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Sesso sicuro sul set. Intervista a Ita O’Brien

Tra le professioni nascoste dell’industria tv c’è quella dell’intimacy coordinator. Che sul set progetta e segue le scene di sesso. Ecco la testimonianza di chi ha steso le linee guida usate da Hollywood.

Un intimacy coordinator è una figura professionale, a metà strada tra il coreografo e lo stunt coordinator, che si occupa di predisporre le scene con contenuto sessuale, assicurandosi che si rispetti un processo creativo sempre trasparente e basato sul consenso. Fino a qualche anno fa, era una figura piuttosto sconosciuta. Ma in poco tempo, soprattutto come conseguenza del movimento #metoo, è diventata una professione molto richiesta sui set di film e serie televisive. All’inizio del 2018, Emily Meade, che interpretava Lori in The Deuce di David Simon, sull’industria del porno nella New York degli anni Settanta, decise di chiedere a Hbo che sul set della seconda stagione ci fosse qualcuno per facilitare le scene di sesso. Da allora, la rete via cavo richiede la presenza di un intimacy coordinator per tutte le produzioni con scene di nudo o di sesso. Lo stesso hanno fatto poi Netflix e Amazon. Come scrive Gabriele Gargantini su Il Post, “tra tutte le cose che il cinema deve fingere, una delle più difficili è il sesso”. Preparare e girare scene di questo tipo è complicato (clausole contrattuali, protesi, mutande e calze speciali, ritocchi in post-produzione) e le precauzioni da prendere sono (o dovrebbero essere) molte. La consuetudine è stata invece spesso di improvvisare o di affidare le coreografie dei movimenti agli attori. L’assenza di comunicazione e di chiari protocolli da seguire poteva creare incomprensioni, situazioni sgradevoli o addirittura abusi sul set. Se ne sono lamentati in molti. Per esempio, Ruth Wilson lasciò The Affair in parte anche per il modo in cui erano gestite le scene di sesso, Maria Schneider raccontò di essersi sentita umiliata durante le riprese di Ultimo tango a Parigi ed Emilia Clarke confessò di essere stata obbligata a girare alcune scene di nudo per Game of Thrones e che l’esperienza fu terribile. Per evitare situazioni di questo tipo, la presenza dell’intimacy coordinator sul set è diventata perciò imprescindibile. Ne abbiamo parlato con Ita O’Brien, pioniera in questo campo. Con un passato di attrice e ballerina, ha lavorato recentemente in serie come Normal PeopleWatchmenSex EducationI May Destroy You e ha sviluppato una serie di linee guida (Intimacy On Set Guidelines), considerate standard. 

Cos’è un intimacy coordinator?

Un intimacy coordinator è un professionista responsabile del processo di creazione di contenuto intimo al cinema o in tv, dalle prime conversazioni con i produttori, il regista e gli attori fino alle riprese. C’è una comunicazione aperta e trasparente, e questo permette che ci sia accordo e consenso. Vale per tutto, da scene di nudo ad altre che richiedano che gli attori si tocchino. Apportiamo abilità specifiche e tecniche, come un coreografo o un esperto di scene di lotta, per realizzare la vera e propria “danza del corpo” delle scene di sesso. Insegniamo dove fermarsi, come ottenere il ritmo giusto per raccontare le diverse storie, creiamo una chiara coreografia con cui gli attori possano dare il meglio in scena. E, proprio come uno stunt coordinator, anche noi facciamo una valutazione del rischio di ogni scena e la mettiamo in pratica di conseguenza: che grado di nudità è richiesta, che tipo di sesso simulato è necessario. Facciamo in modo che la scena sia credibile, fluida, e rappresenti correttamente la storia e i personaggi.

Dopo il #metoo le cose sono molto cambiate, e ora molte produzioni richiedono la presenza di un intimacy coordinator sul set. Come si giravano prima le scene di sesso al cinema o in tv e che tipo di situazioni sgradevoli potevano capitare?

