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Dating Show

Amori non convenzionali

Ogni generazione ha il suo programma tv di ricerca dell’anima gemella. E i venti-trentenni di oggi non fanno eccezione, tra identità digitali, catfish e scelte tramite algoritmi.

Dai numerosi adattamenti de Il gioco delle coppie degli anni Ottanta fino ai più recenti e arditi Dating Naked e Undressed, la ricerca dell’anima gemella è un argomento da sempre caro ai pubblici televisivi di tutto il mondo. Ma quello che rende il dating show uno dei filoni più longevi e di successo dell’intrattenimento televisivo internazionale è soprattutto la capacità di adattarsi, di modificare ogni volta formato e struttura per farsi specchio dei tempi e cavalcare le trasformazioni generazionali.

Tempo che va, generazione che viene

Sebbene oggi i sessanta siano considerati i nuovi trenta e fioriscano anche dating rivolti al pubblico più “adulto”, il target privilegiato da questi programmi resta, oggi come ieri, quello dei 16-34enni. Ma, ça va sans dire, i 16-34enni di oggi sono completamente diversi dai loro coetanei di trent’anni fa e, se negli anni Novanta i giovani impazzivano per Colpo di fulmine, quelli di oggi faticherebbero non poco a vedervi rappresentate le loro istanze relazionali. Che fosse a scuola, in discoteca o praticando sport, i 16-34enni degli anni Novanta erano i rappresentanti di una generazione avvezza al confronto vis-a-vis, alla conoscenza “di persona”, al corteggiamento diretto. Da qui titoli come Streetmate (nato in Inghilterra e poi adattato in numerosi paesi), la variante belga ambientata in spiaggia Beachmate o lo stesso Colpo di fulmine italiano. Il single, selezionato casualmente dal conduttore per le strade di una città (oppure su una spiaggia), doveva presentare se stesso, i suoi hobby e le caratteristiche del suo partner ideale, scegliendo a sua volta, sempre tra le persone incrociate per strada, quella che più lo intrigasse per provare a conoscerla. Una situazione impensabile per un nativo digitale, e altamente improbabile anche per molti dei nati negli anni Ottanta, che pur avendo accolto dopo la tecnologia nella loro vita, scelgono quasi sempre di costruire la loro rete relazionale intorno e attraverso i social network.

In principio fu l’algoritmo

È a questa nuova tipologia di pubblico che il dating contemporaneo cerca di rivolgersi, veicolandone abitudini e linguaggi. Non è un caso che molti dei programmi televisivi per la ricerca dell’anima gemella lanciati nel corso delle ultime stagioni facciano proprio di algoritmi e social network il fulcro stesso del loro format. Ecco nascere titoli come l’inglese Personal Dater, dove un algoritmo estrae tra un gruppo di single, confrontando i loro profili Facebook, la persona da far incontrare al concorrente, mentre un secondo candidato è scelto dai suoi due migliori amici. Il concorrente conosce entrambe le persone selezionate e decide con quale uscire, rivelando allo spettatore chi tra gli amici e la macchina sia stato in grado di selezionare il partner più adatto. 

Un archetipo antico ma sempre attuale: l’eterno scontro tra fato e libero arbitrio. All’incertezza di un destino predeterminato dall’algoritmo si contrappone la scelta personale dell’individuo. Come una sorta di novello Edipo dai risvolti high-tech, il concorrente deve scegliere se assecondare la sorte stabilita per lui da una sequenza di calcolo o tentare di costruire da sé il proprio futuro sentimentale.

