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Reality

Ti mando al Collegio!

La terza edizione de Il collegio è stata la consacrazione. Il meccanismo è rodato, il casting impeccabile. Insieme allo sguardo sull’adolescenza, anche nostra.

Lo studente deve aver la libertà di essere pigro, scriveva G. Stanley Hall, lo psicologo genetista che ha inventato il termine adatto a indicare quel periodo di mezzo tra il fanciullo esaltato da Rousseau e l’età adulta. Un periodo fatto di pulsioni, di tumulti, di contraddizioni: l’adolescenza. L’indulgenza di Hall è molto meno condivisa oggi tra chi si trova a descrivere i giovani, ora quasi sempre lavativi, debosciati, sdraiati, mammoni. Il luogo comune di fronte alla maleducazione è rievocare l’educazione dei bei tempi andati: “vi servirebbe un bel collegio!” (la più potente tra le minacce di abbandono). Senza cellulari, senza YouTube, senza trucchi, senza Playstation. È un tempo idealizzato e forse mai vissuto (chi può veramente dire di esserci stato?) che sembra suggerirci che per ripristinare i valori dobbiamo provare a liberarci della tecnologia, male assoluto.

Il collegio ha appena concluso la sua terza stagione. Nove ragazzi e nove ragazze lontani da casa, dagli smartphone e dai computer, chiusi in un istituto del 1968 mentre fuori ci sono la rivoluzione, i cambiamenti sociali, la destabilizzazione dei valori della famiglia e del matrimonio. Dentro però c’è solo ordine e disciplina. L’ultima puntata è stata vista da 2,3 milioni di spettatori, intercettando un pubblico giovane e molto giovane (sotto i 14 anni). Un risultato positivo per la Raidue di Freccero, che ne sogna un’edizione ambientata in epoca fascista, “ma non me la lasciano fare”, come ha detto all’audizione in commissione di vigilanza (e potrebbe finire come l’esperimento carcerario di Stanford). Il programma è un grande successo, soprattutto in questa edizione: perché?

Le ragioni del successo

È ironico che in un periodo di disintermediazione, di diffidenza verso l’élite e i professoroni, e in cui il “questo lo dice lei” è la norma, ci divertiamo tanto guardando docenti che sembrano la caricatura del Sergente Hartman e hanno un livello empatico una tacca sotto quello di Mario Monti. “Qui i professori hanno ancora l’ultima parola”, dice l’insegnante di lettere durante un confronto con uno studente. È il mondo irreale, idealizzato e fantastico che ci può salvare: un mondo dove nessuno sopravvivrebbe. Dove appena entri ti tagliano i capelli, indossi la divisa e le scarpe scomode, e sei come tutti gli altri. Manca solo uno che ti urla: “Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!”.

Il cast è potente. I concorrenti vanno dai quindici ai diciassette anni e si presentano dicendo: “Il calcio è la mia vita” o “La piastra è come mia sorella”. Ci fanno strada verso le loro camerette, templi del vizio, pieni di oggetti sospesi tra due mondi inconciliabili: i giocattoli in un angolo e nell’altro angolo gli attrezzi da palestra per diventare muscolosi e farsi i selfie senza maglietta su Instagram. C’è quella che non va a scuola senza tacchi (dietro di lei compare un orsacchiotto gigante), quella che fa l’aeronautica per “guardare tutti dall’alto al basso”, quello che è “per l’anarchia: le regole che ho me le do da solo” ed è stato bocciato tre volte. L’interrogativo resta lo stesso di Michele Serra ne Gli sdraiati: “Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo”. I genitori fingono di credere che l’esperienza estiva del collegio (girato ad agosto) possa aiutare i figli a maturare, a sviluppare un senso del dovere, a renderli autonomi. I figli sperano possa aiutarli ad aumentare i follower e far diventare il loro bagno ancora più famoso (non a caso dopo Il collegio andava in onda Giovani e Influencer). Come dice Freccero, “la tv pubblica voleva fare tutti colti, la tv privata tutti ricchi, oggi i nuovi media tutti influencer”.

Siccome non è un documentario ma è televisione, i professori sono macchiette. C’è l’insegnante di matematica vestita di rosa che urla troppo, c’è quello d’inglese che dà a tutti nomignoli come in un film di Tarantino (Mr. Unkle, Mr. Refrigerator), quello di lettere insegna l’etimologia di ozio e lavoro a studenti che si esprimono con “eh il lavoro è quando fai gli sbatti”, quella di educazione musicale che parla con la bocca storta, e quello di educazione artistica che sembra il professor John Keating pronto a salire sulla cattedra ma è anche creepy, quindi rimane seduto e dice a tutti fissandoli con occhi da serial killer che esprimere se stessi “è una forma d’arte” (quelli che ci credono a lungo finiscono a scrivere memoir per l’editoria italiana). Ci si identifica con chi ha sofferto di bullismo, con chi è sola e non sa come farsi amici nuovi, con chi dopo aver limonato con una ragazza problematica è respinto e non ascolta più la lezione di mate. È la parte reality, la vita vera, il biografico che ci investe. E poi si ride. È un programma fatto per circolare a moduli su più piattaforme (YouTube, Rai Play, Twitter), in forma di meme, di tormentoni, di gif (dall’urlo di Marilù a quella che si rifiuta d’imparare la data di nascita e morte di Giacomo Leopardi perché “È morto e ciao”). Siamo lontani e allo stesso tempo molto vicini (d)al 1979 quando un giovane rivoluzionario che ha letto con troppa convinzione Guy Debord lancia una caraffa d’acqua sugli appunti di Jacques Lacan, interrompendo la lezione. Lo studente giustifica il suo gesto: “Sto esprimendo me stesso, lo capisce?”.

