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Tony Soprano, l’Antibuddha

In occasione dell’uscita al cinema del prequel The Many Saints of Newark, tracciamo un profilo ampio e approfondito del protagonista de I Soprano, modello di tanti personaggi seriali successivi.

Chi è Tony Soprano? In un certo senso, le sei stagioni della serie televisiva I Soprano, andata in onda originariamente tra il 1999 e il 2007 su Hbo, sono un tentativo lungo 86 episodi di rispondere a questa domanda. Certo, la serie parla anche di tante altre cose. Per cominciare, è un ritratto dell’intera famiglia italo-americana dei Soprano. Famiglia allargata e quindi anche zii, zie e cugini assortiti più o meno di sangue. E poi “famiglia” in senso mafioso, perché i Soprano appartengono ai DiMeo, organizzazione criminale acquartierata nel New Jersey, a due passi da New York City. Ma I Soprano non è solo un’avvincente epopea gangster. Nella serie troviamo tematiche come l’amore, l’invecchiamento, la solitudine, il Buddhismo, il nichilismo, il rancore, la rabbia, la psicoanalisi, l’identità italo-americana, il maschilismo, il razzismo, i conflitti di classe, gli Stati Uniti post-11 settembre e il terrorismo. Vita, morte e “gabagool, ovverosia la coppa, nel senso dell’insaccato, pronunciata all’italo-americana. I Soprano, come molti capolavori, parlano di tutto.

Ma al centro c’è sempre lui, l’ingombrante Tony Soprano. E quindi: chi è Tony Soprano? A più di vent’anni dalla messa in onda, I Soprano continuano a conquistare nuovi spettatori in tutto il mondo. La serie è stata addirittura uno dei più grandi successi televisivi del 2020. Quindi, coloro che non l’hanno ancora vista procedano con cautela: quello che segue contiene qualche spoiler.

Carta d’identità

Anthony John “Tony” Soprano Sr. nasce nel 1959 dalle parti dell’Ironbound, un quartiere di Newark, New Jersey. Suo padre è Johnny, un boss della famiglia criminale DiMeo, mentre sua madre è Livia, una donna subdola, sadica e manipolatrice, uno dei villain più terrificanti della storia della televisione, ispirata alla madre di David Chase, il creatore della serie. Tony ha due sorelle: Barbara e Janice. La prima sarà in grado di farsi una vita fuori dall’orbita della famiglia, la seconda no. Il nonno paterno di Tony, Barbara e Janice era emigrato negli Stati Uniti da Ariano Irpino, in provincia di Avellino. Faceva lo scalpellino.

Tony è il boss dei DiMeo. È sposato con Carmela, anche lei italo-americana. Hanno due figli: Meadow e Anthony Soprano Jr. A Tony piacciono gli animali (a cominciare dalle anatre a cui dà da mangiare se planano sulla sua piscina), i sigari, le armi, gli sport come il baseball e il football. È un appassionato di storia, in particolare di Seconda guerra mondiale e di generali come Patton e Rommel di cui ammira le gesta militari. Nel corso della serie, è proprietario di due diversi yacht: lo Stugots e lo Stugots II. Nomi che italo-americanizzano il più prosaico “sto cazzo”. 

Un padre di famiglia (disfunzionale) 

I Soprano sono i progenitori di tutte le famiglie disfunzionali che hanno abitato la televisione americana negli ultimi vent’anni, dai White di Breaking Bad ai Draper di Mad Men. Tony è insieme un padre modello e il peggiore dei genitori possibili. Quando in “College” (quinto episodio, prima stagione) accompagna Meadow a visitare le università che potrebbe frequentare l’anno successivo o quando prepara un sundae con AJ in “Down Neck” (settimo episodio, prima stagione), il patriarca di casa Soprano è amorevole, premuroso e divertente. Un genitore complice e autorevole al tempo stesso. Questo non gli impedisce di tradire sistematicamente la fiducia della propria famiglia con le numerose amanti o di lasciarsi andare a violente esternazioni di rabbia.

