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Dal vivo

Lo sport che (non) abbiamo visto e tifato. Da casa

Lo sport ha attraversato la prima ondata pandemica aggrappandosi alla nostalgia, in tv come sui social. Ora che è ricominciato, rimangono tanti asterischi. Ma anche nuove (possibili) traiettorie.

La partita tra Spezia e Pescara del 4 marzo 2020 rimane a oggi l’ultimo incontro di calcio – tra le massime competizioni – giocato effettivamente “a porte aperte” in Italia. Un match altrimenti anonimo si è inaspettatamente caricato di rilevanza annalistica. Da lì a breve, con le prime misure di lockdown, abbiamo visto le competizioni fermarsi (quasi) ovunque. Eppure, lo sport più seguito rappresenta quel perfetto esempio di rito profano, vissuto dal vivo o visto dal divano di casa. La stagionalità sportiva – fatta di grandi eventi quadriennali come le Olimpiadi o di appuntamenti spezzettati nel weekend – si è storicamente sovrapposta a quella televisiva, con i sempre più ricchi diritti tv a fare da cassaforte per club e leghe sportive. Già alla fine degli anni Sessanta, Raymond Williams confessava candidamente che – dopotutto – guardare lo sport era la cosa per cui valesse davvero la pena possedere un televisore. E tuttora accaparrarsi in esclusiva lo sport live è una formidabile (e pericolosa) killer application per le pay tv e, più di recente, una costosa next big thing per l’Ott. Una partita nella partita, dall’elevata posta in palio.

Dopo l’impatto del meteorite Covid-19, una diffusa incertezza ha invaso sia il mondo sportivo sia i comparti televisivi e i nuovi player digitali. Proprio le perplessità sul futuro – tra aste dei diritti tv al ribasso e mancati incassi da stadi e arene – rischiano di far crollare l’attuale mondo del calcio professionistico. Per Charlie Marshall – Ceo dell’associazione dei maggiori club calcistici europei (ECA) – si parla di perdite totali dell’ordine dei 6 miliardi di dollari per la fine della stagione 2020-21. Il solo spostamento, causa pandemia, delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Tokyo all’anno 2021 si appresta a costare qualcosa come 5,5 miliardi di dollari. Quella che si sta verificando è una complessa transizione del “prodotto-sport” che – complice la mancanza di pubblico in stadi e palazzetti – ha evidentemente mutato parte della sua stessa natura. Ma la resilienza e creatività messe in atto in questi mesi – in tv e dal vivo – hanno iniziato a tracciare qualche sentiero (già battuto) sulla mappa.

Metterci una pezza: amarcord, social e videogame

La prima difficoltà che hanno dovuto affrontare canali televisivi e piattaforme – specialmente se sports-oriented – è stata, ovviamente, quella di colmare il vuoto inaspettato di sport live. Cosa fare quando tutti sono costretti a casa, gli ascolti televisivi si impennano, ma uno dei prodotti più visti in diretta, lo sport, è improvvisamente off-limits? Nel caso italiano, una prima soluzione è stata quella di recuperare i vecchi match che hanno fatto la storia. Complice forse la drammatica situazione di emergenza sanitaria che ha sconvolto per prima e più duramente l’Italia, ha preso piede un richiamo nostalgico alle competizioni sportive memorabili. E soprattutto alle vittorie più celebri, come a voler perpetuare un rito collettivo “dimenticato”, ancora e ancora. C’è chi è andato a ripescarle nei polverosi magazzini televisivi, come l’esperimento tutto amarcord di RaiSport Classic e la sua trasmissione quotidiana delle gesta sportive degli azzurri in qualche Olimpiade in bianco e nero o tappa leggendaria di ciclismo. E chi è andato a cercarsi nell’“archivio YouTube” gli incontri più iconici della Nazionale: dalla mitica Italia-Germania 4 a 3 di Messico ’70 ai Mondiali vittoriosi del 2006.

Se The Last Dance poteva essere considerato un panegirico sulla figura di Michael Jordan, ben presto il racconto delle idiosincrasie del campione dei Bulls e le stravaganze di altri giocatori – Rodman in testa – hanno alimentato divertite reazioni e dibattiti sui social. E pure tanta attesa, appunto. Così, proprio quando la nuova stagione di basket Nba era ancora ferma ai posti di blocco, il “ritorno al futuro” di Jordan e co. – direttamente dagli anni Novanta – si è impossessato di quello spazio, rimasto vuoto.

