immagine di copertina per articolo Il rap ha compiuto 40 anni. Se porta cash, muti
Pop culture

Il rap ha compiuto 40 anni. Se porta cash, muti

Quarant’anni fa, più o meno, nasceva il rap. E non c’è migliore occasione per fare il punto su cosa è stato e cosa è ora, in Italia e nel mondo. Con la viva voce di tanti protagonisti.

In occasione dei quarant’anni di “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang, proviamo a fare qualche riflessione sullo stato di salute del rap contemporaneo. In apparenza, florido e trionfante. In realtà, forse non del tutto privo di problemi – certo la cosa va detta con cautela, perché uno dei dogmi che lo sorreggono come forma d’arte e di comunicazione è che non esista niente di più moderno e popolare. Ma ancora più dogmatico è il semplice principio del successo, al quale la cultura hip-hop si adegua con l’entusiasmo del capitalismo più appassionato: se porta cash, tutti muti.

Prima della tavola rotonda (in realtà posticcia: sono risposte date in momenti e luoghi diversi, remixate in un mash-up) cominciamo da un’introduzione, per cercare di inquadrare lo scenario in questa fase. Segue poi la discussione con personaggi autorevoli, che frequentano il rap a vario titolo da abbastanza tempo: Frankie Hi-Nrg e Marracash, rapper, Paola Zukar, manager e discografica, Luca De Gennaro, dirigente di Mtv, Damir Ivic, critico e organizzatore di concerti, Luca Wad Caporosso, esperto di urban sound e volto e voce dell’hip-hop su Radio Deejay e Deejay TV.

Introduzione

Nell’ottobre 1979 fu pubblicata “Rapper’s Delight”. Sarebbe entrata nella classifica statunitense dei singoli il 10 novembre (al numero 84), raggiungendo il numero 36 a gennaio. Non molto. Eppure tanti si accorsero di quel pezzo. Anche in Italia. Fortemente voluta dall’ex cantante Sylvia Robinson, a capo di una piccola etichetta del New Jersey, la Sugarhill Records, prendeva di peso la musica di “Good Times” degli Chic, di pochi mesi prima, e iniziava con la fatidica frase, pronunciata da “Wonder Mike” Wright: “I said the hip-hop, hippie to the hippie to the hip-hip-hop and you don’t stop the rock it to the bang-bang boogie, say up jump the boogie to the rhythm of the boogie, the beat”. Una frase con cui Wright voleva riprodurre una rullata di batteria (“Mi piace il suono della lettera B, è percussione pura”). 

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Sugarhill Gang

Come tutte le cose che riguardano il rap, si può parlare a lungo, come in un flow infinito, dell’importanza di questo brano per quello che è successo dopo. Ha ragione chi dice che non è strettissimamente il primo brano rap, e anche chi dice che fu un’operazione studiata a tavolino (anche se onestamente si trattava di un tavolino molto rustico), e che al suo interno contiene un quantitativo di appropriazioni indebite – di rime e di musica – che oggi susciterebbero sdegno generalizzato anche nel più “gangsta” degli ambienti. Tuttavia, a “Rapper’s Delight” è facilmente applicabile ciò che Wikipedia scrive per “Rock Around the Clock”: “Non fu il primo disco rock’n’roll, né il primo grande successo del genere. Ma è ritenuta la canzone che, più di ogni altra, portò il rock’n’roll nella cultura mainstream di tutto il mondo”. Allo stesso modo, il rap non comincia con “Rapper’s Delight”, ma la sua Storia sì. È una convenzione. Tutto sommato è una buona convenzione. E quarant’anni sono un buon pretesto per chiedersi in che fase siamo di questa Storia.

È il 2019 e il rap sembra essere il genere musicale che domina il mondo. Praticamente ogni Paese, Cina inclusa, ha una produzione locale. Le classifiche, da qualche anno ricalibrate per premiare gli ascolti sulle piattaforme di streaming, attribuiscono ai rapper un ruolo preminente quasi ovunque, dal principale mercato mondiale, gli Stati Uniti  (con il canadese Drake in cima alla piramide) all’Italia, nella quale i rapper occupano a turno il numero uno e Hellvisback di Salmo (il suo penultimo album) è in classifica da 193 settimane, con la prospettiva di battere il record di 207 settimane consecutive detenuto da Tiziano Ferro con la sua raccolta di successi TZN. Oltre che dai teenager, il rap è amatissimo dai brand del lusso e della moda (ampiamente contraccambiati) e malgrado i quarant’anni suonati continua a risultare nuovo e giovane in televisione. Qui si potrebbero fare delle ironie sulla televisione medesima, ma va riconosciuta all’hip-hop una capacità di essere percepito come perennemente giovane, proprio come certi partiti riescono a convincere i loro elettori di non essere mai stati al governo.

