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Narrazioni

La middle class in declino

La televisione americana torna a parlare di classe partendo dal suo centro simbolico: quella middle class che per decenni ha coinciso con l’idea stessa di normalità e che oggi attraversa una crisi profonda.

La questione di come definire la classe media è uno dei misteri perenni della vita sociale americana. Forse proprio perché non esiste definizione soddisfacente di ciò che è normale, o come normale si racconta. Per anni, sia nella narrazione di sé stessa che l’America ha costruito, sia nell’immagine che ce ne siamo fatti oltreoceano, la middle class ha infatti rappresentato il “non marcato” – il mid, il generico, lo standard rassicurante – della società statunitense. Da un lato perché appartenervi era statisticamente comune, essendo essa la classe in cui più persone si riconoscevano. Dall’altro, perché la categoria in realtà molto frammentata di american people ha svolto a lungo un ruolo identitario, sintetizzando le qualità etiche di un popolo patriottico, operoso, perbene che ritrovava nel benessere economico, quindi nel proprio stile di vita e consumo, la ricompensa materiale di una forte devozione morale: quella verso una certa idea di America, in continuo progresso.

Negli ultimi vent’anni, però, il susseguirsi delle crisi economiche, con le loro ricadute sul reddito degli americani, hanno reso sempre più difficile conquistare una normalità che prima sembrava dovuta. Di fronte alla disgregazione dell’universo socio-economico che ha permesso la crescita della middle class, molte persone si sono viste sottrarre ciò che garantiva loro, di diritto, l’appartenenza a questo gruppo sociale: i soldi. Da che si percepiva come normale, la classe media statunitense ha quindi iniziato a sentirsi povera. Questa nuova percezione collettiva ha alimentato un sentimento di sfiducia nel modello sociale statunitense e nell’economia capitalista, generando un turbine emotivo di angoscia e senso d’abbandono che fa da motore narrativo ad alcune tra le migliori serie tv uscite nell’ultimo anno. Le storie di super ricchi che a lungo hanno dominato l’intrattenimento sembrano infatti aver lasciato spazio a racconti la cui protagonista è una middle class in declino finanziario, costretta ad abituarsi a una povertà inedita, e soprattutto a quanto essa faccia sentire tristi, soli, dispersi.

Come stai? Povero

In DTF St. Louis, miniserie diretta da Steven Conrad e prodotta da HBO, tra le più premiate degli ultimi Emmy Awards, i sentimenti legati alle difficoltà finanziarie rappresentano il principale asse attorno a cui si sviluppano le relazioni tra i personaggi, inquadrati nel perfetto scenario da classe media di periferia. Il rapporto triangolare che intreccia le vite dei protagonisti, fa perno sull’ansia costante che Floyd (David Harbour) ha di finire i soldi. Questo sentimento innesca sia l’impulso protettivo che l’amico Clark (Jason Bateman) ha nei suoi confronti, creando un rapporto di confidenza e affetto al confine con la relazione romantica. Ma determina anche la fine della vita sessuale di Floyd, e l’erosione dell’amore che lo legava alla moglie Carol (Linda Cardellini). I problemi economici che sfiancano i sentimenti di Linda e Floyd, in particolare, vengono rappresentati da Conrad in un climax di vergogna reciproca, con episodi di grande realismo come quello che vede Carol rifiutare un regalo del marito, consigliandogli di restituirlo per poter per pagare una bolletta in più. La povertà viene così restituita nella dimensione più comune, nel suo farsi abitudine segreta da tenere chiusa tra le mura di casa, o da condividere al massimo con gli amici più intimi, fino a rendere insopportabile una vita che, con qualche migliaio di dollari in più sul conto, sarebbe stata solo noiosa.

Le storie di super ricchi sembrano aver lasciato spazio a racconti la cui protagonista è una middle class in declino finanziario, costretta ad abituarsi a una povertà inedita.

Ciò che viene messo al centro di questo genere di narrazione non è infatti il dramma della povertà assoluta, ma la promessa infranta di un sistema che continua a pretendere molto dalla middle class, pur restituendole in cambio sempre di meno. Un gioco al ribasso che procede per sottrazioni dolorose, levando mano a mano tutte le certezze che un tempo, per chi apparteneva a questa classe, erano un perno esistenziale: prima il college per i figli, poi l’assicurazione sanitaria, la casa di proprietà.

