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La sfida tra le piattaforme è anche nel documentario musicale

Tra gli Stati Uniti e l’Italia, l’attenzione dell’on demand per la musica rock e pop è stata notevole, così da tracciare un campo di battaglia. Dallo strapotere di Netflix alla svolta local di Prime Video.

Qualora non ve ne foste accorti, stiamo vivendo un periodo particolarmente fertile per l’offerta di documentari musicali, presenti ormai su quasi tutti i canali di distribuzione audiovisiva. Nei primi mesi del 2022, da un lato, abbiamo assistito al successo cinematografico di Ennio, rimasto in sala per molto più tempo dei tre giorni canonici solitamente riservati a questo tipo di operazioni e vincitore anche di un David, mentre, dall’altro, abbiamo visto il successo in tv dei documentari su Lucio Dalla e Franco Battiato, in onda sui canali Rai per omaggiare gli anniversari della loro scomparsa. Quella in atto non è però una tendenza italiana volta a celebrare i miti del nostro passato musicale più recente, ma qualcosa che va al di là dei confini nazionali e si estende oltre quelli della sala o della tv generalista. Quello a cui stiamo assistendo, infatti, è un fenomeno globale, in atto da anni e intensificatosi per la pandemia: un fenomeno che coinvolge tanti artisti contemporanei, soprattutto sulle piattaforme di streaming.

Naturalmente, i documentari musicali esistevano già, ma erano quasi sempre rimasti appannaggio di una nicchia, relegati nell’inferno dantesco dell’irreperibilità o comunque legati a eventi speciali che potevi incrociare solo grazie a una combinazione fortunata degli astri. Oggi fortunatamente non è più così, e il documentario musicale è entrato a far parte del mainstream. Basti pensare che l’Oscar come miglior documentario quest’anno è andato a Summer Of Soul di Questlove, sulla cosiddetta “Woodstock nera”, di cui quasi nessuno aveva mai sentito parlare: parliamo di una sei giorni di concerti memorabili tenutisi a Harlem nel 1969 con artisti del calibro di Stevie Wonder, B.B. King e Nina Simone. Prodotto da Hulu e reso disponibile in Italia da Disney Plus, è un documento storico di valore inestimabile, riesumato dal dimenticatoio di un archivio abbandonato per più di 50 anni. 

Guardando al mercato italiano, il fenomeno dei doc musicali è cresciuto a partire dall’arrivo di Netflix Italia, ma è letteralmente esploso nell’ultimo biennio. A causa della pandemia molti artisti hanno cercato modi alternativi di restare in contatto con il pubblico. Ciò ha portato in una prima fase iniziale a un aumento delle esibizioni live in streaming, dalle dirette casalinghe su Instagram ai maxi show su Live Now. Poi si è passati ai documentari distribuiti in esclusiva o prodotti dalle piattaforme, che hanno dato il via a una vera e propria battaglia combattuta a suon di musica: una sfida all’ultimo documentario che ha visto come principali attori protagonisti Netflix, Disney Plus, Apple Tv e Amazon Prime Video. La lotta, in corso, è condotta senza esclusioni di colpi, soffiandosi a vicenda gli artisti musicali più cool del momento, proprio come fanno le squadre di calcio con i calciatori più forti. Beyoncé e Taylor Swift sono passate da Netflix a Disney, Springsteen da Netflix a Apple, Billie Eilish da Apple a Disney.

Lo strapotere di Netflix

Al momento la piattaforma dalla N rossa gode ancora del vantaggio accumulato e non solo vanta il catalogo più ampio, ma anche il più assortito dal punto di vista della tipologia e dei generi musicali. Per quanto concerne la musica rock, per esempio, Netflix può vantare tre teste di serie come Elvis Presley, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Per il primo c’è il documentario on the road – The King, luci ed ombre del re – nel quale si viaggia a bordo della sua vecchia Rolls Royce attraverso le strade d’America, o il più classico Elvis Presley, the Searcher, in due puntate, che sintetizzano alla perfezione ascesa e caduta del più famoso ancheggiatore del rock’n’roll. Per Dylan Netflix ha reclutato Martin Scorsese, già al lavoro su No Direction Home del 2005 e autore di molti altri documentari musicali di successo come The Last Waltz (sull’ultimo concerto della Band), Shine A Light (sui Rolling Stones) e George Harrison Living in the Material World. Il regista newyorkese ha (ri)affrontato la materia Bob Dylan nell’unico modo ancora possibile, mescolando realtà e finzione in una sorta di mockumentary alla This Is Spinal Tap, in cui si alternano finte interviste e materiale d’archivio. Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese ripercorre quel tour del 1975-76 in cui lo stesso Dylan si “mostrava e celava” sotto una serie di maschere reali e fittizie, mentre portava in giro i brani di Desire, insieme ad artisti come Joan Baez, Roger McGuinn e Allen Ginsberg. Non si tratta quindi del classico doc musicale, ma di un documentario inafferrabile proprio come il suo protagonista, quasi una sorta di versione documentaristica del film di Todd Haynes I’m Not There, dove il caro vecchio Bob era interpretato da sei attori diversi. Infine, anche per il Boss del New Jersey Netflix ha prodotto qualcosa di più originale, decidendo di trasportare su schermo lo spettacolo teatrale Springsteen on Broadway, dove è lui a raccontarci i segreti della sua storia in musica – i suoi “magic tricks” – dando vita a una puntata allungata in chiave comica del VH1 Storytellers.