E un algoritmo è anche alla base del tedesco The Perfect Match, novità ancora in lavorazione, in cui a una donna single è data l’opportunità di trovare una volta per tutte il suo Mr. Right. Migliaia di potenziali candidati sono passati al vaglio attraverso un’apposita sequenza di calcolo, chiamata The Matchmaker, fino a quando non è trovato “The One”, la corrispondenza perfetta della donna, il candidato con cui ha più cose in comune. A questo punto le cose si complicano, dal momento che “The One” è mescolato ad altri 10 candidati e spetta alla donna tentare di trovare da sola l’uomo dei suoi sogni. Con una serie di sfide intriganti e di esami incrociati, la concorrente deve cercare di scoprire pregi e difetti dei vari candidati senza mai vederli di persona, selezionando alla fine quello che ritiene più compatibile sulla base delle proprie intuizioni. Ovviamente, siamo solo all’inizio. Del resto, chi di noi avrebbe mai potuto credere che la ricerca dell’anima gemella fosse così semplice? Ecco allora che, subito dopo aver scelto il suo Mr. Right, nella mente della donna è instillato il dubbio e la poverina si ritrova di nuovo di fronte a un bivio: se il candidato che ha selezionato non corrisponde a quello indicato dall’algoritmo, la donna può scambiarlo con “The One”, affidandosi una volta per tutte al Matchmaker. Ancora una volta, la scelta deve essere fatta a scatola chiusa, senza sapere chi nel gruppo sia davvero l’uomo ideale.

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Nuovi linguaggi per antichi modelli 

Dating show come Personal Dater o The Perfect Match cavalcano la fiducia delle giovani generazioni nella tecnologia per rispolverare un archetipo antico ma sempre attuale: l’eterno scontro tra fato e libero arbitrio. All’incertezza di un destino predeterminato dall’algoritmo si contrappone la scelta personale dell’individuo. Come una sorta di novello Edipo dai risvolti high-tech, il concorrente deve scegliere se assecondare la sorte stabilita per lui da una sequenza di calcolo o tentare di costruire da sé il proprio futuro sentimentale. Ed è in questo rapporto dialettico tra l’apparente voce della verità dello strumento scientifico e la soggettività dell’istinto umano che risiede l’efficacia di titoli come questi. La loro forza non sta tanto nell’aver sostituito la vecchia figura del consulente matrimoniale delle trasmissioni degli anni Ottanta con un modernissimo algoritmo, ma nell’aver compreso come rielaborare in modo accattivante antichi modelli attraverso il linguaggio della contemporaneità.

È quanto avviene anche con Singled Out, celebre dating degli anni Novanta che per essere rilanciato sul canale YouTube di Mtv è stato sottoposto nel 2018 a un’importante restyling. A differenza del format originale, caratterizzato dalla presenza in studio di 50 single in competizione per il concorrente (detto “The Picker”), nella nuova versione i single presenti in studio sono solo 25 e, sfruttando un acronimo tipico dei social media e del gaming, sono denominati concorrenti IRL (cioè In Real Life). Gli altri 25, invece, definiti URL, sono nascosti dietro le quinte e di loro è mostrato solo un selfie/avatar attraverso uno schermo al plasma gigante posto accanto ai concorrenti presenti in carne e ossa. Ma l’elemento di svolta di questa versione sta nel fatto che solo alcuni concorrenti URL corrispondono davvero al loro selfie/avatar. Gli altri, sempre mutuando il linguaggio delle tecnologie digitali, ingannano l’interlocutore fingendosi persone diverse da quelle che sono in realtà, creando una falsa identità attraverso foto prese da altri profili (solitamente di attori poco noti) e informazioni biografiche quasi del tutto false (catfish). Qualora lo desideri, il catfish può persino fingere di appartenere a un gender diverso dal suo. Se, dopo i round previsti dal programma, “The Picker” opziona un concorrente IRL o un URL corrispondente al selfie/avatar si procede con l’appuntamento. Se invece a essere selezionato è un catfish, “The Picker” è chiamato a compiere un’ulteriore scelta: dargli ugualmente un’opportunità pur sapendo che si tratta di una persona completamente diversa da quella che credeva o invece rifiutare l’appuntamento.