Proprio la percezione è un concetto chiave. Perché se è vero che lo streaming, dai telefonini di tutto il mondo, incorona i rapper, un piccolo allargamento di visuale complica le certezze. Il segmento live dell’industria musicale ribalta la situazione, premiando il pop e resuscitando il rock a partire dai suoi illustri vegliardi. Secondo Forbes, solo Beyoncé e Jay-Z riescono a infilarsi nei dieci tour più remunerativi del 2018, e malgrado il suo multiforme talento, definire Beyoncé una rapper sarebbe una forzatura. Se poi vogliamo allargare l’idea dell’ascolto di musica ai milioni di ascoltatori dei network radiofonici la canzone più diffusa in Italia secondo i dati EarOne è stata “Non ti dico no” di Boomdabash e Loredana Bertè; numero 2 il pop-soul di “Who You Are” di Mihail, e al numero 3 “Una grande festa” di Luca Carboni. Nessuna delle tre è tra i primi trenta singoli dell’anno, la numero 2 e la numero 3 non sono nemmeno tra i primi cento. E questo ci conferma (c’è bisogno di ripeterlo? Sì, perché c’è sempre chi alza ditini di mani e piedi) che a tutti i dati va fatta una certa tara. Anche a quelli dello streaming però, visto che nella top ten dei più ascoltati del 2018, guidata da “Amore e capoeira” di Giusy Ferreri con Takagi & Ketra, metà dei pezzi sono quelli che amiamo definire “tormentoni estivi” e solo tre sono trap (nemmeno strettamente rap). Sommando queste due circostanze possiamo desumere che la capacità del rap di proporsi come musica immediata e trasversale sarebbe diminuita rispetto alla “old school”, anche a causa della minore contiguità con il funky e al ridotto uso di campionamenti di musica altrui. Questo perché Rolex e BMW costano, e corrispondere diritti a qualcun altro è doloroso. Il rap ha quindi una certa difficoltà nel produrre brani “evergreen”, così come di realizzare show realmente spettacolari e di grande richiamo. E una certa difficoltà nel proporsi contemporaneamente a generazioni diverse come riesce a fare il pop, da Ed Sheeran a Ultimo. Una certa difficoltà nel far accettare al proprio pubblico lati più personali e meno superficiali di sé (di solito, prudentemente confinati alla fine dell’album). 

Alla fine, però, questi dettagli non ridimensionano la supremazia del rap. Al contrario, permettono di delineare più chiaramente alcune sue caratteristiche. Intanto, la capacità di proporsi negli ambiti e le forme che gli convengono: il marketing sì, i concerti un po’ meno; lo streaming sì, la radio molto meno. Gli album sì, i singoli dipende – vale la pena farli in joint-venture con colleghi che portino in dote i loro follower. Il brano a presa rapida che funzioni qui ed ora, sì, con forza. Quello che resiste sul lungo periodo è quasi uno sfizio per chi si sente al massimo della sua presa sul pubblico. Attività social, tanta e per un pubblico esteso; attività live, poca e per un pubblico convertito. E quest’ultimo, preferibilmente di teenager: dell’appeal a più generazioni si preoccupi il pop. Sono tutte scelte che derivano da una valutazione di costi e benefici, basata sulle caratteristiche del genere stesso, che conosce i suoi limiti quanto i suoi punti di forza. Ma alcune sono cambiate col tempo: una volta i due termini “credibilità” e “commerciale” erano agli antipodi; a partire dagli anni Novanta – e in Italia, dalla metà degli anni Zero – le vendite sono un aspetto della credibilità. Il rap è diventato a suo modo una celebrazione del capitalismo, che come tante cose è dato per inevitabile. Ed è ragguardevole come la coolness connaturata all’hip-hop riesca ad attribuire un vistoso marchio di uncoolness agli ambiti in cui non funziona. L’ansia di non apparire (orrore) “vecchi” e superati ha indotto diversi giornali e addetti ai lavori a incensare del tutto acriticamente anche rapper oggettivamente insulsi e opportunisti. Ed è per questo che qui, per portare una ventata di novità, proveremo a considerare alcuni aspetti attuali che magari, un tempo, non sembravano necessariamente nel suo Dna, o si sono evoluti in modo apparentemente contraddittorio. 

Parte prima. Musica e storia

Facciamo male a partire da “Rapper’s Delight”?

Frankie Hi-Nrg. Gli addetti ai lavori avranno da obiettare, e potrei farlo anch’io – ma è vero che porta il rap in ogni parte del pianeta. 

Non mi capita con molte canzoni, ma ricordo il momento in cui l’ho sentita alla radio per la prima volta. Ho notato che vale per un sacco di – come dire – ex ragazzini.

Frankie Hi-Nrg. Io ero in vacanza in Sicilia, i ragazzi più grandi che ballavano la sera sul terrazzo sentivano radio e dischi, e passò in mezzo ai Bee Gees. 

Zukar. Avevo dodici anni ed ero a casa di un mio amico con la tv in camera: passò il video. Rimasi completamente rapita – dagli alieni. Non capivo niente, ma le rime erano come cerchi perfetti che si chiudevano.

Bene. In tre, abbiamo di tutto: la radio, la tv, la discoteca improvvisata.

Frankie Hi-Nrg. Ed è per questo che rinuncio a discuterne la funzione di punto di partenza: fu il brano che per la prima volta portò il rap in tutto il pianeta.

Quarant’anni dopo, siamo in un pianeta rap o quasi, già da qualche anno. Di preciso, in che fase siamo?

Frankie Hi-Nrg. Se usiamo curve cicliche come quelle dei bioritmi, ora la curva della popolarità è al picco, anzi non è nemmeno una curva perché è perennemente al massimo, sembra non esca altro: è più popolare anche del pop. Anche perché c’è una sovrapposizione: quanto del cosiddetto hip-hop in realtà è pop mascherato? Intendiamoci: se mi piace, se mi fa muovere la testa non mi pongo il problema.

Zukar. Siamo in una fase di globalizzazione totale. Del resto era nell’ordine delle cose, il rap prende tutto quello che trova, lo ha fatto con il funk, con il rock, ora con il country e l’elettronica. I grandi rocker sono sempre stati messi in discussione quando contaminavano la loro musica, invece sporcarsi è parte integrante del rap. Drake è in cima alla piramide perché lui è l’inglobatore per eccellenza, ha gente che gli porta proposte di ogni tipo, come li ha Kanye West.

Proviamo però a considerare separatamente gli aspetti principali. Avete risposto a partire dall’aspetto musicale, ed è interessante di per sé. Ma il rap è un fenomeno molto localizzato: in ogni Paese dominano le star indigene, tranne nel Regno Unito. Ci sono caratteristiche che distinguono l’Italia dall’America e dal resto del mondo? 

