immagine di copertina per articolo New Teen Italian. Auscultare, riconoscere e cavalcare le tendenze giovanili
Mediaset e il cinema italiano

New Teen Italian. Auscultare, riconoscere e cavalcare le tendenze giovanili

Tra i filoni del cinema Reteitalia, quello più capace di assorbire e rispecchiare le novità della televisione commerciale e il suo impatto sociale è costituito dai titoli rivolti al pubblico più giovane. Con innovazioni e qualche resistenza.

immagine rivista

Questo articolo è apparso per la prima volta su Mediaset e il cinema italiano - Film, personaggi, avventure.

Vedi pubblicazione

A costo di apparire didascalici, alcune premesse di contesto sono necessarie per comprendere la produzione griffata Reteitalia che, tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi Novanta, sperimenta, in modi eterogenei e senza una comune linea editoriale, il racconto dei nuovi giovani consumatori che si affacciano a un cruciale decennio di passaggio. Come hanno scritto in tanti, infatti, questi anni sono stati “al contempo incubatori del neoliberismo e forieri di utopie globalizzanti, hanno visto la crisi dei paradigmi emancipativi come l’emergere di proposte postcoloniali”. Dunque, ancor prima che nelle sue rappresentazioni sui media, è la stessa società a offrire fenomeni complessi da leggere. Un esempio lampante, in questo senso, è la subcultura dei paninari, i giovani milanesi vestiti con giubbotti Moncler e scarpe Timberland epicizzati dal personaggio di Gran Gallo nella trasmissione Drive In (1983-1988), che, nell’interpretazione di David Forgacs, rappresentano per la prima volta una forma di protesta proveniente “da strati dell’alta borghesia, assumendo connotazioni politiche conservatrici”. 

I giovani della generazione X, ovvero i nati tra il 1965 e il 1979, sebbene ancora permeati dalle esperienze degli anni Settanta, cominciano a muoversi in uno spazio di “cultura accelerata”, in cui emergono forme di consumo, di nicchia e individuali, che ridefiniscono fluidamente la loro identità attorno alle molteplici proposte della tv commerciale (cartoni animati, telefilm, videoclip e rubriche musicali, spot pubblicitari) e accanto a esperienze più tradizionali, ancora permanenti. Rimanendo ai titoli Reteitalia di quegli anni, è curioso, per esempio, che in un film-manifesto dei nuovi fandom come Sposerò Simon Le Bon – Confessioni di una sedicenne innamorata persa dei Duran Duran (Carlo Cotti, 1986), il fulcro della narrazione sia la partecipazione dei Duran Duran al più classico evento mediale italiano, il Festival di Sanremo, a cui le giovani protagoniste accorrono per vedere dal vivo i loro idoli, come accadeva nei musicarelli degli anni Sessanta. Oppure, come Ciao ma’… (Giandomenico Curi, 1988) si svolga in coincidenza con un altro spettacolo dal vivo, il concerto di Vasco Rossi del 1987 al Palazzo dello Sport di Roma. O, ancora, la centralità che spesso assume per i giovani raccontati dai film l’acquisto in edicola di riviste, fanzine o figurine dei propri idoli. Insomma, la forte tendenza all’individualismo, una crescente e sempre più matura cultura del consumo e le spinte incipienti delle nuove subculture convivono con forme di aggregazione e immaginari più tradizionali, sia fuori, nella società e nella cultura degli anni Ottanta e dei primi Novanta, sia dentro la rappresentazione cinematografica coeva.

