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OnlyFans spiegato a vostra madre

Alcuni l’hanno scoperto in pandemia. Altri con l’annuncio, poi presto ritirato, di rimuovere quei nudi e quella pornografia al centro del suo business. Ma dietro a questa piattaforma c’è molto di più.

All’inizio di novembre 2021, Denis Dosio, ventenne già youtuber, già stella dei social, già opinionista di Barbara D’Urso, già concorrente del Grande Fratello Vip, già cantante, ha fatto parlare ulteriormente di sé in maniera piuttosto particolare: si è infilato delle patatine fritte nel sedere. Ma non lo ha fatto a caso, diciamo: l’ha fatto sul suo profilo OnlyFans. Ebbene sì, perché a un anno dalla sua esclusione dal reality di Canale 5 (aveva – forse – bestemmiato), il ragazzo, non pago delle polemiche che lo riguardano (da ultimo soprattutto per le sue posizioni contro il Green pass), ha deciso di aprire un profilo sulla piattaforma più chiacchierata del momento. 

Contenuti ad hoc

Dosio non è l’unica stella nostrana che ha voluto farsi strada sul sito che permette agli utenti di pagare una quota mensile per seguire i propri idoli accedendo a contenuti esclusivamente pensati per loro, pubblico pagante. Ci sono soubrette come Annalisa Mosetti, sportivi come il campione di trial Paolo Patrizi, e anche attrici hard come Malena o Valentina Nappi. Perché in effetti OnlyFans è spesso un territorio franco per contenuti per adulti, protetti dalla sicurezza e dell’anonimato del paywall. Tra i tanti creator nostrani del sito c’era anche Ciro Di Maio, ex Carramba boy, poi conduttore di programmi di viaggi, e da ultimo al centro di una vicenda giudiziaria legata a quella che i giornali del nostro Paese chiamano sbrigativamente “droga dello stupro”.

Insomma, il quadro italiano di OnlyFans non sembra dei più edificanti. In realtà si tratta di una realtà internazionale che ha conosciuto negli ultimi anni un successo strepitoso e la cui conoscenza, al di là di giudizi superficiali e sommari, ci aiuta a comprendere più in generale i meccanismi contemporanei della produzione di contenuti. OnlyFans è nato a Londra nel novembre 2016 come piattaforma in abbonamento: creator di qualsiasi tipo possono aprire un profilo e permettere così ai propri “fan” di fruire di foto, video e altre produzioni in esclusiva, previo un abbonamento mensile, o altre funzioni come le cosiddette tips (somme di denaro una tantum) o la pay per view del singolo contenuto. Sebbene nel tempo l’accesso vincolato al pagamento abbia reso il servizio un terreno fertile in primis per i sex worker, ci si può trovare di tutto: chef, esperti di videogiochi, maestri del bricolage, personal trainer.

Non mancano le star internazionali: la rapper Cardi B, per esempio, pare guadagnare 8 milioni di dollari al mese nonostante sulla sua pagina abbia caricato solo 6 post, principalmente video dietro le quinte del suo lavoro. Bella Thorne, l’attrice e modella oggi fidanzata con Benjamin Mascolo dei furono Benji & Fede, è stata la prima creator di OnlyFans a guadagnare un milione di dollari in sole 24 ore, salvo poi attirare critiche perché i nudes che prometteva agli abbonati erano foto in lingerie. C’è poi il controverso musicista Chris Brown, anche lui oggetto di qualche polemica per i contributi deludenti (leggi: non sufficientemente osé) che i suoi paganti a 20 dollari al mese si aspettavano.

Esibizioni musicali, fitness, sesso: che cos’hanno in comune? Sono tutte attività legate a una socialità dal vivo che la pandemia ha drasticamente ridotto. Gli orfani di queste occasioni live si sono rifugiati in massa su OnlyFans, che è stata una manna soprattutto per i performer, e tra questi in particolare per una speciale categoria: i sex worker. Complici le molte astinenze globali imposte dal coronavirus, OnlyFans è divenuto l’eldorado di una nuova frontiera della fruizione pornografica.

La galassia di OnlyFans però racchiude qualsiasi cosa e contribuisce a creare celebrità del web a pieno titolo: Coach Jane, per esempio, è una personal trainer e sollevatrice di pesi australiana che ha creato un impero grazie ai suoi workout virtuali, rigorosamente a pagamento; Melissa Keklak è una manager musicale che dispensa consulenze e consigli di carriera a musicisti in erba; lo chef Joseph Saady, conosciuto come Grandmasterchefjojo, offre ricette e dritte culinarie, mentre Chameleon Kandy è una make up artist in grado di trasformazioni straordinarie, che valgono il prezzo del biglietto mensile. Come loro, in ogni angolo del pianeta nascono piccole o grandi star di OnlyFans, immerse in un fenomeno sempre più in crescita: il sito è arrivato negli ultimi tempi a 2 milioni di creatori di contenuti, a fronte di 130 milioni di utenti attivi (e paganti), con guadagni che nel 2020 hanno toccato i 2,7 miliardi di dollari (su ogni incasso dei creator OnlyFans trattiene una commissione del 20%).

