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Piccole grandi fughe

Scappare dalla quotidianità, dalla realtà e dalla stasi è da qualche mese al centro di molte serie americane ed europee. E questi racconti hanno assunto un valore inedito durante e dopo il lockdown.

Il concetto di “evasione” è da sempre legato a doppio filo al cinema, alla serialità, alla letteratura. Alle arti e alle storie, insomma, che ci permettono di evadere per trasportarci in altri mondi, luoghi e realtà. Il successo di Hollywood come “fabbrica dei sogni” si fonda esattamente su questo: sulla capacità di far dimenticare il presente e portare il suo pubblico altrove, lontano dai problemi e dalle preoccupazioni del quotidiano – pensiamo alle commedie musicali durante la Grande Depressione, ma anche al cinema dei “telefoni bianchi” negli anni Trenta italiani. La storia della settima arte, d’altra parte, è puntellata di racconti di evasioni e fughe: ingegnose, rocambolesche, reali o simboliche, che moltiplicano la funzione escapista e liberatoria delle immagini cinematografiche.

Tra fughe in auto e corse a perdifiato, l’evasione è sempre stata un tema basilare in sottogeneri come il caper movie (Le iene) e il prison movie (Le ali della libertà); e in molti altri film si fugge per amore (Moonrise Kingdom), per ribellarsi (Accadde una notte) o per emanciparsi (Thelma e Louise). Anche nella storia della serialità televisiva i racconti di evasione sono numerosi – Prison Break, The End of the F***ing World, La casa di carta – e soprattutto negli ultimi mesi queste narrazioni hanno messo in scena tante piccole grandi fughe, con personaggi che scappano da realtà castranti, società opprimenti e destini ineluttabili. Spinti dal desiderio di libertà e di riprendere il controllo delle proprie vite, facendo eco a un sentimento fin troppo comune in questo particolare periodo storico, tra quarantene forzate e social distancing.

Fuga in treno

Andata in onda su Hbo (nel mezzo dell’emergenza coronavirus), Run è l’esempio più lampante di questo trend, perché interamente incentrata su una fuga. Creata da Vicky Jones e prodotta da Phoebe Waller-Bridge, la serie segue le vicende di Ruby: una moglie e madre borghese annoiata, che decide di mollare tutto dopo aver ricevuto il messaggio “run” dall’ex fidanzato Billy, life coach nei guai con il lavoro. La coppia scappa insieme, tenendo fede a un patto sancito 17 anni prima. Il risultato è una fantasia poco verosimile – seppur l’idea nasca da un gioco tra le stesse Jones e Waller-Bridge – ma molto potente, in quanto diventa espressione del desiderio di evasione di chi guarda, in isolamento a causa del periodo di lockdown. Ruby, in particolar modo, incarna perfettamente la nostra frustrazione e smania di libertà: nel corso degli episodi, la vediamo più volte nell’atto di correre, irrequieta, impaurita e insieme eccitata all’idea di lasciarsi alle spalle ogni responsabilità e preoccupazione. “All’improvviso la gente si aspettava che rinunciassi alla mia vita”, racconta la protagonista in un momento di sfogo, “A un tratto apparteneva ad altre persone, due delle quali sono piccole e adorabili. Ma loro non hanno idea di cosa mi hanno portato via”.

Ruby si sente intrappolata in un ruolo che le sta stretto, e scomparire diventa l’unico modo per tornare a essere una persona intera: una donna libera con desideri, anche sessuali, solo suoi. Run, del resto, è anche la storia di una fuga d’amore quasi del tutto ambientata su un treno, che assume qui un valore simbolico: per i tanti riferimenti al sottogenere caper movie e ai suoi tropi, ma anche per il senso di ubiquità che questo mezzo di trasporto genera al pari del cinema e della tv. Come spiega Vicky Jones i treni infondono la sensazione di “essere continuamente in un posto diverso […]. Questa coppia si sta prendendo un po’ di tempo dalle rispettive vite e si trova in un universo parallelo”. Run copre un arco temporale di pochi giorni, e nonostante il finale ripristini per certi versi la situazione iniziale, la serie ci permette di viaggiare in un altro spazio e tempo. Di evadere dalle gabbie del quotidiano, proprio come Ruby e Billy si dirigono verso l’ignoto saltando su un treno che diventa il loro rifugio, seppure effimero, dal mondo esterno.

Gabbie fisiche e mentali

Phoebe Waller-Bridge in un’intervista al New York Times ha spiegato che per lei e Jones era sufficiente avere la consapevolezza di poter scappare insieme a farle sentire libere. Proprio la possibilità che il periodo di confinamento ha sottratto a milioni di persone, divise tra la voglia di uscire, relazionarsi, parlarsi, e la necessità di mantenere le distanze, isolarsi, per paura del contagio proprio o altrui. La pandemia ha creato un paradosso, ha spiegato la filosofa Adriana Cavarero a Il Post: “nel modo in cui stiamo vivendo l’epidemia si è accentuato il senso della comunità, dell’essere in relazione. In questa relazione vuoi che i corpi siano salvi, e gran parte del nostro comportamento, il distanziamento fisico, è solo in parte per autodifesa”. Di corpi lontani, confinati e insieme esposti, protesi verso l’esterno, si parla anche nella miniserie australiana Stateless (su Netflix). Co-creata da Cate Blanchett e ispirata a fatti realmente accaduti, è un dramma di denuncia, ambientato in un centro di detenzione per richiedenti asilo in Australia (da anni nota per le sue politiche migratorie inumane), che si apre con la fuga di una donna: quella di Sofie, hostess australiana affetta da disturbi mentali e vittima di violenza sessuale, rinchiusa per errore nella struttura. Nel corso della stagione, la protagonista tenta più volte di scappare – dalla famiglia opprimente, dal suo stupratore e infine dal centro detentivo – ma ogni volta c’è qualcosa che la trattiene e le impedisce di essere e fare ciò che vuole, inclusa la sua malattia. Stateless però non è (solo) la sua storia. In modo simile a quanto fatto in Orange Is the New Black, Sofie ricopre il ruolo di cavallo di Troia, utile a introdurre un racconto corale di vite ai margini, dimenticate e “senza stato”, come Ameer, rifugiato che tenta di scappare dall’Afghanistan in cerca di una vita migliore ma è costretto a rinunciare al suo sogno e a rimanere confinato nel centro per salvare la figlia Mina. 