I Soprano è una serie giustamente famosa per le battute fulminanti e i dialoghi magistrali ma il Tony padre di famiglia, il Tony “orso domestico”, come lo definisce il giornalista Brett Martin nel libro Difficult Men, si esprime soprattutto grazie a mimica facciale ed espressioni corporali. Basti pensare a quando litiga brutalmente con Carmela in “Whitecaps” (tredicesimo episodio, quarta stagione) e si vede la rabbia schiumare gradualmente da dentro mentre la “bestia” cantata da Johnny Cash (canzone finale del primo episodio della prima stagione) si impadronisce ancora una volta del suo corpaccione. O come quando va a visitare AJ nel reparto di psichiatria alla fine di “The Second Coming” (diciannovesimo episodio, sesta stagione). Sulle note di un’oscura ma azzeccatissima ninna nanna italiana, Tony cammina verso il figlio e gli mette una mano sulla spalla. Nessuna andatura ha mai espresso così precisamente lo stato d’animo di un padre che va a trovare un figlio in ospedale ed è l’ennesimo testamento alla complessità della figura di Tony come padre di famiglia.

Tony è insieme un padre modello e il peggiore dei genitori possibili. Il patriarca di casa Soprano è amorevole, premuroso e divertente. Un genitore complice e autorevole al tempo stesso. Questo non gli impedisce di tradire sistematicamente la fiducia della propria famiglia con le numerose amanti o di lasciarsi andare a violente esternazioni di rabbia.

Un clown triste

I Soprano sono una serie comica. “Pine Barrens” (undicesimo episodio, terza stagione) fa ridere dall’inizio alla fine e le sue battute, ripetute allo sfinimento sul florido subreddit dedicato alla serie, sono leggendarie (da “He killed 16 Czechoslovakians. The guy was an interior decorator” a “You had Tic Tac this whole time?!”). Nell’episodio, anche Tony sembra apprezzare la linea comica della vita. Quando il buon Bobby si presenta a casa sua a notte fonda bardato come un cacciatore della domenica per andare a recuperare Chris e Paulie, gli altri due membri della cricca comicamente dispersi nei boschi, Tony scoppia a ridere fragorosamente. Anche nei momenti più bui, la vita ha sempre dei connotati di ridicolo.

Tony è un buffone per natura, l’anima della festa, come quando arriva al party di suo suocero facendo roteare le salsicce in “Marco Polo” (ottavo episodio, quinta stagione). Sa essere un clown simpatico, tenero e ammaliante. A volte, saluta ridendo e muovendo le dita in un gesto che ricorda da vicino il tipico saluto di Oliver Hardy. Il patriarca di casa Soprano non è solo un buffone ma anche un uomo dalla battuta pronta e intelligente, che si sente a proprio agio a scherzare nello studio della dottoressa Melfi, la sua psicoterapeuta. Proprio alla dottoressa Melfi, però, in “The Strong, Silent, Type” (decimo episodio, quarta stagione), confessa di sentirsi costretto nel ruolo di “sad clown che deve mantenersi ilare anche se sormontato dalla tristezza. La psicoterapeuta contesta questa lettura, facendo notare come lui, alle difficoltà della vita, risponda più spesso con la rabbia che con lo humour. Quello che emerge in questa scena è la tendenza al perenne auto-compatimento di Tony, un tratto ereditato dalla madre.

Tony è però l’unico personaggio dei Soprano a non essere quasi mai patetico. Tutti gli altri lo sono in dosi abbondanti, da Carmela organizzatrice di cineclub pseudo-intellettuali a Junior, che da aspirante boss diventa un vecchio rimbambito dall’alzheimer, passando per le ridicole turbe adolescenziali di AJ. David Chase e gli altri scrittori della serie immergono ripetutamente i membri della famiglia Soprano in un bagno di patetismo quasi crudele. Ma Tony no, rimane sempre il boss, privilegiato, maschio e bianco, l’unico che può ridere di tutto e di tutti. E anche l’unico, con l’eccezione di sua madre, che può permettersi di crogiolarsi nell’auto-compatimento.

