Nonostante la giovane età, il Mercato Italiano dell’Audiovisivo è diventato un importante strumento nell’internazionalizzazione del settore. Ne parliamo con la direttrice.

Proprio in questi giorni è in corso la quarta edizione del MIA, Mercato Italiano dell’Audiovisivo, diretto da Lucia Milazzotto, in passato a capo del settore marketing di World Content Pole SA e responsabile di New Cinema Network. Le abbiamo chiesto di raccontarci la genesi della manifestazione: “Il MIA nasce nel 2015 da un’intuizione molto felice di Anica e APT (Associazione Produttori Televisivi), in una fase cruciale per l’audiovisivo italiano inteso come cinema, documentario e tv. In quel momento Anica e APT, riconoscendo una rinnovata capacità produttiva nel Paese nel settore, hanno pensato di creare un nuovo strumento di internazionalizzazione, il cui potenziale è stato colto immediatamente dal Ministro dello Sviluppo Economico [allora era Federica Guidi]. Il MIA è quindi stato lanciato come strategico sostegno del settore audiovisivo in campo internazionale”.

Quali sono le specificità del MIA?

La nostra strategia è stata di proporci in modo trasversale e internazionale: è l’unico mercato che nasce cross-country. Il target è tagliato in modo orizzontale e non verticale (non specializzato su un solo settore), e ci siamo concentrati sui leader del mercato che investono, producono e distribuiscono soprattutto contenuti di alto profilo. Abbiamo anticipato una tendenza oggi evidente a tutti gli operatori: il mondo dell’audiovisivo si è allargato, attraversa il cinema, la tv e il documentario, e questo è particolarmente vero per i contenuti dagli alti valori produttivi e dalle ambizioni internazionali. La seconda sfida, che pensiamo di aver vinto, è stata quella di non essere solo l’ultimo mercato dell’anno, a differenza di quanto risulterebbe dal nostro posizionamento in calendario. Abbiamo lavorato non sul prodotto residuale, su ciò che è rimasto, ma sul futuro, sul prodotto nuovo e nuovissimo, per coproduzione e sviluppo. I grossi finanziatori e produttori globali entrano sul prodotto sempre prima, tutto già oggi si costruisce con queste prospettive. E allora cerchiamo di essere il primo mercato dell’anno successivo.

Quali sono i numeri di questa edizione?

Quest’anno presentiamo 58 progetti, da circa 30 Paesi. Abbiamo inoltre quattro vetrine di prodotto in progress: non vuol dire financing, come accade in altri mercati, ma sono vetrine anticipate e privilegiate. In questi spazi presentiamo circa 50 ulteriori titoli, di cui 40 sono italiani. Si tratta di un mercato esclusivo in cui vedere tutto il prodotto nuovo e importante che arriverà. Abbiamo 125 proiezioni, anteprime di mercato, con oltre 300 titoli presentati. E abbiamo un numero di accreditati sempre in crescita.

Come avete lavorato sulle date della manifestazione, considerando quanto siete vicini al MIPCOM di Cannes?

Abbiamo costruito una strategia non facilissima: non solo siamo attaccati al MIPCOM ma siamo pure a due settimane dall’American Film Market. Facciamo un mercato rivolto al cinema e alla tv, ai player che vanno proprio all’American Film Market e al MIPCOM. Come se non bastasse siamo a un passo da IDFA [International Documentary Filmfestival Amsterdam], punto di riferimento per i documentari. Siamo incastonati in mezzo ai competitor, ma abbiamo fatto in modo che non siano veri competitor. Il MIPCOM è enorme, si discutono tantissimi progetti, e soprattutto si vende molto. Noi invece ci siamo posizionati come molto esclusivi, raccogliamo i leader del mercato e lavoriamo su prodotti selezionati: si può dire che siamo complementari. L’AFM è sempre più concentrato sul prodotto americano mentre sul cinema noi ci posizioniamo come mercato fortemente europeo e, considerata la stagione, è stata una delle nostre chiavi di successo. Rispetto al documentario tendiamo a essere settoriali e ci focalizziamo su art & culture, strategico per il comparto italiano. La caratteristica peculiare del MIA è lavorare sulla selezione degli ospiti, dei contenuti e dei progetti. Inoltre siamo facilitatori: siamo grossi matchmaker e, a differenza dei grandi mercati, non abbiamo l’assetto della fiera. Per tornare alle date, in sostanza abbiamo allungato la settimana del MIPCOM, e questo consente a moltissimi operatori di volare direttamente da Cannes a Roma, dove trovano quello che al MIPCOM non hanno. Dico spesso che noi siamo un concept store, mentre il MIPCOM è un grande magazzino. Come tutti i concept store mettiamo insieme anche cose diverse ma con una loro coerenza per livello, appeal, interlocutori e target.