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese ripercorre il tour del 1975-76 in cui lo stesso Dylan si “mostrava e celava” sotto una serie di maschere reali e fittizie, mentre portava in giro i brani di Desire, insieme ad artisti come Joan Baez, Roger McGuinn e Allen Ginsberg. Non si tratta quindi del classico doc. musicale, ma di un documentario inafferrabile proprio come il suo protagonista.

Ma siccome non si vive di solo rock – nel senso che oggi il rock non rappresenta più il genere musicale di riferimento per l’interpretazione della realtà – o, come diceva un vecchio brano dei Public Enemy, Elvis was a hero to most, but he never meant shit to me”, il catalogo Netflix copre anche tutte le altre scene musicali: si va dal jazz di Miles Davis: Birth Of The Cool alla trap di Travis Scott Look Mom I Can Fly, al pop di Ariana Grande, Excuse me I Love You, al country di Dolly Parton: Here I Am, alla musica dance-elettronica di Steve Aoki, I’ll Sleep When I’m Dead e all’hip hop old school e new school di Biggie Small e Kanye West (con Biggie: I Got a Story to Tell e Jeen-yuhs: A Kanye Trilogy), solo per citare alcuni nomi di punta.

Docuserie musicali

Netflix, inoltre, tenendo fede alla sua natura seriale, ha sviluppato varie docuserie musicali interessanti, che spaziano dalla storia del rock in America Latina (Rompan Todo) all’evoluzione dell’hip-hop negli Stati Uniti e nel mondo (Hip-Hop Evolution, Rapture e I Ribelli), fino ad arrivare al flamenco spagnolo con la storia di Camarón de la Isla. La punta di diamante di queste docuserie, però, è rappresentata da Song Exploder, un podcast diventato serie tv, in cui l’ideatore Hrishikesh Hirway si siede in cabina di regia con i vari artisti per scomporre e analizzare al microscopio la creazione di un brano del loro repertorio. Vediamo Micheal Stipe spiegare il significato nascosto di Losing My Religion dei R.E.M., o Trent Reznor ripercorrere i dolori coperti dietro Hurt dei Nine Inch Nails. (Un’operazione simile è stata fatta anche in Italia da Sky Arte, con Romantic Italia di Giulia Cavaliere, che indaga le forme del sentimento amoroso nelle canzoni italiane, e con la docuserie 33 Giri – Italian Masters, dove però si analizza un intero album, da Come è profondo il mare di Lucio Dalla a Metallo Non Metallo dei Bluvertigo, in ben 35 puntate).

Un’altra docuserie Netflix meritevole di attenzione è costituita da ReMastered, in cui il focus si sposta sul lato investigativo: si tratta infatti di una serie che analizza i misteri del mondo della musica, specie quelli connessi a intrighi di potere, come nel caso dell’omicidio di Victor Jara nel Cile di Pinochet o del massacro dei Miami Showband in Irlanda del Nord. Un case study significativo è l’episodio che ricostruisce l’incredibile storia di sfruttamento e (post)colonialismo nascosta dietro al brano The Lion Sleeps Tonight: la canzone è stata portata al successo mondiale dal film Disney Il re leone, mentre il suo autore originale è morto in povertà e la famiglia ha dovuto affrontare una lunghissima battaglia legale per avere un piccolo riconoscimento economico. Qui la battaglia con Disney non è combattuta più solo sul piano della qualità del documentario, ma anche a livello di brand e di contenuto.