I teen (movie) Reteitalia

Il teen movie è uno dei generi più inclini ad adattarsi alle esigenze del mercato, perché raccontando i giovani del suo tempo è chiamato a intercettare i trend e le aspettative emergenti. Da questo punto di vista, come scrive Guerini Rocco, è un “genere statico e dinamico allo stesso tempo”, dato che rispetta un catalogo di “stereotipi e convenzioni narrative”, mentre si dimostra “capace di aggiornare continuamente le proprie istanze peculiari attraverso la riappropriazione e la rimodulazione di elementi provenienti da generi diversi”. Ed è proprio il dinamismo connaturato al genere del teen movie che emerge nella produzione con teen di Reteitalia: film con giovani, spesso però pensati per un target ampio, familiare più che adolescenziale, e che non raggiungono la massa critica né la comunione di intenti per poter essere considerati un genere o un filone autonomo. A spiccare, infatti, è l’eterogeneità delle proposte dietro cui si può solo intravedere, talvolta, la presenza costante di alcune figure: Claudio Bonivento, i fratelli Vanzina, Carlo Cotti, Franco Amurri, Raimondo Crociani al montaggio, Umberto Smaila alle colonne sonore, tanto per citare i più evidenti. Ne emerge un quadro sfaccettato in cui è ricorrente, semmai, il tentativo di sperimentare diverse formule adattandole alle novità (o con la scusa) del target giovanilistico: c’è la fiaba quasi disneyana (Da grande, Franco Amurri, 1987), il racconto di formazione d’autore (Zoo, Cristina Comencini, 1988), l’affondo sulla gioventù perduta (Quattro bravi ragazzi, Claudio Camarca, 1993), la pellicola di derivazione televisiva (Italian Fast Food, Lodovico Gasparini, 1986) o incentrata su un mattatore di successo (Jerry Calà in Il ragazzo del Pony Express, Franco Amurri, 1986), i film di caserma (Soldati – 365 all’alba, Marco Risi, 1987; Mak π 100, Antonio Bido, 1988), fino a quelli più apertamente giovanilistici (Quelli del casco, Luciano Salce, 1987; Sposerò Simon Le Bon; Ciao ma’…; fino alla serie I ragazzi della 3a C, Claudio Risi, 1987-1989) e impegnati (Volevo i pantaloni, Maurizio Ponzi, 1990). E così, come da un punto di vista produttivo è proprio questa varietà a fornire alcuni spunti d’interesse, anche sul versante delle forme rappresentative il dinamismo della produzione Reteitalia con teen offre alcune chiavi di lettura della stagione in corso e dei suoi slanci dicotomici. 

Un cinema di flusso  

Il primo elemento che balza all’occhio in questa compagine è la stretta adesione all’attualità dei media, che rende, di primo acchito, molti film interessanti testimonianze del loro tempo che ammiccano al proprio pubblico, rischiando però di deperire nel giro di pochi anni. Un personaggio rappresentativo di questa tendenza è Ago (Jerry Calà) nel Ragazzo del Pony Express, che infarcisce ogni battuta di riferimenti all’universo pubblicitario (l’attore nerboruto e pelato è denominato “Mastro Lindo”, all’amico affaccendato nelle incombenze domestiche grida lo slogan “Stira e ammira”, e così via). In maniera analoga, Gipo, il fratello imberbe di Clizia, in Sposerò Simon Le Bon, fan di Madonna in contrapposizione alla passione per i Duran Duran della sorella, nelle prime battute del film si presenta di fronte allo specchio del bagno, appena sveglio, con uno slogan sentito e risentito alla tv: “una rasatura perfetta, sotto ogni profilo”. Per non parlare di Chicco, il protagonista di I ragazzi della 3a C, le cui risposte salaci non mancano mai di agganci all’attualità pop. L’attitudine dei personaggi ad ancorare il proprio discorso ai motti dei media, che a ben vedere accomuna i film in oggetto con buona parte di altre commedie di consumo degli anni Ottanta – soprattutto quelle a firma dei fratelli Vanzina –, nei film con protagonisti adolescenti diventa più evidente nella misura in cui gli oggetti e i modelli di consumo rivendicati dai personaggi non lasciano spazio ad ambiguità interpretative. Lo si nota in particolare nelle frequenti scene, poste in genere all’inizio dei film, in cui la macchina da presa esplora lo spazio delle stanze dei ragazzi, indugiando soprattutto sui poster, ma pure su giubbotti e scarpe, sui dischi affastellati sopra le scrivanie, sugli oggetti di uso quotidiano personalizzati con i loghi e i volti dei propri beniamini. Sono immagini e oggetti che immediatamente identificano gli individui e le rispettive appartenenze: il Moncler e le Timberland dei paninari, il giubbotto di pelle dei “vascorossiani”, le borchie dei punk, la camicia inamidata dei giovani di buona famiglia. Con la curiosa eccezione della figura dominante e accolta trasversalmente di Pippo Baudo (reduce nella metà degli anni Ottanta da alcuni dei suoi più grandi successi al Festival di Sanremo e nel 1987 passato proprio a Fininvest), adorato dall’Ago del Ragazzo del Pony Express (che ha un suo poster in camera), come dalle giovani commesse intorpidite di Ciao ma’…, che sembrano risvegliarsi solo di fronte alle ultime svolte della sua love story con Katia Ricciarelli. 

