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Non Mentire: intervista a Gianluca Maria Tavarelli

Non mentire è il remake di una serie inglese. Ma è anche un titolo autonomo, in linea con gli standard internazionali e rivolto al pubblico generalista. 

Le serie televisive sono il dominio dello showrunner, mentre il regista conta poco o nulla. Un’affermazione ormai consueta, ma che ammette anche diverse eccezioni. Lo sappiamo bene noi italiani, dopo Stefano Sollima, Paolo Sorrentino, Saverio Costanzo e, aggiungiamo ora, Gianluca Maria Tavarelli. Come gli altri nomi citati, anche Tavarelli lavora a cavallo tra cinema e tv. Sul finire degli anni Novanta ha diretto un film luminoso e malinconico, dall’inevitabile scarsa circolazione, che si intitola Un amore, storia di una relazione lunga 18 anni raccontata in 12 lunghi piani sequenza. Chi pensava, come il sottoscritto, che quella storia così intensa e originale sarebbe stata il preludio di una promettente carriera cinematografica è stato smentito dai fatti. Tavarelli si è messo a fare tv generalista per Rai e Mediaset: Paolo Borsellino, Montalbano, Il giovane Montalbano, Maltese. Il romanzo del commissario sono alcune fiction che ha girato. E ora si aggiunge Non mentire (Canale 5, da domenica 17 febbraio). Soprattutto Maltese ha confermato la sua natura più intima di regista-autore, con un lavoro sulle inquadrature e sulla luce tipico di chi possiede una visione estetica del mondo. Con Non mentire il discorso prosegue nel segno della continuità. Remake dell’inglese Liar (Itv), è una serie narrativamente molto solida che ruota attorno a uno stupro e alle psicologie dei due protagonisti, interpretati da Greta Scarano e Alessandro Preziosi.

Non è la prima volta che si fanno delle fiction a partire da format stranieri, ma qui il format è di ferro ed è molto innovativo per la tv italiana. Come sei arrivato a questo progetto, dopo Maltese?

A priori non pensavo che mi sarebbe interessato fare un remake. Non farei mai il remake di un film, mi sembra uno sforzo inutile. Ma per questa serie ho combattuto. Mi interessava molto l’argomento, raccontare in questo momento storico un certo tipo di violenza sessuale, oscura, in cui i contorni sfumano nella zona d’ombra che è il momento in cui un uomo e una donna si ritrovano da soli. E poi mi sembrava un approccio intelligente: non ci sono l’eroe o l’eroina, non ci sono il cattivo o il buono, ci sono due personaggi complessi fatti di luci e ombre che si trovano in una situazione poco chiara. Il format è interessante per questo, per una costruzione narrativa che mette in crisi lo spettatore costretto a capire chi mente. La serie si espande sempre più attraverso i racconti dei due personaggi. La vicenda ha un forte impatto sociale ma il tema della violenza è trattato con i meccanismi del thriller, quindi attraverso qualcosa che ti consente di evadere. Avrei trovato più banale un racconto che andasse dritto sulla violenza finendo poi però per mangiarsi tutto il resto.

È un punto interessante. Spesso l’attaccamento al tema rischia di trascendere in una crociata che nuoce alla causa stessa. Qui il peso è sui personaggi. Tant’è vero che nonostante sia il remake di una serie straniera, e sarebbe facile sapere come va a finire, lo spoiler non è importante. Il lavoro sulla psicologia dei personaggi è la ragione per cui restiamo incollati.

All’inizio ti interessa sapere chi dei due dica la verità o meno, ma con l’intrecciarsi degli eventi passa quasi in secondo piano. Con il passare del tempo ti interessa di loro due, dei loro buchi, del loro passato e delle loro ombre. Un legame che finisce per mangiarsi il dato tecnico, la necessità di leggere le ultime pagine del giallo per capire chi è il colpevole. E questo passa soprattutto attraverso gli attori…

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Greta Scarano interpreta Laura Nardini

Parlami di loro: bastava un attimo per banalizzare i personaggi e perdere quell’equilibrio che hai descritto.

Quella è stata la preoccupazione centrale dall’inizio: il lavoro sui due attori e soprattutto sulla loro credibilità in una storia dove basta un minimo passo falso per rovinare i personaggi. Il rischio era che diventassero subito uno la vittima e l’altro il carnefice, mentre a noi non interessava raccontare questo dualismo ma i suoi confini sdrucciolevoli. Greta Scarano è un’attrice straordinaria, attenta a non essere troppo vittima, ma nemmeno troppo aggressiva né depressa. Riesce a camminare su un crinale sottile: insinua il sospetto di non avere a fuoco il personaggio, non svela mai fino in fondo cosa nasconde dentro sé. E abbiamo fatto lo stesso con Alessandro Preziosi, che è un attore che proviene da una recitazione più esibita, e qui invece fa un lavoro a levare per non cadere negli stereotipi del genere. Sono due come noi, malati di malattie quotidiane, travolti da cose quotidiane, con deviazioni pericolose che lo spettatore può vivere anche se non le ha, perché in fondo potrebbe averle. Per ottenere questo risultato abbiamo eliminato tutto quello che poteva essere sopra le righe, troppo finto o troppo spinto, per restare in un range realistico. La recitazione trattenuta è funzionale. A fine giornata Alessandro, abituato a una recitazione più muscolare, mi diceva che gli sembrava di non aver fatto niente, quando invece stava facendo un lavoro bellissimo, tutto a sottrarre.