Infine, una terza docuserie musicale di Netflix è This Is Pop, in cui non c’è un filo conduttore, se non quello di analizzare alcuni fenomeni socio-culturali legati alla musica popolare, come la lotta di classe tra Oasis e Blur negli anni Novanta o l’incredibile ruolo della Svezia nella produzione di quasi tutte le principali hit degli ultimi vent’anni, da Britney Spears a Taylor Swift. Ecco, questi ultimi nomi sono fondamentali per capire la tendenza predominante nei documentari musicali di Netflix, ovvero quella di puntare soprattutto su artiste di successo che hanno dovuto affrontare gravi difficoltà nella vita privata. Si va così dai problemi alimentari di Taylor Swift – che si confessa in Miss Americana – a quelli fisici ed estetici di Lady Gaga, che vediamo sofferente su una barella in Gaga: Five Foot Two, fino a quelli mentali e legali di Britney Spears il cui breakdown e la conseguente tutela legale del padre sono al centro di Framing Britney – senza dimenticare altri temi endemici come la questione del razzismo e delle violenze di genere ben esemplificati dal caso di Nina Simone in What Happened, Miss Simone?.

All’inseguimento

Anche Disney Plus e Apple Tv hanno cominciato però a recuperare terreno, lanciando loro offensive. Disney Plus sembra orientata a puntare su pochi nomi grossi di forte richiamo. A Natale 2021, per esempio, ha calato l’asso con il nuovo documentario sui Beatles, costruito come una vera e propria serie tv in tre atti da due ore ciascuno, con tanto di cliffangher a fine puntata. Che i Beatles siano il tema preferito da Disney in ambito musicale lo dimostra l’altra docuserie musicale di punta, McCartney 3, 2, 1, dove vediamo Sir Paul che discute di musica con il produttore Rick Rubin, con cui ride, scherza, suona, ascolta e sciorina aneddoti sulla nascita di alcune delle canzoni più famose della storia del pop. È un format simile a quello di Song Exploder, ma con al centro due fuoriclasse assoluti. (Una formula che, tra l’altro, potrebbe ripetersi con altri artisti, perché Rubin ha firmato un accordo con il colosso Endeavor Content per la realizzazione di prodotti tratti dal suo lavoro, ed è uno dei produttori più noti al mondo avendo lavorato con Shakira, Adele, Ed Sheeran, Tom Petty, Run DMC, Beastie Boys, Slayer, Johnny Cash, Red Hot Chili Peppers, System of a Down, Linkin’ Park e tantissimi altri). 

In entrambe le serie beatlesiane è posto un forte accento sul processo creativo. A differenza di Netflix, quindi, Disney sembra più interessata a rimettere al centro la musica, che viene prima della vita privata degli artisti. La dimostrazione che nei documentari Disney si preferisca lasciar parlare la musica è data anche dal diverso modo in cui sono trattate le tre popstar più luminose del momento, Taylor Swift, Beyoncé e Billie Eilish – tutte e tre soffiate alla concorrenza, visto che i primi doc su Taylor Swift e Beyoncé erano usciti su Netflix, e il primo su Billie Eilish era uscito per Apple Tv. Il doc su Taylor Swift – Folklore: The Long Pond Studio Sessions – è il racconto della nascita dell’album Folklore, pubblicato a sorpresa nel mezzo della pandemia. Qui è rieseguito interamente dal vivo in un’atmosfera fatata che, se non fosse pleonastico, potremmo definire, appunto, disneyana: una bolla fuori dal tempo intervallata da brevi discussioni con i due collaboratori più stretti che hanno contribuito alla creazione del disco, ovvero Aaron Dessner dei National e il fido Jack Antonoff. Niente della vita privata di Taylor Swift è qui rappresentato, c’è solo la magia della musica suonata in un casolare nel bosco. Di Beyoncé, Black Is King, in realtà, non è neanche un documentario, ma un “album visuale” dove la storia de Il re leone è re-intrepretata in chiave umana, per rappresentare la diaspora africana e l’orgoglio nero, in maniera diversa, ma simile nelle intenzioni, a quanto già fatto in precedenza su Netflix con il documentario della sua esibizione al Coachella (Homecoming). Infine, il doc su Billie Eilish, Happier Than Ever: Lettera d’amore a Los Angeles, è sostanzialmente un’esibizione live senza pubblico dell’ultimo album, intervallata da brevi cortometraggi animati, tra cui spicca quello sulla riappropriazione del corpo femminile. Insomma, nei prodotti Disney i temi delle canzoni, eseguite per intero, hanno più importanza delle vite degli artisti.

Folklore: The Long Pond Studio Sessions è il racconto della nascita dell’album Folklore, pubblicato a sorpresa nel mezzo della pandemia. Qui è rieseguito interamente dal vivo in un’atmosfera fatata che, se non fosse pleonastico, potremmo definire, appunto, disneyana: una bolla fuori dal tempo intervallata da brevi discussioni con i due collaboratori più stretti che hanno contribuito alla creazione del disco, ovvero Aaron Dessner dei National e il fido Jack Antonoff.

