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Contro la tv

Elogio del serial detox

Davvero complessità vuol dire qualità? Davvero là fuori è tutto un binge watching? In realtà i modelli di visione sono più consapevoli: dopo la grande abbuffata, serve disintossicarsi.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 25 - Contro la tv. Venticinque miti da sfatare del dicembre 2019

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I discorsi sulle serie televisive sono ovunque. Nuovi titoli e nuove puntate scatenano un flusso costante di post e di articoli che invadono social network, siti, testate giornalistiche, ma debordano anche nelle analisi – si presume – più approfondite e lucide degli studiosi. Nessuno di questi discorsi è però esente da stereotipi concettuali e linguistici: termini dati per scontati e ripetuti ad libitum, che si svuotano progressivamente del loro significato originario. Le conversazioni sono spesso punteggiate da “parole pigre”: espressioni nate nella riflessione accademica che si sono presto diffuse anche sui giornali o tra appassionati. Le parole pigre sono spesso usate a sproposito e – lente e pesanti – impediscono di spostare i confini del dibattito un po’ più in là. Se ci si fossilizza sempre sugli stessi concetti, si fatica a comprendere come evolvono le modalità di produzione e consumo delle serie.

Un esempio di queste parole pigre è “complessità”. Teorizzata dal super citato Jason Mittell, sembra l’unica qualità attribuibile alle serie contemporanee. Starebbe a indicare prodotti esteticamente curati, ben recitati, con narrazioni dense, insomma vicine alla “qualità” del cinema. Peccato che Mittell non intenda questo: “Non credo che la complex tv sia un sinonimo di tv di qualità […]. Complessità e valore non sono garantiti reciprocamente”, scrive lui. Il termine però si è rivelato subito molto comodo: saggi e blog hanno iniziato a utilizzare complessità e qualità come sinonimi. Confesso, mi annoia: considerare rilevanti le serie tv solo per la loro prossimità con il cinema mi sembra un approccio stantio. Davvero il panorama è dominato da serie belle perché complesse? Davvero là fuori è tutto un binge watching? E Game of Thrones è l’ultima delle serie a fruizione “classica”, come è stato scritto ovunque? O stiamo assistendo a forme di consumo più consapevoli, in una fase di detox dopo la grande abbuffata?

Il fascino del formato

Un tema mi sembra centrale: il formato e le sue influenze sui modelli narrativi seriali e sulle modalità di fruizione. Anche in questo ambito, alcune parole pigre sono spuntate all’orizzonte. Quanto è lunga una serie tv? Quanto dura una puntata? Da quante puntate è composta una stagione? Se fino al 2013 le idee erano abbastanza chiare, dopo Netflix è il diluvio. Le stagioni sono pubblicate in un colpo solo, le puntate hanno lunghezza variabile. Grazie al successo di questo modello, serie tv e Netflix sono diventate sinonimi. Ma Netflix non esaurisce l’offerta seriale contemporanea: le serie presenti nella tv lineare free e pay sono tante e non meno vitali. Nel free la serialità è basata prevalentemente su un modello a 22 puntate settimanali, con cliffhanger forti, per mantenere l’attenzione alta per tutta la stagione. La serialità premium punta invece sulla prossimità estetica con il cinema: numero di puntate ridotto (circa 13 a stagione), cast tecnico importante, storie basate su personaggi sfaccettati per grandi “prove d’attore”, temi forti o di nicchia. “It’s not tv, it’s Hbo”, recita lo slogan della cable tv.

Poi c’è, appunto, lo streaming: trascina lo spettatore da una puntata all’altra senza soluzione di continuità; le stagioni sono generalmente brevi (8-10 puntate), a volte con un cliffhanger debole. Si lavora di più sui personaggi, sulla dimensione psicologica: ecco arrivare il famigerato antieroe, un protagonista (più frequentemente maschile) non del tutto cattivo ma moralmente imperfetto. È un’altra parola pigra: nel discorso sui protagonisti delle serie sono tutti antieroi. Un criterio cronologico rivela però un limite evidente: mette a fuoco la relazione tra formati e modelli narrativi, forse, ma non chiarisce la trasformazione dei modelli di fruizione.

La quiete dopo il binge watching

Ed eccoci alla parola pigra per eccellenza: binge watching. Non può essere considerato come l’unica modalità possibile per descrivere il consumo di serialità contemporanea, né tantomeno come la pratica più attuale rispetto ad altre abitudini legate a formati antecedenti a Netflix. Le modalità di fruizione della serialità contemporanea sembrano disporsi su una linea continua, dove a un estremo si colloca appunto il binge, associato nel discorso comune alla serialità streaming, e all’altro estremo una modalità che mi piace definire “tantrica”, basata sul valore della lentezza: ogni puntata va assaporata con calma, persino rivedendola prima di passare alla successiva, per capirla meglio e cogliere le numerose sfumature sia estetiche sia narrative. Molto diverso dal consumare tutta una stagione in un solo weekend.