Nell’insieme anche la regia si mette al servizio della storia, senza protagonismi, pur facendo scelte di fondo che contribuiscono a dare un’idea di prodotto senza sbavature. Mi sembra un lavoro diverso rispetto a Maltese. Il romanzo del commissario, ma immagino che avessi anche più vincoli. Resta, però, un certo utilizzo della luce che accomuna i due titoli, qui con una Torino abbagliante immersa in una luce calda che per contrasto ha qualcosa di sinistro.

Da un lato, come dici, la regia era al servizio degli attori: la macchina si muoveva in funzione loro, non c’erano riprese che cozzavano con il loro lavoro. Non è un caso che le scene più forti dal punto di vista recitativo sono le più semplici. Non c’era bisogno di grandi movimenti di macchina. Senti che il lavoro di regia è stare là, osservali, guardarli, stare loro addosso. Ma con Marco Pironi stiamo anche facendo un lavoro fotografico già cominciato con Maltese e che continueremo a fare altrove: è interessante far sì che ogni momento della messa in scena risulti potente. Fare in modo che ogni ambiente, posto, inquadratura sia potente in relazione a ciò che stai raccontando. Il commissariato di polizia con le vetrate sul Po è stato fondamentale. Sentivo che quello spazio avrebbe portato la serie su un altro piano, avrebbe raccontato una Torino mitteleuropea, e l’avrebbe sottratta a tutti i commissariati delle altre serie italiane. Niente è casuale, ogni ambiente e ogni inquadratura sono importanti e devono essere perfetti, di una perfezione subordinata al racconto. Bisogna che lo spettatore veda cose belle, bei posti, inquadrature studiate, un racconto forte. È il lavoro che ambisco a fare, che porto avanti. I cambiamenti più grossi negli ultimi anni sono stati fatti in televisione: penso alla prima stagione di Mr. Robot dove c’è un lavoro di macchine e regia che non ho visto spesso al cinema… Quello che facciamo sulla tv generalista è più complesso, deve fare numeri più alti, mentre se lavori per Sky, Amazon e Netflix ti puoi permettere un pubblico più di nicchia e fare cose particolari. Ma questo non vuol dire per forza fare qualcosa che non ambisca alla bellezza.

Sono due come noi, malati di malattie quotidiane, travolti da cose quotidiane, con deviazioni pericolose che lo spettatore può vivere anche se non le ha, perché in fondo potrebbe averle. Per ottenere questo risultato abbiamo eliminato tutto quello che poteva essere sopra le righe, troppo finto o troppo spinto, per restare in un range realistico.

Come si fa a trovare un equilibrio tra la modernità internazionale delle serie e la capacità di parlare a un pubblico popolare? Come si costruisce questo ponte? Sei la persona giusta a cui fare questa domanda, perché già Maltese aveva forti elementi di innovazione ed è stato comunque un successo “largo”.

Questa è la grande scommessa del nostro lavoro. Maltese è una serie molto democratica, parla a tutti ma allo stesso tempo fa cose alte. Piace all’intellettuale ma anche a chi torna la sera a casa e vuole evadere. Abbiamo mantenuto uno standard di racconto che evitasse riassuntoni o dialoghi a spiegone per restare secchi e precisi nella scrittura, attenti però a dare ritmo là dove serviva, e anche prendendoci i tempi per raccontare i silenzi, i vuoti. Credo che sia un equilibrio possibile se smetti di chiederti da un lato “chi ci sarà davanti al televisore?” e dall’altro se eviti di prendere te stesso come pubblico di riferimento. Prendere i propri gusti come riferimento è sbagliato. Si deve considerare il pubblico come genericamente composto da persone intelligenti, lavoratori, con un diverso metro di giudizio dovuto a cose come la stanchezza della sera o l’educazione culturale. La bussola è questa, e non vuol dire mai abbassare il livello per parlare alla gente, cioè dire scemenze o usare un linguaggio sciatto. Si può veicolare una narrazione alta utilizzando un linguaggio semplice: la scommessa è proprio trovare un linguaggio comune ricco di senso. Abbassare il linguaggio è una sconfitta.

Gli inglesi hanno seguito la lavorazione?

Inizialmente no, ma quando hanno iniziato a vedere il materiale si sono entusiasmati. Al festival di Berlino hanno organizzato un focus sul remake, sul format. C’è stata una serie di screening a Londra. Poi sono venuti in Italia a conoscerci. Sono rimasti entusiasti del fatto che sia una serie altra, una fotocopia che allo stesso tempo ha una personalità autonoma.

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Recentemente abbiamo sentito Saverio Costanzo per L’amica geniale, ci diceva di temere che il suo essere maschio avesse limitato la potenza del racconto e delle tematiche che sottende. Ti sei mai sentito a disagio nel girare una serie come questa?

Credo che a volte avere una distanza rispetto alle cose che racconti sia una risorsa. Ho raccontano Borsellino, ma sono di Torino, la Sicilia non la conoscevo, mi sono documentato e ho narrato una storia siciliana forse meglio di come avrebbe potuto farlo un siciliano. Allo stesso tempo mi viene in mente Luigi Comencini che fece a Torino La donna della domenica, e nessun torinese sarebbe stato in grado di cogliere Torino come l’ha colta lui che non era di lì. Credo che l’affermazione per cui ognuno debba raccontare solo quello che ha vicino non funzioni sempre. Contano l’approccio, l’argomento. E forse anche il fatto di non esserci immersi del tutto dentro è un vantaggio.


Fabio Guarnaccia

Direttore di Link. Idee per la televisione. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Ha scritto due romanzi, Più leggero dell’aria (Transeuropa, 2010) e Una specie di paradiso (Laurana, 2015).

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