immagine di copertina per articolo Microfoni in fuga
Comedy

Microfoni in fuga

Forse questa è davvero la volta buona. Su Netflix, alcuni stand-up comedian italiani hanno ottenuto una ribalta potenzialmente globale. E raccontano inciampi e successi del genere.

Sono apparsi da poco su Netflix i primi special di stand-up italiana. Nell’ordine: Edoardo Ferrario, Francesco De Carlo, Saverio Raimondo. E una delle cose forse più interessanti di questa nuova onda di comicità nostrana è il fatto che la si chiami diversamente. Quello che conosciamo come “cabaret”, e che fino a pochi anni fa monopolizzava gli spazi per la comicità in tv, è un genere da night club di matrice europea un tempo associato a numeri musicali, da noi diventato sinonimo di personaggi, tormentoni e sketch. Stanchi dei giochi di parole senza (o fuori) tempo e in cerca di osservazioni sul contemporaneo più taglienti, o perlomeno più personali, la generazione di comici italiani che ha iniziato a testare i palchi una decina di anni fa si rifà invece a modelli anglosassoni, più asciutti e con un linguaggio più vicino alla realtà di tutti i giorni. Il cambiamento, quindi, è partito anche dal nome. Ho parlato con Edoardo, Francesco e Saverio di cosa significhi essere uno stand-up italiano nell’era di Netflix.

Ansia da definizione

“Fare stand-up non è fare uno spettacolo in teatro, è parlare in un bar”, mi spiega Saverio Raimondo, uno dei veterani della nuova scena e conduttore del fortunato Comedy Central News. “Mi fanno sempre sorridere i comici che si lamentano del cameriere che porta i bicchieri e fa rumore. La stand-up è un genere molto più sporco di quello che un certo immaginario italiano ci porterebbe a pensare. La stand-up se vogliamo ‘vera’ è quella del piccolo club, dove c’è quella promiscuità con il pubblico che è l’anima e il brivido del genere. Quando poi quel materiale promiscuo, intimo, finisce sul grande palco è gratificante e remunerativo, ma è una stand-up con gli anabolizzanti. Per quanto mi riguarda la stand-up era e resta una comicità da club. È li che si fa”. 

Oltre all’ansia da prestazione c’è poi la questione del contenuto, che introduce quella che, nel contesto italiano, potremmo provocatoriamente chiamare “ansia da definizione”. Il percorso di Raimondo inizia infatti con il collettivo Satiriasi, fondato a Roma nel 2009 da Filippo Giardina e composto da una serie di comici (tra cui De Carlo) uniti dal rifiuto di certi stilemi nazionali e dalla ricerca di un approccio più personale al genere. “Nella stand-up comedy, molto più che in altre forme di comicità più italiane come la maschera, c’è un investimento personale, più intimo”, mi dice Saverio. “La posta in gioco è alta perché sei tu sul palco. Essere uno stand-up comedian vuol dire sputtanarsi”.

Viene spontaneo pensare a Louis CK, nella cui comicità il confronto dialettico con il pubblico e le sue idee è fondamentale, e dove si toccano temi come la pedofilia anche nel contesto generalista del Saturday Night Live. La poetica dello spingersi oltre, dettata anche da Carlin, Hicks e altri, è stata la vena che più ha ispirato pionieri della stand-up italiana come Giorgio Montanini o Filippo Giardina, a loro volta predecessori di una generazione di comici italiani che non ha paura di bestemmie o battute shock.

Ho chiesto a Saverio, Edoardo e Francesco se questo principio sia ancora valido. “Siccome la stand-up è arrivata come satirica,” dice Raimondo, “poteva nascere l’equivoco che fosse la comicità provocatoria, che se non parli di certi argomenti, usi parole molto forti o bestemmi non è stand-up comedy. Questo non è vero, perché sappiamo che la stand-up è anche comicità frivola, di osservazione, basta pensare a Jerry Seinfeld. Sarebbe stato un grosso equivoco pensare che la stand-up fosse l’hard rock della comicità, ma mi sembra un allarme rientrato: c’è un sacco di stand-up italiana che è tra virgolette leggera, non intendo ovviamente a livello qualitativo”. De Carlo rivendica invece la necessità di un approccio più forte, perlomeno nel contesto pre-Satiriasi. “È pure comprensibile”, mi spiega Francesco. “Noi abbiamo scoperto per prima quel tipo di stand-up. È un linguaggio che all’estero negli spettacoli live si usa molto candidamente, pure Carlin che era un vecchietto coi capelli bianchi ti parlava così. Loro sono i migliori e quindi abbiamo preso la differenza più grande con la comicità italiana”.