Sono immagini e oggetti che immediatamente identificano gli individui e le rispettive appartenenze: il Moncler e le Timberland dei paninari, il giubbotto di pelle dei “vascorossiani”, le borchie dei punk, la camicia inamidata dei giovani di buona famiglia.

Come sottolineato da tanti, una funzione analoga è riservata all’utilizzo di canzoni e canzonette, che, come poi sarà nei cinepanettoni, hanno una funzione connotativa, rievocando determinate “esperienze individuali che lo spettatore porta con sé al cinema, esperienze che nella vita sono state accompagnate da quegli stessi tormentoni, recentissimi eppure già ‘vintage’”. Nelle pellicole Reteitalia, in particolare, anche quando non prodotti appositamente per il film (è il caso di Smaila per Il ragazzo del Pony Express e Soldati – 365 all’alba), quasi tutti i brani della colonna sonora sono stati editati al massimo nei due-tre anni precedenti alla sua uscita: in maniera analoga ai Moncler, alle Timberland o ai riferimenti alle pubblicità del tempo, le canzoni offrono uno spaccato di uno specifico momento storico, che è già consegnato alla nostalgia. Tanto che perfino in Soldati, film di formazione in ambito militare con Claudio Amendola, la dura vita della leva è punteggiata dalle canzoni di Edoardo Bennato e Whitney Houston.

Dentro, fuori, oltre la tv

I gesti, i modi di dire e le pratiche ritratte acquisi – scono dunque anche un valore aneddotico, se non di adesione allo spirito del tempo. È il caso del panino mangiato al volo, del mito del fast food e dell’hamburger evocato da Italian Fast Food, Sposerò Simon Le Bon e, in parte, dal Ragazzo del Pony Express, e, non a caso, rielaborato anche da altri film e dischi coevi, su tutti Popcorn e patatine (Mariano Laurenti, 1985, dall’omonimo brano di Nino D’Angelo del 1984). Il panino o il cornetto Algida mangiati per strada sono il sintomo di una rinnovata libertà che consente di sperimentare forme di condivisione destrutturate, in contesti diversi dai tradizionali luoghi di socializzazione. Eppure nei film con teen Reteitalia lo slancio verso il nuovo è sempre riequilibrato da dinamiche oppositive. Italian Fast Food, per esempio, inizia con un breve montaggio al ritmo di disco music che funge da presentazione delle nuove tendenze in cui vivono immersi i protagonisti della Milano ritratta. A ben vedere, però, i protagonisti del film non sono del tutto integrati nelle mode del momento. Gaetano, per esempio, il direttore del locale, è un imprenditore napoletano che, dopo le dimissioni dei suoi due cuochi per litigi interni, assolda suo cognato Peppino, un sedicente pittore che vive a sbafo a casa sua, e Felice, l’addetto alle pulizie (Gaetano, Peppino e Felice sono interpretati dal trio napoletano I Trettré, tra i protagonisti di Drive In). I due fanno le cose a modo loro e, tra sperimentazioni pittoriche nella composizione dei panini e rimodulazioni in salsa partenopea del menu (l’hamburger-pizza), imbestialiscono il proprietario, fino a costringerlo a richiamare i due precedenti dipendenti. Del resto, il consumo di hamburger e patatine è sempre sullo sfondo, quasi rimanesse un’aspirazione da rivendicare in quanto tale, così come dimostrato dallo scarso entusiasmo con cui sono accolte le consegne dei prodotti del fast food effettuate da Gino il fattorino (Carlo Pistarino, altro volto di Drive In). Insomma, come accaduto spesso nei generi di profondità del cinema italiano, l’appropriazione di modelli esteri (l’hamburger e le sue pratiche di consumo) passa attraverso un ripensamento in senso localistico (l’hamburger-pizza) e un riadattamento dei nuovi moduli di genere con gli stilemi della tradizione (da Peppino che ricorda il Tommasino di Natale in casa Cupiello al velleitarismo di tutti i personaggi che richiama la commedia all’italiana). Certo, è difficile non ravvisare un rispecchiamento del modello televisivo nei volti e nei tic dei personaggi principali del film (si pensi alla macchietta di Gran Gallo). Eppure, anche qui, vi è almeno un’operazione di rilancio meno auto-evidente. È il caso di Elisabetta “Betty” Casati (Susanna Messaggio, celebre volto Fininvest), una delle dipendenti del fast food: vestita in maniera succinta, la sua figura stereotipica, quasi fumettistica, richiama subito alla memoria le “Ragazze fast food” della trasmissione Drive In, che “prendevano la scena non con la parola, né grazie a una qualche capacità artistica, ma semplicemente attraverso il proprio corpo”. Ebbene, Betty è in realtà un’aspirante attrice di una certa erudizione, che si presenta leggendo una biografia di Marilyn Monroe, si accultura tra un servizio ai tavoli e l’altro con storie del cinema e del teatro e snocciola citazioni cinematografiche a ogni piè sospinto. Ma, ancora, questa istanza “progressista” sarà controbilanciata più avanti, quando, alla fine del film, rinunciando alle sue ambizioni artistiche e di affermazione individuale, rimasta incinta, convolerà a nozze con Salvatore nello sperduto paesino calabrese da cui lui proviene. 