Marracash. Ci sono sempre state. Sia per la generazione precedente alla mia, sia per quella attuale. Che forse è quella che si ricongiunge di più alle tendenze globali. Quello che fa Sfera è fatto da dio ma è la trap americana, non quella francese o italiana. E per questo è esportabile. Rispetto a noi e i Club Dogo, ma se vuoi mettici anche Vasco, per capirci, noi potevamo anche amare gli stranieri, ma siamo rimasti tamarri italiani. Anche nei particolari meno appariscenti: avevamo tutti lo stesso taglio di capelli della gente che ci ascoltava, loro girano con le treccine – ma chi le ha le treccine, per strada? È interessante però che i media italiani sulla trap si siano buttati come mai era capitato prima.

Se posso dire la mia, si sono tutti avventati sul carro, in modo acritico – tutto è stupendo e giovane e figo, e se non ti piace il problema sei tu.

Marracash. Quando c’è la possibilità di creare un fenomeno ai media tira sempre. Poi sotto sotto c’era la possibilità di dire che la trap non era strettamente rap, e appena c’è deviazione dal rap al critico italiano piace di default, è successo con Achille Lauro, Myss Keta, Young Signorino. In Italia la locura piace sempre. Comunque è incredibile che sia diventato “un genere”, e che qualcuno abbia parlato di contrapposizione. È rap. Cambia la forma, ma è evidente che è sempre rap. Essendo anche cantata, la trap però rende possibile la poppizzazione, come i featuring con gli stranieri. 

Zukar. I Migos si vantavano pubblicamente di avere inventato la trap. Poi quando li mettevi un po’ alle corde ti dicevano “Ma sì, certo che comunque è rap”.

Marracash. Qualcosa è innovativo, come Tha Supreme: ogni tanto dice parole a caso ma puoi ascoltarlo senza capire niente, come un flusso, a me piace moltissimo. O le melodie di Sfera sono talmente belle che arriva con l’emotività. In certi momenti ha quello struggimento che ricorda la canzone napoletana.

Zukar. Forse la risposta “da dentro” il rap è stata l’emo-rap, più intimista e melodico, ma non vende molto. E a sua volta la trap mi sembra riassorbita. In fin dei conti il rap stava stancando, e la trap ha portato la ventata di novità che ha svegliato la generazione precedente. E teniamo conto del fatto che nella scrittura di Sfera Ebbasta c’è una poetica pop che è importante per i ragazzini, perché per noi è passata, l’abbiamo sentita altrove, ma loro non l’hanno mai avuta. 

Frankie Hi-Nrg. La trap è figlia dell’hip-hop ma non prevede la conoscenza di ciò che c’è stato prima, non è contro come il punk: casomai fa come se non esistesse, non lo calcola. 

Anche il taglio col passato è stato utile per il marketing, forse.

Frankie Hi-Nrg. L’hip-hop nella sua evoluzione si è sempre riferito a un suo passato: la knowledge. Tramandata ribadendo costantemente i propri punti di riferimento e le proprie radici. Nel 1998 chi si approcciava all’hip-hop entrava subito in contatto con Grand Master Flash e Afrika Bambataa, era importante sapere chi aveva fatto cosa e quando. Era la saggezza degli anziani. A un certo punto con la grossa crisi della scena italiana all’inizio dei Duemila, ma anche a livello internazionale, è arrivata una generazione dell’hip-hop il cui approccio era apparentemente simile, ma che della Storia se ne sono fregati, erano vestigia superflue. Quelli che hanno accompagnato il boom del decennio scorso, Fabri Fibra, Marracash, i Club Dogo, si erano formati sulla generazione precedente e dal punto di vista della history non gli si può dir niente. Ma il loro successo ha inevitabilmente attirato un pubblico nuovo, volendo più mainstream, al quale della knowledge non poteva fregare di meno.

Marracash. Credo che il taglio sia stato soprattutto con il rap americano, pochissimi teenager sanno chi erano i Wu Tang Clan. D’altra parte, io ero metallaro e la roba pre-Metallica non la sentivo nemmeno come appartenente allo stesso genere, per me gli AC/DC erano classic rock. Poi gli stessi Public Enemy non li ascoltavo come album, conoscevo giusto i pezzi che avevano fatto la storia. Ed è una lacuna pure personale più che culturale, perché ti perdi cose che ti farebbero girare la testa. Uno svantaggio professionale e artistico, ti manca qualcosa che potrebbe ispirarti. 

Zukar. Teniamo conto che comunque l’album per i ragazzi non ha un significato particolare, ora è solo il momento in cui dodici pezzi di un artista escono insieme, ma poi se qualcuno ha curiosità sul passato anche recente le playlist metteranno in evidenza solo le hit. 

Marracash. L’algoritmo è già al comando. 

Frankie Hi-Nrg. Non vedo una distanza tra due fasi, un taglio, come credo anche altri che sono in giro da un po’ e non a caso si sono trovati a loro agio a fare brani trap e featuring con i nuovi nomi. A me le basi di Sick Luke o Charlie Charles piacciono parecchio: sono raffinate per estetica e approccio rispetto alla brutalità caciarona diffusasi nella fase precedente. Della trap apprezzo meno la voce, la cantilena, il tono imbronciatino: questa modalità la trovo stucchevole, l’autotune è detestabile, una peste che devasta la musica. Però si sente continuamente e identifica il prodotto: bene per il marketing. 

Evoco però uno dei teoremi dei critici musicali: Frank Sinatra e le chitarre elettriche. Che poi è sempre l’obiezione di prima, il grande diktat di Darwin (e del mercato): “Se non ti piace l’autotune il problema sei tu”.