Qual è invece il rapporto con la Festa del cinema di Roma?

Noi siamo prodotti da Anica e APT, come brand, e loro hanno messo in piedi la squadra. Per i primi due anni, come avviamento, abbiamo lavorato con la Fondazione Cinema per Roma e dall’anno scorso abbiamo una gestione autonoma come raggruppamento temporaneo d’impresa di Anica e APT. Il rapporto con la Festa del cinema di Roma è ottimo, la Fondazione è anche nostro partner tecnico. Dal punto di vista editoriale sono però due oggetti molto diversi: loro fanno un festival per la città, una grande festa, noi facciamo un mercato, professionale, con le sue esigenze di posizionamento precise.

Altri mercati però convivono perfettamente nei festival del cinema, come Cannes o Berlino.

Noi siamo un mercato puro, lavoriamo sui progetti. Non siamo, diversamente da loro, un’evoluzione di industry office molto forti dentro a festival consolidati. Il MIA non è una propaggine della Festa del Cinema, nasciamo come progetto nuovo. Appoggiandosi inizialmente alla macchina organizzativa della Fondazione abbiamo avuto una coincidenza di date, ma è stata una scelta strategica: il MIA non avrebbe senso in primavera, dove c’è una grande concentrazione di eventi. In estate, dopo MIPTV, Séries Mania e il Festival di Cannes, avremmo avuto solo titoli già esauriti. L’autunno è quasi inevitabile se ci si vuole inserire nelle agende di un panorama sempre più affollato. Da evento italiano sarebbe poi stato folle posizionarsi su Venezia. E a dicembre parte il nuovo ciclo con Londra e poi a inizio anno Berlino eccetera. Paradossalmente nell’autunno mancava un evento strettamente europeo. E agganciarsi al MIPCOM, per quanto rischioso, ha funzionato.

Cosa pensa dei festival invece specificamente dedicati alla serialità tv?

Mi sembrano eventi diversi, che non hanno relazione con noi, che del resto siamo quasi solo industry, in larga parte chiusi anche alla stampa. Ma credo che gli eventi che avvicinano il pubblico in generale al prodotto audiovisivo siano molto utili, come per esempio un ritorno del Fiction Fest.

Quali sono gli highlight di questa edizione del MIA?

Prima di tutto le attività legate ai nostri progetti come le tre sezioni: “What’s Next Italy” sul nuovo cinema italiano, “Greenlit” sulla serialità drama e “Doc It Better” sul documentario. Quest’anno abbiamo un importante focus sul Regno Unito perché siamo nell’immediato pre-Brexit ed è aperta una discussione sul fatto che possa esserci o meno un’eccezione legata all’audiovisivo: partecipano il British Film Institute, il British Council, l’Ambasciata inglese e hanno spazio importanti produttori come Number 9 Films; ci sarà una discussione sulla serialità drama inglese, a cui parteciperanno anche alcuni talent come la regista SJ Clarkson. Abbiamo poi una presenza importantissima degli OTT, da Netflix e Amazon a Hulu, che colgono in pieno le tendenze più attuali. E un’altra questione calda è quella della diversity, al centro di incontri che tratteranno temi come le pari opportunità e il valore delle differenze. La sezione doc ha avuto un grosso incremento, con un nuovo mercato di coproduzione del tutto internazionale, portando personaggi importanti come Michael Apted. Si terrà una tavola rotonda in collaborazione con Media Exchange, composta solo da dirigenti di peso e dedicata alla serialità. Non mancheranno infine incontri sulla tecnologia blockchain, ossia su un nuovo e più sicuro protocollo di distribuzione che dovrebbe avere grande influenza sul mercato, probabilmente anche sui media.

