Ritmo compulsivo, cliffhanger continui e un modello economico costruito per monetizzare l’attenzione. I microdrama portano nella fiction le logiche del feed social, dando vita a un nuovo mercato dell’intrattenimento, con nuove e vecchie piattaforme, ancora in piena definizione.
Nel Far West frammentato dell’intrattenimento di oggi, è stato fatto un ragionamento semplice e logico: prendere lo scrolling, il gesto digitale più effimero, e dargli continuità, aggiungendogli come caratteristica la serialità episodica, con l’obiettivo di dare un senso e una trama al feed.
Da questa intenzione nascono gli ormai ben noti microdrama: serie verticali composte da decine di episodi di una manciata di minuti ciascuno, pensate appositamente per il piccolissimo schermo. Il settore urla alla rivoluzione, a una nuova era in cui lo scripted cambia letteralmente forma rispetto a come lo abbiamo sempre guardato – da orizzontale a verticale –, avendo trovato finalmente la giusta formula per rendere lo short content di finzione una realtà di mercato dopo numerosi tentativi a vuoto. Il più clamoroso fu Quibi, piattaforma hollywoodiana di short drama che aveva coinvolto registi di primo piano come Spielberg, ma che si scontrò con il totale disinteresse del pubblico dopo investimenti miliardari. Oggi, sugli app store arrivano nuove piattaforme specializzate e, di riflesso, è partita la rincorsa all’integrazione da parte dei giganti dello streaming, fino ai primi casi italiani a dare risonanza al fenomeno, sia a livello produttivo che distributivo (Mediaset Infinity e WittyTv fra tutte).
A dispetto del nome, il settore tanto micro non è dato che si stima un valore globale di 14 miliardi di dollari entro la fine del 2026. Un fenomeno che sembra non conoscere confini: nati nella culla del mercato asiatico (in Cina si dice abbiano superato i ricavi del box office nazionale nel 2025) i microdrama proliferano a Hollywood, mentre si sono già affermati anche in America Latina (dove guidano Brasile e Messico) e sono in dichiarata crescita in Europa. Una nuova frontiera dell’intrattenimento che, come vedremo, attualmente vede protagonisti avvenenti CEO, domatori di draghi e perfino Neymar.
Un formato e non un genere
Per microdrama non si intende un genere, ma un formato: un prodotto seriale nato per essere fruito in verticale, su uno smartphone o un tablet. In un’epoca in cui per alcuni film la massima resa è data dallo schermo su cui vengono visti (vedi L’Odissea di Nolan e l’IMAX), il microdrama è pensato per essere fruito al meglio in 9:16, il formato di una Storia Instagram, per intenderci. Scordiamoci, quindi, campi larghi e inquadrature particolarmente ricche: aspettiamoci, invece, costanti primi piani e una scenografia piuttosto povera e anonima. Questo vuol dire che non si può vedere un microdrama sul pc o sulla tv? Certo che si può, ma non è nella sua natura. È come se qualcuno avesse giocato a Wii Sports, ai tempi, seduto alla scrivania, invece che in piedi con spazio per muoversi: tecnicamente possibile, ma rivedibile concettualmente.
Creare microframmenti che tengono incollati allo schermo, lasciandoci sempre a un passo dall’appagamento è perfettamente in linea con l’evoluzione (e i limiti) della nostra attenzione a misura di TikTok.
La seconda caratteristica riguarda la pezzatura: parliamo in genere di 60-100 episodi da uno o due minuti, per un prodotto che nel complesso dura più o meno quanto un film. Questa particolare divisione in capitoli incide inevitabilmente sul modo in cui i microdrama vengono costruiti, ma prima ancora vale la pena guardare a ciò che raccontano.
Alcuni titoli in tendenza su una delle principali piattaforme globali, la cinese ReelShort, danno già un’idea del tipo di contenuti in circolazione: Una storia proibita con il Padre della mia Bestie; Rinnegami, Re dei Draghi; Fuori dalla mia Bugatti; Lo sposai per finta, era il CEO. Non possiamo sapere se, tra qualche decennio, questi titoli saranno diventati dei cult studiati nei corsi di audiovisivo, ma, per il momento, concediamoci il dubbio. Il genere di riferimento del fenomeno attuale dell’intrattenimento è il romance, spesso con sfumature accese ed esplicite. Navigando tra le centinaia di titoli disponibili sulle diverse piattaforme specializzate disponibili in Italia, i trope ricorrenti sono gli stessi: amori impossibili, scalate sociali, rivalità e vendette (quasi sempre tra donne), colpi di fulmini con CEO e, allargando gli orizzonti alla creatività, fantasy erotici con licantropi e draghi. Il minimo comun denominatore sembra essere il target femminile, piuttosto giovane, il che circoscrive un po’ la reale portata del fenomeno.