Frankie Hi-Nrg. Può darsi ma, lo dico da rapper e non da rocker, la paletta espressiva che la chitarra ha dimostrato in cinquant’anni non è stata dimostrata dall’autotune che è ancora la boiata tipo “Believe” di Cher. Mi sembra un sintomo di pigrizia, di sciatteria. Oggi potresti fare di più rispetto a un tempo, ma evidentemente non c’è la voglia. Le limitazioni degli strumenti di ieri spingevano a sfruttarli in tutti i modi possibili.

In effetti, ultimamente ho letto una ricostruzione sconcertante di come David Bowie e il suo chitarrista Earl Slick costruirono un trenino di amplificatori per creare i feedback di chitarra in Station to Station. E lui usava moog e sintetizzatori da anni, e aveva già scoperto i Kraftwerk, però per quel pezzo voleva quel tipo di effetto che in teoria avrebbe già dovuto essere morto con Jimi Hendrix. Ma temo che qui il discorso coinvolga una minore sensibilità generazionale per il suono. Rispetto alle immagini, ma anche rispetto alla parola. È una generazione da meme.

Frankie Hi-Nrg. Forse è un atteggiamento che appartiene alla prima fase di una forma di espressione. Penso alla fotografia in bianco e nero. Il meme è un’immagine fissa sfruttata con continue variazioni. Lo strumento limitato stimola la creatività rispetto a strumenti sofisticati di cui usi sempre le solite soluzioni. I primi synth con dieci suoni ti stimolavano a esplorare tutte le possibilità, da quando sono usciti quelli con dentro diecimila suoni la gente si è ritrovata a usare i primi cento perché non aveva tempo e voglia di sentirli tutti e di modificarli e di sperimentarli.

Sempre pensando in termini musicali, una cosa interessante è che pur nascendo vicinissimo al mondo della dance, oggi i due generi non sembrano in buoni rapporti, e questo malgrado strumenti e produttori in comune. Però è come se quel tipo di fisicità o edonismo fossero messi all’indice. E pare un argomento a favore dell’attuale prevalenza della componente “nerd” e un po’ misogina del rap. Ma qui mi giocherei un contributo esterno. Damir Ivic, critico ma anche operatore attivo nell’ambito di concerti e festival, esperto sia di hip-hop sia di techno e clubbing.

Ivic. Sì, è vero che oggi i due generi sembrano essersi allontanati, però occhio: in realtà in molti club americani la musica dance è o è stata l’hip-hop. Più che altro perché lì la club culture all’europea non ha mai davvero attecchito. È sempre rimasta un fenomeno molto di nicchia. Detto questo, per un sacco di tempo sono mondi che non si sono parlati o si sono addirittura guardati in cagnesco (ricordiamo il “Nobody Listens to Techno” di Eminem nel diss a Moby). Ultimamente però, visto che ormai tutto sta diventando un gigantesco paciugo, ci sono improvvisi punti di contatto. A partire da Kanye West che campiona i Daft Punk (o chiama Hudson Mohawke a collaborare con lui) e, per quanto riguarda l’Italia, in realtà il circuito che si è creato è quello beceramente commerciale, per cui vediamo il rap che inizia ad adottare la cassa dritta (diventata “pop” grazie all’onda lunga EDM) o i rappusi più famosi che per fatturare un po’ di più vanno a fare dj set più o meno farlocchi nelle discoteche. Quindi diciamo che i muri sono caduti, ma potevano cadere – soprattutto in Italia – in maniera più interessante e artistica, quando invece è solo un’alleanza di comodo per andare a cercare lì dove galleggiano gli euri.

Cose che succedono. Bene! Esaurita la parte sull’aspetto musicale (no, non è vero) (ci sarebbe ancora tantissimo altro da dire, ma vedete da voi quanto già siamo lunghi), passiamo ora alla…

Parte seconda. Contenuti (aka: “menate politico-sociali”)

“Il rap è la Cnn del ghetto”.

(Chuck D, Public Enemy, 1989)

Rispetto alle fasi precedenti, il rap sembra molto meno interessato allo sfondo sociale, al di là dei fra del quartiere che sono diventati delinquenti. Eppure personalmente ho la sensazione che negli ultimi anni il rap abbia dato un grosso contributo a portarci verso la società attuale. A partire dal famoso populismo.

Frankie Hi-Nrg. Anche essere contro il sistema prevede rigagnoli che a un certo punto sembrano essere pro-sistema. In realtà, se anche questa fase può esserci stata, oggi non mi sembra che nel genere ci si ponga il problema di un potere come in “Fight the Power” dei Public Enemy. 

Marracash. In una certa fase c’è stata una sintonia con la voglia di tabula rasa di Beppe Grillo. Fanculo destra, fanculo sinistra. Ammetto di aver avuto una forte spinta di antipolitica, come credo tanti altri nel decennio scorso. Sono pure andato a suonare al V Day! Il rap ha anticipato quella roba che è diventata tragicamente la realtà. Ma se ci pensi è stato un riflesso di cose che c’erano, anche prima che venissero fuori in modo macroscopico. Nei nostri pezzi dicevamo che c’era cocaina dappertutto, poi toh, Saviano descrive il business della cocaina e i giornali iniziano a prenderlo sul serio. Dicevamo che dove c’erano i soldi c’erano tantissime puttane e poi toh, Berlusconi cade per quel motivo.

