Il frutto non cade lontano dall’albero. E il successo di Alberto Angela è radicato nella lunga carriera del padre. Intervista a Piero Angela. 

Nei suoi programmi si fa spesso ricorso a film e sceneggiati. Vorremmo partire da qui, dall’archivio usato per rendere accessibile un tema complesso.

Sull’archivio possiamo fare diverse riflessioni. La Rai ha fatto in passato molte fiction storiche. A differenza di quelle odierne, però, non erano giocate esclusivamente sul piano delle relazioni affettive, ma erano storicamente rigorose. In particolare autori come Giuliano Montaldo (Marco Polo), Alberto Lattuada (Cristoforo Colombo) e soprattutto Renato Castellani, regista ingiustamente dimenticato (Leonardo, Giuseppe Verdi), avevano il merito di documentarsi molto bene. Quando innestiamo sul nostro racconto alcune parti di fiction, per creare una narrazione più gradevole o che risponda ai criteri delle prime serate, vediamo molto spesso lavori che sono lontani o lontanissimi dalla realtà. Le faccio un esempio fra tutti. Abbiamo fatto di recente una puntata su Mata Hari. Un personaggio che io ho “conosciuto” benissimo: nel 1963 feci una lunga inchiesta che durò circa un anno, dove intervistai oltre una quarantina di testimoni dell’epoca, soldati del picchetto d’esecuzione, la suora che stava con lei, compagni di scuola eccetera. Quando abbiamo cercato delle fiction sulla sua storia ci siamo trovati di fronte il vuoto. Non c’era niente, tranne uno sceneggiato Rai fatto abbastanza bene, in bianco e nero, ma con attori italiani poco adatti a rappresentare quella realtà. E non potevamo certo prendere in considerazione il famoso film con Greta Garbo, nient’altro che un romanzo d’amore, o il film di François Truffaut con Jeanne Moreau, anch’esso piuttosto ridicolo dal punto di vista storico. Ci siamo trovati di fronte all’esigenza di fare in prima persona una fiction con un’attrice che assomigliava a Mata Hari, girata a Roma, ambientate a L’Aja o in Spagna. Oltre a dover ricorrere ai documenti e alle interviste dell’epoca, che avevo fatto negli anni Sessanta.

Ci può raccontare il lavoro di scelta e reperimento del materiale, e come questo viene piegato alle esigenze narrative della singola puntata?

Il punto di partenza sta all’incrocio tra la scelta di un singolo personaggio e il recupero dei materiali che siano inerenti alla storia da raccontare. Una delle difficoltà di questa progettazione però è che spesso questi sceneggiati non si possono tagliare per ragioni di unitarietà dell’opera, e quindi non si possono utilizzare. Noi in realtà utilizziamo poco del materiale originale: in genere mezz’ora per una trasmissione, mentre l’altra ora e mezza è fatta con materiale nuovo. Peraltro si tratta di una mezz’ora spezzettata in più parti, così da dare aria alla trasmissione. Spesso usiamo anche film storici, biografie di personaggi. In quel caso un altro problema è quello dei costi. Per esempio, volevamo utilizzare un vecchio film, in bianco e nero, ma il costo è da sei a diecimila euro al minuto, cifra che per i nostri budget, specialmente per la terza rete, è insopportabile. Potremmo recuperare qualche minuto, ma per fare un programma di due ore non serve a niente. La fonte più valida è rappresentata dalle docufiction internazionali, a volte anche dagli sceneggiati della BBC, che fa cose eccellenti. Penso alla storia di Elisabetta I, praticamente un film, con protagonista Helen Mirren. In Italia troviamo poco o nulla, l’archivio Rai lo abbiamo già usato tutto. Abbiamo fatto una puntata di Ulisse sulla conquista della Luna recuperando il lavoro che avevo fatto sul progetto Apollo, con interviste nei laboratori della Nasa, servizi per Tv7 e per i telegiornali, telecronache e documentari. Un materiale enorme, che per fortuna siamo riusciti a recuperare quasi per interno, con il quale abbiamo costruito la puntata alternando alcune nuove interviste ai tecnici e agli astronauti che sono ancora in vita con questi miei servizi dell’epoca.

Che effetto le ha fatto rivedersi a distanza di anni?

Devo dire, onestamente, che questi servizi funzionano ancora adesso [ride]. Malgrado siano passati quarant’anni, erano abbastanza moderni e vivaci. Mi sono persino stupito. Solitamente le cose vecchie sono rigide, stantie, e invece lì funzionano bene. La cosa divertente è che in questa puntata di Ulisse c’era la parte “moderna” girata da mio figlio Alberto che si alternava ai miei materiali di allora. In una specie di ping pong tra due personaggi che, a quarant’anni di distanza, parlavano delle stesse cose in luoghi e con intenti diversi…

Una curiosità. A suo parere, che uso faranno gli storici e archeologi del futuro dell’infinita quantità di immagini che abbiamo oggi? Che idea si faranno di chi siamo e cosa vogliamo?