La teoria del falso sé

Nella definizione che ne dà la psicologa Alice Miller, il falso sé è una personalità creata ad hoc per compiacere ed emergere. Una personalità lontana da quella reale dell’individuo, che nasce in risposta a un disperato bisogno di sentirsi amati; una corazza, una maschera, una tendenza ad adeguarsi al contesto, per “andare bene”, per “non essere allontanati”. Dimmi che vado bene, dimmi che non mi abbandonerai, dimmi che non ti arrabbierai con me se sarò/farò esattamente quel che vuoi tu. Dimmi cosa devo fare per avere il tuo amore e la tua disponibilità e lo farò ciecamente. Esattamente come i catfish di Singled Out, le giovani generazioni tendono a costruire per se stesse un’identità sociale fittizia, liquida, ispirata a modelli riconosciuti come ideali dalla propria community e modificabile in base alle richieste del momento. La ricerca di approvazione passa oggi dal numero di visualizzazioni che si riescono a ottenere online e la maschera citata da Miller è ora un’interfaccia, ma la problematica del falso sé resta più che mai presente. Ed è in questo che la versione 2.0 di Singled Out ha dimostrato di essere “avanti”. Vero e proprio upgrade più che semplice restyling, non si è limitata a rivitalizzare il meccanismo alla base del vecchio format, ma attraverso le dinamiche tipiche del dating show è riuscita a rendere conto di un fenomeno complesso e quanto mai attuale in una chiave che fosse televisivamente efficace e accattivante. E, a dimostrazione della buona riuscita dell’operazione, a giugno 2019 è arrivato anche un ordine di 20 episodi da 10 minuti per Quibi, l’app di contenuti brevi appositamente pensata da Jeffrey Katzenberg per il pubblico dei millennial. 

Con Singled Out come apripista, il tema delle identità fittizie nei dating sarà presente anche in futuro. Tra i titoli in cantiere ci sono Happily Ever Avatar, in cui tre giovani coppie di single trovano l’amore nel mondo dei videogame multiplayer conoscendosi solo attraverso le proprie interfacce grafiche, e I Lied For Love, in cui diversi single che hanno mentito “abbellendo” i profili Tinder e Instagram dovranno riuscire in 90 giorni a trasformarsi nella persona che hanno finto di essere prima di incontrare dal vivo “l’altro utente”. Ad aiutarli nel processo di trasformazione saranno la cantante e conduttrice Stacey Solomon per la versione inglese e l’attrice Amy Paffrath per l’adattamento americano.

Una personalità lontana da quella reale dell’individuo, che nasce in risposta a un disperato bisogno di sentirsi amati; una corazza, una maschera, una tendenza ad adeguarsi al contesto, per “andare bene”, per “non essere allontanati”. Dimmi che vado bene, dimmi che non mi abbandonerai, dimmi che non ti arrabbierai con me se sarò/farò esattamente quel che vuoi tu. Dimmi cosa devo fare per avere il tuo amore e la tua disponibilità e lo farò ciecamente.

A neverending love

Algoritmi, catfish, social media: la ricerca dell’anima gemella non è mai apparsa tanto tecnologica come oggi. Grazie alla sua capacità di evolvere, adattarsi, rendere liquida la propria struttura e abbracciare le istanze di pubblici sempre nuovi, il dating ha dimostrato ancora una volta di saper intercettare le grandi trasformazioni generazionali e farsi specchio dei tempi. Ma, più importante, ha saputo riproporre, con l’apparente leggerezza dell’intrattenimento e attraverso il linguaggio accattivante della contemporaneità, temi e modelli di interesse universale. Per non dimenticare che, anche dietro all’apparente perfezione di un’interfaccia, si nascondono sempre le dinamiche esistenziali del nostro essere umani, troppo umani.–


Sarah Rezakhan

Laureata in Cinema, televisione e produzione multimediale, si è specializzata in semiotica e iconografia dei media. Dal 2008 lavora a Mediaset come analista di mercati televisivi internazionali, con un focus particolare sulla fiction inglese e scandinava.

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