Boom pandemico

Il 2020 è stato appunto l’anno del boom della piattaforma, passata dai 7,5 milioni di utenti a fine 2019 agli oltre 85 milioni dodici mesi dopo. Esibizioni musicali, fitness, sesso: che cos’hanno in comune? Sono tutte attività legate a una socialità dal vivo che la pandemia ha drasticamente ridotto. Gli orfani di queste occasioni live si sono rifugiati in massa su OnlyFans, che è stata una manna soprattutto per i performer, e tra questi in particolare per una speciale categoria: i sex worker. Complice il ban messo da Tumblr sui contenuti sessuali nel 2018, e ancora di più poi complici le molte astinenze globali imposte dal coronavirus, OnlyFans è divenuto l’eldorado di una nuova frontiera della fruizione pornografica. 

A fronte della sovrabbondanza di contenuti gratuiti su portali tipo PornHub, sempre più mainstream, massificati e in sostanza già visti, OnlyFans offre agli appassionati dell’hard una dimensione premium: c’è un senso di vicinanza e intimità con i o le performer, che in qualche modo si concedono a “pochi eletti”, e poi c’è la possibilità di interagire direttamente con loro, spesso facendo anche richieste di dediche o personalizzazioni; in più c’è accesso a una miriade di sottoculture particolari, dai kink più sfrenati agli abbigliamenti sexy-nipponici in salsa kawaii, passando per i furry (quelli che si vestono e/o si sentono attratti da animali antropomorfi). Ci sono i classici gay for pay – uomini eterosessuali che, consci della stragrande maggioranza gay del proprio pubblico, non hanno remore a sperimentare – e anche varie sfumature di grigio: paradossalmente i “bravi ragazzi” o le “brave ragazze” che non svelano tutto esplicitamente ma regalano foto ammiccanti e vedo-non-vedo possono guadagnare di più proprio per questo strano sentore di intimità virtuale appena svelata, mai troppo sfacciata.

La pervasività del porno via OnlyFans è diventato una specie di fenomeno di costume che si è espanso a colonizzare altri canali social. In una specie di indotto comunicativo, molti performer sessuali hanno aperto profili Instagram per fare pubblicità speculare ai propri profili a pagamento, e ancora di più su Twitter (dove è consentito pubblicare foto e video osé, quindi è più facile fare attività di teasing): una semplice ricerca della sigla OF che accompagna i nickname di un numero spropositato di utenti permette di capire l’entità dei numeri di cui si parla. Un trend che non conosce confini, andando dal mondo degli attori porno tout court (che arrotondano soprattutto quando i set sono chiusi) alle drag queen che in molti casi fondono arte del travestimento e vere e proprie performance per adulti, passando per estremi paradossali, come quei detenuti messicani che, per pagarsi gli extra in carcere, si riprendevano in atti sessuali con telefonini di contrabbando e pubblicavano tutto su OnlyFans.

Mosse incaute

Ma questo enorme luna park sessuale ha rischiato di spegnere le sue lucine: nell’agosto 2021, infatti, OnlyFans aveva annunciato che a partire da ottobre sarebbe stata bandita sulla piattaforma la pubblicazione di ogni tipo di contenuto vietato ai minori. La motivazione ufficiale era che, per mantenere una sostenibilità a lungo termine della piattaforma, soprattutto agli occhi di investitori e banche, era necessario posizionarsi su un profilo valoriale più rispettabile. Le prime comunicazioni assicuravano che la nudità non sarebbe scomparsa del tutto, ma sarebbe stata comunque fortemente limitata da nuove e più stringenti linee guida. Nel giro di poche ore la decisione è stata oggetto di pesanti critiche, soprattutto da parte di quei sex worker che avevano costruito sul sito una parte consistente se non totale dei propri introiti.

Il backlash su questa mossa è stato praticamente universale: i diretti interessati hanno cercato subito di trasmigrare su piattaforme analoghe, ma ancora troppo poco conosciute per garantire lo stesso bacino d’utenza (e analoghi ricavi); nel frattempo gli attivisti contestavano la decisione di smantellare quello che in sostanza era diventato un tempio della sex positivity. Perché a fianco dell’ovvio business, OnlyFans ha rappresentato negli ultimi anni anche un esempio di come si possano ospitare innumerevoli culture sessuali e dare uno spazio sicuro e protetto a chi vuole utilizzare il proprio corpo come strumento di lavoro, senza per forza esporsi a rischi fisici o tossicità social. Molti hanno fatto notare come i più colpiti dal cambio di rotta sarebbero stati i sex performer queer e transgender, i più esposti nella vita reale ad azioni di discriminazione, bullismo e violenza. 