I microdrama medi sembrano, quindi, un’evoluzione ulteriore dei racconti nativi digitali già diffusi da anni: fanfiction una volta confinate su siti specializzati come WattPad che hanno iniziato a circolare prima come casi editoriali sporadici, per poi diventare un vero e proprio genere in libreria grazie al BookTok. Il passaggio più oneroso di questa catena del contenuto è la produzione audiovisiva, a cui oggi si è aggiunto il nuovo formato, ma il racconto di fondo sembra essere lo stesso, ruotando attorno al mono-genere più ampio del soft porn. Non è un caso che nel 2025 le classifiche dei titoli più visti sulle piattaforme dedicate fossero dominate da amori e rivalità, con l’ambiente dell’hockey come sfondo: ricorda qualcosa?
La grammatica verticale del microdrama
Generalmente, quando si parla di serialità televisiva, si fa una distinzione su due direttrici: l’orizzontalità, ovvero la linea narrativa che si sviluppa durante l’intero racconto, e la verticalità, cioè la struttura di singoli episodi autoconclusivi, costruiti attorno a un solo “conflitto”. La scrittura di un microdrama, paradossalmente, è pura orizzontalità spinta all’eccesso, sezionata minuto per minuto.
Questo perché ogni episodio porta in sé un colpo di scena, che “obbliga” lo spettatore a passare al successivo, secondo una dittatura dopaminica imposta a colpi di cliffhanger continui e insistenti all’interno di trame soap molto basilari ma ben costruite. Per contro, questo meccanismo fatto di continui innamoramenti, seduzioni, sottomissioni, tradimenti, manifestazioni varie di potere e vampiri, hanno nel singolo episodio uno sviluppo così rapido e ipnotico che anche nel consumo disordinato degli episodi promozionali su piattaforme come TikTok lo spettatore riesce senza fatica a seguire la narrazione. Del resto, nel macro-genere del romance, la trama è un accessorio non indispensabile, mentre ciò che conta davvero è l’intensità della messa in scena.
La continua creazione di climax narrativi ascendenti è l’estremizzazione dello scrolling, applicata alla serialità di finzione: una ripetuta attesa del piacere che diventa essa stessa il piacere. Le piattaforme applicano un meccanismo che si sposa perfettamente all’imprevedibilità del feed social, immergendo lo spettatore in un certo tipo di flusso – e funziona, va detto, almeno all’inizio. Creare microframmenti che tengono incollati allo schermo, lasciandoci sempre a un passo dall’appagamento – l’acme della visione – è perfettamente in linea con l’evoluzione (e i limiti) della nostra attenzione a misura di TikTok (non è un caso che anche su queste piattaforme sia disponibile il 2x per aumentare la velocità di riproduzione). Ed è proprio quando siamo immersi nello sviluppo appositamente “avvincente” della trama, che si arriva all’apice del pathos del microdrama. Esso coincide con il grande colpo di scena, o il realizzarsi di quella situazione “spinta” che ci è stata promessa. Proprio lì, con lo spettatore appeso a quel picco, il formato rivela la sua vera natura e viene da chiedersi se quel “micro” nel nome non si riferisca, più che alla durata, ai micro-pagamenti.
Piattaforme e monetizzazione
La già citata ReelShort, ma anche MyDrama e DramaBox sono tra le piattaforme di riferimento di questo nuovo formato, ma il loro modello di monetizzazione rappresenta uno dei punti più oscuri, a cui non si fa accenno nei più entusiastici discorsi sul formato.
Da come si è intuito, queste piattaforme non sono gratuite, ma si mascherano come tali. Dopo essere stati agganciati da una modalità di visione vorace e apparentemente gratuita, a cui gli algoritmi social ci hanno abituato (il 10/15% del totale del singolo microdrama, abbastanza da far entrare lo spettatore nella storia), la piattaforma, proprio nel momento più interessante, mette l’utente davanti a un bivio: abbonarsi e sbloccare l’accesso completo, oppure comprare gli episodi singolarmente uno a uno con dei crediti virtuali.