Tony sembra apprezzare la linea comica della vita. Quando il buon Bobby si presenta a casa sua a notte fonda bardato come un cacciatore della domenica per andare a recuperare Chris e Paulie, gli altri due membri della cricca comicamente dispersi nei boschi, Tony scoppia a ridere fragorosamente. Anche nei momenti più bui, la vita è sempre, inerentemente ridicola.

Un italiano vero

Ziti al forno, scaloppine di vitello alla pizzaiola, pollo alla cacciatore, lasagne, manicotti, ragù, cannoli, sfogliatelle, pastiere, mozzarella di bufala, e ovviamente la divinamente ubiqua gabagool. La tavola dei Soprano è un altare dove si celebra ogni giorno il rito gastronomico dell’italianità (per chi volesse cimentarsi, è stato anche realizzato un ricettario basato sulla serie). I Soprano sono orgogliosi di essere italiani e cercano di dimostrarlo quotidianamente, dall’ossessione per il cibo al cattolicesimo che permea la loro visione del mondo. Paradossalmente, l’italianità è uno degli aspetti della serie intraducibili in italiano. Da italiani, viene infatti difficile anche solo immaginare l’orgoglio così esplicito e l’ammirazione così pura che i personaggi nutrono verso quello che loro chiamano “the old country”.

Per Tony, gli italo-americani non sono bianchi. Sono immigrati a lungo discriminati e anche violentemente perseguitati. In fin dei conti, è vero che uno dei più grandi linciaggi della storia statunitense riguardò undici italo-americani, uccisi dalla folla a New Orleans nel 1891 dopo essere stati assolti dall’accusa di aver assassinato il capo della polizia locale. Allo stesso tempo, Tony non considera certo gli italiani come neri, un gruppo sociale verso cui nutre un malcelato razzismo. No, nella visione della famiglia Soprano, gli italo-americani sono qualcosa di diverso, un unicum, un’etnia che, come evidenzia la storica Jennifer Guglielmo, è passata dall’essere considerata una risma di criminali sporchi, ignoranti e pigri al simbolo stesso della working class bianca e integrata, socialmente conservatrice.

I Soprano racconta anche l’inesorabile e indolente assimilazione degli italo-americani nella cultura statunitense. Non è un caso che la scena finale di “I Dream of Jeannie Cusamano” (l’ultimo episodio della prima stagione) veda la famiglia Soprano riunita a cena nell’italianissimo Vesuvio, il ristorante di Artie Bucco, mentre la famigerata scena finale del non casualmente intitolato “Made in America” (l’ultimo episodio della serie) li veda a cena da Holsten’s, un diner tipicamente americano, seduti davanti a un piatto di onion ring. L’Italia è il paese che i Soprano amano, lì hanno le loro radici e forse anche le loro speranze, ma i loro orizzonti sono solidamente americani.

Angosce

Quando Tony è in ospedale durante la sesta stagione, trova un curioso biglietto affisso sulla bacheca in camera sua: “Sometimes I go in pity for myself, and all the while, a great wind carries me across the sky – Ojibwe saying”. Gli Ojibwe sono una tribù di nativi americani ma il proverbio ha un chiaro sapore buddhista. Il messaggio colpisce Tony. Il boss si è appena svegliato da un coma in cui ha fatto vari, strani sogni. Ha sognato di svegliarsi in un hotel in California, privato del suo accento del New Jersey, e di essere un venditore di sistemi ottici di precisione in viaggio d’affari. Dopo essere andato a una convention, il Tony-venditore del sogno scopre di avere il portafoglio e la ventiquattrore di qualcun’altro, un certo Kevin Finnerty. Tony si impadronisce dell’identità di Kevin con cui fa check-in in un altro hotel. Un gruppo di monaci buddhisti lo scambia per questo Kevin e lo accusa di aver installato un sistema di riscaldamento difettoso nel loro monastero. Oniricamente, Tony vive la possibilità, molto buddhista, di liberarsi del proprio sé.

