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Culture digitali

Memorie digitali. Note sul rapporto tra la morte e internet

Come si elabora il lutto in rete? Cosa succede alle nostre tracce digitali una volta che non ci saremo più? E quando questo accade improvvisamente e pubblicamente? Sono domande che dobbiamo farci.

Nel film La morte in diretta (1980) di Bertrand Tavernier, un uomo che lavora per un’emittente televisiva è incaricato di seguire, servendosi di un sofisticato sistema di telecamere installate nei suoi stessi occhi, la lenta morte causata da una malattia incurabile a una donna di nome Katherine. A insaputa di lei, lo sguardo dell’uomo è in realtà lo sguardo di migliaia di spettatori che assistono consapevolmente a un doloroso tragitto verso la più triste delle fini, in impaziente attesa del momento fatale. In una sequenza, Roddy – operatore dell’eye-camera – si ferma in una taverna e intravede su un piccolo schermo televisivo alcune immagini della donna registrate da lui poche ore prima. Qui la donna guarda l’osservatore con sincera tenerezza, ignara del fatto che quello che ha davanti è molto più dello sguardo non meccanico di un essere umano: il punto di vista di Roddy è ormai dato in pasto alla platea indifferente che siede davanti alla televisione, ai suoi commenti curiosi e le sue osservazioni sadiche. Non c’è niente di più sbagliato e pornografico di quell’intimità ormai corrotta. Roddy guarda lo schermo della televisione, ma cosa vede esattamente? La realtà terrifica di un istante spogliato di ogni emozione, sminuzzato e venduto, annientato e sfruttato. Qual è, dunque, il significato di quelle immagini? E cosa ne sarà di loro?

In uno dei Ted Talk di Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica, si spiega che, se i secoli passati erano incentrati sulla volontà di essere ricordati, lo spirito degli anni Duemila si è interessato di più alla volontà di essere dimenticati. Nel diritto romano, la pena più temuta aveva il nome di damnatio memoriae e consisteva nella cancellazione di ogni traccia o fonte relativa alla vita del condannato. Il nome della famiglia del colpevole non sarebbe più stato ereditato; ogni dipinto e scrittura a provare l’esistenza di quella persona sulla terra sarebbe stata distrutta. Quante persone in epoca contemporanea, invece, desidererebbero salvaguardare il proprio diritto all’oblio? Quante persone preferirebbero che tutte le prove della loro esistenza nel regno digitale fossero completamente cancellate? Non hanno forse tutti il diritto di essere dimenticati? C’è la possibilità che qualcuno, ormai scomparso, non abbia pensato abbastanza al fatto che la sua eredità digitale potesse continuare a esistere per sempre su internet, pronta a essere visualizzata nuovamente da qualcun altro? E non c’è forse qualcosa di molto sadico nell’esistenza perpetua dei dati online?

Cimiteri digitali

In questo senso, il lavoro del tanatologo Davide Sisto è cruciale: nei suoi libri sul tema, l’autore indica che esistono più di 50.000 utenti deceduti online, che circa 33.000 utenti di Facebook muoiono ogni giorno e che entro la fine del secolo i profili Instagram dei morti saranno molto più di quelli dei vivi. Scrive anche che, per questo motivo, un nuovo servizio di Google chiamato Death Manager permetterà a tutti di lasciare un testamento che regoli il trattamento dei dati personali condivisi online dopo la morte. Con ogni probabilità, il servizio diventerà una posizione professionale di successo e in ascesa.

