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Registi e Showrunner

Jordan Peele, US e Twilight Zone: pancia prima, cervello dopo

Il regista-autore del momento, le sue produzioni in uscita, le sue lotte politiche e una convinzione maturata da quando faceva il comico in tv: tutto passa dal genere, tutto.

A questo punto avete letto le recensioni, o, peggio, avete visto girare uno status lapidario che tenta di esprimere grandi sentimenti – lo schifo, la paura – senza lasciare a nessuno il tempo di digerire quanto appena visto. Per cui sapete che nell’arco delle stesse due settimane l’autore consacrato grande speranza del macro-genere Jordan Peele, un uomo che a quarant’anni ha al suo attivo un Oscar e un figlio molto piccolo, uno a cui nell’ultimo anno sono state affibbiate responsabilità che vanno dal dirigere la nuova versione di Akira al produrre un Candyman capace di mettere d’accordo giovani e vecchi, al traghettare gli Stati Uniti verso una rinnovata presidenza democratica dando lui per primo il buon esempio, lo stesso Jordan Peele sta promuovendo il suo secondo film per il cinema, Noi, accolto come la seconda venuta di Cristo ma insieme smontato a suon di osservazioni quali: sì, ma cosa ci sta davvero in fondo al tunnel?” (esisteranno già trenta video ending explained, segno che la metà degli spettatori non ha capito il finale); e intanto lo stesso, unico, Jordan Peele, senza tradire imbarazzi di sorta, sta facendo il conduttore, il nome di punta e il co-produttore dell’ultima versione televisiva di Ai confini della realtà, trasmessa su CBS All Access e accolta invece con quel miscuglio di silenzio e complimenti al coraggio che si può considerare la versione adulta della frase “abbiamo combattuto tutta la notte per tornare in questo posto di merda?”.

US e Twilight Zone

Jordan Peele è un comico. Le ragioni del suo essere stato posizionato dentro un nuovo Twilight Zone di cui, finora, ha firmato il soggetto di un episodio insieme ad altre due persone sono, stando ai produttori della serie, l’inattesa elezione di Donald Trump nel 2016 e l’ottima riuscita critica e commerciale di Scappa – Get Out. Il primo evento ha sciolto gli indugi sulla necessità di riproporre una vecchia formula consolidata, il secondo ha trasformato Peele in un simbolo di prestigio oltre che di successo; è andato a dormire da bravo attore che sapeva scrivere, si è svegliato personal brand industriale, garanzia che almeno uno lì dentro aveva studiato. Un nome. Quello che mancava. Sospendendo i giudizi di merito, sceneggiatori/realizzatori come Simon Kinberg e Marco Ramirez possono avere i conti in ordine ma sono professionisti bravi a non attirare l’attenzione. Gli ha detto bene che Peele potesse essere associato a un materiale enorme per quanto già stava realizzando in autonomia.

Alla radice di Noi, solo una prima scintilla, ci è stato ricordato, c’è un episodio abbastanza celebre di Twilight Zone, Mirror Image, 1960, quello con una donna in viaggio, un tipo privo di difetti o doti particolari, che pian piano capisce di avere un doppio pronto a prenderne il posto: il suo anonimato la dovrebbe rendere una perfetta sagoma in cui calarsi per lo spettatore, ma la sua sostituibilità è tale che nessuno rimpiangerà la sua mancanza, o si accorgerà di eventuali differenze tra le due. (È quello dell’autobus.). Noi alza la posta in gioco perché è un film per il grande schermo del 2019, quindi sulla presenza dei doppelganger costruisce una mitologia in grado di rispondere ad alcune delle domande che si fanno i personaggi (da dove vengono i cloni?, chi li ha creati?, dove andranno, dopo?), aumenta il tasso di violenza fisica rispetto ai precedenti del suo autore, ma si ferma ogni volta che c’è da portare a casa il messaggio (loro vogliono prendere il nostro posto; loro sanno tutto di noi) o da tenere sulla corda il pubblico. La paura non nasce dall’avere un doppio che ti bighellona in soggiorno (anche se), ma dalla velocità con cui ti viene strappata una vita sicura e confortevole. Se qualcuno sembra aver avuto tutto – una famiglia, la casa al mare, la macchina nuova – allora qualcun altro non ha mai avuto nulla, e questo solo in base al luogo in cui è nato o cresciuto. Ogni singolo momento di felicità ha avuto un costo: qualcun altro ha pagato le conseguenze.

Tra i film che Peele avrebbe imposto di guardare all’attrice protagonista Lupita Nyong’o, in maniera tale da “stabilire un linguaggio comune”, ci sarebbero Funny Games, It Follows e Martyrs di Pascal Laugier. Niente televisione. Curioso che l’ultimo film di Laugier – Incident in a Ghostland, in Italia distribuito col titolo La casa delle bambole – sia una storia molto cupa sull’immaginazione come elemento che ostacola chi lo utilizza, perché la fantasia, la zona grigia magari popolata di mostri e fantasmi ma dove il pensiero rende possibile la creazione di una via di fuga, impedisce di affrontare la realtà.