Partiamo dall’abbonamento. Il periodo è settimanale o annuale (il mensile sembra relegato in secondo piano) e la base di partenza non è affatto modesta: si parte anche da 10 euro a settimana, mentre l’annuale sconta parecchio in proporzione, spesso un centinaio di euro in totale per sbloccare tutto il catalogo. Più di una subscription a Prime Video o a Disney+, per intenderci.
La valuta virtuale, invece, è un meccanismo più insolito per una piattaforma di intrattenimento e si inserisce in qualche modo nella pratica della gamification e delle “ricompense”: questa moneta può essere acquistata oppure “farmata”, ovvero guadagnata accedendo ogni giorno alla piattaforma o guardando pubblicità (non inserzioni con brand premium, ma quelle bislacche dei giochi gratuiti per smartphone). Peccato che la ricompensa pubblicitaria diventi via via più onerosa impedendo la fluidità di visione dopo un inizio apparentemente vantaggioso, costringendo all’acquisto delle “monete” per poter proseguire senza intoppi. A ogni modo, tra abbonamento e valuta della piattaforma, si parla di una spesa di decine di euro per poter concludere prodotti non proprio premium. Il cliffhanger clou, a cui siamo arrivati gratuitamente, diventa così l’anticamera del check-out di un e-commerce perverso: hai visto che bella cosa ti sto facendo vedere, e a che livello di appagamento ti ho lasciato? Se vuoi davvero continuare lo scrolling e godertela, basta solo scegliere la modalità di pagamento. Verrebbe da dire il lower funnel del marketing, ma costruito su una trama.
Perché una modalità di monetizzazione così aggressiva? Per la produzione di un microdrama con cast e troupe si parla di almeno decine di migliaia di euro in Occidente e i cataloghi vanno aggiornati di continuo con nuovi prodotti, vista anche la mancanza di titoli “vecchi” d’acquisto che permetterebbe di dare una sensazione di profondità e ricambio ciclico alla piattaforma. In più, la monetizzazione sui social più diffusi e capillari – dove il formato sarebbe perfetto – resta complicata. Per ora, TikTok sembra funzionare soprattutto come canale di promozione, dove le piattaforme cercano di portare l’utente all’interno del proprio ecosistema spesso utilizzando gli episodi autoesplicativi e succinti come trailer non del singolo microdrama, ma come promessa di intrattenimento misto a perdizione (nonostante la stessa compagnia di TikTok, ByteDance, controlli delle applicazioni dedicate in diversi mercati, sembra voler tenere i due business ben distinti: sul social è presente una sezione dedicata ai microdrama, ma nascosta e non curata particolarmente). Ma l’abbattimento dei costi di produzione sta già arrivando, grazie all’utilizzo massiccio dell’IA.
Le piattaforme, infatti, rispetto a solo qualche mese fa, sono già invase da microdrama fatti con l’intelligenza artificiale. In Cina, nel secondo trimestre 2026, più della metà dei nuovi titoli usciti risulterebbe realizzato con l’IA, che non viene usata solo per la produzione, ma anche per “l’adattamento” locale in altri Paesi: il doppiaggio automatico di qualità piuttosto bassa e i nomi dei protagonisti talvolta resi in italiano (personaggi fantasy che si chiamano Matteo Ferri e Livia Romano, per esempio) fanno percepire questi prodotti come di serie B, sintomo, tra l’altro, dell’assenza di un controllo editoriale locale. Le produzioni diventeranno quindi sì più scalabili, con costi potenzialmente irrisori, ma resta da capire come reagirà lo spettatore a questo uso massiccio di IA (un discorso che, a dire il vero, vale un po’ per tutti i settori dell’intrattenimento).
Perché, dunque, scegliere un microdrama, magari realizzato con l’intelligenza artificiale, piuttosto che uno qualsiasi degli altri prodotti che si contendono l’affollato mercato dell’attenzione? Una strada potrebbe essere la presenza di volti noti e qualcuno, ovviamente, ci ha già pensato. Proprio nella loro patria, dove vengono chiamati duanju.
Neymar vende il suo viso da utilizzare nei microdrama
La piattaforma in questione è la cinese FlareFlow, parte di COL Group, lo stesso gruppo della più famosa ReelShort. A giugno 2026, diverse testate americane di settore, tra cui The Hollywood Reporter, hanno pubblicato la notizia: la star calcistica Neymar – ormai sul viale del tramonto della propria carriera – ha siglato un accordo per autorizzare l’uso del proprio volto in un totale di 16 microdrama realizzati con l’IA. L’annuncio è combaciato con il Mondiale di Calcio, a cui il giocatore ha partecipato quasi come fosse la sua The Last Dance. Le storie, si dice, raccontano O’Ney come un eroe attraverso fantasie di vendetta e riscatto con titoli come The Limping Janitor is the true world football king, oppure Soccer star kidnapped into the galaxy cup: score or die! e la più “classica” revenge-story The Way Back to Glory. Il livello, diciamo, non sembrerebbe da Oscar.
