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Tornare in format

Se il mercato globale dei programmi è realtà da qualche decennio, mai come durante l’emergenza tutti i Paesi hanno affrontato le stesse sfide. E hanno imparato le stesse lezioni per il futuro.

Cosa stava succedendo nel mercato dei format e dell’intrattenimento tv prima del Covid? Come quella parte di televisione si è adattata nella pandemia? E cosa resterà, se resterà qualcosa, dopo la crisi? Lo abbiamo chiesto ad alcuni professionisti del settore che, in vari Paesi e con ruoli diversi, hanno fatto fronte all’emergenza dal punto di vista creativo, produttivo e organizzativo. Ne è venuto fuori un racconto a più voci, da cui emergono tendenze e spunti di riflessione sulla televisione che verrà. 

Prima del Covid: grandi format, piccoli format

Nella tv prima del Covid dominavano i grandi format per tutta la famiglia, primo fra tutti The Masked Singer: eventi in grado di richiamare l’attenzione di un pubblico altrimenti ormai abituato a costruirsi la dieta mediale sui servizi on demand. Lo spiega Aurélien Lipiansky, fondatore e Ceo della casa di produzione francese Tooco, creatori del format Guess My Age: “Il business televisivo era focalizzato su grandi brand come The Masked Singer, The Voice o Got Talent. La preoccupazione dei grandi broadcaster era mantenere in onda con successo i titoli di punta”. Gli fa eco Eugenio Bonacci, Cco di Fremantle in Italia: “Il 2019 nell’intrattenimento è stato l’anno di The Masked Singer, è un fatto incontrovertibile! Le cronache non registravano un fenomeno del genere da tempo. E per l’intero nostro sistema è stato un bene: è un bene che escano titoli che si prendono da soli tutta la scena del mercato globale, perché significa che il mercato dei format è vivo e continua a competere alla pari con quello dello scripted”. Dal suo osservatorio privilegiato, lo conferma Virginia Mouseler, Ceo di The Wit, agenzia specializzata nell’analisi dei format in tutto il mondo. Anche lei non ha dubbi: “Tutti gli occhi erano puntati sulla Corea del Sud, in cerca di qualcosa di forte, che mescolasse musica e game show”. Miguel Vila, vice-direttore sviluppo format di Mediaset España, sottolinea che “la percezione che avevamo nel mercato internazionale era che aumentavano i grandi format di challenge, il family entertainment puro, ma c’era pure il ritorno di vecchi quiz di successo come Chi vuol essere milionario?”. 

Jesse Whittock, insight editor della rivista Broadcast, sottolinea “il boom delle miniserie di documentari di 4 o 6 episodi, grazie all’appetito delle piattaforme per questo tipo di contenuti”. Proprio la crescita dello streaming, tra Netflix, Prime Video e Disney+, era per Whittock uno dei fenomeni più rilevanti della tv pre-pandemica. E la ricerca da parte delle generaliste di format-evento capaci di riunire tutta la famiglia davanti al piccolo schermo era anche conseguenza della frammentazione dovuta al consumo non lineare. Lucas Green, head of content di Banijay, lo riassume bene: “i trend sui format echeggiavano la crescita delle piattaforme streaming. C’era un’enfasi crescente sulla capacità di posizionare i format sul mercato: una guerra in atto per catturare l’attenzione degli spettatori e una richiesta di titoli intorno a cui fosse possibile costruire grandi campagne di marketing. Per certi versi, il Covid non ha cambiato niente. Anzi, possiamo dire che ha enfatizzato ancor di più questo fenomeno perché, nel lockdown, c’era la necessità di avere titoli forti che la gente potesse raccomandare agli amici. Per le stesse ragioni, prima della crisi stavamo tutti riscoprendo il valore del catalogo, la capacità di vecchi brand di richiamare gli spettatori. Infine, un altro fenomeno era lo schiacciamento dei programmi di medie dimensioni. Ciò che i broadcaster cercavano erano o grandi show attorno a cui costruire il palinsesto o programmi a basso costo di cui produrre un grande volume. I format nel mezzo soffrivano”.

