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True cult: le sette come intrattenimento

Dietro il racconto televisivo delle sette e oltre il sensazionalismo da social c’è un’ossessione che riflette le paure e le fragilità della nostra epoca. Un’analisi del fenomeno tra narrazione e autorappresentazione, in dialogo con uno dei massimi esperti sul tema.

La cosa importante da dire subito è “ne ho parlato con Matthew Remski”, perché di fronte a un dilagare di storie scritte e prodotte con lo stampino qualche dubbio sull’autenticità della formula deve nascere per forza, ed è bene sentire cosa ne pensa un reale esperto in quella materia che ora viene raccontata secondo un canone tanto implacabile quanto ripetitivo. Stiamo, naturalmente, parlando di sette. 

Negli ultimi anni abbiamo tutti assistito a un boom delle docu-fiction televisive e delle serie audio (quasi sempre documentarie) dedicate alle sette a tinte forti – meglio se finite in cronaca nera – e ai guru/santoni che si sono creati un nutrito seguito a suon di bugie, minacce e promesse impossibili. Il genere a questo punto è stato canonizzato, ha una sua prevedibilità come ce l’hanno il dramma true crime o il fantasy medievale: abbiamo il fondatore, la cerchia degli adepti più stretti, gli ex seguaci a vario titolo di danni riportati, quello che è andato via quasi subito (ci sono sempre, loro, ma solo di rado vengono convinti a testimoniare), abbiamo i parenti delle vittime, i giornalisti e i ricercatori che hanno seguito il caso, abbiamo almeno un fedelissimo diventato delatore eccellente, perché serve avere un insider che vuota il sacco su cos’ha visto e fatto lui in persona (catarsi, dettagli, catarsi, dettagli sul come e perché, tripla catarsi dell’ammissione; ebbene sì, vi stavamo davvero spiando, tormentando e manipolando).

Tutto questo ci viene raccontato come un’escalation di pazzia collettiva dove una o due personalità demoniache hanno tirato le fila dell’universo mondo. Se negli anni Ottanta del secolo scorso il luogo comune della riduzione in schiavitù annullante era il finire in un giardinetto a camminare sui carboni ardenti, e grazie a The Vow il luogo comune è diventato “mutilarsi per compiacere il leader”, domani sarà il ritrovarsi intrappolati in un meccanismo di controllo coercitivo anche se tecnicamente si abiterà ancora tra le mura di casa propria. 

Il canone della setta

Quando è uscito The Vow (HBO, 2020), in molti sono stati presi alla sprovvista sia dal contenuto del documentario sia dalla spirale di follia per com’era stata portata sul piccolo schermo. Ma l’interesse di un potenziale produttore era stato bello innescato da un reportage investigativo apparso sul New York Times nel 2017 (Inside a Secretive Group Where Women Are Branded) e fortemente voluto da due ex adepti (i coniugi Sarah Edmonson e Anthony Ames), e poi in quella setta negli anni erano transitate anche donne riconoscibili per la loro partecipazione a film e programmi tv destinati al grande pubblico (ah boia ma c’era dentro mezza Smallville), oltre ad alcune persone ricchissime di famiglia – ghiotte prede per qualsiasi organizzazione desideri attingere a un patrimonio individuale e a un serbatoio di contatti spendibili per raggiungere altre prede e un giorno mettere a segno il colpo del secolo (si veda il protocollo “Project Celebrity”, varato nel 1955).

Più disturbante, fuori formato e violenta è una setta, più facilmente si potrà piazzare il progetto, e più voracemente il pubblico si mangerà il risultato finale, senza capire come schivare nessuna insidia.

Insomma, le premesse per un documentario capace di imporsi sulla media c’erano già tutte. E cos’era NXVIUM? Una setta basata sul culto della personalità del fondatore e sul severissimo controllo degli adepti – soprattutto gli adepti promossi a ruoli di coordinamento. Ma il momento clou del documentario era pur sempre quello davanti al quale lo spettatore diceva, “scusate, c’erano delle donne là dentro che sono state marchiate a fuoco con un ferro incandescente di quelli usati per il bestiame”. Quando si è arrivati a un eccesso gigantesco – in questo caso anche filmabile: le bruciature, la vergogna e la confusione di chi ha accettato il rituale del marchio – allora l’eccesso andrà a calamitare l’attenzione del pubblico, e il gioco negli occhi di chi guarda diventa “poverini… a me non potrebbe mai capitare”. 

Più disturbante, fuori formato e violenta è una setta, più facilmente si potrà piazzare il progetto, e più voracemente il pubblico si mangerà il risultato finale, senza capire come schivare nessuna insidia. I divulgatori che non hanno collaborato alla produzione di queste serie sono molto irritati da tale approccio alla materia. Matthew Remski, co-autore del podcast Conspirituality e del saggio omonimo edito da Public Affairs, offre da anni una mappatura dettagliata e costante sia del “mondo conspirituality” (l’intreccio tra pratiche spirituali e complottismo scatenato) sia dei meccanismi della setta per come si manifestano in gruppi e gruppetti che dichiarano di essere laboratori di crescita personale, schemi di vendita multi-livello o start-up umanitarie, ma in fin dei conti sono sempre high-demand groups, dove ai partecipanti viene chiesto moltissimo (tempo, denaro, devozione) in cambio di poco o di nulla.