Quando tutto lo sport era ancora fermo, tra marzo e maggio sono stati messi in vetrina – nei cataloghi online come nei palinsesti tematici – racconti celebrativi di imprese eroiche dello sport, in un contesto di riscoperta nostalgica, volontà di escapismo e rassicurante evasione. Un bisogno di “successo nazionale” che – di fronte alla tragedia – è stato in parte demandato alle imprese sportive del passato. E poco importa del monito di Dante: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”. Se talk show e storici programmi italiani – da Dribbling a Tiki-taka – hanno dovuto chiudere i battenti, allo stesso tempo sono state improvvisate soluzioni ed esperimenti, format e incursioni social nella nuova “terra di nessuno” di tifosi e appassionati. Qui ha trovato spazio la scheggia BoBo TV, la chiacchierata in diretta Instagram – nostalgica e scanzonata – che ha avvicinato i tifosi a (ex) calciatori in una cornice decameroniana, neppure troppo lontana dal revival dei classici sportivi. Last but not least, gli esport. Introdotti adesso in maniera sistematica nel palcoscenico televisivo, i tornei virtuali hanno dovuto acquistare, allo stesso tempo, qualità più “telegeniche”. Dall’iniziativa United per l’Italia con i calciatori di Serie A al campionato NBA 2K sulla cable Espn, il fil rouge è rimasto lo stesso: ricorrere a giocatori e volti maggiormente conosciuti nel mondo sportivo tradizionale. Due realtà – lo sport “dal vivo” e quello “virtuale” – che sembrano comunque destinate a specchiarsi e a sconfinare.

Behind the scenes e ritorno al futuro

Con lo stop delle competizioni live, non è un caso che il recente boom delle docu-serie sportive on demand abbia occupato il nuovo slot di tempo libero per gli appassionati rimasti a secco di partite. In alcuni casi, questi documentari sono anche riusciti a descrivere – con particolare efficacia – proprio l’impatto della pandemia da Covid-19 sul mondo sportivo. È quanto accaduto con la docu-serie All or Nothing: Tottenham Hotspur su Prime. Protagonista la squadra inglese del Tottenham nella stagione 2019-20, e in un uno degli episodi finali è stata infatti raccontata l’inaspettata progressione di eventi verso lo stop generale di competizioni e allenamenti per il coronavirus. La circostanza ha spiazzato la stessa troupe di produzione, costretta a rincorrere nuovi e improbabili scenari assieme al club sportivo. Nel corso della serie sono mostrati i dietro le quinte e le reazioni preoccupate e rassegnate di giocatori e staff all’interno del centro sportivo del Tottenham, trasmettendo un’atmosfera generale di caos e smarrimento. Ma anche di eccezionalità e di incredulità rispetto a ciò che stava accadendo. 

Nelle settimane tra aprile e maggio – con lo sport live ancora fermo – è stata inoltre anticipata l’uscita del documentario The Last Dance. La miniserie sportiva targata Netflix si è inserita perfettamente nel “filone nostalgia”, raccontando le gesta della squadra Nba dei Chicago Bulls a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Anche qui – come in All or Nothing – si è trattato di un gustoso behind-the-scenes della stagione dei Bulls ’97-98: l’“ultimo ballo”, appunto. La scelta, non casuale, di distribuire due episodi a settimana è riuscita nell’intento di creare un nuovo rituale di visione collettiva. Un senso di attesa – di settimana in settimana – che è più familiare, forse, allo sport live che non a una miniserie on demand. Se The Last Dance poteva essere considerato, inizialmente, un panegirico sulla figura di Michael Jordan, ben presto il racconto delle idiosincrasie del campione dei Bulls e le stravaganze di altri giocatori – Rodman in testa – hanno alimentato divertite reazioni e dibattiti sui social. E pure tanta attesa, appunto. Così, proprio quando la nuova stagione di basket Nba era ancora ferma ai posti di blocco, il “ritorno al futuro” di Jordan e co. – direttamente dagli anni Novanta – si è impossessato di quello spazio, rimasto vuoto. Ha riacceso quella conversazione sportiva tra tifosi che, di norma, precede e segue ogni match. 