Stateless è una storia di evasione, ma anche di confini, barriere e gabbie, sia fisiche che mentali. Qualcosa di simile viene raccontato anche in Little America: serie antologica dello scorso gennaio su Apple Tv+, basata sulle storie vere e straordinarie di uomini e donne migranti che si trasferiscono in America, per studiare, avere migliori opportunità lavorative o ancora sfuggire da Paesi in guerra o famiglie omofobe. Il tema della fuga ritorna in Unorthodox (Netflix), sempre ispirata a fatti realmente accaduti, che racconta di una diciannovenne di Brooklyn, appartenente a una comunità ebraica ortodossa, che abbandona il marito per fuggire a Berlino. In modo simile a Ruby in Run, anche la protagonista Esty si sente in gabbia – come donna e moglie, il suo unico scopo è “ricostruire le vittime dell’Olocausto” – e non ha altra scelta che andar via per emanciparsi ed essere libera di esprimere se stessa e le proprie aspirazioni.

In cerca di una scappatoia

Da Run a Unorthodox, è evidente come la serialità televisiva abbia anticipato e intercettato una voglia di libertà ed evasione universale, frutto di una situazione economica, sociale e ambientale sempre più tesa e caotica, che ha raggiunto il suo picco proprio con il coronavirus, destabilizzando, forse per sempre, le nostre vite già precarie, disagiate e “fuori controllo”. Ma se c’è una serie che ha rappresentato al meglio questo senso di angoscia pervasivo e sistemico questa è Dark, incentrata su una grande fuga dal tempo e dal destino per il bene collettivo. Ideata da Baran bo Odar e Jantje Friese, segue le vicende intrecciate e complicatissime di quattro famiglie che vivono in un mondo determinato, in cui non esiste libertà di scelta o di azione, e ogni cosa – la sparizione di un bambino, la creazione della macchina del tempo, l’esplosione nucleare e così via – si ripete in un loop di sofferenze senza fine. “Non siamo liberi in quello che facciamo perché non siamo liberi in quello che vogliamo”, dice Lo Straniero, versione più anziana del protagonista Jonas, che per oltre sessant’anni tenterà di spezzare il ciclo infinito per salvare la famiglia, l’amata Martha e l’intera umanità. 

Quella messa in scena in Dark è una lotta tra fato e libero arbitrio, che pone questioni di carattere scientifico-filosofico e rimanda all’eterno dilemma sulla reale esistenza della volontà degli esseri umani, affrontato di recente anche in Westworld e Devs: Sophie Gilbert su The Atlantic ha parlato di tv “worried about free will”, analizzando le distopie che portano all’estremo le paranoie sulla privacy, sulla profilazione dei dati, sulle conseguenze estreme della tecnologia; e raccontano di donne, robot e umane, in cerca di una via di fuga. In Dark però non ci sono aziende high-tech a minare la libertà dei personaggi, ma è la natura dei personaggi stessi a metterla a repentaglio. “Ciò che risuona nel pubblico è questa impressione che a volte abbiamo anche noi: siamo importanti? Possiamo cambiare qualcosa?”, si chiede la creatrice Jantje Friese. “Ho davvero il libero arbitrio? Come ci si sente a essere quasi in prigione, perché non puoi uscire da te stesso? Come evito di avere sempre le stesse reazioni a certe situazioni?”. Tutte domande che hanno una certa rilevanza, specie ora che conosciamo meglio questa sensazione di ineluttabilità, di vivere in una sorta di loop, in balia di scelte altrui e di eventi troppo grandi per essere controllati.
Nonostante la visione pessimista della serie tedesca – la terza stagione si apre con una citazione del filosofo Schopenhauer, “Un uomo può fare quello che vuole ma non può volere quello che vuole” – in Dark esiste una via d’uscita, una scappatoia. Per salvare il mondo dall’apocalisse, nel finale Jonas si sacrifica insieme a Martha scegliendo di non esistere per spezzare il ciclo infinito. L’evasione, e il lieto fine paradossale, risiede quindi nella morte e nella propria sparizione: in un atto di grande nobiltà d’animo in nome del bene comune. Tornando al tema del corpo e alle relazioni in epoca coronavirus, Cavarero sostiene che “nella pandemia prevale la cura del corpo dell’altro, la vulnerabilità, che ha occupato il centro. C’è un senso di comunità in tutto questo e dunque di compassione, che è cooperazione e corresponsabilità”. Lo stesso presente in Dark, che ci ricorda il valore delle singole scelte individuali per la collettività e l’importanza di uscire dagli schemi. Ma, soprattutto, ci ricorda che per quanto possiamo sentirci in trappola, una fuga è possibile, seppur improbabile e difficile.


Manuela Stacca

Laureata presso l'Università di Sassari, si occupa di critica cinematografica e televisiva per alcune testate online.

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