Frankie Hi-Nrg. Il rap è la stecca dell’olio del motore, che ti permette di capire il livello. Ma esiste una certa parte che è oltre il vaffanculo, la cui attenzione è solo per il suo interesse, per esempio in Fedez. Il suo uso del vaffanculo è ponderato, si basa sul calcolo di quanto convenga. C’è un opportunismo di scena che però sposta voti, e alla politica non dispiace affatto, perché ne condivide l’attenzione per i sondaggi. Oggi twittiamo “Vi amo tutti”; domani “Vi odio tutti”, dopodomani “Che belli i gattini”. È anche più letale di uno che batte il pugno sul tavolo e dice “Voglio i soldi e dei poveri non me ne frega un cazzo, va bene?”.

Capisco. Però è anche vero che quest’ultima rivendicazione crea un certo terreno.

Frankie Hi-Nrg. Sì, molti si sentono legittimati da un modello di infima qualità. A me personalmente fa schifo questo immaginario dei privé dei locali, dello sbocciare Dompe, ma che cazzo stai dicendo, come parli Madonnabona. Capisco che fai un personaggio, ma è un peccato che per un po’ di quattrini tratti così male il pubblico – perché la responsabilità l’abbiamo nei confronti del pubblico, non della società. 

E tra l’altro il rap è ancora più legittimante perché rispetto al rock, che nasce come musica da ballo, ha da subito portato con sé la consapevolezza della strada.

Frankie Hi-Nrg. Non del tutto. Guarda, già “Rapper’s Delight” da cui siamo partiti aveva come base un pezzo dance, e per dieci minuti dice “Io, io, io!” – e il bello è che lo fa rubando un testo altrui. 

Però poco dopo arriva “The Message” di Grandmaster Flash & The Furious Five. Oddio, è pur vero che è del 1982. D’accordo, ammetto di dover rivedere la mia obiezione: il mio “poco dopo” deve molto al fatto che sono passati quarant’anni, e tre sembrano pochi… Tuttavia, rialzandomi da terra, ribatto che allora è ancora più interessante che il rap diventi “sociale” nei famosi anni Ottanta.

Frankie Hi-Nrg. “The Message” è il primo caso di brano di successo in cui si parla di ciò che succede nei quartieri, e anche in quel caso il testo non era di chi rappava. Ciò non toglie che lì sia nata la sensazione che il rap fosse uno strumento per comunicare disagio, la leggenda del conscious rap. Sulla scia, sono arrivati Queen Latifah e A Tribe Called Quest, e l’hip-hop è diventato coloratissimo e gioioso e alla ricerca delle radici, con un’estetica povera ma contenuti ricchi, e il cinema di Spike Lee che teneva il polso di questa situazione con Fa’ la cosa giusta, o altri film tipo Boyz in the Hood. Poi però a New York e Los Angeles è nato il gangsta-rap. Non più conscious, di nuovo me, pistole, droga, io contro tutti come Scarface per farcela nel sistema capitalista, in cui il potere lo fronteggi solo coi soldi… O ti unisci a lui. Quella fase ha costituito un parametro per quello che è venuto dopo, un rap sui problemi pratici che riguardano il singolo: io, i miei soldi, quello che ci faccio e voi che state a guardare.

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La virata verso un rap meno conscious dipende dal fatto che a un certo punto il pubblico lo preferiva disimpegnato, o dal fatto che le major iniziavano a metterci le mani sul serio?

Frankie Hi-Nrg. Sai, l’impegno dopo un po’ rompe i coglioni. Va bene una volta, due, ma non puoi ricordarmi continuamente che esiste la disoccupazione e i soprusi. E comunque, anche quando hanno proposto “The Message” a Grandmaster Flash la risposta fu che la gente in discoteca non voleva portarsi i problemi che aveva nel quartiere. Invece la gente la ballava.

Zukar. Per contro le major hanno dato un supporto logistico-organizzativo che il rap non ha mai avuto, perché prima era tutto molto bello e improvvisato e punk. Ho iniziato a sostenere il rap in quella fase lì, con la mia fanzine – però già in quell’epoca noi fan prendevamo atto che i dischi non arrivavano nei negozi, e questo non rendeva la vita facile né a noi né agli artisti, che dovevano mollare o diventare paradossalmente più commerciali. 

Però per un certo periodo c’è stato un equilibrio tra divertimento e consapevolezza. Tra “me” e “tutti noi”. Tra “facciamo casino” e “però questo non va bene”.

Frankie Hi-Nrg. Sì, potevi avere pezzi come “Peter Piper” dei Run Dmc in cui non c’era grande impegno, ma minchia quanto scasciavano. E anche in Italia, negli anni Novanta, provavamo a portare avanti tutte e due le spinte. Pensa a J-Ax, che ha costruito il rispetto di cui gode con gli Articolo 31, alcune cose di oggi se le può permettere grazie alla credibilità di allora. Diciamo però che in questa fase storica non è così fondamentale identificarsi. E comunque è più facile farlo con i protagonisti della scena attuale, perché sanno come fare pezzi basati su espressioni generiche del sé. 

Nella maggior parte dei testi di oggi, sembra di sentire il senso di rivalsa del reietto delle scuole medie. E vedendo come il genere è dominante nella prima adolescenza, la cosa pare intenzionale.

Frankie Hi-Nrg. Se non sbaglio, c’è stato uno che ha detto che il pubblico era quello delle scuole medie… Confido che da qualche scuola media esca un tredicenne che dica “Che è sto schifo, ma vacci tu affanculo”. E gli altri che non si sentono rappresentati in coro diranno “Sì!” e verrà fuori qualcosa di nuovo. Alla fine, ogni musica ha successo se la gente si sente raccontata. Evidentemente siamo in una fase in cui l’aspirazione è “Voglio tanti soldi e vaffanculo. Sparite, vermi. Succhiamelo, troia”. 

Anche da parte delle donne?

Frankie Hi-Nrg. Quello è un discorso complicato.