Durante il Covid: la tv della resistenza

Nel lockdown, le tv di quasi tutti i Paesi del mondo hanno reagito allo stesso modo: programmi senza pubblico, stop alle produzioni, spazio all’informazione, format prodotti da remoto, rinvio dei nuovi lanci per la crisi della pubblicità e molte, moltissime repliche. Lo spiega Assaf Gil, uno dei principali produttori israeliani e Ceo di Gil Formats: “In Israele, tutte le reti generaliste hanno aumentato la programmazione di contenuti informativi a tutte le ore, cosa abbastanza comune qui durante i periodi di crisi. Tutte le reti usavano i pochi slot disponibili per mandare in onda i programmi che avevano già pronti, anche se in modo diverso (per esempio riducendo le puntate da 75 a 60 minuti per farle entrare nei nuovi slot più corti e avere più episodi). I pochi programmi di intrattenimento legati al Covid non hanno funzionato e sono scomparsi presto”. In Spagna, per Miguel Vila, “le reti all’inizio non hanno reagito rapidamente. Vedevamo quello che succedeva in Italia, dove si riduceva e scompariva il pubblico in studio. Ci siamo resi conto che stava accadendo qualcosa di molto grave ma non volevamo fare un passo indietro, e sospendere sine die le registrazioni dei programmi. Però poi così è stato”. Bonacci crede che “le lunghe settimane di lockdown sono cominciate con un’improvvisa, grande bolla di immobilismo forzato in cui improvvisamente ci siamo ritrovati tutti: abbiamo subito provato a muoverci di nuovo, a riprendere le attività, ma abbiamo dovuto fare i conti con la più grande incertezza mai vissuta prima”. 

In Francia, racconta Lipiansky, le reti avevano paura di un collasso degli introiti pubblicitari: “Abbiamo visto due tipi di reazioni diverse, reti che non volevano prendere rischi e altre che invece cercavano di offrire cose nuove per anticipare il ritorno alla normalità”. In quelle settimane sono nati rapidamente i format prodotti senza pubblico o in remoto, usando Zoom o le videochiamate. Erano versioni da casa di format già in onda o programmi nuovi e un po’ improvvisati. Quasi ovunque non hanno funzionato. Perché? “Perché erano brutti! Chi vuol vedere persone su Zoom o in una videochiamata in tv? Audio pessimo, immagine pessima, scaletta pessima… senza dramma, senza tensione, senza pubblico. Quella non è tv, non è Netflix, non è nemmeno radio. È Covid tv. Chi la vuole?”, dice Virginia Mouseler. Nella sua base di dati, sotto l’etichetta “coronavirus” creata appositamente sono registrati già più di mille programmi nati nei mesi di lockdown (format prodotti in remoto, documentari che raccontano la “nuova normalità”). Anche se molti di questi programmi non sono andati bene, bisogna dire però che alla fine “la videochiamata è entrata nel linguaggio audiovisivo quotidiano come un ingrediente che offre una certa dose di immediatezza, soprattutto nei programmi di attualità”, specifica Vila. 

Cosa succederà invece ai format prodotti “da casa”? “Tutti i produttori che hanno realizzato questo tipo di show, inclusi alcuni del nostro gruppo, si sono resi conto che il lockdown programming avrebbe avuto senso solo per un breve periodo. Le persone vogliono notizie o intrattenimento che faccia evadere dalla realtà, i programmi che hanno cercato di combinare le due cose sono durati poco. Man mano che il lockdown terminava, in Germania e negli altri Paesi siamo tornati subito a produrre i format di sempre, adattandoci alle nuove misure di sicurezza”, spiega Nina Etspüler, ex group creative director di Red Arrow Studios. Durante il confinamento non sembrano essere nate idee nuove, capaci di avere successo anche dopo. Tutti hanno cercato solo di sfruttare in qualche modo la creatività degli spettatori o delle celebrity confinate a casa. “Il self generated content di YouTube si è avvicinato alla tv lineare, ma non funziona”, chiarisce Vila. Qualche caso di successo forse c’è. Nina Etspüler cita Married at First Sight: Couples’ Cam, prodotto da Kinetic Content per Lifetime negli Stati Uniti, spin-off del loro format di successo Married at First Sight, in cui alcune delle coppie più amate del programma raccontavano la loro vita, girando da soli il contenuto. Lucas Green di Banijay menziona un format prodotto da Iwc Media per Bbc Scotland, Shelf Isolation, in cui un presentatore “entrava” nelle case di personaggi famosi per farsi dare consigli su libri da leggere o film da guardare. Dei format nati “in remoto” resterà qualcosa? “I cooking show da casa, come All Together at the Table di M6, potrebbero sopravvivere perché hanno un senso, non sono artificiali e non hanno a che vedere solo con il Covid”, pronostica Virgina Mouseler. 