Di fatto, anche i giovani rappresentati nei film Reteitalia sembrano guardare pochissimo la tv, forse perché la impersonano o perché, per ora, i loro interessi si rivolgono principalmente verso altri media, quali i dischi, le riviste, il cinema.

Il personaggio di Betty ispira alcune considerazioni ulteriori. Come Betty, infatti, spesso sono gli stessi autori dei film Reteitalia a dare l’impressione di sentirsi un po’ stretti nei panni (para)televisivi a cui adattano la propria creatività, forse perché, banalmente, sono professionisti cresciuti molto più con il cinema classico hollywoodiano o la commedia all’italiana che con la televisione privata che è, per l’appunto, una novità a cui si guarda da pochi anni. Le citazioni colte del grande teatro o del cinema d’autore non sono dunque solo di facciata e spesso si trasformano in rifacimenti/omaggi. È una tendenza sottotraccia in vari film e particolarmente evidente proprio in una serie televisiva, I ragazzi della 3a C, in cui il costante gioco della sperimentazione sui codici di genere assume delle forme in alcuni casi particolarmente efficaci, come nella settima puntata della prima stagione (La recita), una sorta di remake del Fantasma del palcoscenico (Brian De Palma, 1974), o nella quarta puntata della seconda stagione (Il mistero della merendina) dove viene invece omaggiata la “mano” di Dario Argento, in un mystery che si conclude con una svolta alla Psycho … Di fatto, anche i giovani rappresentati nei film Reteitalia sembrano guardare pochissimo la tv, forse perché la impersonano (Italian Fast Food) o perché, per ora, i loro interessi si rivolgono principalmente verso altri media, quali i dischi, le riviste, il cinema. Certo, le ragazze protagoniste di Sposerò Simon Le Bon non perdono mai l’appuntamento con la striscia quotidiana pomeridiana di Deejay Television sulle reti Fininvest, ma la loro attenzione è selettiva e focalizzata ad avere informazioni fresche sui Duran Duran, più che a guardare i video musicali o lasciarsi coinvolgere da altre proposte. Piuttosto, il medium che adorano e usano incessantemente è il caro vecchio telefono, tramite il quale condividere le proprie esperienze di consumo con le amiche. L’unico personaggio che guarda spesso la televisione è Marco, il bambino protagonista di Da grande, che ama addormentarsi di fronte ai cartoni animati. Anche qui, però, la televisione non è uno sfondo costante della quotidianità, ma un appuntamento, su richiesta, per fruire di uno specifico contenuto che rispecchi le aspettative generazionali. Di fianco a questa tendenza, alcuni film manifestano poi una sorta di rifiuto, voluto o imposto, delle sirene del sistema dei media. In Zoo, Martina, la figlia di un custode notturno di uno zoo, vive un’esistenza autarchica in un universo quasi primitivo privo di contatti con l’esterno, finché fa amicizia con Ratt, un ragazzino Sinti poco più grande di lei con cui fugge alla fine del film in sella a un enorme elefante… Ma anche in Mak π 100 e Soldati – 365 all’alba, incentrati sulla dura esperienza della leva militare, i giovani protagonisti sono costretti ad agire e pensarsi all’interno di una microcomunità senza alcun medium tramite cui sintonizzarsi con i cambiamenti in atto nella società che li circonda.