… Siamo qui per questo.

Parte terza. Le donne

Non è perfettamente chiaro il motivo per cui questo genere si sia evoluto in senso retrogrado e conservatore rispetto al rock, che pure era partito ben rozzo. Era nato maschilista, ma non è morto maschilista.

Zukar. In America le rapper ci sono sempre state, ora sono tra i nomi top. La società italiana è indietro. L’America avrà anche Trump, ma come emancipazione femminile, minchia se è meglio. 

Marracash. Quello che è stato inteso per femminismo negli ultimi anni in Italia sembra più una libertà di prostituirsi senza il pappone maschio. 

Però il rap italiano ha sostanzialmente respinto le donne, mentre le cantautrici ci sono dagli anni Settanta e le divas ci sono sempre state, come Mina, Patty Pravo, Loredana Berté, …

Zukar. Non guardare la manciata di nomi, da questo punto di vista è come per i neri in America, fin da quando Bush prese con sé Colin Powell: gli afroamericani non contano nulla in politica come le donne nel pop italiano non contano niente, e non solo lì. Le donne sono un riflesso nell’occhio dell’uomo italiano, non siamo vicini alle americane, alle olandesi o alle svizzere, siamo più vicini alle donne greche.

Marracash. Io credo che le cose si sistemeranno, è un’aberrazione momentanea. Ora però è così.

Zukar. Del resto dimmi una donna di potere oggi in Italia. 

Beh, tu!

Zukar. Ahahah, ma piantala… Qui da noi le donne votano dal 1945, parecchio dopo le altre nazioni occidentali, più in linea con l’avanguardia del Terzo Mondo.

Frankie Hi-Nrg. Di Paola Zukar nell’ambiente si dice che è una “donna con le palle”, e l’espressione è usatissima in Italia per fare un complimento alle donne, questo dice già tutto. Mi viene da citare James Brown: “This is a man’s world”. Gli uomini sono misogini, la società dà stipendi minori e la donna subisce violenza. 

E tuttavia io non ho mai visto un genere così attaccato al genere – chiedo scusa per il gioco di parole. 

Frankie Hi-Nrg. La modalità con cui si è imposto in Italia è: maschio e tamarro. I Beastie Boys raccontavano che in Licensed to Ill avevano scelto di prendere per il culo l’ignoranza dei fraternity boys dei campus americani, invece sono stati identificati con quel modo di pensare, e hanno impiegato tanto per scrollarselo di dosso nonostante il successivo Paul’s Boutique. Per tanta gente tuttora la fase mitica dei Beastie Boys è quella in cui sputano la birra per terra o si portano un uccello di cinque metri sul palco.

A quello, Mick Jagger ci era arrivato – e lo faceva in un decennio femminista. 

Frankie Hi-Nrg. La stessa provocazione ha significati diversi in tempi diversi. Farlo negli anni Settanta magari era sia liberatorio sia subdolo, rinfrancava sia i maschi sia i maschilisti in difficoltà. 

Dedicava alle donne anche altri tipi di canzone. Magari per calcolo e astuzia, però c’era una visione delle donne un po’ meno monocorde. 

Frankie Hi-Nrg. Oggi si parla bene della mamma. Per le altre il messaggio è: “Taci, troia”. Comunque, se ci pensi, da Elvis alle prime donne del rock passa qualche anno. In Italia è solo dal decennio scorso che il rap non è più periferico. Quindi mi aspetto che prima o poi i critici scoprano Carrie D, rapper torinese pazzesca, o Vaitea Pachulski, che abita a Milano e rappa in italiano, francese, inglese, spagnolo. Una ragazza di cultura incredibile, ma la conoscono più all’estero. Qui aspettiamo il personaggio. 

Ma ogni personaggio ha i suoi palcoscenici. 

Interludio. Palcoscenici.

“Perché il rap negli ultimi dieci anni ha avuto un boom popolare?
È stato grazie alla rete”.

(J-Ax, 2014)

Il rap si trova decisamente a suo agio con i social network, e il suo mezzo di diffusione principale sono le piattaforme di streaming. La sintonia è culturale e ovviamente generazionale, ma pure acustica: l’ascolto in cuffia, dal telefonino, si sposa magnificamente con le basi elettroniche. Però non va trascurato il fatto che il genere ha saputo usare in ogni decennio i media con il maggiore appeal presso i giovani. Il primo è stato la radio. Che oggi, numeri alla mano, è un medium in buona salute e tenta di agganciare le nuove generazioni con soluzioni di vario tipo, dai podcast ai canali televisivi. Questo fa per esempio con Deejay TV la radio che ha cercato di dare spazio al rap italiano fin dagli anni Novanta, Radio Deejay. A condurre il principale programma rap su entrambe (Say Waaad?) è Michele Wad Caporosso.

Caporosso. Rap e radio hanno sempre avuto un rapporto conflittuale ovunque, ma in Italia ovviamente è andata in scena la più provinciale delle commedie. Perché i rapper italiani ciclicamente inseriscono la radio nella black list degli amici-nemici che non danno spazio alla loro musica, senza considerare che quando parlano di radio mainstream italiane parlano appunto di “radio mainstream”. Mentre negli Stati Uniti o in Francia oltre alle radio “major” (che suonano la top 40 e basta) ci sono radio verticali, di settore, locali ma grandi, che non sono radio mainstream. Sono appunto radio verticali, tipo SkyRock, o locali, tipo Hot97. Le radio con il mass appeal in America sono viste come il punto di arrivo per l’artista, non come il nemico da abbattere, perché consacrano il successo di una canzone (mentre vent’anni fa ovviamente quella canzone la lanciavano, ma questo è un altro discorso). Qualche giorno fa Coach K, boss della Quality Control, la label dei Migos, durante il Revolt Summit, ha lasciato intendere che per portare una canzone al top dell’airplay radiofonico americano si arriva a pagare fino a 200.000 dollari. Come lo si spiega ora ai rapper italiani frustrati dal trattamento delle radio il peso dei passaggi (seppur pochi rispetto a quanti ne vorrebbero loro) delle loro canzoni su una radio major

“Continuiamo a chiamarla industria discografica ma forse il rap ha scelto come interlocutore l’industria, punto. Con Fedez è coinvolta la tv, i brand, i social. Non è più la discografia come la conosciamo, è un apparato, è una galassia dove nessuno si preoccupa di quello che dici ma solo dei numeri che fai, mentre la discografia una volta si preoccupava di quel che dicevi. Ed è per questo che investiva sul lungo periodo e aspettava”.