Ci ho pensato spesso immaginando che programmi potremmo fare se solo avessimo la stessa quantità di immagini odierna per periodi come l’epoca di Garibaldi, o della Rivoluzione francese. Avremmo tutte le interviste con i rivoluzionari, con le donne che portano i pani, avremmo la presa della Bastiglia filmata con una telecamerina: un archivio fantastico per ricostruire la storia. E scopriremmo magari delle cose molto diverse da quelle che raccontano i libri. Oggi abbiamo ventiquattr’ore di televisione su centinaia di canali in tutto il mondo, gli storici non sapranno neanche più dove mettere le mani. Ci sarà un problema di cura degli archivi, ma avranno a disposizione tutto. Noi vediamo che ci sono programmi come La grande storia o La storia siamo noi, che recuperano negli archivi le cose più recenti, della guerra e del dopoguerra, con immagini tratte dai documentari. Oppure prenda Non è mai troppo tardi con il maestro Manzi. Lei vede un’Italia che è ormai scomparsa del tutto, con gli analfabeti che vengono in studio a scrivere. O le immagini di quando è cominciata la televisione, con le persone che si portavano la sedia nei condomini o nelle parrocchie per vedere i filmati. O quando, come mi raccontava un mio operatore, andando a far le riprese nelle valli di Comacchio e girando la sera con il flash portatile, i bambini impazzivano perché vedevano per la prima volta la luce elettrica. C’è un’Italia di cui sopravvivono poche cose negli archivi. Però sono significative, e gli storici e gli antropologi, vedendo questo materiale, potranno raccontare delle storie che noi non riusciamo a immaginare.

Ci sarà il problema opposto di orientarsi nell’archivio.

Un po’ è vero. Ci vorranno motori di ricerca qualitativi. Qui non si tratta solo dei documentari. Anche L’isola dei famosi o il Grande fratello saranno una fonte preziosa. C’è un’Italia in diretta di persone normali, che parlano tra di loro, e che sarà interessante per gli antropologi di domani. La società è fatta di tante cose, anche di quello.

Lei è un pianista, appassionato di jazz. Secondo noi si può stabilire un parallelo tra l’improvvisazione jazz che parte sempre da uno standard esistente e la costruzione di programmi, come Superquark, in cui si parte da fiction o da materiali vecchi per costruire qualcosa di nuovo.

Sì, è vero. È un lavoro di costruzione. Abbiamo una serie di pezzi con i quali si costruisce un oggetto diverso da quanto si aveva prima, alternando le parti da noi realizzate, le cose scoperte in archivio, i pezzi esistenti. Facendo questo tipo di lavoro di ricostruzione storica, abbiamo sempre un consulente molto competente che non solo ci aiuta nell’individuare i materiali, ma rilegge i testi e dà il suo imprimatur per la correttezza dal punto di vista storico. E in questo c’è molto della costruzione musicale, del senso dell’armonia e della variazione a partire da uno standard. Le racconto un aneddoto che mi ha colpito e che va proprio in questa direzione. Alcuni anni fa a Quark abbiamo realizzato un ricordo di Guglielmo Marconi e ci siamo fatti portare in studio una copia esatta della sua radio. Arrivando in studio, chiesi: “Allora è questo che ha inventato Marconi?”, e mi fu risposto: “No”, erano sei o sette pezzi, “è questo?”, “No, no, questo no, questo c’era già”. Allora chiesi: “Ma cosa ha inventato?”. Morale, aveva messo insieme pezzi già esistenti e gli aveva aggiunto un’antenna. E questo è molto significativo, sia nella scienza, sia nella tecnologia: ognuno aggiunge qualcosa per “inventare” qualcosa di diverso.

Le chiedo un parere sull’affermazione secondo cui sono i contemporanei a decidere cosa archiviare, e lo fanno per i contemporanei…

In realtà gli archivi si limitano ad archiviare l’esistente, senza un progetto o una selezione particolare. I programmi Rai, come quelli Mediaset, sono tutti registrati e archiviati, ma poi è difficile conservarli, a un certo punto magari si effettua una selezione, ma non certo attraverso un comitato scientifico. Adesso per fortuna la Rai è molto ben organizzata, ha un servizio Teche che sta molto attento a ordinare le cose. Però a un certo punto la selezione va fatta, perché non si può conservare tutto. L’archivio è molto importante per quella che è la storia non solo della tv, ma anche del Paese. Qualche tempo fa sono stato a Torino, dove Raidue sta facendo un programma che riprende un vecchio lavoro di Mario Soldati, il Viaggio nella valle del Po alla ricerca di cibi genuini. Soldati non era solo un bravo regista, ma anche uno straordinario narratore, e quindi, riprendendo un po’ di questa Italia scomparsa, si ripete oggi questo viaggio, cercando le differenze e scoprendo cosa è cambiato. Un altro problema dell’archivio è che i materiali su cui vengono conservate queste cose sono molto deperibili. Anche i nastri magnetici si smagnetizzano pian piano. Il problema della conservazione si pone continuamente. E c’è stato un periodo alla Rai in cui l’archivio è stato saccheggiato dal telegiornale. Allora si riprendeva su pellicola, quindi si tagliava il pezzo di cui si aveva bisogno e lo si riversava. C’era un diritto, una priorità, che aveva anche senso in casi particolari, però sempre con l’impegno di rimettere a posto le cose. Cosa che non avveniva, e purtroppo molto è andato perso. Perché lo sa qual è il materiale su cui tutto si conserva meglio? La pietra. Infatti le incisioni dei romani sulla pietra sono ancora lì, mentre tutto il resto è scomparso…