Margo’s Got Money Troubles, serie tratta dall’omonimo romanzo di Rufi Thorpe, racconta proprio la storia di questa rinuncia forzata, seguendo la vita di un’aspirante scrittrice che, una volta scoperto di essere incinta, si rende conto di non avere abbastanza soldi per continuare a sognare una carriera letteraria e fare anche la mamma. La precarietà economica diventa così il perno di un coming of age  per cui la protagonista – interpretata da Elle Fanning – scopre che diventare adulti significa innanzitutto avere denaro a sufficienza per farlo. E nonostante Margo trovi una soluzione, almeno temporanea, al suo bisogno di soldi, a farla sentire orfana di una stabilità economica che non vivrà mai come scontata, sono proprio le scelte obbligate, i tagli che ha dovuto imporre alla sua vita – come quello che non le ha concesso di inseguire il suo sogno di realizzazione professionale.

Alla classe media, infatti, non è rimasto nemmeno il lavoro. Lo raccontano le nuove stagioni di The Beef e The Comeback, abitate da poor workers mossi quasi esclusivamente dall’ansia finanziaria, nei loro disperati tentativi di stare a galla in contesti in cui il confronto con i ricchi è inevitabile. Ma anche la quarta stagione di The Bear, che nonostante l’estenuante corsa al successo delle stagioni precedenti, si apre con un Chicago Tribune pieno di debiti, in cui i cuochi di Carmy servono porzioni ridotte ai clienti, rielaborano i piatti del menù usando ingredienti più economici, o si trovano costretti a cercare lavoro altrove, implorando i ristoranti rivali, come fa il sommelier della brigata in uno dei primi episodi: “Pulisco, lavoro di notte, faccio qualsiasi cosa”. Qualsiasi cosa, per tenersi stretto quel poco che gli rimane – ovvero uno stipendio che basterà a malapena ad arrivare al mese successivo –, come tentano di fare tutti attorno a lui. 

It’s ok to be every kind of person online

Angoscia, sconforto, vergogna, senso di sopraffazione. Raccontare i riverberi psicologici della povertà significa addentrarsi in un terreno emotivo che è sempre stato considerato tutt’altro che intrattenente, e che le produzioni tv, con tutta probabilità, evitavano di esplorare in maniera deliberata per non toccare corde troppo intime nel pubblico, soprattutto in un momento storico in cui il pessimismo finanziario è un sentimento comune. L’idea di favorire l’evasione, tenendo l’audience lontana dai problemi della “vita vera” rimane infatti una regola solida dell’ecosistema mediale che frequentiamo di più: i social, dove mostrarsi in difficoltà dal punto di vista economico è rimasto uno degli ultimi tabù. 

“It’s ok to be every kind of person online, except struggling” scrive l’autrice canadese Kathryn Jezer-Morton nel suo saggio di recente uscita The Story of Your Life: How Social Media Shape The Way We Experience Everything, dove analizza la censura che il linguaggio di queste piattaforme ci porta ad applicare ad alcune delle nostre esperienze, tra cui l’instabilità finanziaria. Lo studio di Jezer-Morton spiega l’assenza di racconti di declino economico sui social a partire da quella che considera una delle norme più radicate dell’interazione online: non si può ammettere di essere in difficoltà, o almeno non mentre la si sta ancora vivendo. L’autrice sostiene infatti che i social permettano di parlare di sofferenza, ma solo se questa si è già conclusa, ovvero quando eventi come divorzi, lutti e malattie possono essere convertiti in storie di resilienza e trionfo. Raccontare la difficoltà mentre accade, o quando ancora sembra senza soluzioni, rappresenta invece una falla nella propria opera di personal branding, perché associa inequivocabilmente il narratore al fallimento, facendone un tratto identitario.