New Teen, Italian Consumer

In un panorama tanto eterogeneo e per certi versi disordinato, che testimonia la compresenza di spinte ed esigenze creative e produttive molto diverse, è possibile comunque intercettare, seppure in filigrana, una tendenza trasversale e comune sul piano della raffigurazione dei soggetti teen e dei consumi? In prima battuta, le identità dei personaggi non lasciano molto margine ad ambiguità interpretative, perché c’è una perfetta corrispondenza tra comunità di riferimento e pratiche di consumo. Ne è un esempio lampante Italian Fast Food, che offre uno spaccato particolarmente fedele, quasi documentaristico, delle diverse subculture della seconda metà degli anni Ottanta. Fin dall’inizio del film, infatti, vediamo, attorno al luogo cardine del fast food, uomini della “Milano da bere” in giacca e cravatta, palestrati, post-punk, manager, giovani modelle e attrici. E poi, tra i protagonisti del racconto corale si avvicendano: Felice, aspirante manager; i paninari capeggiati da Gran Gallo; la band dei punk contro cui i paninari hanno una faida; l’autista Gino con il mito di Piquet… Di fatto, però, andando avanti con la narrazione scopriamo che tutte le identità, così ben “disegnate”, saranno a breve dismesse o rinnegate, a seconda dei casi e delle contingenze. Così, Gran Gallo si traveste, credibilmente, da punk, per infiltrarsi nella band nemica. Felice si imbuca, vestito da mago, al party dei manager. Gino il fattorino finisce per essere scambiato per un fotografo di moda. Ne emerge una concezione carnevalesca dell’identità: esattamente come i nuovi consumi, che vanno seguiti e rincorsi, modificati e aggiornati, le identità giovanili possono e forse devono poter essere ripensate per riadattarsi alle mutevoli novità che ai giovani si offrono di volta in volta. Anche Clizia, la “paninara” fan sfegatata dei Duran Duran di Sposerò Simon Le Bon, si presenta fin da subito con una personalità priva di tentennamenti. Nel film, infatti, Clizia e le amiche si servono dei consumi (di dischi, fanzine, trasmissioni tv e vestiario) per definire la propria identità all’interno del gruppo di omologhi e in opposizione alle altre subculture urbane, e dunque anche per esercitare il proprio potere in quanto soggetti attivi di desiderio. D’altra parte, le esigenze espresse dalle protagoniste del film sono tanto nette quanto temporanee, perché devono essere rinnovate con la velocità di un nuovo acquisto o di un cambio d’abito. Come accade a Clizia alla fine del film, quando si fidanza con il compagno di classe Alex e abbandona il fedele Moncler, simbolo dei paninari, in favore di un più tradizionale cappotto rosso. 