L’Italia comunque, e lo dimostra a suo modo anche il successo di Amici, X Factor e Sanremo, sarà l’ultimo Paese al mondo a spegnere la tv. Ed è significativo che Mtv stia per lanciare ora in Italia lo storico Yo! Mtv Raps, che debuttò negli Stati Uniti nel 1988. Luca De Gennaro è tante cose – tra queste, è vicepresidente Talent & Music di Mtv per Sud Europa, Medio Oriente e Africa. Cos’è cambiato nei trent’anni passati da quella prima vetrina concessa da Mtv al rap?

De Gennaro. Sicuramente da allora il rapporto tra Mtv e il mondo rap è stato sempre stretto. È un genere che punta molto sull’immagine da tutti i punti di vista, dall’abbigliamento alla sessualità esibita.

I video si prestavano?

De Gennaro. Beh, su Mtv Italia abbiamo sempre trasmesso i grandi successi rap internazionali perché erano video belli, curati, spesso prodotti con budget enormi e molto spettacolari (penso a quelli diretti da Hype Williams, con effetti speciali, elicotteri ed esplosioni). L’associazione con la scena rap italiana è stata subito forte. Fabri Fibra, J-Ax, Marracash, Emis Killa, Club Dogo e Frankie HiNrg sono diventati addirittura conduttori di programmi di Mtv, nei nostri eventi live il rap è stato sempre presente e con Spit abbiamo creato il primo programma sulle battaglie di freestyle, uno show con cui si è fatta conoscere un’intera generazione di nuovi rapper: Clementino, Nitro, Ensi, Shade, Fred De Palma, Moreno e altri. 

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Shade vince MTV Spit nel 2013

Parlando di videoclip, danno la sensazione di essere – giusto per non dire “tutti uguali” – molto imparentati. 

De Gennaro. Si è sempre accusato l’universo rap, internazionale e italiano, di produrre video omologati e con gli stessi ingredienti: ragazze sexy in bikini che sculettano in piscina e maschi alfa muscolosi che guardano in camera con aria di sfida, o bande di ragazzi nella “hood” che camminano con i pantaloni troppo larghi e via così. Credo sia in primo luogo perché i registi sono sempre gli stessi, e poi perché è proprio del mondo rap rappresentare, nei testi delle canzoni e nei video, la loro realtà come è (ragazzi nella “hood”, scorribande, battaglie di gang) e quella aspirazionale (avere una villa con piscina piena di ragazze sexy che ballano e una macchina sportiva). Dunque non è tanto una mancanza di idee, quanto piuttosto la tendenza ad avvicinarsi a ciò che il pubblico di riferimento del genere vuole vedere.

Quindi quelli che non funzionavano…

De Gennaro. Erano quelli in cui non c’era stile, o come dicono nel mondo rap lo “swag”. 

E con lo swag, si arriva alla coolness, e la coolness fa la felicità dei migliori amici del rap.

Parte quarta. Marketing e brand

“Il rap è solo un mezzo, non è l’obiettivo finale. È il mezzo più efficace per veicolare un messaggio, è la forma d’arte compiuta con più ribellione. Non intendo dire che ogni testo debba avere per forza un messaggio forte e imperdibile, puoi comunicare qualcosa anche senza affrontare grandi argomenti. Spesso l’artista stesso rappresenta un messaggio. Se è un artista”. 

(Fabri Fibra, 2011)

Il rap ha un legame impressionante con i brand. Non sto dicendo che il rock e il pop non lo abbiano mai avuto, ma in questo caso la comunicazione commerciale è parte integrante ed esplicita del discorso. Con tutto quello che si può dire di Mick Jagger, persino lui sarebbe imbarazzato.

Frankie Hi-Nrg. Il legame con la moda c’è sempre stato anche nel rock, ma alla moda mancava lo strapotere che ha oggi grazie a globalizzazione e comunicazione. L’abbigliamento del primo rap attingeva dall’immaginario “disco” proprio come “Rapper’s Delight” attinge dagli Chic. L’uso della pelle, un po’ sadomaso, un po’ pirati, un po’ Village People, le catenazze. Poi sono arrivati i Run Dmc usando una drum machine senza basso e senza niente, l’estetica era quella basic della strada, tute e scarpe. Hanno spogliato il rap dalla fastosità pacchiana – a un certo punto Mellie Mel sembrava Liberace. 

Zukar. A un certo punto sono arrivati anche stilisti che erano incuriositi, in sintonia con il linguaggio. Una cosa generazionale, normale. Gradualmente c’è stata un’influenza reciproca. E siamo passati dalla fase in cui se mettevi il pantalone largo o la felpa con il cappuccio eri il coglione all’accettazione delle treccine o del tatuaggio in faccia. Prima c’era quello che ascoltava rap ed era lo sfigato, ora è cool

Ma perché un certo brand entra nel linguaggio del rap? Dove ha sbagliato la Ferrari rispetto alla Lamborghini?

