ammettere di vedere, ma ci piace guardare. All’estremo opposto delle serie di prestigio, i guilty pleasure non fanno fare una bella figura in società. Ma hanno fatto la fortuna delle industrie dell’intrattenimento. In tv, rientrano in questa categoria telenovela, soap opera, crime show, reality e factual di vario genere. Tutti generi a cui la tv via cavo americana ha dedicato interi canali (seguita poi anche dall’Italia, con il digitale terrestre). Curiosamente, fra i cambiamenti dello scenario contemporaneo, notiamo un’inversione di rotta per alcuni di questi generi: se infatti oggi pensiamo al true crime, al lifestyle, ai cooking show, non pensiamo solo a una tendenza ormai debordante, ma anche a veri fenomeni che è accettabile discutere in società. Anzi, diventa quasi un imperativo, visto che tutti ne parlano. Ancora una volta, al centro di questo cambiamento troviamo la nuova serialità.

Il piacere del crimine

Fra il 2004 e il 2005, su Canal+ (Francia), Bbc Four (UK) e Sundance Channel (USA) va onda la miniserie The Staircase, in cui il regista Jean-Xavier de Lestrade documenta il processo allo scrittore Michael Peterson, accusato di avere ucciso la moglie. Vista l’attenzione riservata alla produzione, seppur moderata, fra il 2012 e il 2013 Lestrade gira un sequel di altre due ore sui nuovi sviluppi del caso. Nel 2018, Netflix acquisisce i diritti di tutti gli episodi e ne commissiona altri tre, rendendo il tutto disponibile in un’unica stagione come Netflix Original. In piena true crime Renaissance, la mossa di Netflix è emblematica del successo rampante del genere, che fino a un decennio fa era relegato a canali tematici di scarsa considerazione critica come TruTV e Investigation Discovery. Neanche a dirlo, Hbo ha giocato un ruolo importante nella sua legittimazione, attaccando l’etichetta alla docuserie The Jinx. The Life and Deaths of Robert Durst (2015), realizzata con tutte le caratteristiche delle serie di qualità – e, come tale, anche presentata e percepita. Qui, la presenza di un solo regista, come nel caso The Staircase, introduce la figura autoriale anche nel true crime

Se oggi pensiamo al true crime, al lifestyle, ai cooking show, non pensiamo solo a una tendenza ormai debordante, ma anche a veri fenomeni che è accettabile discutere in società. Anzi, diventa quasi un imperativo, visto che tutti ne parlano.

Aggiungendo anche Making a Murderer (Netflix, 2015-) alla lista, vediamo come ci sia anche una sorta di mandato sociale che stimola discussioni e riflessioni. Making a Murderer, infatti, porta in primo piano i malfunzionamenti del sistema giudiziario americano, guardando al contesto sociale e politico dei crimini e interrogandosi sulla possibilità di una reale giustizia. Sono messaggi che nobilitano le produzioni, conferendo alle narrazioni una portata anche simbolica che sembra legittimare il voyerismo comunque alla base del loro successo. Non va trascurato anche l’effetto più commerciale dei true crime, che si realizza nell’engagement e nel passaparola del pubblico. Le narrazioni immersive, dettagliate e slow-burn caratteristiche della serialità di qualità sono alla base di questi racconti e manipolano le emozioni dello spettatore, costringendolo a prendere posizione sul caso e stimolandone la condivisione. La veridicità garantita dall’etichetta produttiva e dal formato/stile documentaristico si mescola quindi alla più semplice curiosità morbosa, soprattutto per casi già noti. I casi fanno infatti riferimento a un passato recente, che lo spettatore ha vissuto o ricorda perché entrato nella storia, con la ripresa di casi sensazionalistici che hanno iniziato a definire il genere già a partire dagli anni Ottanta e Novanta – Ted Bundy, il caso di JonBenét Ramsey, O. J. Simpson, Lorena Bobbit…

La filosofia del lifestyle

Fra la casalinga-cuoca (a tratti un po’ pasticciona) e gli aspiranti chef di Masterchef, di mezzo ci passano production value, etichette di prestigio, nuovi posizionamenti in palinsesto, target upscale. Ma c’è persino un estremo successivo alla nobilitazione della cucina in televisione portata da Masterchef, quello di programmi come Chef’s Table (Netflix, 2015). Nel formato della docuserie, Chef’s Table è l’incursione di Netflix nel cooking show, trasformandolo in una produzione d’autore (David Gelb) in cui ogni puntata è incentrata su uno chef come artista del cibo, sulla sua personalità espressa attraverso i suoi piatti, sulla cucina, insomma, come arte ed espressione di una meditazione creativa. Al di là del contest, della replica a casa dei piatti, dei trend culinari, il cooking show diventa un documentario di qualità sulla filosofia degli chef/artisti. Filosofia diventa infatti la parola-chiave per questi show. 