Ma perché proprio Neymar? Una prima risposta potrebbe essere legata al target: la mossa serve per allargare il pubblico al maschile, puntando su personaggio e sfondo calcistico (anche se il giocatore è una figura di successo anche per il target femminile, e le fanfiction sugli sportivi famosi sono un trope ricorrente). Una seconda risposta è, invece, quasi sicuramente, di mercato, sia globale che locale: il calcio può far presa ovunque e il Brasile è uno dei paesi dove i microdrama sembrano essere più diffusi.
La strategia di portare un volto noto e riconoscibile associato a uno sport globale, in modo ufficiale ed esclusivo, può essere quindi un driver di consumo per i contenuti generati dall’IA, essendo capace di incuriosire e richiamare un fandom. In ogni caso, difficile saziare la nostra curiosità, dal momento che, misteriosamente, questi titoli sembrano pressoché introvabili sulle piattaforme in Occidente.
Una fotografia attuale delle piattaforme
Questa non vuole essere una panoramica completa del fenomeno, ma un tentativo di far evolvere il discorso che gira attorno a questi nuovi prodotti, cercando di evidenziare alcune delle reali caratteristiche. È la fotografia attuale, un’analisi del vero prodotto medio arrivato in Occidente presente sulle piattaforme specializzate oggi, e del funzionamento di queste ultime. Un formato arrivato da lontano di cui si parla tanto – con una certa retorica entusiastica – ma senza entrare realmente nel merito. Ad oggi, è impossibile prevedere evoluzioni e traiettorie, ma possiamo provare a ragionarci.
Le piattaforme sono già invase da microdrama fatti con l’intelligenza artificiale. In Cina, più della metà dei nuovi titoli risulterebbe realizzato con l’IA, che non viene usata solo per la produzione, ma anche per “l’adattamento” in altri Paesi.
I microdrama funzioneranno nel futuro e manterranno le promesse, confermando le previsioni? Secondo la logica e la crescita del consumo dell’utente mobile, probabilmente sì. In più, l’entrata delle piattaforme OTT nel mercato dei formati verticali con l’integrazione dei microdrama nei propri cataloghi potrebbe essere un indizio della loro esplosione definitiva, magari con una crescita della qualità, grazie all’interesse di player abituati a contenuti premium. Tuttavia, prevedere grandi investimenti sul formato non è scontato, in quanto è un settore che per ora ha “funzionato” proprio per il vantaggio di costo rispetto ad altre produzioni audiovisive. I microdrama potranno, piuttosto, essere usati come driver dagli streamer per raggiungere nuovi utenti interessati al formato – grazie alla selezione di prodotti mirati e la promozione su altri canali – e (in parte) per aumentare il tempo speso da smartphone sui servizi streaming; quindi, più come un accessorio, una piccola sezione all’interno della home. Dalla loro, questi player tradizionalmente “orizzontali” hanno la possibilità di attingere alle proprie IP forti da cui costruire dei microdrama ex novo, strategia che alcuni già adottano e altri sceglieranno senz’altro per aumentare il ciclo di vita dei titoli.
Ma nel frattempo che aspettiamo l’evoluzione di questo mercato in Occidente, guardando alla loro attuale versione, sembra solo che Instagram e TikTok abbiano trovato un competitor nelle abitudini di chi si annoia parecchio sui mezzi di trasporto. In uno scenario futuro, volendo essere pessimisti sull’erosione della nostra attenzione e sulla nostra abitudine allo zombie-scrolling, un microdrama “premium” ambientato nel mondo di Game of Thrones, per esempio, potrebbe seriamente essere un’alternativa valida a un film o una serie tv, ma so che per ora non vorrei farmi vedere dal mio vicino di sedile mentre guardo Rinnegami, Re dei Draghi.
Isacco Cortese
Dopo aver provato da universitario la carriera di campione di quiz televisivi, è passato dall’altro lato: oggi lavora al Marketing Strategico di RTI, dove si occupa di analisi dei mercati internazionali e dello scenario istituzionale dei media.
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