Ha citato le piattaforme. Qual è il loro impatto dal suo punto di vista e che questioni pone?

Prescindere dalle piattaforme è ormai impossibile: il mercato è sempre meno intermediato e sempre più veloce, con grandissimi gruppi che si relazionano direttamente alla produzione globale. Bisogna capire quale debba essere la regolamentazione di questo fenomeno, ma è una situazione che porta anche reali opportunità: specialmente su base italiana ed europea è fondamentale che tali interlocutori siano presenti e palesino la loro volontà di investimento. Si discute per capire come comportarsi rispetto alle leggi sulle quote di produzione europea che dovrebbero entrare in vigore a inizio 2019, per questo avere tali interlocutori al MIA e comprenderne le strategie è importante. Hulu che si affaccia per la prima volta è una novità particolarmente interessante, e c’è più in generale un incremento degli americani con Sony, Amc, Abc. Vedo un importante movimento verso l’Italia che crea opportunità produttive, di lavoro e per il territorio.

Sembra che al momento però Netflix abbia preferito la Spagna, dove secondo Variety si può produrre con un risparmio del 30% a parità di prodotto…

In varie regioni la produzione low cost ha funzionato bene, ora in Spagna e da prima in tutta l’Europa dell’Est, ma se si guarda alla continua crescita degli investimenti in Inghilterra, che è il Paese dove la produzione è più dispendiosa, diventa chiaro che la leva del basso costo da sola non è sufficiente a garantire lo sviluppo. Se le strutture e le professionalità su un territorio sono qualificate e qualificanti faranno molta più differenza a lungo andare. È una strada più strategica del basso costo, che porta benefici solo di medio termine, come si è visto anche in Sud America. I Paesi che hanno investito per avere incentivi fiscali (che sono importanti e devono rimanere anche in futuro) e interlocutori più qualificati hanno invece avuto una crescita costante, grazie ai talent, ai creativi, a produttori più pronti a interfacciarsi con i broadcaster più rapidi a investire. Non è solo questione del costo della manodopera.

Il mercato vive una fase che direi magmatica, si assiste a fusioni, acquisizioni, scissioni. Sembra di osservare in un vetrino una sorta di brodo primordiale. Quali tendenze vede in questo momento?

L’irrigidimento del mercato e degli interlocutori avviene anche tramite le fusioni in corso, che lo rendono sempre più aggregato. È un mercato da osservare con attenzione, perché questo porterà a un condizionamento dei contenuti e dei modelli produttivi: se da un lato ci sono gruppi giganti e dall’altro grandi OTT è evidente che c’è meno intermediazione e diminuiscono le possibilità di composizione, quindi sarà un mercato molto indirizzato rispetto al tipo di contenuto che viene richiesto. Tutti stiamo aspettando di farci idee più chiare, per esempio sul nuovo assetto Disney con Fox e Hulu. Quello che vedo è che ci sono politiche di brand importanti, e sempre meno le realtà sono legate al prodotto. Netflix vende Netflix, quindi vende i Netflix Originals perché sono di Netflix. La campagna è sempre più legata al brand di provenienza anziché al prodotto singolo, e questo modifica gli assetti e le scelte su cosa produrre. Il pubblico sempre più è abituato ad associare il proprio consumo al brand: lo vedo perché è Disney, perché è Fox… e pure lo vedo perché è Netflix, anche se la loro offerta è molto varia. I marchi sono diventati delle garanzie. Sempre di più, per esempio secondo la fascia di età, si è indirizzati su un certo brand, come avviene anche per i prodotti non audiovisivi. Se si vuole originalità e creatività bisogna farsi delle domande. E al MIA sicuramente si respireranno.