La serialità contemporanea ha fatto della finanza un osservatorio privilegiato sul rapporto tra successo, lavoro e potere, trasformando un sistema opaco in uno degli immaginari più riconoscibili del presente.
“I’m looking for a man in finance. With a trust fund. 6”-5”, blue eyes. Hedge fund, blue eyes.” Qualcuno forse si ricorderà di questo ritornello virale nell’estate 2024, in cui la creator Megan Boni ironizzava sulla possibilità di trovare un tipo di partner molto specifico, che ieri il cinema, e oggi internet, hanno ormai reso un archetipo culturale: un uomo alto, di bell’aspetto, che lavora in borsa e che probabilmente indossa un gilet. In quel periodo, questo meme si fece segnale di un ritorno dell’immaginario legato alla finanza nella cultura pop. Qualche anno prima, nei nostri smartphone iniziarono a diffondersi svariate app per fare trading, complice anche la diffusione di massa delle criptovalute. Insieme, arrivarono le pagine archivio su Instagram che feticizzano il fascino old money e i tempi della finance golden era; un angolo social tutto da scoprire, tra inside jokes, meme di cattivo gusto, infiniti remix del Patrick Bateman di American Psycho (probabilmente uno dei personaggi che il web ha rilavorato più di tutti), news di business e flirt con la manosfera.
La finanza vista da dentro
Quello della finanza è un mondo al centro di una lunga storia di rappresentazioni, a partire dal classicissimo Wall Street di Oliver Stone. E da circa un decennio, una serie di produzioni audiovisive hanno avuto questo contesto come sfondo. Tra il 2015 e il 2016, uscirono Billions, centrata attorno ai crimini finanziari del magnate Bobby Axelrod, e StartUp, che spostò il focus dalle banche alle nuove tecnologie finanziarie. Il 2020 è l’anno di Diavoli, così come della prima stagione di Industry. In parallelo, esplode il filone documentario (Dirty Money, Trust No One, Bitconned) e quello della truffa d’impresa (The Dropout, WeCrashed, Inventing Anna). Nonostante un sentimento di classe cambiato – raccontato dai privilege drama e dalla satira spietata dell’ondata eat-the-rich – queste immagini continuano a esercitare un forte potere attrattivo. Sono state aggiornate, remixate e riproposte per incorporare le nevrosi e le contraddizioni del presente, insieme alla consueta dose di ironia tipica dei linguaggi di internet.
Le storie sul mondo della finanza presentano pochi ma riconoscibili tratti narrativi. Il primo è la rivelazione di un sistema chiuso e oscuro a cui la maggior parte delle persone non ha accesso.
Le finance stories stuzzicano da sempre, con furbizia, alcuni punti nevralgici del rapporto tra cultura pop e voyeurismo nei confronti della ricchezza – ma, soprattutto, verso la sua costruzione. La differenza principale rispetto all’ampio filone di racconti contemporanei sull’1% della popolazione, è che i personaggi di queste serie lavorano. Diversamente dalle storie sulle élite ereditarie, torna l’arco narrativo del successo costruito. La ricchezza non è per forza uno yacht o un elicottero, ma spesso è un numero sullo schermo. Il “farcela” è una cifra che viene utilizzata per misurare il proprio valore, e il lavoro ha un valore identitario fortissimo, che può essere utilizzato per migliorare o mantenere la propria condizione.
In Diavoli, il protagonista Massimo Ruggero, expat italiano a Londra, dopo gli studi raggiunge una posizione di prestigio presso una banca d’investimenti che specula sulle crisi finanziarie e sui titoli di stato dei paesi in via di sviluppo. La trama si intreccia a eventi storici e dinamiche geopolitiche, e scopre presto di aver basato la propria carriera a servizio di un sistema più grande di lui, arrivando a dubitare del proprio successo quando messo sotto la lente dell’etica personale. Fino a qui, niente di nuovo. Nel cinema così come nella serialità televisiva, le storie sul mondo della finanza presentano pochi ma riconoscibili tratti narrativi. Il primo è la rivelazione di un sistema chiuso e oscuro a cui la maggior parte delle persone non ha accesso. Poi, il dilemma del farne parte o provare a cambiarlo, senza rimanere assoggettati alle stesse logiche, come in StartUp, dove seguiamo un gruppo di imprenditori e programmatori che danno vita a una criptovaluta che promette di rivoluzionare il sistema finanziario, inseguendo il sogno di democratizzazione dell’accesso al capitale.