Lasciar trascorrere almeno 24 ore tra un episodio e l’altro e non meno di due settimane fra una stagione e la successiva. La lentezza consolida la vicinanza emotiva con i protagonisti, rispetta la compattezza narrativa di ogni puntata, lascia spazio alla suspense creata dal cliffhanger e permette di condividere recensioni e scambi sui social in contemporanea.

In mezzo ai due estremi, sono presenti forme ibride che riservano molte sorprese interessanti. Big Little Lies, per esempio, è trasmessa su Hbo ad appuntamenti settimanali, ma non ha praticamente cliffhanger tra una puntata e l’altra. All’opposto invece The Crown, di Netflix, si articola in puntate talmente dense ed esteticamente ricche che rendono difficile il binge watching e suggeriscono piuttosto una fruizione lenta, che permette di assaporare la recitazione magistrale, la fotografia perfetta, la regia accuratissima. Big Little Lies sarebbe perfetta per Netflix e The Crown per Hbo, insomma.

Questa tendenza all’ibridazione si capisce ancora meglio se guardiamo all’influenza del formato e delle pratiche di fruizione sui generi. Si pensi alla comedy: Netflix snackizza il formato, proponendo stagioni di otto puntate di mezz’ora, ma rischia coraggiose contaminazioni. In After Life, Ricky Gervais tocca corde drammatiche capaci di approfondire decisamente la psicologia del suo personaggio. In The Kominsky Method uno strepitoso Michael Douglas sposta l’asse della commedia verso l’estetica teatrale e cinematografica. La visione di entrambe le serie si esaurisce in due sere, non per voracità, solo a causa della brevità del formato. Ma resta la voglia di gustarsi una seconda visione: la robustezza psicologica dei personaggi li allontana dagli stereotipi della sitcom e li rende più simili ad antieroi (ops!) comici.

Situazione uguale e contraria per il family drama, genere classico delle tv lineari: puntate settimanali, cliffhanger robusti, abbondanza di personaggi e di linee narrative, lunga durata. Il prodotto perfetto è This Is Us, che funziona sia nella modalità di fruizione tradizionale settimanale (in America su Nbc, in Italia su Fox) sia nella visione compulsiva dello streaming (le prime due stagioni sono su Amazon Prime Video). I personaggi sono profondi e coinvolgenti, l’intreccio è calibrato da scrittura e montaggio talmente accurati da far preferire l’assimilazione lenta. Allo stesso tempo, però, è difficile stare lontano da quella famiglia. Diventa una parte di te e, come nella vita reale, hai bisogno sia di prendere le distanze sia di non abbandonarla. Meccanismo simile vale anche per la visione di una serie family di nicchia come l’israeliana Shtisel, prodotta da Netflix: la densità narrativa, l’accuratezza dei dialoghi e della recitazione, la necessità di avvicinarsi con attenzione a una cultura tanto diversa suggeriscono una visione lenta, meditata, una puntata alla volta.

Il formato di Game of Thrones

Ma se c’è un caso in cui il discorso “pigro” su formati e consumo si è scatenato, quello è certo Game of Thrones. Si è scritto che si tratta dell’ultima grande serie-saga classica; si è detto che è un successo non più replicabile per colpa dei grandi budget, della struttura ad appuntamenti settimanali e di pratiche di fandom considerate ormai obsolete. Invece, sorpresa, i dati testimoniano la vitalità di questo modello seriale e la capacità di rispondere a precisi bisogni del pubblico. E lo si capisce proprio a partire dal formato e dalle influenze che esercita sulla narrazione e sulla fruizione. Gli elementi che hanno contribuito al successo della serie sono due: da un lato, la cadenza settimanale classica delle puntate e un cliffhanger forte, per dare spazio ad assimilazione, discussione, attesa; dall’altro, la lunghezza variabile delle puntate, che ha permesso di portare avanti parallelamente sia la narrazione basata sull’azione, tipica delle serialità classica, sia quella basata sulla profondità dei personaggi, più tipica dello streaming. Dell’ultima stagione, poi, si è detto che è stata troppo breve e troppo superficiale dal punto di vista narrativo. Ma molte sue caratteristiche risiedono nelle ragioni produttive che hanno agito sul formato.

Il budget a disposizione per realizzare l’ultima stagione era più limitato di quanto le necessità narrative richiedessero. Quindici milioni a puntata, cifra comunque incredibile, non sono stati sufficienti a raccontare quanto i fan si aspettavano. Tre draghi in Cgi erano troppo costosi, come il metalupo, per questo salutato frettolosamente da Jon Snow; e la puntata troppo buia della battaglia di Winterfell si spiega con l’impossibilità economica di mostrare al meglio l’esercito dei non morti, anch’esso in Cgi. Per non parlare del cast, sempre più costoso con la popolarità della serie. Di questi elementi, il pubblico e molto discorso spesso non tiene conto. Resta il fatto che la narrazione avrebbe avuto bisogno di più spazio delle sei puntate che il budget ha concesso di realizzare.