Per Lucas Green, “ci sono state varie fasi di reazione alla pandemia e la crisi ha solo accelerato i trend che c’erano da prima. Nella prima fase abbiamo cercato di capire come potevamo gestire i programmi in produzione e come potevamo usare l’archivio per produrre show a basso costo, rispettando le condizioni di sicurezza. Quello che abbiamo scoperto nella seconda fase è che il pubblico non voleva che gli fosse costantemente ricordata la situazione che tutti stavamo vivendo. Nella terza fase abbiamo scoperto che la gente aveva voglia di evasione. I programmi più celebrati sono stati Tiger King, The Last Dance o Too Hot to Handle di Netflix o il nostro Free European Song Contest, speciale di Pro7 in Germania, che sostituiva il cancellato Eurovision Song Contest. Programmi che tenevano compagnia, facevano ridere o reality che portavano il pubblico su spiagge assolate”. Anche Bonacci prova a sintetizzare quello che è successo nei mesi del lockdown: “Noi della tv abbiamo fatto un lavoro per lo più di resistenza, cercando di salvarci e salvare quanto avevamo. E siamo scesi a compromessi, pur di farcela. Abbiamo cercato di salvare il lavoro e lo stipendio di tutti i nostri colleghi e collaboratori, perché in questo modo abbiamo provato a salvare anche il nostro”. Ma appena possibile le tv hanno cercato di tornare velocemente a prima del lockdown. “Gli spettacoli senza pubblico, le ampie distanze tra i protagonisti del cast, gli show virtuali come pure i programmi dai balconi di casa… sono soluzioni che hanno dimostrato di funzionare male, tanto che il pubblico le ha rifiutate e si è rifugiato altrove, nel prodotto del passato o nelle repliche straviste”, dice ancora Bonacci. E ovviamente molti si sono rifugiati nelle piattaforme di streaming. In quelle settimane “Disney+ ha superato i 50 milioni di abbonati e anche Netflix ha aggiunto molti nuovi utenti. In generale il lockdown ha accelerato lo spostamento del pubblico verso lo streaming. È vero che molte reti generaliste come Bbc hanno avuto ascolti record, ma molti altri canali, soprattutto quelli commerciali, hanno tagliato i budget per i nuovi programmi”, spiega Whittock. 

Dopo il Covid: accelerazione e futuro incerto

“Dopo la resistenza, stiamo passando alla tv della resilienza: torniamo a produrre contenuti che rispettino forme e modi che il tempo ha disegnato sulla base del piacere del pubblico. E pertanto test sierologici, tamponi, mascherine, laboratori, personale sanitario sono già stati schierati dai produttori per permettere all’industria tv di tornare alle forme e ai modi dell’intrattenimento che conosciamo e amiamo”, dice Eugenio Bonacci. E poi ripete un termine: accelerazione. Nelle sue parole, “piuttosto che ridisegnare i contenuti tv, il Covid ha funzionato come l’acceleratore di particelle nel mercato dei player dell’intero settore audiovisivo internazionale, velocizzando l’affermazione dei colossi dello streaming, in una competizione resa più agguerrita dalle ricadute economiche negative che attraversiamo a livello globale: c’è solo da sperare che lo sconquasso che ne deriverà non tocchi gli investimenti complessivi del mercato tv e che, alla fine, il saldo complessivo dei posti di lavoro e degli stipendi sia positivo”.