Non c’era proprio un processo professionale! Produttori, registi e attori erano lasciati a se stessi. Potevi trovare registi che seguivano un percorso corretto: per esempio, una volta mi è capitata una regista che era anche ballerina e così preparava da sola la coreografia di queste scene, ma è un caso. In generale, la gente si vergogna a parlare di sesso. Il contenuto sessuale era lasciato alla fine. Registi e attori vivevano queste scene con ansia. Se queste scene non sono realizzate correttamente le persone coinvolte possono sentirsi molestate, imbarazzate o abusate, e questo è ciò che succedeva. Alcuni registi pensano che basti chiudere il set ed è fatta, ma non è così. Bisogna coreografare tutto in modo preciso. Solo così il regista ottiene ciò che vuole e gli attori sanno che non avranno problemi. Altri registi girano queste scene in una sola ripresa. Gli attori fanno del loro meglio e cercano di mettersi al servizio della storia. Una volta c’era un momento di nudo e uno degli attori non se n’era neppure accorto! Non puoi girare una scena di questo tipo in un’unica sequenza e poi, magari, dieci minuti dopo ci si trova tutti al catering a bere tè come se niente fosse! O succedeva che il regista raccontasse la scena agli attori e poi chiedesse loro di andar via, mettersi d’accordo e poi tornare e mostrargli cosa avevano preparato: in questo caso, ti trovi di fronte a due attori che cercano di prendersi cura l’uno dell’altro a livello personale mentre stanno cercando di creare qualcosa di professionale, è una situazione strana. Per questo c’è bisogno di una terza persona che mantenga quello spazio soltanto professionale.

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Il compito dell’intimacy coordinator è quello di avere scene di sesso più sicure o anche scene di sesso migliori?

Se pensi a uno stunt coordinator, quello che fa è mettere in piedi tutte le misure di sicurezza necessarie (cavi, materassi) e fare molte prove per creare scene spettacolari che tengano gli spettatori incollati allo schermo. Anche noi, come esperti, facciamo un po’ lo stesso. Facciamo in modo che sia gli attori sia i registi si sentano più ascoltati. Per i registi diventa più facile comunicare la loro visione. All’inizio, leggevo una scena e avevo la sensazione che quello che serviva fosse ovvio, quindi parlavo prima con gli attori, anche perché di solito i registi, presi da mille cose, hanno poca disponibilità. Spesso però ciò che pensavo non era quello che il regista voleva. Per questa ragione ora parlo sempre prima con il regista per capire cosa vuole ottenere e poi prevedo le misure di sicurezza necessarie per realizzarla al meglio. È sempre una questione di accordo e consenso. Gli attori si sentono liberi di dire quello che vogliono o non vogliono fare. O i vestiti che devono indossare. La sicurezza e la comunicazione fanno sì che il contenuto intimo sia creato in modo più professionale, e così le scene sono anche migliori.

Da un punto di vista pratico, prima di arrivare alle prove sul set e alle riprese vere e proprie, immagino che il lavoro inizi dalla lettura della sceneggiatura per individuare i momenti più critici. È così?

Quando ricevo una sceneggiatura smonto le scene e le divido in beat, momenti chiave per la coreografia. A volte arrivo sul set dopo aver studiato la scena in tutti i dettagli e, quando parlo con il regista, che pensa al film intero o a tutte le scene di una puntata, si rende conto di cose a cui non aveva pensato. Il mio lavoro è di studiare tutta la sceneggiatura, non solo le scene di sesso. Conoscere i personaggi e la loro evoluzione. A volte mi mandano solo le scene che prevedono contenuto intimo, e io dico che non è sufficiente. Quello che facciamo è di esprimere la parte intima di un personaggio, e per farlo dobbiamo sapere chi è. Faccio ricerche, leggo libri, parlo con persone che appartengono alla stessa comunità del personaggio, per fare in modo che il suo comportamento sia quello corretto.

In Normal People, una delle serie in cui ha lavorato recentemente, il sesso è una parte importante nell’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti. Com’è stato lavorare per questa serie?

Tutti avevamo letto il libro, quindi le scene intime erano abbastanza chiare. All’inizio i produttori erano un po’ scettici. Abbiamo avuto un lungo periodo di prove. La sera prima di ogni scena sentivo gli attori, ne parlavo con il regista a colazione il giorno dopo, ero sempre sul set. L’altro giorno stavo riguardando un episodio in cui c’è questa scena tra Marianne e il suo fidanzato dell’università. Era cruciale mostrare che era sesso, non voglio dire cattivo, ma senza connessione tra loro. Per questo la macchina da presa sta fuori dalla porta. È una scena completamente diversa rispetto a quella in cui Marianne e Connell tornano insieme. Ogni momento lì è davvero bello: i baci sulla pancia, quando lei gli succhia il pollice della mano… Quando tornano insieme hanno più esperienza sessuale, e quindi c’erano più parti del corpo in gioco. Era proprio questo il tipo di cose che volevamo trasmettere.

I May Destroy You è una storia sul sesso, il consenso, il trauma… Ci sono scene molto commentate, come quella dell’assorbente, che non si erano mai viste prima. Altre fanno riflettere. Ricorda qualche scena particolarmente difficile?