“La regola del tardo capitalismo è che ogni briciola di resistenza dev’essere a propria volta trasformata in merce il prima possibile”, mi dice Remski. “Kurt Cobain non faceva in tempo a rovesciarsi un succo di frutta sul maglione che quella macchia finiva riprodotta su un capo d’alta moda. Quindi dobbiamo stare attenti a non trasformare le tragedie in pornografia del dolore. Dobbiamo rifiutarci di dare un alone di mistero ai guru – tanto a quello ci pensano già i guru. Oggi ci troviamo in un’età dell’oro per quanto riguarda i documentari e i memoir sulle sette, e solo pochissimi titoli riescono a informare più che a intrattenere. Il brutto è che quando i realizzatori sbagliano, quando cadono nel sensazionalismo o nella stigmatizzazione, quando usano le dinamiche del true crime o decidono di raccontare una storia senza ambiguità, noi non impariamo nulla, ma Netflix ci fa tanti soldi. I soggetti intervistati possono sentirsi sfruttati e i giornalisti più bravi faticheranno a guadagnarsi la loro fiducia. Uno degli effetti peggiori di questo sensazionalismo è che presenta una setta come un fenomeno senza paragoni. Gli spettatori pensano che loro non cascherebbero mai in certe situazioni. Ancora peggio, si va a creare l’impressione che una setta-azienda come NXIVM sia radicalmente diversa da una gerarchia aziendale. Del resto, se possiamo raccontare una setta come un vortice di follia assurda, non dobbiamo mettere in discussione gli high-demand groups che a noi sono più familiari.” 

Ci sarebbe un canone migliore? 

Senza scomodare Jonestown (2006), il modello serio e contemporaneo a cui aspirare sarebbe il libro-inchiesta del giornalista Lawrence Wright, La prigione della fede (2013), con il suo adattamento documentario affidato ad Alex Gibney, distribuito in Italia con il titolo Going Clear – Scientology e la prigione della fede. Certo, alla base c’era un libro scritto da un giornalista preciso e imparziale, con un ampio numero di fonti che avevano già dimostrato di essere mature prima di sedersi anche davanti a una telecamera per parlare di Scientology. E il canone del documentario non urlato ci insegna che persone disponibili a una conversazione registrata non parlerebbero mai sapendo di venire filmate, per ragioni che vanno dal desiderio di conservare un filo di privacy al desiderio di essere ascoltate e non inquadrate (senza toccare la sostenibilità economica dell’impresa: chi paga viaggio e alloggio ai testimoni?, e quale location viene scelta per filmare le interviste?).

Ma servono metodo ed equilibrio, e chi ha fretta di chiudere l’affare un metodo non lo trova mai. “Sul piano individuale”, racconta Remski, “a questo punto ho avuto abbastanza rapporti diretti con case di produzione e documentaristi da poter dire che l’intera industria è nel caos. Accademici e giornalisti si vedono regolarmente scippato il loro lavoro tramite una clausola contrattuale del tipo “possibile consulenza futura”, e i ricercatori specializzati vengono spesso trattati come sceneggiatori in una writers’ room, quando viene chiesto loro di rendere più eccitanti o intriganti le storie. È un vero casino. Però ci tengo a dire che il recupero psicologico da queste esperienze può durare anni: è bene diffidare da chi è appena uscito da una setta e si presenta come un attivista militante contro le sette. Ecco perché consiglio sempre di leggere Slonim Wood 9, il libro di Daniel Levin, che poi è diventato la base del documentario Stolen Youth (HBO). Quello è stato impeccabile in termini di progetto e di prodotto finale, con Levin che ha impiegato anni a scrivere il suo memoir, e poi ha fatto da tramite tra i filmaker e gli altri sopravvissuti, senza mai perdere la catena di custodia su quella che era la loro storia comune.” 

Cosa cambia quando la setta è online

La realtà di una setta online è che il brutto periodo di un singolo individuo si può tradurre facilmente in un aumento di tempo passato davanti a YouTube/Instagram/Tiktok e un rapido movimento gravitazionale verso contenuti pericolosi, ma improntati, a un primo sguardo, al generico auto-aiuto – l’unico tipo di libro che continua a vendere bene anche se offre giusto due o tre suggerimenti impacchettati in un nuovo gergo per un nuovo fanatismo (parla anche di questo Gianluca Diegoli nel saggio Seguimi!).

Ogni setta nasce e prospera sulla stessa ingenuità di fondo: i guru si vendono come i primi e migliori risultati del loro stesso metodo, e si vendono a persone che non vanno a verificare nulla di quanto gli viene detto, persone magari socialmente isolate (o isolabili) in un determinato periodo, pronte a vedere tutto quanto c’è di buono nello sconosciuto che suona alla loro porta.