Ci si identifica con chi ha sofferto di bullismo, con chi è sola e non sa come farsi amici nuovi, con chi dopo aver limonato con una ragazza problematica è respinto e non ascolta più la lezione di mate. È la parte reality, la vita vera, il biografico che ci investe. E poi si ride.

Miscela riuscita

Non scordiamoci il sadismo: ci piace vedere soffrire gente che se lo merita, anche e soprattutto se somiglia a una parte di noi (quella parte chiamata giovinezza). Il collegio è un format dove tutti sono consapevoli del proprio ruolo e recitano la propria parte, ma dove i sentimenti non si controllano. Scoppiano crisi di pianto o di euforia. I concorrenti sono in balia di umori ed eventi, senza filtri e senza freni. In una parola: sono adolescenti. Ascoltiamo i ragazzi dire “è meglio non farmi arrabbiare perché sono molto scontrosa, aggressiva ed esuberante” e non vediamo l’ora di vederla piangere e implorare pietà. E succede. Le idee che circolavano nel Sessantotto e mettevano in crisi la scuola, la famiglia l’autorità oggi sono del tutto superate. “Sono dei piccoli maligni, scelti per scoppiare a contatto”, ha detto Paolo Bosisio, il preside del collegio. In alcuni casi servirebbe il riformatorio.

C’è la mediazione tra i codici contemporanei e le regole passate. I maschi aggiustano le lampadine e cambiano ruote e le donne lavano i panni o fanno dolci. Una si lamenta perché il principio delle distinzioni di genere non la riguarda, lei vorrebbe fare quello che fanno i maschi, poi capisce che le conviene mangiar dolci rispetto a sporcarsi di grasso, e lascia perdere. Gli ideali sono ancora deboli. Come quando Matias vuole fare lo sciopero della fame per salvare un compagno da una punizione, ma si ingozza di pane mentre lo dice (non è esattamente il nuovo Pannella). Quando finalmente Ginevra, quindici anni, riesce a capire come funziona quel bizzarro telefono a rotella, descriverà le sue compagne alla madre così: “Dicono che hanno legato ma non è vero. Litigano sempre. Rompono sempre”. E la mamma le risponde che può cambiare le cose, e tu pensi le stia per suggerire di mettere del testosterone nelle loro colazioni, ma invece dice: “Non ti sentono? e tu sbraita e urla come loro!”. Ginevra tornerà a casa la seconda settimana.

Il programma è costruito sull’incoraggiamento di atti ostili (gli autori preparano l’esca e i ragazzi abboccano sempre). Serve per poterli punire, che è l’ideale di educazione ma non sembra funzionare (i peggiori non imparano niente, sono cacciati). È l’esemplificazione del terzo principio della dinamica secondo cui a ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e opposta (ma il più delle volte questa reazione è spropositata). Gli autori fanno di tutto per mettere il singolo contro il gruppo, che significa poi stanare i colpevoli, prendersi le proprie responsabilità. Ma purtroppo per gli adolescenti significa solo “fare l’infame”. E allora tacciono, si chiudono, ridacchiano, fanno fronte comune contro gli altri, poi qualcuno cede (l’infame) e qualcun altro ci rimette (il martire).

La punizione deve essere sempre “esemplare”: imparare una poesia di Leopardi, pulire la strada dagli aghi di pino, strappare l’erba, scrivere 200 volte in bella calligrafia una frase fatta. È un concetto di giustizia rieducativa: l’idea che il castigo possa servire a ripristinare autorevolezza nelle figure educative. Chi crede che una volta recuperato lo smartphone lo si usi per conoscere la data di nascita di Giuseppe Mazzini invece di pubblicare l’ennesima foto di sé si sbaglia. Ancora prima di ricchi, tutti vogliono essere famosi. A volte le due cose coincidono, come per Jenny De Nucci, concorrente della seconda edizione, bocciata al Collegio, ma che oggi ha un milione di follower. Ha anche scritto un romanzo in cui una mattina tutti smettono di seguirla tranne alcuni nomi (Cleopatra, Evita Perón, Nadia Comaneci), e la protagonista del romanzo imparerà le loro storie. Grazie a un libro, ma anche al telefonino.


Manuel Peruzzo

È nato nelle valli inquinate del comasco e alle gite a Chiasso preferisce il divano, la tv e il wifi. Si finge uno di quegli scrittori culturali del secolo scorso per Il Foglio, Forbes, Linkiesta, Esquire. Vive nel timore di essere scoperto.

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