Un ulteriore esempio della tendenza alla costante ridefinizione identitaria dei giovani lo fornisce la terza puntata della prima stagione dei Ragazzi della 3a C (Le elezioni scolastiche, diretta da Claudio Risi), in cui genitori e studenti si schierano e si sfidano in vista del rinnovo delle componenti del Consiglio di Istituto. Chicco fonda una lista costituita da “ripetenti”, “edonisti reaganiani, ciucci, ignoranti, tutti con gente con la media sotto il 4”. Le due secchione della classe, Elias e Tisini, sono a capo della lista elitista dei “migliori”, “Istruzione e Liberazione”. Infine, Benedetta, l’intellettuale dark appassionata di arte e cultura, si intesta l’ecologista “Lista verde”, la più alternativa e velleitaria, a suon dello slogan “Il banco ci inquina”. D’altra parte, i genitori si federano da un lato con Zampetti, impresario milanese, contro l’invasione degli studenti di periferia e, dall’altro, con il signor Sacchi, padre di Bruno, borgataro, comunista per il popolo: due liste dagli approcci opposti, ma che concordano sull’inutilità dello studio del latino, perché andrebbe sostituito con l’inglese, per il signor Zampetti, e perché sarebbe meglio “mandarli a Latina”, per Sacchi. Non riuscendo a ottenere una massa critica che consenta di vincere le elezioni, verso la fine della puntata, tutti concordano di confluire in una lista unica, un Pentapartito con a capo Bruno Sacchi. Il ragazzo di borgata che ogni mattina prende il treno per raggiungere il liceo del centro e che, scisso tra la provincia post-pasoliniana e la metropoli, nel corso di ogni puntata della serie è trascinato nelle proposte bislacche dei suoi compagni di classe, mettendosi sempre nei guai, è infatti il profilo più adatto a rappresentare tutte le categorie socioculturali e i profili caratteriali che popolano la scuola. Non più borgataro comunista, come il padre, non ancora borghese di città, come i compagni di classe, bonario e sempre disponibile, Bruno ha un’identità fluida e aperta candidamente al nuovo. Tanto che capitola di fronte a ogni proposta (o inganno) degli amici o dell’edicolante truffaldino, buttandosi poi con sincera disposizione nelle avventure che gli vengono a ogni piè sospinto proposte (e in questo, a ben vedere, ricorda molto il personaggio simbolo del decennio: il Fantozzi di Paolo Villaggio). Un po’ in balia degli eventi, incline a cedere a ogni lusinga, ma anche sinceramente disposto verso il futuro, Bruno è, insomma, il consumatore ideale. A partire da Bruno e dai suoi compagni, e allargando lo sguardo agli altri giovani ritratti nei film Reteitalia, emerge così un quadro un po’ meno sfaccettato di quanto appariva in partenza: i consumi che strutturano le identità dei ragazzi nei film in questione sono chiari, fondanti e consustanziali alla definizione dei personaggi a patto che mutino, prima o poi. Il punto, sembrano dirci Bruno, Clizia e tanti altri teen di quei film, è avere le idee molto chiare su ciò che si vuole essere adesso, non tanto su ciò che si vorrà diventare, forse, tra qualche anno. Come nel caso del Gran Gallo, che, in prigione per l’ennesima bravata, chiama i suoi poveri genitori per chiedere aiuto e loro gli fanno promettere che quando finirà tutto questo (recitare, vivere, en travesti) andrà a lavorare nella fabbrichetta del babbo; la giovinezza targata Reteitalia è una sorta di tempo sospeso in cui aggrapparsi a feticci identitari che non ambiscono affatto a racchiudere, o a presagire, il proprio futuro, ma a rendere denso e dilettevole, intanto, il proprio presente.


Mimmo Gianneri

Collabora all’attività didattica e di ricerca del dipartimento Cinema dell’istituto di Arti, culture e letterature comparate dell’Università IULM di Milano. Sue pubblicazioni sono apparse in diversi volumi, tra cui Carlo&Enrico Vanzina. Artigiani del cinema popolare (a cura di Rocco Moccagatta), La costruzione dell'immaginario seriale contemporaneo: eterotopie, personaggi, mondi (a cura di Sara Martin) e Voglia di cinema. Comunicazione e promozione del film in Italia (a cura di Gianni Canova). Ha collaborato con le riviste Duellanti, Quaderni del CSCI, 8 e ½ e ComPol.

Vedi tutti gli articoli di Mimmo Gianneri

Leggi anche

immagine articolo Iconico! L’influenza della stan culture
immagine articolo Di chi ha paura l’Uomo nero?
immagine articolo Scrivere per la lunga serialità

Restiamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter di Link per restare aggiornato sulle nostre pubblicazioni e per ricevere contenuti esclusivi.