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Trend 2020

Tenerezze indipendenti

Se l’indie è il nuovo mainstream, altrove come nel pop italiano, le distanze che sembravano separare cantautori e musica leggera, destra e sinistra, televisione e primomaggio finiscono per sparire.

La fase “alternativa” della musica indie sembra finita, o quanto meno in pausa forzata. Un numero consistente di gruppi e cantanti pubblicati da etichette indipendenti sono così mainstream da risultare non contrapposti, ma complementari all’offerta delle tre major. Il numero ridotto di queste ultime, unito all’assoggettamento a linee guida decise in nazioni che non hanno un particolare apprezzamento per la musica italiana, aveva in effetti creato un preciso vuoto nel mercato, in precedenza colmato dai talent scout di label molto radicate come Ricordi, CGD, RCA. Viceversa, in questo decennio Sony, Universal e Warner hanno dato priorità a hip-hop, talent-pop e ai big italiani da stadio. In questo modo è però venuto a mancare il ricambio per una generazione di cantautori arrivata a cinquant’anni (Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Samuele Bersani, Tiromancino, Max Pezzali), o comunque in auge da vent’anni o più (Cesare Cremonini, Carmen Consoli, Tiziano Ferro): troppi per la sintonia con i ventenni, specie i tanti in cerca di una rappresentazione di sé non allineata, ma non ostile. Sicché, mentre a inizio decennio cantautori come Dente, Colapesce o Brunori Sas (già meno estremi, rispetto a I Cani, The Zen Circus o Le Luci Della Centrale Elettrica) erano indirizzati verso un pubblico (di istruzione superiore e collocabile a sinistra) che dagli artisti indipendenti si aspettava testimonianze di impegno e disagio, di colpo il successo mainstream dei Thegiornalisti e di Coez ha scosso l’ambiente (e pure quel pubblico).

Entrambi con base a Roma, entrambi sotto contratto con un’etichetta storica come Carosello, Coez e Thegiornalisti hanno fatto breccia presso le più grandi ancelle delle major: le radio, felici di mostrarsi aperte al “successo dal basso”. Sulla scia, nel giro di un anno o poco più, con la stessa rapidità con cui gli esponenti della trap si sono sovrapposti ai rapper, il genere indie-rock si è fatto indie-pop. Senza proclami o rivendicazioni come nel caso di Sfera Ebbasta, anzi cercando di rassicurare i giovani delle frange più esigenti e puriste (per non dire snob), assumendo una sorta di piacionismo valevole sia a Sanremo sia in piazza San Giovanni sia a X Factor: in questo senso, Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale è il profeta di questa strategia. Ma certamente cantautori e band hanno iniziato a mirare a un pubblico più vasto. Che si sia aperta una finestra, lo testimonia con una certa astuzia il brano Radio radio dei Fast Animals & Slow Kids (n. 7 nella classifica degli album): “Metti questa in radio, metti questa in radio se hai coraggio, se hai un cuore; passa questa canzone. Ci vogliono dei pezzi, per chi non sa parlare, ci vogliono dei suoni, per chi non vuol sentire; allora sai che faccio, metto una rima in fila, parlo di quotidianità così ti senti in cima”.