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Jordan Peele sul set di Us

Noi è un film di paura che forse farà ragionare qualcuno. È letteralmente il suo unico obiettivo. Pancia prima, cervello dopo. Se la sente molto calda, però, stringendo, buon aggiornamento di una premessa alla Twilight Zone. Il che non spiega la differenza tanto marcata, in termini di qualità ma anche di respiro, rispetto alla serie tv dove Peele ci sta mettendo il nome, almeno in teoria, e sempre la faccia. I primi due episodi sono quello breve, Nightmare at 30.000 Feet, che innesta un meccanismo narrativo del 2019 su un caposaldo della vecchia serie (è quello dell’aereo); e quello lungo, The Comedian, basato sul classico vago patto faustiano che il personaggio ambizioso sottoscrive senza capirlo (è quello dove la gente si è chiesta perché tirare in ballo il marchio Twilight Zone, anche se la morale di massima – una storia personale raccontata in pubblico smette di appartenere al suo narratore – potrebbe essere sviscerata in altri dieci contesti, e succederà); i prossimi due episodi saranno quello sulla violenza della polizia che non può essere arginata premendo il tasto “replay” su una telecamerina e quello che non sa bene a quale metafora aggrapparsi.

La rapidità con cui consumiamo tutto sta calando il sipario su tutto.

Jordan Peele è un comico

Se stiamo parlando di lui, se il suo nome è comunque abbastanza da smuovere la curiosità, lo dobbiamo al varietà Key and Peele, concepito, interpretato e prodotto insieme a Keegan-Michael Key, durato quattro stagioni senza subire particolari modifiche nel formato (cornice, gli attori che ridono e scherzano sul palco, contenuto, un piccolo numero di sketch sceneggiati e filmati a parte). Erano tempi più gentili, era il 2012, il fallimento non veniva ancora contemplato, e poteva andare in onda un programma comico incentrato sull’esperienza dell’essere un altro – Peele e Key sono entrambi figli di madri bianche, hanno parlato spesso dell’ambiguità con cui vivevano la relativa evidenza dell’origine mista pur considerandosi neri a tutti gli effetti, ne hanno tratto materiale anche quando si sono rifiutati di incarnare “il punto di vista afro-americano” con alcuni sketch sulla razza che sono diventati virali (il traduttore della rabbia di Barack Obama, oppure l’elenco dei nomi dei giocatori di football). Il tratto distintivo era la fisicità incontenibile dei due attori, unita all’enorme consapevolezza tecnica dei mezzi che avevano a disposizione.

E se l’intersezione tra razza e paura non era un territorio inesplorato nemmeno sette anni fa (adesso c’è pure Horror Noire, prodotto da Shudder), un pezzo forte di Key and Peele era la rivisitazione puntuale di tutti i cliché di tutti i generi ascrivibili al repertorio “paura”. Il linguaggio dell’orrore va padroneggiato per ribaltarlo (una cricca di vampiri sexy viene smontata dal nuovo adepto che fa notare la poca praticità del loro stile di vita; i due uomini torturati da Psycho Clown si ostinano a guardare il lato positivo della prigionia), per svuotarlo di senso (Roommate Meeting, con il fantasma uscito da un J-Horror che sembra disturbare un gruppo di coinquilini), oppure per depotenziarlo, a volte per riservargli il dovuto rispetto, a volte per demolire la realtà del processo creativo (allora tutti gli elementi sciatti o fuori luogo presenti nel film Gremlins 2 si devono a una singola riunione tra sceneggiatori mandata all’aria da un prorompente sequel doctor che pianta le idee peggiori nelle teste degli altri).

Lo stesso. C’è più energia e più spinta in uno sketch delle vecchie stagioni di Key and Peele rispetto a un episodio di Twilight Zone, firmato anche da Jordan Peele. Forse la brevità obbligava a chiudere presto o a giocarsi tutto su una ripetizione, un personaggio che non si comportava come avrebbe dovuto (Retired Army Specialist).

Forse il puntiglio premiava Peele quando aveva il tempo materiale di mettere a fuoco quello su cui stava lavorando.