Un’analisi del modo in cui i social media hanno dato vita a nuovi tipi di relazioni para sociali con i deceduti rivela un quadro complesso: i profili Facebook dei defunti sono più attivi di quelli dei vivi, pullulanti di messaggi di cordoglio e d’addio, talvolta ristretti nella cerchia di famiglia e amici e altre volte utilizzati come totem portatori di forte significato politico. Il profilo Instagram di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio scomparsa nel novembre 2023, è oggi – a poche settimane dall’accaduto – un monumento digitale (che conta al momento più di 45.000 follower) che non ha solo la funzione di archivio dei momenti che la vittima ha scelto di condividere online quando era in vita, ma quella di un blog dove ogni persona scossa dal suo assassinio possa dire la sua facendo finta di rivolgersi direttamente a lei. “Ciao Giulia, sai presto sarò padre e, dopo quello che è successo, chiamerò mia figlia Giulia”. “Non ti conoscevo, ma non posso smettere di pensare a te”. La morte ha trasformato l’identità online di Giulia Cecchettin in uno spazio di aggregazione che non somiglia più a un profilo personale quanto più a un database della risonanza di un enorme caso mediatico. 

Quante persone preferirebbero che tutte le prove della loro esistenza nel regno digitale fossero completamente cancellate? Non hanno forse tutti il diritto di essere dimenticati? C’è la possibilità che qualcuno, ormai scomparso, non abbia pensato abbastanza al fatto che la sua eredità digitale potesse continuare a esistere per sempre su internet, pronta a essere visualizzata nuovamente da qualcun altro?

Quando il profilo del defunto resta accessibile al solo gruppo ristretto di coloro che ne erano una volta vicini, hanno luogo meccanismi altrettanto intricati: non è difficile scorgere account di persone morte dove continua un’attività diretta, portata avanti dai parenti di un defunto come se fosse questo a parlare in prima persona. Come se dall’aldilà si potesse continuare a cliccare il pulsante “condividi”, su alcuni di questi profili sono visibili post che recitano “So che vi manco, ma voglio che sappiate che sto vegliando su ognuno di voi dall’alto”, insieme ad altre tipologie di messaggi positivi che hanno l’obiettivo di alleviare il dolore dei possibili lettori. È forse tutto perdonabile, se causato da una perdita e da un lutto? È possibile educare noi stessi a una nuova etica degli ambienti digitali, e quanto è difficile? La sequenza di La morte in diretta è ancora una volta esplicativa: immagini ri-contestualizzate per creare significati nuovi alla portata di tutti, sfruttando l’eco della voce di qualcuno che è condannato al silenzio eterno.

Allo stesso scenario si aggiungono i necrologi online: forum in cui, quotidianamente, pompe funebri e parenti dei deceduti pubblicano necrologi che permettono a persone lontane di conoscere la data di morte o informazioni sui funerali. Ma non solo: gli stessi siti web vengono utilizzati per creare blog dove commemorare chi è scomparso attraverso commenti, elogi digitali e interazioni di ogni tipo. Su dignitymemorial.com è possibile “Cliccare per accendere una candela” o “Aggiungere un ricordo”, che può essere lasciato sotto forma di commento scritto, sticker o foto. Tutte le foto postate dagli utenti sono poi raccolte in una galleria da sfogliare, posizionata sul profilo personale di ogni persona morta, che altro non è che uno strano profilo social postumo. Stavolta, però, non si tratta di una narrazione auto-costruita, ma di una narrazione della vita del defunto fatta a posteriori, da altri. In questo modo, anche chi sceglie in vita di non avere un proprio account sui social media potrebbe essere condannato ad averne uno contro la propria volontà, senza la possibilità di poter fare nulla a riguardo.

Con l’arrivo di sistemi come death manager si ha la possibilità di scegliere tra due alternative: archiviare tutto in un drive o cancellare tutto, proprio come nella damnatio memoriae. Ma l’idea dell’eliminazione completa di un flusso di dati è l’antitesi della struttura di internet, e perciò l’ultima opzione appare solo come un’ingenua illusione.