E gli stilemi, talvolta, invecchiano male, come in Billions, che nell’arco di sette stagioni ha “proceduralizzato” il genere, svelando una scrittura diventata prevedibile. Un altro grande classico è il patto con il mentore. Qualcuno dall’interno sceglie chi sta fuori e lo introduce, chiedendo in cambio una lealtà che diventerà distruttiva. La storia è sempre di adozione, a differenza dei super-ricchi, dove il rapporto genitoriale è già dato: in Succession nessuno viene scelto, si è nati e basta. Dai tempi di Gordon Gekko e Bud Fox, oggi Dominic Morgan e Massimo Ruggero (Diavoli), Bobby Axelrod e Taylor Mason (Billions), e Eric Tao e Harper Stern (Industry), il percorso è sempre iniziatico.
Tensioni e contraddizioni
Mettendo in scena degli stili di vita desiderabili raggiunti con una moralità corrotta, queste narrazioni oscillano costantemente tra presa di posizione critica e fascinazione estetica. Come nelle storie sugli ultra-ricchi, verso i personaggi mettiamo in atto un distacco misurato. Giudichiamo i comportamenti di una percentuale di popolazione di cui siamo consapevoli di non fare parte, ma rimaniamo ossessionati dalle loro vite e dalle loro vicende. Siamo disgustati dalla loro assenza di umanità, ma bramiamo di sapere se alla fine ce la faranno a superare i loro ostacoli. Attrazione e repulsione convivono. Tuttavia, se nel privilege drama la satira ci libera, e ci crogioliamo nel vedere i ricconi piangere e distruggersi a vicenda, qui la ferocia delle azioni è funzionale ad alimentare l’osservazione verso un mondo che nella società occidentale è allo stesso tempo vicino ma distante, tangibile e intangibile, le cui dinamiche sono invisibili, ma determinanti.
Industry, scritta da Mickey Down e Konrad Kay (autori che si sono dichiarati “pentiti” della finanza) è la serie che meglio è riuscita a rinnovare questo immaginario in maniera convincente. Arrivata quest’anno in Italia e prossima alla sua conclusione, smonta e rimonta i dispositivi del genere, a partire dalla trama iniziale, che ruota attorno a un gruppo di neolaureati in prova presso la banca d’investimenti Pierpoint & Co., dove devono competere per un numero limitato di posizioni. Il discorso sul lavoro come identità viene rivisto sotto la lente del capitalismo avanzato e delle disillusioni della Generazione Z: in una delle scene più belle di tutta la serie, il personaggio di Gus Sackey decide di sottrarsi ai meccanismi iper-competitivi che gli sono stati imposti, uscendo di scena dopo aver deriso pubblicamente il consiglio d’amministrazione. L’ottimizzazione personale e la cura del corpo non sono più solo funzionali a performare meglio. Diventano produzione del sé come bene: tra chi vende la propria immagine su OnlyFans, chi deve lottare per far sì che sia sufficientemente credibile per mantenere la propria reputazione, e chi decide che utilizzerà le proprie abilità per indirizzare le immagini stesse delle persone verso ciò che è più funzionale, come nel caso del personaggio di Yasmin, che abbandona il mondo della pura finanza per dedicarsi alle pubbliche relazioni. Quando il lavoro si è definitivamente slegato dalle sue costrizioni fisiche, la reputazione e la personalità diventano risorse da monetizzare, ed è l’identità stessa a possedere un valore, rivenduta all’interno di un’economia immateriale.
Ognuno dei personaggi di Industry è a modo suo emblematico della capacità della serie di sfruttare il genere per evolverlo, intercettando e raccontando i cambiamenti nella società, a partire dalla protagonista Harper Stern. Afroamericana, donna statunitense nel Regno Unito, parte dal basso per poi raggiungere il potere. Anche qui, attrazione e repulsione: la sua attitudine è quanto di più tossico ci possa essere nella hustle culture contemporanea, eppure, alla fine, ci troviamo quasi sempre a fare il tifo per lei. Outsider entrata con l’inganno di un titolo di studio falsificato, cellula impazzita all’interno di un sistema che incorpora il cambiamento quando fa comodo e lo sputa fuori quando è troppo. La vediamo incontrare la versione contemporanea dell’hedge fund manager spietato, aggiornata per questo decennio: il personaggio di Jesse Bloom, soprannominato “Mr. Covid” per la sua abilità nell’aver speculato sulla tragedia pandemica, è l’anti-icona della finanza della nostra era: non ha un ufficio, non indossa l’abito ma le magliette Lehman Brothers in maniera ironica, ascolta rap americano anni Novanta mentre lavora. Stagione dopo stagione, la serie è sempre riuscita a stare al passo con i sentimenti della cultura popolare, raccontando sia le spinte progressiste legate al woke nella terza stagione – dove le aziende devono mediare tra i loro interessi e i parametri ESG, e hanno piacere a collaborare con un fondo d’investimenti guidato da una donna nera – che un agognato ritorno al conservatorismo nella quarta, dove vediamo Harper a cena con un gruppo di investitori che strizzano l’occhio al suprematismo bianco.
