immagine di copertina per articolo Prigionieri del pubblico
Società

Prigionieri del pubblico

In un sistema dove attenzione e successo dipendono dal favore del pubblico, le regole della creazione si piegano per soddisfare le aspettative dell’audience. Una teoria nata su Twitter racconta il paradosso di una cultura che si plasma attorno al consenso.

Ci sono domande che una persona sana di mente è obbligata a porsi una volta ogni sei mesi. Per esempio, sarebbe stato tanto male se qualcuno avesse dato a Steve Bannon i fondi necessari a produrre la sua sceneggiatura fanta-trash sull’antica Roma trasportata a Los Angeles nel bel mezzo di una rivolta a sfondo razziale (era un libero adattamento di Coriolano), invece di avere lo stesso Steve Bannon che abbandona il mondo del cinema per buttarsi in politica con la scusa che “Hollywood è in mano alla sinistra”? Oppure: quanto antisemita doveva essere un acclamato autore letterario francese degli anni Novanta per arrivare a perdere il proprio editore, prima, e poi stabilire che era giunta l’ora di passare alla vendetta, inventandosi lui di sana pianta la teoria complottista che porta il nome di grande sostituzione, teoria abbracciata da un tale numero di content creator in lingua inglese – a partire dal Canada – che oggi siamo arrivati a vedere influencer di estrema destra impegnati a filmare se stessi mentre visitano le prigioni di El Salvador? Oppure: chi diavolo ha mai tenuto a battesimo il concetto di audience capture e la definizione di massima che tutti ripetono passivamente dal 2018 come fosse una legge della fisica, e perché mai a tenere a battesimo il concetto è stato un tizio su Twitter?

Come nasce un’auto-teoria

Parlare di audience capture – l’essere ridotti a ostaggio del proprio pubblico – vorrebbe illuminare un rischio potenziale per chiunque desideri coltivarsi un pubblico, ma non abbia la lucidità del dire a se stesso “il mio pubblico attuale da me vuole cose che non voglio dargli” (avanti veloce: più cattiveria, più sarcasmo, più spietatezza nello smontare gli avversari). Si tratterebbe di un ciclo di feedback per cui potrebbero essere gli occasionali spettatori o ascoltatori a imporre le loro priorità a una personalità pubblica, oppure, viceversa, quella personalità potrebbe affrettarsi ad andare incontro ai presunti desideri degli spettatori o degli ascoltatori in via anticipatoria.

Dietro al concetto non c’è nessuno studio accademico rigoroso, ma non c’è nemmeno un piccolo paper armato di buona volontà. C’è stato un uomo che un giorno ci ha pensato e l’ha detto, allora quell’uomo l’ha ripetuto a oltranza, e poi hanno cominciato a parlarne anche gli altri. Una forma di contagio sociale, dunque, nata dal presupposto che il primo portavoce era un ex accademico, un personaggio a cui si attribuiva una certa dose di autorevolezza a priori.

Fai una cosa che attira attenzione, ti ritrovi con un pubblico molto vocale nel dirti “bravo, mi sei piaciuto”, capisci che quel pubblico sta lì soltanto perché tu stai facendo la cosa che loro già volevano. E il minuto in cui tu non produci quella stessa identica cosa, il tuo pubblico non soltanto ti molla, ma si arrabbia moltissimo perché tu non sei quello che loro pensavano tu fossi.

In teoria, il signor Eric Weinstein insisteva sull’idea della audience capture perché era preoccupato al pensiero di farsi dettare la linea – perciò la visione del mondo – da un pubblico di sconosciuti che era stato il traffico a portare al suo profilo personale su Twitter. Weinstein nell’anno 2018 si stava adoperando per diventare più famoso grazie al suo appartenere (insieme al fratello Bret) a un gruppo di individui denominati da lui stesso Intellectual Dark Web: commentatori o accademici che usavano in maniera massiccia la loro presenza digitale (dai profili sui principali social network all’utilizzo di canali alternativi quali podcast e YouTube) per ricavarsi uno spazio rispetto alla reale o presunta censura nei loro confronti da parte del circuito dei media tradizionali. Erano personalità accomunate da un forte risentimento per non essersi fatte ancora più strada nei rispettivi ambiti lavorativi, e che si erano, ai tempi, travestite da outsider chic, portando avanti uno schema eterodosso di pensiero critico che in alcuni casi nasceva da un sincero disagio intellettuale ma alla fine, gira gira, si riassumeva in una costellazione di slogan ripetuti come parole-chiave: “cultural Marxism”, “non si può più dire niente”, “diversità forzata”, “woke mob”, “dittatura del politicamente corretto”. In breve: tutte queste parole sono dei feel, concetti che possono suonare invitanti, ma sviluppati in assenza di grandi data, grandi batterie di informazioni verificabili a sostenere la colonna vertebrale di una simile nebbia.