Un nuovo sport da vedere (e sentire)

Dopo la prima ondata pandemica, un ingarbugliato intreccio di protocolli sanitari e rigide disposizioni sugli spostamenti di atleti e staff ha inevitabilmente riadattato e trasformato gli stessi tornei, tra l’estate e i primi mesi autunnali. Con ancora in ballo costosi diritti sportivi in esclusiva, le competizioni più popolari hanno potuto (o dovuto) riprendere quasi ovunque, stavolta con stadi e arene ancora chiuse al pubblico o dalla capienza drasticamente ridotta. E non senza conseguenze sullo stesso gioco. Un recente studio pubblicato sull’European Journal of Sport Sciences si è concentrato proprio sulla sistematica assenza di pubblico nel calcio professionistico al tempo del Covid-19, osservando la forte diminuzione dei vantaggi del cosiddetto “fattore campo” per le squadre casalinghe. Legittime resistenze di atleti e giocatori, d’altra parte, si sono registrate anche per sport apparentemente meno esposti a questo aspetto, come il tennis. Riprese le competizioni – sebbene ancora con tanti asterischi – è rimasta aperta un’importante problematica per lo “sport televisivo”: come rendere telegenico un match giocato senza pubblico sugli spalti e senza tifo dal vivo? Come garantire – e se mai garantire ugualmente – agli spettatori e agli atleti in campo la liveness delle competizioni sportive?

Si sono viste soluzioni più “casarecce” e immediate: squadre di calcio che hanno impiantato i cartonati dei propri tifosi sugli spalti, o esperimenti decisamente più creepy, come l’utilizzo di bambole gonfiabili al posto dei supporter di un club della K League coreana. Per tentativi più elaborati, invece, abbiamo visto entrare “in gioco” proprio i videogame. Tra i primi a proporre una possibile soluzione, Sky Sport UK ha iniziato a trasmettere le partite della Premier League inglese recuperando cori ed esultanze “da stadio” direttamente dal videogioco di simulazione Fifa dell’americana Electronic Arts. Oltre che con EA, la Liga in Spagna ha avviato una collaborazione anche con Vizrt, azienda specializzata in nuove forme di esperienza immersiva e interattiva per le audience sportive. Attraverso un software grafico, sono stati ricreati spalti “virtualizzati” che accompagnano la visione della partita di calcio.

Ma le virtualizzazioni non sempre sono piaciute. L’esperimento della Rai volto a offrire una virtualizzazione del pubblico nel corso della finale di Coppa Italia è stato in parte bocciato, sia dai telespettatori sia dagli addetti ai lavori. Una virtualizzazione che risultava colorata di un rosso troppo acceso (per ragioni di sponsor), e anche piuttosto fastidiosa visivamente. Altrove, come su Dazn, si è preferito non avvalersi di virtualizzazioni, mantenendo una trasmissione per quanto possibile “fedele” sia nel suono sia nell’immagine. Anzi, proprio l’insolita possibilità – in uno stadio di calcio senza cori e fischi – di ascoltare nitidamente dalla panchina indicazioni e rimproveri (e anche qualcos’altro…) ha spinto la piattaforma a sviluppare nuovi e divertenti highlights sul tema, compresa la riproposizione di esultanze dei tifosi “da casa”.

Le mille bolle blu

Ma l’esperimento forse più interessante – e tutto sommato fra quelli più riusciti e seguiti – è stato quello realizzato dalla lega americana Nba. Con un investimento di circa 170 milioni di dollari, ha infatti organizzato la mastodontica “2020 Nba Bubble” nella città di Orlando in Florida. Per garantire la conclusione dei restanti incontri della regular season e gli interi playoff in tutta sicurezza, sia giocatori che addetti ai lavori sono infatti rimasti isolati all’interno del gigantesco Disney World Resort per la durata del torneo. La stessa lega sportiva, d’altronde, poteva già contare su rodate piattaforme online e pay-per-view come Nba League Pass International e Nba Tv che, in quanto servizi out-of-market, raggiungono utenti e tifosi da tutto il mondo. Se nella nuova location della bolla le arene con gli spalti non erano neppure contemplate, i fan hanno potuto ugualmente prendere posto, stavolta su delle gradinate digitali. Ai lati del parquet sono stati infatti posizionate intere file di display dove tifosi e supporter – compresi ex presidenti americani – hanno potuto rivedersi dentro la bolla, interagire con altri tifosi “virtualizzati” e, in un certo senso, essere presenti dentro il match. D’altronde, già un Ott come Eleven Sports aveva implementato, in tempi non sospetti, funzionalità quali Watch Together: una video-chat multiview e live per mettere in connessione tifosi da diverse località nel corso di un match in diretta. Nba Bubble – con la sua chiusura ermetica ai tifosi dal vivo – ha “acceso” questa tecnologia anche dentro il campo da gioco, conferendogli una centralità inimmaginabile solo fino a qualche mese fa.