Corporate cosplay
In tutte queste narrazioni, l’elemento educativo viene trattenuto o rilasciato a seconda dell’atmosfera che si vuole creare. L’aspetto didattico e la critica flirtano con la spettacolarizzazione. Il linguaggio diventa uno strumento essenziale, e la sua opacità non è mai casuale; ogni storia deve decidere quanto spiegare, quanto farsi didattica e quanto alimentare il proprio fascino oscuro con il gergo. In Diavoli, così come nelle docuserie Netflix, ogni episodio viene ricondotto a un evento accaduto realmente, traducendolo. Industry fa l’opposto, usando la storia recente per rovesciare parole incomprensibili addosso allo spettatore, senza spiegare mai niente. Ci fa stare insieme ai personaggi senza preoccuparsi davvero di illustrare i meccanismi che regolano i fatti – sono funzionali alla trama, ma per noi non sono davvero importanti, non interessano alla maggior parte del pubblico, sono troppo complicati per essere approfonditi. E funziona, perché possiamo goderci tutto lo stesso: è qui che la serie fa il salto. La finanza diventa un contesto con cui giocare, mettendo in scena dei drammi tramite personaggi i cui significanti hanno la stessa importanza dei significati.
Nelle finance stories l’aspetto didattico e la critica flirtano con la spettacolarizzazione. L’opacità del linguaggio non è mai casuale: ogni storia deve decidere quanto spiegare.
“Ero più interessato alla cultura che al lavoro in quanto tale, affascinato da film come Wall Street e da libri come Liar’s Poker di Michael Lewis”. Il co-autore Mickey Down, forse involontariamente, lo spiega benissimo: Industry ha fatto sue le logiche di internet, innalzando i codici estetici rispetto alla tecnica e al racconto della professione, trattando il lavoro in banca come il digitale tratta le esperienze fisiche – le trasforma in vibes. Harper Stern si fa veicolo di questo discorso, dimostrando innanzitutto che questo immaginario non è più solo appannaggio del maschile. Il gilet ha smesso di essere l’unica divisa possibile, e dal man in finance siamo passati alla cool finance girl che esiste in più schermi contemporaneamente, dai monitor per fare trading installati provvisoriamente in una camera d’albergo a quelli di TikTok, dove la office siren detta l’estetica dell’abbigliamento da lavoro.
Non è un caso che questo immaginario, coerentemente, sia tornato anche nel racconto di brand. Negli anni Venti del Duemila, sulle passerelle abbiamo visto Balenciaga mettere in scena una sfilata dentro il New York Stock Exchange, o Prada riproporre le estetiche da ufficio e lo stile formale nelle sue collezioni. Il merchandising delle aziende non è più espressione di un messaggio specifico (dieci anni fa, per ripulirsi post-crisi economica, le società di Wall Street producevano i famosi gilet in collaborazione con marchi come Patagonia), ma ha la funzione di rispondere a un nostro desiderio di “finzionalizzazione” della vita reale, il cosiddetto corporate cosplay, l’impersonare ironicamente un personaggio per soddisfare un’esigenza di espressione personale; i cappellini delle banche d’investimento fallite, oggi, vengono rivenduti su eBay a caro prezzo. Se non possiamo più permetterci ciò che (in teoria) il lavoro promette, possiamo almeno indossarne i codici, rendendo l’estetica una forma di appartenenza simbolica. In questo senso, le storie sulla finanza stanno all’abbigliamento da lavoro così come la satira sugli ultra-ricchi sta al lusso silenzioso (quiet luxury): se quest’ultimo occulta la ricchezza con il desiderio sotteso di tornare ad un periodo in cui l’appartenenza di classe non viene problematizzata, il primo dissimula la frustrazione verso una sfera lavorativa precaria, in cui gli stipendi non sostengono più il costo della vita.
Così come il burlarsi del Re, in tempi antichi, ricordava a chi lo faceva quale fosse il proprio posto rispetto al potere, l’ironia e il distacco con cui osserviamo un sistema che ha un’influenza enorme sulle nostre vite ci dice molto sulla difficoltà di costruire un discorso politico collettivo, mentre ci divertiamo a interpretare dei giochi di ruolo tramite meme o oggetti di consumo, o a intrattenerci con personaggi da cui prendiamo le distanze, ma da cui allo stesso tempo restiamo profondamente affascinati.
Pietro Leonardi
Lavora come strategist e social media manager, collaborando con brand, agenzie e progetti editoriali. Scrive per diverse riviste online occupandosi principalmente di musica, media e cultura contemporanea.
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