Linguaggio a parte, Ferrario vede una continuità con il passato. “A noi tocca chiamarla stand-up comedy, ma di fatto è comicità con un linguaggio più contemporaneo, il più contemporaneo che ci sia. Un po’ come negli anni Venti andava lo swing e poi c’era il bebop, ma era sempre jazz. E il pubblico è entusiasta anche senza spiegarglielo, perché amano ridere. Anche senza che gli dici che adesso è stand-up e invece prima era cabaret. Semplicemente tanta gente prima rideva con Zelig e ora ride con noi”.

“Di fatto è comicità con un linguaggio più contemporaneo, il più contemporaneo che ci sia. Un po’ come negli anni Venti andava lo swing e poi c’era il bebop, ma era sempre jazz. E il pubblico è entusiasta anche senza spiegarglielo, perché amano ridere. Anche senza che gli dici che adesso è stand-up e invece prima era cabaret. Semplicemente tanta gente prima rideva con Zelig e ora ride con noi”.

Disforia culturale

Tra i miei intervistati Saverio fa un po’ da ponte al periodo dell’Italia pre-stand-up, se non altro perché è facile paragonarlo al proto-stand-up nostrano, Daniele Luttazzi. Che lo si consideri un esperto praticante di una poetica dichiaratamente intertestuale e postmoderna o un plagiatore compulsivo, certo lo possiamo vedere come la vittima illustre di una disforia culturale che si è poi sempre più diffusa tra le nuove generazioni di comici italiani. “A me è spontaneo pensare americano, tra virgolette”, dice Raimondo. “Fin dall’adolescenza i miei comici preferiti sono stati americani o inglesi, semplicemente perché mi divertivano di più. Guzzanti e Villaggio erano delle eccezioni, ma altrimenti erano i Monty Python, i fratelli Marx, Charlie Chaplin… e poi Woody Allen, che per me resta un riferimento aureo”.

Questo non significa però che i riferimenti siano solo anglosassoni, e questo vale soprattutto per Ferrario. “Io amo molto i personaggi”, mi racconta. “Oltre alla stand-up amo il lavoro che hanno fatto comici come Guzzanti e Verdone sul personaggio iperrealista. Ho un po’ queste due anime, da una parte la comicità all’italiana e dall’altra la stand-up, che per me è nata un po’ come esigenza. All’inizio facevo dei personaggi e poi mi sono reso conto che era una cosa molto faticosa e complessa, quindi ho cercato qualcosa che potessi fare da solo per un’ora sul palco”. Come sempre più comici in giro per il mondo, anche Edoardo ha iniziato a esibirsi in inglese. Per adesso si è trattato di spettacoli in Europa (Amsterdam, Berlino), ma il piano è di sbarcare negli Stati Uniti. Essendo il suo spettacolo basato in gran parte anche su accenti regionali, gli chiedo come affronta il problema della traduzione. “L’errore più ingenuo che potrei fare sarebbe tradurre letteralmente i pezzi in inglese. Non funzionerebbe mai per ragioni culturali, ma anche per un discorso di come la stand-up come genere teatrale è recepito in giro per il mondo. Cioè, il monologo che fa ridere al Fringe di Edimburgo non è detto che funzioni bene in un comedy club di New York”.

immagine articolo

Probabilmente non a caso, lo scarto linguistico è il leitmotiv principale nello special di Ferrario: non solo il comico romano si esibisce nel fare l’accento indiano e quello di Matthew McConaughey già in inglese (scartando l’idea che il pubblico possa non capirlo), ma c’è proprio una routine in cui prende in giro il doppiaggio italiano e il suo uso di termini inusitati come “piedipiatti”. Tutti e tre evidenziano il ruolo fondamentale di siti come Comedy Subs e Comedy Bay, blog che a modo loro educarono una nuova generazione post-televisiva alla stand-up tramite la diffusione di sottotitoli per special americani e inglesi. A parte i contributi volontaristici di blogger vari, è cambiata l’infrastruttura: se una decina di anni fa ci scaricavamo gli special americani da WinMX, con l’esplosione di YouTube e Netflix l’accesso a quella che era una cultura geograficamente piuttosto circoscritta è stato radicalmente democratizzato. In particolare, Netflix sta battezzando una nuova generazione di comici internazionali davanti a un pubblico che, meno schizzinoso del prime time statunitense, non ha paura di leggere i sottotitoli.