Un altro esempio emblematico è Tidying Up With Marie Kondo (Netflix, 2019-), la versione secondo Netflix del makeover con l’esperto. Marie Kondo, guru conosciuta più che altro grazie a un piccolo caso letterario (The Life-Changing Magic of Tidying Up. The Japanese Art, 2014) e tanti account Instagram che replicano il suo lavoro, diventa star e meme grazie alla filosofia di riordino e pulizia “se non dà gioia, butta”. Il suo makeover minimalista delle case americane è incorniciato nella filosofia e nell’arte giapponese del riordino, accentuando anche un consumismo attento e accorto che non spreca, ma si riduce all’essenziale. Marie Kondo diventa un personaggio, un’esperta che incarna saggezza, esperienza ma anche gioia materiale, coniugando spiritualità, coscienza green e gusto estetico dal sapore consumista. 

Se il riordino può comunque risultare ostico per alcuni, la filosofia si fa più popolare con la rappresentazione avventurosa di grandi passioni, come quella per i motori di Jeremy Clarkson, Richard Hammond, James May. Dal 2016 su Amazon Video, The Grand Tour recensisce auto, discute di motori, mostra gare automobilistiche e sfide su quattro ruote. La serie parte già con una certa fama grazie alla presenza degli ex conduttori di Top Gear. L’aura di politically incorrect ammanta il nuovo show, che soddisfa i fan di vecchia data e ne attira di nuovi con un look da blockbuster hollywoodiano. Qui, la lifestyle television si fa mascolina e abbraccia la passione per le auto come filosofia di vita.

La portata politico-sociale del feel-good

Nel 2003, sul canale via cavo Bravo, lo show Queer Eye si dimostrava audace per la sua sola esistenza, lottando per rappresentazione e tolleranza: cinque uomini gay (i “fab five”) esperti di moda, stile, cura personale, interior design e cultura mettono in atto un makeover per un (solitamente) uomo eterosessuale. Oggi, nell’era dell’empowerment e del disinnesco della mascolinità tossica, il reboot Netflix dello show porta avanti un mandato politico, pur mantenendo la sua anima feel-good con buoni sentimenti e tanta commozione. Passiamo infatti dalla gay-friendly New York City allo stato della Georgia, dove si lotta per l’accettazione, in piena amministrazione Trump, con il motto: “turning red states pink, one makeover at a time”. Allo stesso tempo, i fab five trattano anche questioni personali, rivelando la loro umanità e aumentando l’identificazione e l’attaccamento del pubblico. 

Uscito sull’onda della sensazione di liberazione portata dall’amministrazione Obama, RuPaul’s Drag Race acquisisce oggi, nella presidenza Trump, una portata quasi rivoluzionaria, di sfida alle convezioni conservatrici con un messaggio di amore e gioia universali. Il tutto incarnato dal personaggio di RuPaul stesso, celebrity di culto portatrice di valori politici e sociali positivi.

Se Queer Eye rimane perlopiù un fenomeno di nicchia, almeno a livello internazionale, il caso di RuPaul porta invece questo tipo show alla ribalta globale. RuPaul’s Drag Race (Logo, 2009-16; VH1, 2017) tiene al centro la dirompente personalità della drag queen RuPaul in un contest per cercare “America’s Next Drag Superstar”. Al di là del format, tipico del talent/reality contest show, il valore culturale del programma sta nell’unione camp e glam dell’immaginario drag a messaggi sociali importanti e fortemente contemporanei. Uscito sull’onda della sensazione di liberazione portata dall’amministrazione Obama, RuPaul’s Drag Race acquisisce oggi, nella presidenza Trump, una portata quasi rivoluzionaria, di sfida alle convezioni conservatrici con un messaggio di amore e gioia universali. Il tutto incarnato dal personaggio di RuPaul stesso, celebrity di culto portatrice di valori politici e sociali positivi. Perché l’intrattenimento feel-good di RuPaul’s Drag Race è più di una messa in scena: è un messaggio.

Oltre il guilty pleasure

Gli elementi della quality tv hanno contaminato i generi dalla serie B alla Z, legittimandoli e nobilitandoli. Funziona l’etichetta: un true crime di Hbo ha naturalmente una reputazione migliore rispetto a uno di TruTV. Sono anche adottati tropi estetico-narrativi propri della serialità di qualità, come la narrazione slow-burn, la promozione di personalità autoriali e artistiche, l’esaltazione della libertà creativa, gli alti production values, lo stimolo alle riflessioni, il richiamo a valori sociali e politici progressisti. Questo però non aliena il grande pubblico, in quanto le produzioni continuano a fare leva sui sentimenti e sulle emozioni più basilari, sull’identificazione, l’empatia, la commozione. Stimolano la condivisione, i discorsi sociali e quindi il passaparola. Il guilty pleasure non è più colpevole se è condiviso.



Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (Vita e Pensiero, 2012), Palinsesto (Laterza, 2015) e La sitcom (Carocci, 2020), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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Paola Brembilla

Ricercatrice t.d. presso l'Università di Bologna, dove insegna Teoria e tecnica dei nuovi media. Ha scritto It's All Connected. L'evoluzione delle serie TV statunitensi (Franco Angeli, Milano 2018) e Game of Strategy (con E. Mollona, Giappichelli, Torino 2015).

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