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Daniel Kaluuya in Scappa-Get Out

Get Out

Scappa – Get Out era un puntatone di Ai confini della realtà arrivato nel momento giusto, ma se ha preso velocità lo si deve, oltre a un budget pubblicitario tra i 20 e i 30 milioni di dollari, alla scelta di raccontare una storia di rimozione e pulizia etnica dandole la struttura che chiameremo film dell’orrore ma anche no. Prima satira, poi coltellate. Questo ha dato al racconto un’eco maggiore rispetto a molte storie di ovvio impegno civile con la stessa morale, questo potrebbe aver attivato o ispirato molte singole persone. Sicuramente ha creato un piccolo linguaggio comune tra chi l’ha visto. E per quanto il film non lo si possa allora né oggi slegare dal contesto del paese produttore (la diversità razziale a totale vantaggio di un gruppo rispetto all’altro), un nervo universale lo andava a toccare eccome: il nemico si può nascondere tra le fila di chi tratta come soprammobili esotici tutte le persone che non sono proprio identiche a lui. Le numerose scene in cui il protagonista Chris, un uomo giovane di pelle nera, viene bersagliato di consigli non richiesti sulla sua forma fisica, o di commenti disimpegnati quali “oggi il nero va di moda”, suonano molto presenti a chiunque si sia trovato in una posizione di minoranza o di diversità rispetto al contesto occidentale borghese; la passività dimostrata da Chris in un passaggio cruciale della sua infanzia, quando ha scelto di restare a guardare la televisione, lo ha gravato di sensi di colpa, ma l’ha anche reso bravissimo a lasciarsi scivolare di dosso le provocazioni, i colpi bassi all’orgoglio – reagisce soltanto quando non può più isolarsi.

È un comico televisivo che si è caricato sulle spalle il compito di rivitalizzare un genere facendo quadrato intorno ai 3 elementi che tutti riconoscono (il personaggio ordinario buttato in una situazione impossibile, la frizione tra normale e para-normale, il ribaltamento ironico che punisce gli scemi o gli sfortunati); e la singola formula che tutti credono di capire fino a quando sbattono il muso contro la difficoltà dell’impresa: utilizzare materiali accessibili perché considerati bassi ma redditizi agli occhi degli investitori (la commedia, il film dell’orrore con pochi effetti speciali), per allargare il campo a una critica della società contemporanea senza venire accusati di essere degli intellettuali.

Serling Wink

Rod Serling, ci viene ricordato in continuazione da chi l’ha conosciuto, era un uomo spiritoso che aveva adottato “il genere” per veicolare tutto quello che gli stava a cuore ma non aveva i mezzi o le possibilità di raccontare esplicitamente. Trasportare le stesse storie ai confini della realtà era il suo invito ad esaminare limiti e pregiudizi individuali, ma anche il suo modo di girare intorno a certi vincoli imposti dagli accordi pubblicitari: il suo bellissimo baraccone ruotava su due grandi paure-tipo, da un lato l’essere annullati da una forza che rende tutti uguali, dall’altro l’essere unici e quindi diversi, destinati a non poter contare sulla sicurezza della normalità. Collocando favole morali in una zona grigia che poteva assumere i connotati una volta dello spazio, una volta dello strambo paesino di provincia, una volta del dopo-bomba nucleare, Serling forse ha protetto le sue creature, ha catturato un pubblico devoto (che ci fosse un sapore lo dimostra il rispetto genuino degli artisti per l’operazione nel complesso, a parte citare quello, quell’altro e la bambola omicida). Ma ha anche forse rallentato il momento dell’azione.

Negli ultimi mesi Jordan Peele sta citando spesso il cosiddetto Serling wink, quello strizzare d’occhio che l’autore rivolgeva agli spettatori, quasi fosse un invito a non prendere troppo sul serio le implicazioni o la plausibilità interna delle singole storie; Serling non era sottile – non doveva esserlo – e la sua presenza sullo schermo in apertura e chiusura dell’episodio gli permetteva di prendere tempo filosofeggiando intorno a un tema. (Con calma: lo faceva anche Alfred Hitchcock, dopo, dilatando i monologhi a scenette comiche, l’ha fatto Lars von Trier nell’originale di The Kingdom). Peele si trova, se mai, nella posizione di non voler parlare più chiaro di quanto stia già facendo all’interno dei lavori soltanto suoi. È un comico televisivo che si è caricato sulle spalle il compito di rivitalizzare un filone mai veramente morto né sepolto facendo quadrato intorno ai tre elementi che tutti riconoscono (il personaggio ordinario buttato in una situazione impossibile, la frizione tra normale e para-normale, il ribaltamento ironico che punisce gli scemi o gli sfortunati) e alla singola formula che tutti credono di capire fino a quando sbattono il muso contro la difficoltà dell’impresa: utilizzare materiali accessibili perché considerati bassi ma redditizi agli occhi degli investitori (la commedia, il film dell’orrore con pochi effetti speciali) per allargare il campo a una critica della società contemporanea senza venire accusati di essere degli intellettuali. Oppure, visto che tutto quanto era vecchio è tornato nuovo, dei comunisti.


Violetta Bellocchio

Autrice di Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014), ha fatto parte di L’età della febbre (minimum fax, 2015), Ma il mondo, non era di tutti? (marcos y marcos, 2016), ha curato l'antologia Quello che hai amato (Utet, 2015) e la traduzione italiana di The Art of Rivalry (Utet, 2016). Ha collaborato a Rolling Stone, Vanity Fair, IL, Rivista Studio.

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