Il meccanismo è lo stesso dello scrounger stigma: il pregiudizio secondo cui chi si trova in una condizione di dissesto economico lo sarebbe per pigrizia, scarse capacità o comunque a causa di una qualche colpa riconducibile all’individualità della persona povera. Se il “pregiudizio del fannullone” è stato un tema delle politiche economiche statunitensi e britanniche, dato che ha portato molti cittadini a rinunciare a sussidi e agevolazioni che gli spettavano, pur di non dichiarare esplicitamente un reddito che li faceva in qualche modo sentire in difetto; lo stesso accade online, dove mostrarsi in difficoltà economiche continua a fare paura.

Il linguaggio dei social è quindi un generatore di conformismo, che fornisce soltanto gli strumenti narrativi per trasformare – e appiattire – qualsiasi storia di dolore, difficoltà, precarietà su un racconto di rinascita, e che per questo si sta rivelando inadatto a un momento storico in cui le condizioni materiali per molte persone continuano effettivamente a peggiorare, spesso senza poter sperare nel plot twist che ribalta la narrazione in senso positivo. In uno scenario in cui circa un terzo degli americani ha iniziato a considerarsi povero, lo sdoganamento – nel racconto televisivo – di personaggi che vivono la stessa condizione serve a dichiarare apertamente l’inganno di un sistema che continua a imputare all’individuo la responsabilità di problemi strutturali, attutendo il giudizio sociale.

La lotta di classe c’è stata e l’hanno vinta i ricchi 

Quando il teorico sociale Andrew Sayer parlava di “imbarazzo delle classi” si riferiva proprio all’ambivalenza morale che le persone manifestano quando si parla della propria o dell’altrui posizione economica. Il concetto di classe, storicamente, non parla infatti solo della nostra ricchezza materiale, ma anche del nostro livello culturale, dell’accesso a relazioni e pratiche che abbiamo motivo di apprezzare, tra cui la stima o il rispetto degli altri e, di conseguenza, della nostra autostima. Da questo punto di vista, la middle class statunitense ha vissuto uno scollamento decisamente doloroso tra le proprie possibilità economiche, sempre più limitate, e un desiderio inevitabilmente frustrato di mantenere la posizione sociale che aveva sempre ricoperto – con immutata rispettabilità e illese opportunità di cui disporre.

Alla classe media non è rimasto nemmeno il lavoro. Lo raccontano le nuove stagioni di The Beef e The Comeback, abitate da lavoratori mossi dall’ansia finanziaria, nei loro disperati tentativi di stare a galla.

Le serie tv che rivendicano il diritto di parlare di soldi, di differenze economiche e anche di difficoltà finanziarie privandole dell’imbarazzo che siamo abituati ad associarvi, tentano quindi di ricomporre questa frattura, riconducendone le cause al sistema e non all’individuo, facendone una questione strutturale invece che morale. Portare, nel racconto televisivo, la prospettiva di coloro che credono di meritare di più – e che potrebbero effettivamente ottenere di più, in un sistema più equo – non ha uno scopo necessariamente sovversivo, di lotta di classe – dato che essa sembra essere percepita ormai come fuori tempo massimo, troppo sbilanciata a favore dei ricchi. L’atteggiamento nei confronti dell’assetto sociale statunitense e dell’economia capitalista che prevale in questi racconti non è infatti incalzante, ma disilluso, stanco. 

A emergere, più che la lotta, sono i tentativi di sopravvivere come meglio si può alla condizione di povertà in cui ci si è trovati: una buona rete sociale in DTF St Louis, vari goffi tentativi di emulare chi “ce l’ha fatta” in The Beef, un side hustle che permetta di fregare il sistema dall’interno in Margo’s got money trouble. E mentre i protagonisti di queste recenti uscite si chiedono come sopravvivere al presente, creano le condizioni di esistenza per raccontare un sentimento di insoddisfazione e sfiducia che da tempo si è ritagliato un posto nel sentire comune, non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti. Un sentimento che è la somma di tutti i malesseri economici, sociali politici ed emotivi generati da un sistema che, forse per la prima volta con questa forza, viene dichiarato corrotto, anche da chi gli era sempre rimasto fedele.


Federica Bortoluzzi

Nata in una casa in cui la televisione era un oggetto proibito. Lavorarci, oggi, le sembra quasi un gesto di ribellione. Oltre a collaborare con diverse case di produzione televisiva tra cui Fremantle Italia, Banijay e Blu Yazmine, scrive di cultura, intrattenimento e costume per alcune testate.

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