Dolore parasociale

Il 24 gennaio 2009 a Siviglia, capoluogo della regione spagnola dell’Andalusia, spariva la diciassettenne Marta del Castillo. La scomparsa dell’adolescente fu uno dei primi casi dove furono proprio i social a diventare parte integrante – se non assoluti protagonisti – delle indagini e del direzionamento dell’opinione pubblica. Poche ore dopo la notizia della sparizione di Marta, il suo profilo Tuenti, una piattaforma spagnola a metà tra Msn e Facebook, divenne il fulcro dell’attenzione del Paese intero: le conversazioni online tra lei e il suo presunto assassino, il fidanzato Manuel Carcaño, finirono per essere sviscerate dai media con una violenza mai esercitata prima, in un’operazione volta a cogliere ogni sottigliezza del rapporto tra i due adolescenti e sottoporle al giudizio nei titoli delle testate più lette.

Gli stessi genitori di Marta dichiararono che guardare l’intero Paese venire a conoscenza della vita intima della ragazza fu un incubo: un modo sadico di rinnovare il dolore ogni volta, finendo persino per modificare irreparabilmente il ricordo della figlia nella loro memoria. Fino all’ordine della Procura di eliminare il profilo Tuenti della vittima, la sua attività online veniva analizzata e scrutinata in articoli dai titoli come “Tutto quello che Marta e i suoi aggressori si dicevano su Tuenti”; mentre la polizia era impegnata in innumerevoli mappature del fondo del fiume Guadalquivir alla ricerca del corpo di Marta, altrove il suo corpo digitale diventava il cuore pulsante del caso, marcando la contrapposizione tra il cadavere mai ritrovato e i dati disponibili alla portata di tutti, per sempre impressi sul web senza possibilità di oscuramento. Come Roddy nel film di Tavernier (o, più precisamente, come gli spettatori intenti a guardare in tv le sue riprese), la popolazione contribuiva per la prima volta al teatro sadico di una vita immateriale bloccata nel tempo e nello spazio. 

Con l’arrivo di sistemi come death manager si ha la possibilità di scegliere tra due alternative: archiviare tutto in un drive o cancellare tutto, proprio come nella damnatio memoriae. Ma l’idea dell’eliminazione completa di un flusso di dati è l’antitesi della struttura di internet, e perciò l’ultima opzione appare solo come un’ingenua illusione.

Le modalità dell’attaccamento parasociale a un defunto che non si è mai conosciuto in vita sono state messe a punto dalla ricercatrice Dara Greenwood nel saggio Parasocial Losses: Why It Hurts When a Celebrity Dies. Analizzando fenomeni come l’elaborazione collettiva del lutto di personaggi pubblici dal calibro di Lady Diana, e come questa abbia influito su mutamenti sociali di massa, Greenwood arriva a prendere come esempio il caso dell’omicidio di Sarah Everard, rapita e uccisa a Londra nel 2021 mentre tornava a casa a piedi. “All’indomani della morte di Sarah Everard, l’opinione pubblica, i politici e i personaggi pubblici si mostravano increduli e arrabbiati, e ciò ha generato una serie di proteste e attività politiche per richiedere più sicurezza per le donne. In questa morte crudele e prematura c’era la sensazione che la stessa cosa potesse accadere a chiunque: una figlia, una madre, una sorella, un’amica. Così, con la sua morte, Sarah Everard si è trasformata in una everywoman. Sarah non si era preparata ad essere un simbolo della violenza che avviene da lunga data – e che continua – contro le donne. Non aveva scelto che il suo nome diventasse un grido di battaglia per il cambiamento. Il dolore privato ed esecrabile di amici e parenti sembrava essere stato sostituito dalle reazioni più ampie di protesta e polemica, di marce e lutto di massa”.

Internet di fantasmi

Gli avatar virtuali sono già eterei e immateriali: su internet, siamo tutti fantasmi. Lo stato dei corpi fisici collegati ai profili social non è rilevante. In quanto fonte più profonda e articolata del nostro inconscio collettivo (digitale), si può sostenere che internet abbia completamente sostituito la nostra memoria. Questo significa che internet ha forse annullato la morte? O l’ha resa solo meno visibile? E cosa, allora, se la morte reale fosse possibile solo se allineata con la morte degli account social media del defunto? La morte biologica, però, non coincide mai con la morte virtuale, e sempre più persone saranno costrette a fare i conti con l’idea della propria immortalità digitale. 