“Chi è Tony Soprano?” è una domanda che, stagione dopo stagione, angoscia sempre di più il boss del New Jersey. Grazie al coma, Tony sembra finalmente potersi liberare del peso del suo ego. Al risveglio, non è più quella sorta di equivalente buddhista dell’Anticristo – un anti-Buddha, potremmo dire – che è quasi sempre durante la serie, un uomo rabbioso, rancoroso, piegato su se stesso. Per qualche attimo, Tony sperimenta cosa significhi non essere Tony Soprano ma essere semplicemente, al di là del ruolo che gli è stato affidato alla nascita (uno dei rari altri momenti della serie in cui gli viene data questa possibilità è quando dà da mangiare alle anatre planate sulla sua piscina, una situazione quasi zen). Ma, dopo il risveglio, la vita inesorabilmente riprende. In poco tempo, gli insegnamenti impartiti dal coma si riducono a nuovi espedienti per abbordare potenziali amanti come Julianna in “Johnny Cakes” (ottavo episodio, sesta stagione). Il buddhismo torna a essere la paccottiglia spirituale di cui è infatuata la sorella Janice. Come Tony ringhia alla dottoressa Melfi in “Down Neck” (settimo episodio, prima stagione): “How come I’m not making freakin’ pots in Peru? You’re born to this shit. You are what you are”.

James Gandolfini

Alla domanda “Chi è Tony Soprano?” bisogna ovviamente anche rispondere che Tony Soprano è James Gandolfini, l’attore americano che ha dato tutto se stesso nell’interpretare il boss del New Jersey e che da questo ruolo è stato definito. Come ricostruito anche da Brett Martin in Difficult Men, Gandolfini si calava così profondamente nei sentimenti estremi del proprio personaggio da risultare a volte scosso in prima persona. È difficile guardare altri film in cui appare, come In The Loop di Armando Iannucci, senza pensare di avere di fronte Tony Soprano che recita una parte.
James Gandolfini è morto nel 2013, stroncato da un infarto in un hotel di Roma, dove si era fermato prima di andare in Sicilia a ritirare un premio al Taormina Film Fest. Fu trovato esanime da suo figlio Michael, all’epoca quattordicenne. Otto anni dopo, Michael Gandolfini si è calato nei panni che furono del padre per interpretare un giovane Tony Soprano in TheMany Saints of Newark, il film scritto da David Chase sull’apprendistato criminale del giovane Tony sotto l’egida di suo zio Dickie Moltisanti. Ambientato nella Newark degli anni Sessanta e Settanta, il film arriverà nelle sale italiane il 4 novembre.

Vedere il giovane Tony, con la sua mimica e il suo modo di fare così caratteristico, è sbalorditivo. “Uncanny”, si direbbe a Newark. Sembra quasi che sia stata usata una versione futuristica degli effetti speciali impiegati per svecchiare De Niro in The Irishman. Invece, è semplicemente Michael Gandolfini, figlio di suo padre. Per diventare il giovane Tony Soprano, Michael si è dovuto studiare a fondo i manierismi e il carattere del patriarca della televisione moderna, uno dei personaggi più sfaccettati della storia delle serie televisive. Un uomo che, come dice lo stesso Gandolfini jr., è in grado di “piangere, arrabbiarsi perché sta piangendo e ridere di se stesso che si è arrabbiato, tutto in un’unica scena”.


Davide Banis

È un editor e impact producer. Lavora nei Paesi Bassi per una startup in ambito no-profit e per una casa di produzione di documentari.

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