Su Dazn, si è preferito non avvalersi di virtualizzazioni, mantenendo una trasmissione per quanto possibile “fedele” sia nel suono sia nell’immagine. Anzi, proprio l’insolita possibilità – in uno stadio di calcio senza cori e fischi – di ascoltare nitidamente dalla panchina indicazioni e rimproveri (e anche qualcos’altro…) ha spinto la piattaforma a sviluppare nuovi e divertenti highlights sul tema.

Costruito per essere anche una piattaforma per il movimento Black Lives Matter, l’esperimento di Orlando ha in un certo senso ribaltato il vecchio adagio stick-to-sports, facendo viaggiare gli slogan del movimento di protesta sulle canotte di star globali come LeBron James e Antetokoumpo. Sempre l’esperimento della “bolla” – stavolta in scala decisamente più ridotta – è stato adottato anche dalla Uefa per portare a termine la fase a eliminazione diretta delle competizioni calcistiche di Champions ed Europa League. Più che l’immersione virtuale dei telespettatori, in questo caso è stata stravolta la stessa formula dei tornei: non più match di andata e ritorno, ma scontri a gara unica fra le contendenti tutte raccolte in un’unica location. Se da un lato la collocazione temporale in pieno agosto non ha certamente aiutato gli ascolti televisivi, la rinnovata formula – rinominata “Final 8” – per alcuni è apparsa anche più spettacolare rispetto all’originale. Nato per rispondere a un’esigenza di sicurezza sanitaria, il nuovo format ha il potenziale per essere adottato anche in futuro. 

Qualcosa è (già) cambiato

Insomma, da un lato non si vede l’ora di tornare allo stadio. E a quello sport dal vivo che la pandemia ha messo forzatamente tra parentesi. Lo pretendono i tifosi. Lo chiedono, nemmeno troppo sottovoce, giocatori e atleti. Lo vogliono anche e soprattutto i club e leghe sportive, che evidentemente hanno perso cospicui introiti dalla mancata presenza di pubblico negli stadi e palazzetti. Un certo sentimento di nostalgia ha accompagnato parte di quel vuoto sportivo che si è aperto con il primo periodo di lockdown, rafforzando i ricordi di una presunta età dell’oro dello sport. Allo stesso tempo, però, non possiamo non accorgerci che una mutazione genetica dello sport sembra già essersi annidata, nelle modalità di visione e costruzione del prodotto, come nelle alternative esperienze di tifo.

L’impatto della pandemia del Covid-19 ha probabilmente accelerato processi “in avanti” che erano già in atto: un senso di “esserci” in tele-presenza tra tifosi; interazioni più diversificate e personalizzate tra pubblico e giocatori avvitate attorno ai social media. E ancora la costruzione di una dimensione di “racconto”, dalle docu-serie agli extra on demand, che non solo affiancano ma completano le stesse competizioni live. Mentre gli stessi stadi e palazzetti sono da tempo spazi multifunzionali circondati da maxischermi e tecnologie di video assistant per gli arbitri. Impossibile, poi, non accorgersi di una sempre più marcata sovrapposizione e compenetrazione tra sport “tradizionale” e esports. Se da una parte le competizioni virtuali hanno potuto occupare gli slot televisivi lasciati liberi dallo sport “reale”, dall’altra gli stessi match dal vivo, trasmessi in tv, hanno potuto inglobare soluzioni prese in prestito dai videogame. Un rapporto che deve ancora stabilizzarsi, tra successi e sconfinamenti azzardati.
Inconsapevoli o meno, stiamo vedendo e tifando uno sport che ha intorno a sé la sua nuvola di contraddizioni, complessità e nuove sfide: dalla ricerca di una nuova sostenibilità finanziaria alla capacità di riconfigurarsi per non perdere l’audience dei giovanissimi, più attratti dal livestreaming delle partite virtuali su Twitch che dall’ultimo gol di Messi. Ma il rito collettivo di guardare lo sport – quella cosa per cui valeva la pena possedere il televisore – è destinato a restare. E la sua momentanea assenza, nei lunghi mesi di stop, non ha fatto altro che ribadirlo. Ancora e ancora.


Danilo Callea

Dottorando in Visual and Media Studies presso l’Università IULM. Si occupa principalmente di studi su media, televisione e piattaforme streaming, con un focus sui contenuti sportivi digitali.

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