C’è questa lunga scena in un flashback con i due ragazzini a scuola che hanno un rapporto e poi il ragazzo manda la foto con il telefonino. Era molto difficile, c’erano così tanti beat. Abbiamo provato un giorno intero con i due giovani attori un paio di mesi prima delle riprese. È stato cruciale, soprattutto per il ragazzo. Era preoccupato all’inizio, non sapeva come fare. Invece, dopo le prove, si è rilassato perché aveva una chiara coreografia da provare e riprovare. Poi c’è la scena in cui uno degli amici della protagonista, Kwame, che è gay, fa sesso con un ragazza. In quel caso era importante ripetere la stessa fisicità di quando in precedenza lui era stato assalito. Sono stata presente anche durante la scena dopo, quando iniziano a cantare, si scopre che è gay e la situazione si capovolge. Molte scene raccontano storie forti e sono parte di un percorso di esplorazione del tema del consenso e delle varie aree grigie. 

È più difficile coreografare scene di sesso non consensuale?

Ogni volta che ho produzioni con temi così difficili chiarisco quali sono le mie abilità e fin dove arriva il mio ruolo di esperto. Quando lavori su scene di questo tipo, non puoi sapere qual è stato il percorso personale delle persone coinvolte. Le statistiche dicono che il 60% delle donne sono state abusate o molestate prima dei 18 anni. Non conosco i numeri per gli uomini, ma è importante riconoscere che non puoi sapere qual è stata la relazione di una persona con il sesso, la nudità o anche il solo fatto di essere toccati. Le linee guida che seguiamo servono a far sì che si possa raccontare qualunque tipo di storia, ma che lo si faccia lasciando alle persone la possibilità di dire se qualcosa non va bene. Se mi accorgo che una scena scatena un ricordo doloroso o che un attore sta vivendo una situazione che può risultare difficile psicologicamente o emotivamente faccio in modo che abbia tutto l’aiuto possibile. Ma non sono una psicologa. Per questo spesso lavoro insieme a una collega che si occupa di questo, come è successo in I May Destroy You. Gli attori hanno bisogno di spazio per resettare. Hanno bisogno di tempo e spazio per far bene il loro lavoro. Non tutti i registi e i produttori lo capiscono.

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In Sex Education immagino invece che la sfida sia stata quella di lavorare con attori giovanissimi. C’è anche un video su YouTube dove raccontano la loro esperienza. Che può dirci di questa serie?

È stata la prima volta in cui ho avuto l’opportunità di lavorare per una serie completa. Abbiamo capito insieme come il mio lavoro si sarebbe integrato nella produzione. All’inizio, per esempio, abbiamo organizzato un’intera giornata tutti insieme. Seduti in cerchio c’erano produttori, registi, operatori, assistenti, attori. Tutti condividevano le loro esperienze di scene intime sul set. È stata un’opportunità rivoluzionaria, tutti erano allo stesso livello. Poi abbiamo identificato alcune scene e ho lavorato con gli attori per capire le linee guida che avremmo seguito per raccontare quelle storie correttamente. Nella maggior parte delle scene di quella serie, in realtà, il sesso non funziona, è goffo, manca sintonia.

Molte produzioni stanno tornando al lavoro seguendo nuovi protocolli per il Covid-19. Questo vale anche per le scene di sesso, ovviamente piene di contatti ravvicinati tra gli attori. Come si gira una scena di sesso durante una pandemia?

Le produzioni in corso sono quelle che sono riuscite a mettere in piedi i nuovi protocolli, dirottando parte del budget sulla sicurezza. Si fanno test tutti i giorni o più volte a settimana. Per me significa che posso stare tranquilla e non devo preoccuparmi troppo della parte medica. È vero però che ci sono cose che ora sono più rischiose di prima, come un bacio sulle labbra. Ma anche qui la decisione è facile: se l’attore non è sicuro di volerlo fare, per me è un no e il bacio si toglie. Parlo con il regista e troviamo una soluzione, per esempio usando altre parti del corpo. 

Per chiudere, crede che le produzioni si rivolgano a un intimacy coordinator perché devono o perché davvero credono che sia utile?

Alcuni produttori pensano che devono averne uno sul set, ma ancora non accettano tutto quello che questo ruolo implica. A volte è difficile. Può succedere che la produzione mi voglia ma il regista non mi accetti. In quei casi devo essere cauta. Parte del mio lavoro è anche quello di educare. Capitano giorni difficili in cui magari il regista è furioso perché pensa che sto dirigendo la scena al posto suo. È dura, ma è meglio esserci che non esserci.


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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