Apple Tv, invece, sembra voler percorrere una strada simile a quella di Netflix, ma più sofisticata. Per la realizzazione dei primi documentari musicali, ha puntato tutto su due registi ricercati come Spike Jonze e Todd Haynes. Al primo è affidata la regia del documentario sui Beastie Boys, girato in forma di show teatrale come Springsteen On Broadway, ma senza esibizioni live, sostituite da un maxischermo con video e immagini di repertorio. A Todd Haynes è toccato il documentario sulla storia dei Velvet Underground, che in realtà non è “raccontata” perché si procede per accumulo di immagini e interviste senza che ci sia una vera e propria narrazione: un doc pensato più per iniziati che per neofiti, e quindi perfettamente in linea con la filosofia aziendale un po’ snob della casa madre. A completare il cerchio ci sono poi il doc sugli esordi di Billie Eilish – un’interessante anomalia dark all’interno del pop mainstream – e quello sull’ultimo album di Springsteen Letter To You, incentrato sul tema della morte. Da segnalare poi che Apple Tv ha anche intrapreso la strada delle docuserie con due prodotti di altissima qualità. Uno è 1971 The Year That Music Changed Everything, un doc storico-musicale tratto dal libro di David Hepworth 1971 L’anno d’oro del rock: ci sono il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam, la cultura hippie e tanta musica di qualità, da Aretha Franklin a Marvin Gaye, passando per Carole King, Who e Rolling Stones. L’altra docuserie musicale è legata agli aspetti tecnici della musica, con la narrazione affidata a un altro fuoriclasse come Mark Ronson – l’uomo dietro al successo di Amy Winehouse e Lady Gaga. Watch the Sound with Mark Ronson dedica ogni puntata a uno specifico argomento tecnico, approfondendo termini come il sampling, il riverbero, la distorsione, con un grado di complessità notevole e dettagliato.

La svolta local di Amazon

Rispetto alla concorrenza agguerrita, Amazon Prime Video è più in affanno: molti degli artisti a cui ha dedicato i suoi doc musicali sono passati di moda (vedi i Coldplay di A Head Full Of Dreams o i Police di Can’t Stand Losing You); persino le popstar femminili (Pink e Mary J. Blige) non reggono il confronto con quelle sulle altre piattaforme. Il solo nome di richiamo è The Weekend, a dimostrazione del fatto che comunque il colosso di Jeff Bezos non ha ancora gettato la spugna. Rispetto alle altre piattaforme, però, la peculiarità di Amazon è di aver tentato una svolta local, ragion per cui in Italia ha prodotto una serie di documentari su artisti pop nostrani come Tiziano Ferro, Sferaebbasta, Salmo e ultima, ma non ultima, Laura Pausini. Il doc su Tiziano Ferro è la versione italiana concentrata dei vari documentari Netflix su Taylor Swift & co, con tanto di pianti, coming out, bullismo, disturbi alimentari, alcolismo, mentre quello su Sfera è più simile a un lunghissimo video promozionale dell’album. Poi c’è il doc sul Waterworld Music Festival di Salmo, classico dietro le quinte in cui vediamo come si realizza un concerto di quelle dimensioni, equiparabile a una versione minore del Coachella in salsa italosarda. Quello su Laura Pausini, infine, è il più sperimentale: una creatura mitologica metà docu e metà fiction, in cui si prova a immaginare un “What If” in cui Laura Pausini non ha mai vinto Sanremo. (Spoiler: alla fine in un modo o nell’altro La solitudine la canta lo stesso).

Ma ci sono altri sfidanti: sia Mubi sia Iwonderfull hanno poche frecce al loro arco per fare paura, mentre chi sulla carta può insidiare i colossi è Hbo Max, non ancora sbarcata in Italia: a oggi i suoi doc sono distribuiti da Sky. Tra quelli più vecchiotti ci sono due pezzi da novanta come Amy Winehouse e Kurt Cobain, ma la nuova strada di Hbo, inaugurata con un primo ciclo di sei doc chiamato Music Box, sembra essere simile a quella intrapresa da Netflix, con i nuovi titoli su Tina Turner e Alanis Morrisette, in cui sono raccontate nel dettaglio tutte le violenze subite dalle due artiste. In conclusione, la battaglia è ancora aperta. Netflix ha un vantaggio accumulato negli anni, ma Disney Plus e Apple Tv vogliono colmare il gap con prodotti di grande richiamo e altissima qualità. Amazon Prime Video arranca e gioca la carta local, mentre Hbo Max prepara il terreno e sbuca minacciosa all’orizzonte.


Andrea Pazienza

Andrea Pazienza, critico musicale e mediatore linguistico-culturale, collabora con testate che si occupano di musica, cinema, tv e pop culture, tra cui RockON, Onstage, Auralcrave, Onda Musicale, Limina, Youmanist, The Submarine e La Scimmia Pensa.

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