A fianco dell’ovvio business, OnlyFans ha rappresentato negli ultimi anni anche un esempio di come si possano ospitare innumerevoli culture sessuali e dare uno spazio sicuro e protetto a chi vuole utilizzare il corpo come strumento di lavoro, senza per forza esporsi a rischi fisici o tossicità social.

Non che di per sé OnlyFans fosse il migliore dei mondi possibili: in precedenza molti sex worker avevano denunciato la censura crescente dei filtri automatici su titoli e descrizioni testuali, che bloccavano certe parole determinandole inadeguate. O ancora c’era chi si lamentava dell’insistenza di alcuni troll o dell’eventualità di leak di contenuti: d’altronde una piattaforma nata non espressamente per fini sessuali non aveva valutato da subito tutte le implicazioni di una sua evoluzione di questo tipo. A ogni modo, sarà stata l’ampiezza delle polemiche o anche lo spettro del già citato fallimento di Tumblr (decaduto proprio dopo la decisione di rimuovere ogni contenuto pruriginoso), ma presto è arrivato il contrordine: dopo appena sei giorni, OnlyFans ha ritirato la decisione di eliminare il porno.

La terra dei contrasti

Eventualità di ban a parte, OnlyFans rimane la terra virtuale dei contrasti. Sul fronte dei performer sessuali, e in particolare delle performer, si consuma il solito annoso dilemma: guadagnare sul proprio corpo è l’ennesima espressione di uno sfruttamento autoimposto da una società voyeuristica e sessuomane o la forma ultima di una liberazione erotica e di autodeterminazione? (Le numerose testimonianze che si leggono online sembrerebbero propendere per quest’ultima ipotesi). C’è anche poi l’esercito dei cosiddetti non-porn, i creator che non pubblicano hard ma si trovano sospesi in un limbo: da una parte godono dell’esposizione e del traffico consistente, in gran parte generato da chi arriva sulla piattaforma per i contenuti licenziosi, dall’altro soffrono di uno stigma che in qualche modo svilisce le loro attività. “Ah ma allora fai porno?”, è chiesto in continuazione a chi invece mostra a pagamento come preparare cupcake unicorno, fare gli affondi bulgari o sbloccare l’ultima skin di League of Legends.

Riuscendo a superare un certo stigma o certi pregiudizi, però, OnlyFans può diventare uno strumento dalle potenzialità inestimabili e per certi versi inedite. Lo sa bene l’Ufficio del turismo di Vienna, che di recente ha aperto un profilo proprio su questo sito: la decisione, piuttosto originale, è stata quella di sfruttare uno strumento di grande hype per promuovere i musei della capitale austriaca. Il veicolo principale sono ancora una volta i nudi, ma stavolta nudi d’artista. La riflessione nasce dal fatto che sui social più mainstream, tipo Facebook o Instagram, la nudità è sempre più censurata, paradossalmente anche quella rappresentata in quadri o statue. Il movimento #FreeTheNipple non è riuscito ad aiutare neanche i grandi capolavori, e a Vienna hanno trovato questo escamotage di grande effetto comunicativo per parlare di Egon Schiele e altri simili maestri della storia dell’arte.

È interessante dunque che un esperimento di questo tipo su OnlyFans diventi in qualche modo un discorso ben più generale sulla censura e la libertà d’espressione sui social. E appunto i profili OF, astraendoli dai loro contenuti più o meno piccanti, più o meno giudicabili, ci parlano anche di questo. In un’epoca di immersione digitale, l’esposizione gratuita e mainstream dei nostri contenuti (foto, video ecc.) è estremamente libera e al contempo pesantemente vincolata da una serie di limiti: privacy, linee guida, cessione dei dati, riproducibilità incontrollata. Su OnlyFans si sperimenta un modello in cui la produzione dei contenuti è rigorosamente riconosciuta, pagata, attribuita ai propri autori e in qualche modo tutelata dall’assalto in massa di utenti, commentatori, plagiatori. In un certo senso OnlyFans è il social più nuovo e insieme più tradizionale che ci sia, con i meccanismi di controllo autoriale e i pubblici di nicchia tipici di media del passato. Il fatto che vi proliferi il porno ci impedisce solo di giudicarlo con più lucidità e capire che è proprio su questi fattori essenziali – il diritto d’autore e la remunerazione della produzione culturale – che ci si giocherà una parte importante del futuro della cultura digitale.


Paolo Armelli

Laureato in Lettere Moderne, prestato alla pubblicità, scrive online di libri, moda, media e altre amenità. Ha un blog (liberlist.it).

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