Al massimo, quindi, anche la audience capture sarebbe un esempio di auto-teoria – divertente, come speculazione, ma non provata da nessuno studio sistematico sul campo. La formula però ha preso piede nel momento in cui è stata usata da moltissimi individui diversi, perché ha punto sul vivo tanti soggetti che non potevano essere più lontani tra loro per valori dichiarati, militanza, estetica e vocazione nonché fortuna professionale. (Ne ha parlato moltissimo un video-giocatore diventato streamer liberale – Destiny – che non si è mai chiarito fino a quale punto avesse capito cosa stava dicendo o se invece stava ripetendo quello che qualche fedele spettatore gli suggeriva tramite chat.) Il trait d’union di questi soggetti, l’avere un minimo seguito online. Il risultato istintivo è stato l’ammettere l’esistenza della audience capture, di norma per prenderne le distanze: loro non sono ostaggio del pubblico (sottinteso: per adesso), ma sono un po’ sempre a rischio di diventarlo se non utilizzano gli opportuni strumenti per proteggere e delimitare il loro campo d’azione – evitando, almeno a parole, di farsi riscrivere dal pubblico.

Se mi deludi ti cancello

Un piccolo fondo di verità, per esistere, esiste. Un artista ha sempre corso il lieve rischio di diventare ostaggio del proprio mecenate, di un meccanismo distributivo o di un management poco limpido che non aveva a cuore il suo benessere. (Certo non tutti gli artisti sono davvero piombati nella voragine del non potersi sbarazzare di un vincolo contrattuale; per un Prince con la parola slave disegnata sulla guancia, sono esistiti migliaia di musicisti che hanno silenziosamente tagliato i ponti con i loro intermediari.) E la dinamica doveva già risultare lievemente familiare a chiunque avesse avuto una prima carriera con le radici nei mass media tradizionali.

In effetti la dinamica era già parte integrante del canone: fai una cosa che attira più attenzione della tua media, ti ritrovi con un pubblico molto vocale nel dirti “bravo, mi sei piaciuto”, capisci o dovresti capire che quel pubblico non sta lì per la bontà delle tue idee e nemmeno tanto per la funzionalità della tua dramatis persona, ma solo e soltanto perché tu stai facendo la cosa che loro già volevano, e che per qualche ragione adesso loro hanno trovato. E il minuto in cui tu non produci quella stessa identica cosa (una critica, un’imitazione, uno scherzo, una battuta crudele), il tuo pubblico ti molla – o meglio: non soltanto il tuo pubblico ti molla, ma si arrabbia moltissimo con te perché tu non sei quello che loro pensavano tu fossi.

Non è andata così, ma YouTube avrebbe dovuto essere il canarino nella miniera collettiva. Uno youtuber celebre prima di altri – Ethan Klein – aveva fatto fortuna grazie ad alcuni video in cui prendeva in giro i passi falsi di altre personalità presenti sulla piattaforma, ed era stato poi smembrato dal suo pubblico del periodo quando aveva raccontato i suoi problemi di salute. Ma non è andata così, perché non è stato assimilato a dovere il fatto che la psiche profonda della persona media occidentale, priva di istruzioni sul come affrontare la realtà di una pratica artistica giorno dopo giorno, fosse drasticamente inadatta all’impatto della vita pubblica.

Per sviluppare una presenza pubblica servono una dose di recitazione (almeno di spirito performativo quanto basta per tirare avanti e sopportare di rivedere la propria faccia, riascoltare la propria voce) e una dose di pianificazione (saper tenere fede a un calendario, individuare i punti roventi per quanto riguarda la propria attività, organizzare i tempi delle uscite). Una presenza pubblica, per la doppia natura dell’attività pubblica intesa in questo senso, deve diventare una specie di wrestler. Deve imparare a cadere prendendo seggiolate sulla schiena, ma deve anche coreografare una routine con un sufficiente livello di autenticità. E questo discorso vale – mi viene da dire “da sempre” – per i professionisti della comunicazione politica.