Marracash. Guarda, in Italia sono copiati i brand che citano i rapper americani, né più né meno. Questa è un’altra differenza rispetto a quello che facevamo dieci anni fa – ma del resto oggi in Italia un hashtag di tendenza negli Stati Uniti è subito ripreso, cosa che dieci anni fa non poteva succedere. Però credimi, ci fosse il rapper americano che mette la Ferrari nel pezzo lo farebbero anche gli italiani. La nostra imitazione degli americani ha qualcosa di caricaturale, anche a livello musicale. 

Ci sarà un momento in cui capiremo che il pubblico non sta più ascoltando canzoni ma comunicati commerciali?

Frankie Hi-Nrg. A suo modo, quello che sta succedendo è la realizzazione del sogno dell’apparente indipendenza. Perché noi per forma mentis siamo convinti che l’industria discografica esisterà per sempre. Ma le major oggi sono tre e sotto contratto ci sono molti meno artisti. Continuiamo a chiamarla industria discografica ma forse il rap ha scelto come interlocutore l’industria, punto. Con Fedez è coinvolta la tv, i brand, i social. Non è più la discografia come la conosciamo, è un apparato, è una galassia dove nessuno si preoccupa di quello che dici ma solo dei numeri che fai, mentre la discografia una volta si preoccupava di quel che dicevi. Ed è per questo che investiva sul lungo periodo e aspettava. Lucio Dalla ha dormito per anni in un montacarichi, ma la RCA non lo ha mollato anche se non faceva “i numeri”, che oggi sono il parametro per tutti, pubblico compreso.

Zukar. Personalmente, i numeri mi nauseano. E professionalmente, pur stando in questo mondo, ne diffido. Per me sono fuorvianti. Ci finisci sotto, pensi di aver capito il pubblico. Eppure mai come in questi anni in cui tutti fanno previsioni sui numeri ho visto così tanti flop. 

Frankie Hi-Nrg. Anche solo i social dimostrano che non c’è un pubblico. Mi è capitato di ricevere per la stessa immagine 800 like su Instagram e 14 su Facebook. Dove invece ho avuto post con 500.000 views, i più visti in assoluto sono stati quelli in cui mi sono scontrato con l’ex Ministro degli Interni in cui ho scritto che farsi i selfie a un funerale in generale non è bello, o quello su Corona che cita “Quelli che benpensano” prima di andare in galera, quasi 4 milioni di visualizzazioni. Ma questo non mi dice quanti abbiano capito la canzone. Tuttora, dopo vent’anni, trovo gente che mi spiega di cosa parla.

E lo hai capito?

Frankie Hi-Nrg. Cosa posso dire, loro sono premurosi ma io sono duro di comprendonio.

Parlando di numeri, ne mancano alcuni di importanti: quelli dei live, un settore che ha puntellato la musica anche nei momenti critici.

Marracash. Questa in effetti è una cosa da tenere presente. Qualcuno ci segue perché è hype, tantissimi ci ascoltano perché è facile ed economico con lo streaming, poi i concerti sono un altro ambito. Anche cercando di tenere i biglietti più bassi possibile, parte del nostro pubblico non verrà. Anche perché non possiamo contare, come Vasco, su una percentuale di over 40 con un posto di lavoro… O una pensione. Occhio che nessuno si offenda, sono un superlover di Vasco. Anche se lo odi, non puoi non apprezzare la scrittura. Ma è un fatto che tanti ascoltatori di rap sono sotto i 18 anni. 

Al di là del tour di Fedez e J-Ax, che è stato un evento molto pop, solo Eminem in Italia è entrato nella lista dei concerti più visti dell’anno scorso. Il resto è Vasco, Guns’n’Roses, Pearl Jam. Tanto rock, un po’ di pop. Eminem è il Vasco del rap?

Marracash. Non sono un fan anche se gli riconosco il genio. Se è riuscito a fare il concerto più visto dell’anno è anche per le caratteristiche del pubblico italiano di fronte alla punta dell’iceberg, il nome che proprio non puoi non conoscere. 

Zukar. Drake in America fa i numeri grossi, Jay-Z li fa insieme a Beyoncé. Ma in realtà gli stadi non si adattano molto al genere, credo che Kendrick stesso preferisca fare dieci repliche al Madison Square Garden: il concerto viene meglio e si guadagna di più. 

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Kendrick Lamar ai 60th Annual GRAMMY Awards a Madison Square Garden

Torniamo al branding, c’è un’interessante associazione con un prodotto particolare: la droga. Nel senso che è un marchio di fabbrica. Sì, okay, anche i Rolling Stones – uso sempre loro, funzionano sempre. Però è un tema quasi ossessivo per il rap. E non c’è rapper che non ricordi che fa uso della droga più blanda, tanto che non sembra nemmeno che abbia senso come provocazione rispetto ai tempi della psichedelia. Cosa sottintende, oggi?

Marracash. Guarda, sono uscito l’altra sera con Sfera e Rkomi e sono due salutisti superclean! Altro che sciroppo, io al confronto sono Tony Montana e Jim Morrison insieme. Rkomi poi è intollerante a tutto, carne rossa, vino… Lo sciroppo di Sfera l’ho anche provato, dà un senso di fattanza leggera che sembra quello di una medicina, come prendere due antistaminici. Non è la prometazina, allucinatoria. I rapper americani usano codeina e prometazina e lì rischi di morire, hai apnee notturne. Credo che fumare sia un’abitudine che condividiamo con tanti ragazzi… E rispetto alla Lambo, possiamo permettercela tutti.


Paolo Madeddu

È di Milano. Scrive su aMargine, Gioia, Corriere della Sera. Possiede una televisione.

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