“Noi della tv abbiamo fatto un lavoro per lo più di resistenza, cercando di salvarci e salvare quanto avevamo. E siamo scesi a compromessi, pur di farcela. Abbiamo cercato di salvare il lavoro di tutti i nostri colleghi e collaboratori, perché in questo modo abbiamo provato a salvare anche il nostro”.

La crisi ha accelerato dunque tendenze precedenti, come l’affermazione dell’on demand, rendendole più evidenti. Ma, parlando di futuro, la parola accelerazione si accompagna spesso a quella di incertezza. La usa Miguel Vila di Mediaset España, quando dice che “il futuro è sempre incerto in questo business, ma ora lo è di più, soprattutto per la possibilità di un ritorno della pandemia in autunno con un nuovo crollo dell’investimento pubblicitario nelle reti free to air. In tal senso nelle reti siamo coscienti che dobbiamo essere molto cauti con i numeri e dobbiamo controllare bene cosa compriamo e come produciamo. A livello creativo questo genererà sicuramente format che diano la possibilità di una trasversalità completa fin dall’inizio, per ottenere una maggiore efficienza con il minimo costo possibile sul palinsesto”. Sul futuro Gil è scettico. Per lui non è cambiato molto: “Stiamo solo cercando di produrre ora tutti i programmi rimandati, seguendo i nuovi protocolli, per poterli mandare in onda il prima possibile”.

L’incertezza può influire sul tipo di nuovi format commissionati, come diceva Vila, ma può anche causare una certa paralisi (tagli ai budget, produzioni ferme, mercati rimandati o solo online) con conseguenti possibili “buchi” nei palinsesti. Molte reti lanceranno in autunno o inverno i programmi previsti per la primavera scorsa e, per esempio, non si sa bene ancora cosa succederà con molti eventi sportivi o quando si potrà tornare a produrre a pieno regime serie e programmi negli Stati Uniti. Jesse Whittock sottolinea che “non ci si aspetta che i nuovi incarichi di produzione ritornino ai livelli normali per parecchio tempo e sarà un problema serio per l’industria quando il blocco delle produzioni davvero inizierà ad avere effetti negativi sui palinsesti e le library. Per questo ci aspettiamo che aumenteranno le acquisizioni di programmi già pronti per riempire eventuali vuoti”.

Le crisi servono a imparare qualcosa, anche rispetto al futuro e a nuove possibili pandemie. Allora, la domanda è: cosa abbiamo appreso durante l’emergenza? Secondo Lucas Green di Banijay, “è stata un’esperienza unica perché per la prima volta non c’erano molte differenze tra i mercati, per colpa del lockdown e del virus. Abbiamo imparato a condividere protocolli, nuove modalità di lavoro e ci siamo concentrati sulla creatività”. Lo conferma Nina Etspüler: “È stato un ottimo momento per lo sviluppo di nuove idee. Per la prima volta i responsabili delle case di produzione e i loro migliori produttori hanno avuto davvero tempo di pensare alla creatività. Di solito sono così indaffarati in studio che lo sviluppo passa in secondo piano. Abbiamo imparato anche molto su come produrre in remoto e usare la tecnologia per mettere insieme i programmi in modi nuovi. Per certi versi, questa situazione ha accelerato quello che la produzione potrebbe essere in futuro. Alcune tecnologie usate resteranno anche dopo”. Di nuovo ritorna la parola accelerazione. Questa volta riferita alla tecnologia. Mouseler riassume bene le lezioni apprese durante questa crisi, dicendo che “la tv ha imparato che è possibile fare o montare programmi da casa, ha imparato a ridurre i budget ancora di più, ha imparato che può acquisire serie straniere poco costose da mandare in onda con successo in prime time (come le serie turche in Spagna), ma ha anche imparato che per gli spettatori niente può essere paragonabile ai grandi eventi live e che gli utenti sono pronti a buttarsi sull’on demand molto più di prima”. 