Nell’episodio trasmesso il 30 gennaio del Michael Steele Podcast (uno show prodotto da Bulwark Media) due feroci critici dell’attuale economia dell’attenzione – il conduttore Michael Steele, ex pezzo grosso del Partito Repubblicano, e l’ospite di turno, Chris Hayes, autore e presentatore televisivo della rete MSNBC – si trovano comunque di pienissimo accordo nel ribadire che “procurarsi l’attenzione del pubblico” è un dovere per chiunque voglia avere un pubblico. Hayes dice che i suoi programmi tv in onda in fascia serale hanno l’obbligo di partire a mille – “ecco le ultime notizie bomba di cui dovete essere informati adesso” – mentre un suo programma tvin onda durante il fine settimana, che propone quasi le stesse notizie allo stesso pubblico di base, avrà davanti una platea di spettatori in modalità quasi opposta: più rilassati, più disponibili all’ascolto. Perché mai dovrebbe andare in maniera differente a chi non ha alle spalle una struttura aziendale grande o piccola, con una squadra di collaboratori?

La Règle du jeu

Le regole ormai sono le stesse. Direi che le conosciamo a memoria, ma può essere utile incrociare gli appunti. Qualunque “creatore di contenuti” abbia avuto un minimo di fortuna su una piattaforma come YouTube, ad esempio, dovrà riassumere il suo percorso in “tanta pazienza, tanta costanza, tanto inseguire l’onda di quanto in una certa settimana risultava popolare sulla piattaforma perché lo stavano facendo tutti”. (A volte abbiamo un resoconto contenuto in un video-tutorial puntuale del genere “ vi svelo i segreti della mia crescita”. Sono documenti, eh.)

Se un numero sempre maggiore di persone cerca di occupare uno spazio pubblico senza avere un centro di personalità nitido, con uno zoccolo duro di interessi genuini, allora un numero sempre maggiore di persone potrebbe, in teoria, venire catturato e riscritto dal proprio pubblico con due click e un “mi hai deluso”, allora questa teoria speculativa è destinata sì a verificarsi in un maggior numero di casi.

Perciò un archeologo del passato recente si troverà davanti a creatori gradevoli o diligenti che hanno avuto semplicemente, in italiano, la tigna di insistere fino a quando gliene è andata bene una. Ma prima di allora: imitazioni quando andavano di moda le imitazioni, video essay quando tiravano i video essay, listoni di “mai visto niente di peggio nel cinema da quando esiste il cinema”, top ten anime betrayals, scenette parodiche in entrata e in uscita per giustificare la recensione di un pacchetto di patatine. È quasi commovente, perché il processo mette davanti agli occhi del mondo intero tutti i lavori minori del pre-esordio che uno scrittore o un regista o un disegnatore col timbro “artista” ufficiale non ha mai reso pubblici o ha tentato furiosamente di scrostarsi via dal curriculum. Perché mai dovrebbe andare in maniera differente a chi invece di recensire il franchise di Halloween assegnando a ogni capitolo un punteggio da 0 a 10 teschietti infuocati si occupa della strategia comunicativa di un partito politico occidentale, oppure si occupa delle pagine social di un gruppo di attivisti occidentali, se entrambe queste realtà in primo luogo qui e ora sembrano essere delle media company prima di essere organismi responsabili delle proprie azioni sul tempo medio?

Le persone passano sempre più tempo da sole, senza parlare a voce alta con nessuno (siamo reduci dalla prima podcast election) – la pervasività dello streaming come mezzo non è stata inquadrata in tempo utile dai media tradizionali (almeno, da quanto ne resta), ma se non è stata correttamente inquadrata la potenza dello streaming come mezzo, non è stata nemmeno calcolata di striscio l’alterazione umana presente in chi si mette a trasmettere in streaming. Solo pochissimi hanno un’esperienza precedente di studio o lavoro nella recitazione, ancora meno hanno alle spalle una pratica di recitazione che pretende costanza e impone limiti severi. Milioni di streamer stanno imparando per tentativi. 

Se in fondo siamo sempre la primissima cosa che siamo stati (verosimile: suona verosimile), in base a questa logica io sono sempre una ragazzina che scrive per qualche giornale minore, e in seconda battuta sono una laureata in Storia del Cinema. Non posso non notare i paralleli tra la situazione e il momento in cui, una volta all’anno, compare sul grande schermo un oggetto della durata intorno ai novanta minuti che viene subito messo alla berlina, senza alcun criterio, viene additato come “la peggior cosa mai successa al cinema da quando esiste il cinema”, e in generale imputato di essere il frutto di una società alla deriva, quando non il sintomo di un problema più ampio.