“La webification delle dinamiche settarie cambia molti elementi”, mi dice Remski. “Si vanno a disperdere su un terreno più ampio la pressione sociale e le distorsioni della verità, e va a sfumare il confine tra influencer e leader di un gruppo high-demand. Alcuni personaggi, come Teal Swan, tengono ancora un piede in tutti e due i mondi. Ma sono la minoranza. Una setta online affronta costi più bassi e richiede meno impegno. Tenere aggiornato un sito su Squarespace è molto più facile di comprare un ashram e tenerlo in ordine. Diventa tutto più sostenibile per i leader, perché così possono tenere le loro vite private ben lontane dallo schermo: non stanno sempre sotto gli occhi di tutti e non devono gestire la devastazione emotiva dei loro seguaci. Ma l’altra faccia della medaglia è che l’impegno diminuisce anche per gli adepti. Abbiamo innumerevoli brand e influencer spirituali che si contendono la nostra attenzione. In un mercato così competitivo, i leader non possono preoccuparsi tanto di trattenere i loro seguaci. Devono concentrarsi sul numero di utenti che tirano a bordo”.

Protagonisti di un intero filone documentario a sé stante ormai sono diventati i guru digitali “Jeff e Shaleia”, la coppia di ferro che tramite YouTube, podcast e social media vende la necessità di trovare la propria “fiamma gemella” e le tecniche per individuare il partner perfetto, andando a creare un legame immortale destinato a superare ogni tempesta. Sono attratti in molti da questa proposta (“la persona ideale per te esiste già, noi ti aiuteremo a trovarla!”); purtroppo Jeff e Shaleia non si limitano ad offrire consigli di seduzione, o un banale kit di strategie motivazionali rinfrescate da un nuovo gergo, anzi, secondo diversi ex adepti – e parecchi giornalisti – il duo si considera in missione per conto di Dio, perciò invita i seguaci a non accettare mai un “no” come risposta (il “no” e il “basta, vattene” sarebbero segni che la persona ideale sta opponendo resistenza all’amore!); è ovvio che le persone vulnerabili ci rimangono sotto. Infatti quando è uscito il primo podcast investigativo – Twin Flames, Wondery, 2022 – stavano già fioccando le denunce per stalking e i divieti di avvicinamento (la primissima inchiesta è apparsa su Vanity Fair, dicembre 2020). 

La serie più disturbante realizzata su di loro – Twin Flames, appunto – è quella dove Jeff e Shaleia parlano tramite le tracce audio delle sessioni con i fedeli, ma intorno a loro viene costruito un mosaico di voci che appartengono a tanti soggetti diversi. Nella seconda puntata, ora disponibile solo a pagamento, uno degli intervistati è un ex compagno di università di Jeff, il classico testimone in stile “io lo conoscevo bene” – almeno da prima che lo studentello ambizioso si reinventasse come guru dell’amore universale. 

Nota a margine: ogni setta nasce e prospera sulla stessa ingenuità di fondo: i guru si vendono – al pari di tanti imprenditori di se stessi – come i primi e migliori risultati del loro stesso metodo, e si vendono a persone che non vanno a verificare nulla di quanto gli viene detto, persone magari socialmente isolate (o isolabili) in un determinato periodo, persone pronte a vedere tutto quanto c’è di buono nello sconosciuto che suona alla loro porta. Il fondatore di NXIVM andava in giro a sostenere di avere il quoziente intellettivo più alto del mondo, e una barca di gente ci ha creduto: l’unica fonte, un articoletto apparso su un giornale locale nell’anno 1988. 

La pseudo-guru Teal Swan è stata oggetto di infiniti approfondimenti, anche in virtù della sua onnipresenza online, ma c’è una differenza enorme tra il giornalista che ha potuto muoversi in relativa autonomia realizzando un’inchiesta audio in sei puntate (Jennings Brown, The Gateway, prodotta da Gizmodo Media) e la troupe che invece per portare a casa un documentario tv ha dovuto o voluto assicurarsi la disponibilità della guru in persona ad essere filmata durante conferenze e ritiri esclusivi (The Deep End, trasmessa da Freeform). E siccome Teal Swan ha una potente capacità di tenere sotto controllo la sua narrazione, Teal Swan ha prontamente sputtanato gli autori dello “scioccante” documentario tv con un backup di materiali (conservati da lei) in cui gli stessi autori mostravano una deferenza comica nei confronti della guru, oltre ad alcune contraddizioni tra la linea temporale del materiale girato e l’ordine di varie scene nel montaggio finito. Risultato: Teal Swan ha perso un po’ in termini di reputazione – che a lei non interessava – ma è riuscita a dipingersi come una guaritrice non convenzionale, una portatrice di verità scomode sotto attacco dei poteri forti; Teal Swan è ancora in attività. 


Violetta Bellocchio

Autrice di Il corpo non dimentica (2014), ha fatto parte di L’età della febbre (2015), Ma il mondo, non era di tutti? (2016), ha curato l'antologia Quello che hai amato (2015) e la traduzione italiana di The Art of Rivalry (2016). Ha collaborato a Rolling Stone, Vanity Fair, IL, Rivista Studio.

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