La non coincidenza tra le due dimensioni è la stessa frattura di cui fa tesoro la trama de L’invenzione di Morel, romanzo scritto nel 1940 dallo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares. Nel libro, un uomo si innamora di una donna che si rivela essere un’immagine proiettata nello spazio e che, non essendo altro che la ripresa di una persona che tempo fa era carne e ossa, non può interagire né reagire al presente. L’immagine della donna – scoprirà in seguito – è proiettata da una macchina che funziona con un’enorme quantità di energia cinetica e che mostra immagini (simili a ologrammi) di persone esistite nel passato, chissà quanti anni prima. Il destino dell’uomo è profondamente infelice: si è innamorato di niente più che un ologramma, invaghito dell’immagine di una donna che non potrà mai incontrare. Il dramma di lei, però, è ben più inquietante: la sua immagine è congelata nel tempo, costretta a mostrarsi agli occhi di chiunque si trovi ad assistere a un perpetuo spettacolo destinato a protrarsi per l’eternità, senza la possibilità di interrompere il ciclo e scomparire per sempre. “Il diritto umano all’oblio”.

Interfacce del dolore

Postare sui social media per contrastare il dolore è diventato parte integrante dell’elaborazione di un lutto, come dimostra la popolarità degli hashtag #grieftok e #griefjourney su TikTok, così tanto da declinare nuove dimensioni performative del dolore e finire per regolare i rapporti tra i vivi in maniera intricata. Su Headspace, un’autrice anonima scrive: “A volte mi sembra che i social media abbiano aggiunto un altro stadio del lutto: il senso di colpa. In occasione dell’anniversario di una morte o del compleanno di una persona scomparsa, ecco che vedo arrivare i post. Da amici che aggiornano i loro stati fino ai messaggi inviati sulla bacheca del defunto, mi ritrovo a chiedermi se sono una figlia/amica/nipote meno premurosa per non aver postato qualcosa”. Su Refinery29, Adele Walton scrive invece: “Online essere presenti è tutto, e gli algoritmi rendono quasi impossibile non essere cronicamente online; ne derivano aspettative irrealistiche e un senso distorto di ciò che determina una buona amicizia o un rapporto stretto. Quando le notizie sono diventate meno fresche e la linea del tempo è andata avanti, mi sono sentita smarrita e più sola che mai. Mi sono trovata a mettere in discussione i miei amici e a chiedermi se ci tenessero davvero. Il lutto nell’era digitale mi ha insegnato che non possiamo affidarci agli scambi digitali per soddisfare i nostri complessi bisogni sociali e i desideri emotivi”.

Se internet è la manifestazione di un grande inconscio collettivo – e in quanto tale, ne rivela ansie e segreti – è vero che le interfacce abitate ogni giorno da milioni di utenti limitano l’azione a quella prevista da corporazioni e software designer. Come si può riversare il proprio inconscio su interfacce create da un gruppo di imprenditori che maneggiano le reti da un edificio della Silicon Valley? Così facendo, lo stesso gruppo regola nuovi processi relativi al dolore e alle relazioni umane, designando una prospettiva dove distinguere pubblico e privato non ha più alcun senso. La morte in diretta è tratto da un romanzo di fantascienza del 1973 intitolato The Unsleeping Eye: un occhio che non dorme è uno sguardo che non riposa, anche se tutto ciò che dovrebbe fare è chiudersi davanti a chi è destinato a dormire per l’eternità. Nel tempo, l’essere umano ha indirizzato le sue paranoie verso ciò che ha sempre percepito come un inquieto e distante occhio meccanico “senza sonno”: occhio che, forse, è da sempre il nostro.


Arianna Caserta

Scrittrice e studiosa di Film Studies; la sua area di ricerca verte attorno alle ibridazioni tra audiovisivo e cultura internet, con un focus su identità e auto-narrazioni online.

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