Andando a ripercorrere la storia del passato recente – bastano gli ultimi trent’anni – in termini dell’accoglienza riservata a questi oggetti, e soprattutto della tempistica dell’accoglienza, si è quasi sempre scatenato un gran baccano a partire da oggetti in diversa misura “attesi” in virtù di un legame tra l’oggetto e una proprietà intellettuale precedente (adattamenti di libri, fumetti, giochi e IP popolari), oppure oggetti colpevoli di avere una persona considerata acerba o inesperta in un ruolo chiave (Glitter, le opere seconde, i film diretti da musicisti, il reboot di Ghostbusters con quattro attrici nelle parti principali), oppure oggetti chiacchierati perché durante la lavorazione non tutto era andato come auspicabile (Mariah Carey ricoverata per esaurimento due mesi prima dell’uscita di Glitter, Richard Stanley licenziato in tronco sul set dell’Isola perduta). Ora, gli oggetti in concreto possono magari essere definiti “così così”, magari “anonimi” o “impersonali”, in numerosi casi portano tracce evidenti di una lavorazione travagliata (dal rimontaggio affidato a una società esterna al reshoot con la parrucca di Samurai Cop piazzata in testa a un’attrice in chiara difficoltà), ma sono tutti stati lapidati con estrema velocità, perché in quel momento il trend andava appagato, e si stava già parlando tanto di quei film per ragioni negative. Nessuno qui e ora intende riabilitare Bright di David Ayer, a proposito dei capri espiatori collettivi di alcune stagioni fa, ma nessuno sembra ricordarlo per alcun motivo, buono o cattivo: la gente ha già rimosso persino Morbius. Tutti questi “peggiori film di sempre” sono stati a modo loro dei casi in miniatura di audience capture, casi oggi resi ancora più rapidi e più feroci dal bisogno di aggrapparsi a un oggetto-nemico per pubblicizzare di riflesso se stessi, e dagli incentivi socio-economici riservati a chi zompa sull’ondata per primo, mentre chi batte il circuito dei festival cinematografici anche collaterali sa benissimo (o dovrebbe capirlo al secondo giro) che la stanchezza, la fatica fisica, gli orari inadatti alla proiezione e una certa dose di energia male incanalata andranno a creare il classico buco di senso per cui un prodotto poco riuscito si trasforma in “mai visto niente di peggio” (Southland Tales, Cannes 2006).
Solo che adesso il “mai visto niente di peggio” è ovunque, non ha un epicentro in un luogo fisico dove sono scoppiate la rabbia e la frustrazione (Madame Web, 2024, ovunque), e l’oggetto nemico da lanciare in pasto a un traffico senza volto sperando di intercettare una frazione di traffico occasionale è diventato qualsiasi oggetto. Se un numero sempre maggiore di persone cerca di occupare uno spazio pubblico senza avere un centro di personalità nitido, con uno zoccolo duro di interessi genuini (le famose “passioni” che dovrebbero tenere su la passion economy e che sono da sempre fondamentali nel tenere alto il ritmo e la motivazione di una pratica), allora un numero sempre maggiore di persone potrebbe, in teoria, venire catturato e riscritto dal proprio pubblico con due click e un “mi hai deluso”, allora questa teoria speculativa è destinata sì a verificarsi in un maggior numero di casi. Perché, in assenza di un cuore pulsante di competenze reali, le persone si spostano dove si sposta la novità o il potere percepito. E se le persone si spostano dove si sposta la novità o il potere percepito, non avranno poi questo grande bagaglio di valori su cui capitalizzare per costruire (J.D. Vance, 2016; J.D. Vance, 2022; J.D. Vance, 2024 – …) E allora tutto ciò che può accadere, accade.


Violetta Bellocchio

Autrice di Il corpo non dimentica (2014), ha fatto parte di L’età della febbre (2015), Ma il mondo, non era di tutti? (2016), ha curato l'antologia Quello che hai amato (2015) e la traduzione italiana di The Art of Rivalry (2016). Ha collaborato a Rolling Stone, Vanity Fair, IL, Rivista Studio.

Vedi tutti gli articoli di Violetta Bellocchio

Leggi anche

immagine articolo Mistica dell’algoritmo
immagine articolo Ritorno a Beverly Hills
Anniversari seriali

Ritorno a Beverly Hills

immagine articolo Il confessionale comico-disfunzionale

Restiamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter di Link per restare aggiornato sulle nostre pubblicazioni e per ricevere contenuti esclusivi.