Che succederà nei prossimi mesi a livello di format e nuovi programmi? Di nuovo, secondo Mouseler, è possibile che si rinforzino alcuni trend già presenti da prima, per esempio programmi di cucina, artigianato, antiquariato, ma “è anche probabile che la gente possa avere voglia di cose che non può fare nella vita reale, come viaggiare, o grandi talent show pieni di gente e di vita”. Anche Etspüler è convinta che “il pubblico, che sta uscendo da una crisi così dura, ha voglia di programmi edificanti. Si rinforzerà quel trend di allontanamento da una certa tv ‘cattiva’ che si intravedeva già prima”. Ci sarà più spazio per programmi di intrattenimento o umoristici, più rapidi da produrre rispetto alla fiction. Se, da un lato, è chiaro che i servizi on demand sono stati, in qualche modo, gli unici “vincitori” durante questa crisi, è anche vero che, a livello di programmi, potrebbero dover ripensare le loro strategie. Su questo tema Vila dice che “il consumo delle piattaforme è stato incredibile, ma anche loro hanno dovuto fermare le riprese di titoli importanti che hanno in catalogo, con il rischio di avere abbonati che hanno già divorato praticamente tutte le serie che c’erano da vedere. Credo che le piattaforme aggiungeranno ai contenuti tutta una nuova linea di programmi di intrattenimento, soprattutto reality, per diversificare il consumo dei loro titoli”. Resta poi da capire quanti dei nuovi abbonati (che magari hanno provato più di un servizio in questi mesi) rimarranno nei prossimi mesi. Ma questa è un’altra storia.

Reti e produttori si stanno adattando, continuando a lavorare da casa, producendo con meno budget, meno gente, più norme igieniche e di sicurezza, e pensando sempre al possibile ritorno della pandemia.

Dal punto di vista organizzativo, quello che è certo è che i produttori dovranno pensare nuovi metodi di produzione, prevedere programmi con meno pubblico e da realizzare con team ridotti. In questo senso, afferma Lipianskya di Tooco, “i game show possono essere una buona soluzione a breve termine, perché i giochi funzionano anche con poco pubblico in studio e si possono produrre con meno gente di un grande varietà”. E aggiunge: “È necessario anticipare di più i programmi in palinsesto per non ritrovarci nella stessa situazione in futuro e avere programmi nuovi da offrire agli spettatori”. Nel caso ci fosse una nuova crisi, saremo più preparati? Vila crede di sì. “È molto più chiaro oggi lo scenario economico e imprenditoriale che si scatenerebbe con un nuovo lockdown. Quello di cui non sono sicuro è che la tv abbia pronti nuovi contenuti per affrontare con efficacia una nuova possibile chiusura”. Reti e produttori si stanno adattando, continuando a lavorare da casa, producendo con meno budget, meno gente, maggiori norme igieniche e di sicurezza, e pensando sempre al possibile ritorno della pandemia. 
Al centro delle nuove strategie ci sarà ancora il contenuto, ma tutti sono d’accordo: in futuro si lavorerà in maniera diversa, più efficace. Green sostiene che la crisi ha avuto anche effetti positivi. Per esempio, “abbiamo imparato che si può viaggiare di meno, che possiamo collaborare con i colleghi in giro per il mondo senza passare giorni su treni o aerei, con tutto l’impatto che questo ha sull’ambiente. È come se durante questa crisi fossimo entrati in una macchina del tempo e avessimo viaggiato cinque anni nel futuro. Di nuovo, la crisi ha accelerato trend che c’erano già. L’impatto è stato enorme sul pubblico, sulle economie di tutti i Paesi del mondo e anche sui format che stiamo producendo e sviluppando”. Per l’ultima volta torna la parola accelerazione. L’emergenza ha accelerato la ristrutturazione del mercato, l’innovazione tecnologica nella produzione e il ripensamento più generale delle pratiche organizzative, già in atto a più livelli non solo in tv. La maggiore incognita per i prossimi mesi resta quella economica. Bonacci sostiene che “la risposta per muovere l’economia non potrà che essere una dose massiccia d’investimenti dall’alto, anche nel settore tv. Se le istituzioni mondiali saranno efficienti e solidali, il nostro lavoro tornerà a essere quello di prima, anzi migliore di prima, perché nel frattempo saremo diventati tutti più green, più inclusivi, più etici: in una parola, più saggi”. Lo saremo davvero?


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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