Siamo noi quelli complessi, di gusti a volte raffinati e a volte sempliciotti, un giorno alla ricerca della leggerezza e il giorno dopo attratti dalle profondità psicologiche dei nostri amati antieroi. Siamo noi a chiedere storie capaci di sfidare la nostra esperienza, che una sera ci stupiscano trascinandoci in un vortice di azioni mozzafiato e la sera successiva ci avvolgano nella coperta calda di sentimenti condivisi, lacrime ed empatia.

Watercooler effect

“I personaggi televisivi dovrebbero essere una parte regolare delle nostre vite, non qualcuno con cui stiamo 24 ore su 24 per qualche giorno e poi non incontreremo più”: il senso di perdita per personaggi che nel corso di tanti anni sono diventati nostri amici è chiaro nelle parole di Jim Pagels, che su Slate ha perorato la causa della lentezza in un’accorata requisitoria anti binge watching. Di Breaking Bad, Pagels prescrive una personale posologia di visione seriale: lasciar trascorrere almeno 24 ore tra un episodio e l’altro e non meno di due settimane fra una stagione e la successiva. La lentezza consolida la vicinanza emotiva con i protagonisti, rispetta la compattezza narrativa di ogni puntata, lascia spazio alla suspense creata dal cliffhanger e permette di condividere recensioni e scambi sui social in contemporanea con altri appassionati. È il watercooler effect, il piacere del “commento del giorno dopo”: l’attesa settimanale della nuova puntata è una componente essenziale di valorizzazione dell’esperienza, amplificata dai commenti e dagli scambi social. Certo, la chiacchiera con i colleghi alla macchinetta del caffè può riguardare anche l’uscita di una nuova stagione in streaming, ma non tutti la fruiscono allo stesso ritmo e il rischio spoiler è sempre dietro l’angolo.

Il serial detox e lo spettatore complesso

Ultimamente si legge spesso che l’abbondanza dell’offerta attuale stia conducendo le serie tv verso un pericoloso effetto saturazione. È vero che a volte decidere cosa guardare su Netflix è più faticoso di un’ora di palestra; ma è altrettanto vero che questa ricchezza influenza ed è influenzata a sua volta dal progressivo affinamento del gusto e delle aspettative del pubblico, che non solo sceglie cosa vedere, ma anche come vedere. La piattaformizzazione dell’esperienza seriale non annulla i modelli precedenti, ma li rivitalizza e li integra. Il panorama seriale contemporaneo è composito, come lo sono le forme di consumo e le competenze degli spettatori. Se, invece di utilizzare pigramente i concetti, si provasse ad applicarli con più creatività, si scoprirebbe che oggi la famigerata complessità non riguarda soltanto i contenuti: riguarda soprattutto noi spettatori.
Siamo noi quelli complessi, bulimici ma contemporaneamente tantrici, di gusti a volte raffinati e a volte sempliciotti, un giorno alla ricerca della leggerezza e il giorno dopo attratti dalle profondità psicologiche dei nostri amati antieroi. Siamo noi, consumatori appassionati e instancabili, a chiedere storie capaci di sfidare la nostra esperienza, che una sera ci stupiscano trascinandoci in un vortice di azioni mozzafiato e la sera successiva ci avvolgano nella coperta calda di sentimenti condivisi, lacrime ed empatia, e la sera dopo ancora ci facciano ridere con racconti veloci ma intelligenti. Siamo esigenti, volubili, competenti. Davanti a uno qualsiasi dei nostri molti schermi siamo concentratissimi e perfettamente consapevoli del nostro enorme potere. Possiamo dire la nostra in qualunque momento, possiamo stroncare, esaltare, consigliare, commentare. Il nostro cervello è attivissimo, anche se magari lo è un po’ meno il nostro corpo, comodamente adagiato sul divano. E sì, siamo noi spettatori “complessi” quelli a cui Tyrion Lannister ammicca nel suo monologo finale, quel furbissimo discorsetto che – non a caso – chiude la strepitosa avventura di Game of Thrones: “Cosa unisce le persone? Le armate? L’oro? Le bandiere? No. Sono le storie. Non c’è nulla al mondo più potente di una bella storia. Niente la può fermare. Nessun nemico può batterla”. Amen.


Daniela Cardini

È professoressa associata presso l’Università IULM di Milano, dove insegna Teorie e tecniche del linguaggio televisivo e Format e serie tv. Ha scritto La lunga serialità televisiva. Origini e modelli (Carocci, 2004), Le serie sono serie (Arcipelago, 2010), Long tv. Le serie televisive viste da vicino (Unicopli, 2017), oltre ad articoli su varie riviste scientifiche.

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