Comicità globalizzata

Grazie a internet, è il mondo della comicità a essere più internazionale. Oggi è normale vedere show americani con host stranieri come Trevor Noah e John Oliver, mentre Eddie Izzard ormai fa tour anche in francese e in tedesco. Il comico italiano che per primo è riuscito a inserirsi in questo ambiente è Francesco De Carlo, che ha iniziato visitando la Mecca della comicità mondiale: il Fringe di Edinburgo. “Il Fringe è la più grande figata sulla Terra se vuoi fare il comico”, mi racconta entusiasta. “Ti confronti con comici di tutto il mondo e cresci sia come comico che come persona. C’è tutto, dall’arte di strada al musical, ma la stand-up occupa un terzo del programma, quindi immaginati quanta roba c’è da vedere. Come mi hanno detto tanti comici: non è una gara, ma una palestra. Ci spendi un sacco di soldi e si dice che a parte le grandi produzioni nessuno vada in attivo, ma ci vai perché è una bella opportunità per farti vedere e per migliorare. Se lo fai per soldi non devi andarci”.

Oscillando tra Italia e Londra, Francesco vive in prima persona la schizofrenia culturale che è propria del genere – soprattutto in tempi di Brexit, perno di una lunga stagione creativa in cui il comico romano ha scritto un libro (La mia Brexit) e girato una serie documentario per Raitre. Politica a parte, Francesco non vede il suo essere straniero come un ostacolo. “È importante affrontare la sfida con ottimismo, è divertente provare a far ridere anche in provincia di Liverpool”. Quanto agli stereotipi nazionali, li vede come un’arma a doppio taglio. “Un po’ ci gioco, ma devi stare attento perché finisci a fare la macchietta e non è molto stimolante. Ci sono dei comici in Inghilterra che fanno quel gioco lì, ma a me non me ne frega niente”. 

Visibilità significa anche competizione, comunque, e i tre rappresentanti italiani su Netflix sanno di entrare in un’arena affollata e frenetica, dove gli stili cambiano ma l’obiettivo resta uno: far ridere. Guardare gli special italiani sulla stessa piattaforma dei giganti che li hanno ispirati è una soddisfazione, ma si percepisce uno scarto a livello di ritmo. “In America la stand-up è spietata, devi farli ridere ogni 10 secondi”, dice Ferrario. “Lo trovo perfettamente sensato, anche quelli con i monologhi più scioccanti come Jim Jeffries o Doug Stanhope ci devono fare i conti. Se sei un musicista e suoni male un applauso te lo fanno, ma se sei un comico e non hanno riso è un applauso di imbarazzo”.

Pur offrendo tante opportunità, infatti, il confronto con l’estero può essere motivo ulteriore di stress. “Non dico che il mercato è saturo, ma quasi”, osserva Raimondo. “La concorrenza è tantissima e sicuramente noi italiani arriviamo per ultimi. Nel mio piccolo ho un complesso di inferiorità rispetto agli americani, anche giustificato, perché loro hanno la possibilità di esibirsi davvero tutte le sere in contesti diversi, che è un livello di allenamento che noi ci sogniamo”. Una delle lezioni più preziose che Francesco ha imparato dai colleghi più senior internazionali è che bisogna fare pace con la malinconia. “Ti ispirano a crederci fino alla fine, sai che ci saranno giorni di merda e che non ti abbandoneranno mai. Nessun comico è pienamente soddisfatto, ma se sei pronto a stringere i denti, andare avanti e non essere mai felice, questo è il mestiere che fa per te”.

Nonostante dubbi o difficoltà, i complimenti iniziano ad arrivare: Australia, Venezuela, Libano, Grecia, Messico, Polonia. Insomma, è la conferma di appartenenza a una comunità globale. “Da lì al grande pubblico ce ne passa, ma credo sia una questione di tempo”, dice De Carlo. E, a proposito di tempi, Francesco ha anche una spiegazione molto semplice per il rinnovato bisogno di stand-up: “È una cosa che fa ridere, bisogna ricominciare a ridere… punto. Più la situazione è una merda e più servono i comici. È tutto lì”.


Nicola Bozzi

Giornalista e ricercatore. Ha scritto per diverse pubblicazioni internazionali, tra cui Domus, Frieze, Prismo, NOT e Wired Italia.

Vedi tutti gli articoli di Nicola Bozzi

Leggi anche

immagine articolo Buona la prima?
Canneseries

Buona la prima?

immagine articolo Il valore delle storie 
immagine articolo È lui o non è lui?