La rottura degli argini

Una volta rotti gli argini, il 2018 ha portato a un interessante corto circuito: il cantautore indipendente più “popolare”, missionario di impegno e disagio a favore degli ultimi (dai quali è ispirato il suo nome d’arte) è vissuto come “di destra”, forse anche dal suo pubblico. E sia i suoi testi che il suo modo di porsi (anche solo a Sanremo, subito dopo il verdetto) suggeriscono conflitto. Al contrario, al concertone del Primo Maggio 2019, una quantità considerevole di gruppi indie vagamente assimilabili a una militanza “di sinistra”, sentendosi esentati dalla necessità di esibire uno spessore che alcuni di loro faticavano anche a simulare, ha regalato alla platea una sequela di testi (e melodie) tontoloni ma cuoriciosi, e dolcemente remissivi più che conflittuali. Scegliendo da un campionario davvero vasto all’interno di quel singolo show: “Ci siamo lamentati in motel sgangherati. Ci siamo lasciati per otto volte, ci siamo messi insieme altrettante. Ma non contavamo le stelle, perché le stelle sono per gli sfigati” (Canova, Expo); “Netflix non lo rinnovo, ti cerco dentro a Google Maps e vedo se ti trovo. Una parola è troppa, due invece sono poche, e allora in bocca al lupo Principessa Mononoke. Perché non ho più voglia delle canzone tristi, che son come caramelle date dai dentisti. Eravamo benzina: una vita tranquilla, poi ti ho incontrata ed è scoppiata la scintilla” (Pinguini Tattici Nucleari, Verdura); “È quasi sera, la tua bocca sa di Roma centro, e mi sento acceso come le cose che non mi hanno spento. E cerco nel fiume una foto buona da scattare, e dentro la tasca una mano da dimenticare” (Gazzelle, Tutta la vita); “Se cambio note stavolta è diverso, se sbaglieremo il tempo stavolta è diverso, se stiamo insieme stanotte è diverso, e come sempre stavolta è diverso” (Motta, Per amore e basta); “Possiamo essere terribili, possiamo essere magnifici. Ma in una notte come questa, siamo noi la meraviglia” (La Rappresentante di Lista, Maledetta tenerezza).

Nel giro di un anno o poco più, con la stessa rapidità con cui gli esponenti della trap si sono sovrapposti ai rapper, il genere indie-rock si è fatto indie-pop. Senza proclami o rivendicazioni, anzi cercando di rassicurare i giovani delle frange più esigenti e puriste (per non dire snob) assumendo una sorta di piacionismo valevole sia a Sanremo sia in piazza San Giovanni sia a X Factor.

Si direbbero tutti approdati alle voglie di tenerezza di De Gregori e Venditti, Renato Zero e Vasco Rossi, ma bypassando la fase in cui questi ultimi avevano imposto (anche in classifica) la propria marcata diversità rispetto al mainstream. Eppure la fatidica aura di “alternativi” è parte dell’appeal per un pubblico che ha superato l’adolescenza e i generi musicali dalle tinte più decise. Viene perciò conservata nell’aspetto ricercatamente trasandato e studiatamente giovane (anche chi ha quasi 40 anni come gli Ex-Otago), nella poetica da beautiful loser lontano dal successo, in una trafila diversa da quella dei talent, e nella familiarità con certe “scene” della propria metropoli. In particolare, quella romana.

Dovendo fare un nome: Coez 

A fianco dei nativi (Thegiornalisti, Calcutta, Gazzelle, Giulia Anania e Ultimo) trovano nella capitale la propria base – oltre che fonte di ispirazione, citandola più volte nei testi – anche artisti nati altrove come Motta, di Pisa, Giorgio Poi, di Lucca, e Silvano Albanese in arte Coez, da Nocera Inferiore. Se già nei rapper romani di recente successo (Carl Brave, Achille Lauro, Dark Polo Gang) si risponde al difficile momento della città con una certa tolleranza consolatoria se non un’attitudine apertamente conciliante, nel nuovo indie emerge la volontà di rispondere ai conflitti di qualsiasi natura con un sentimento traboccante. Un tempo Coez era un rapper e come tale era crudo: “Disprezzo Roma e piscio sul rispetto della scena” (Nella casa, 2009), “Il mal di testa mi divora, e mi detesta Roma” (Mi sono perso, 2009). Dopo dieci anni ha cambiato genere e atteggiamento: “Io sto vagando senza un perché ed ogni posto è come se c’avesse inciso un nome. Il Cupolone cresce mentre guardo indietro, lo chiamano San Pietro. E cerco un posto per me, mi perdo dentro Mamma Roma. Buonanotte Mamma Roma, è tutto apposto” (Mamma Roma). Si direbbe la Vendetta di Venditti. Nel contesto urbano e nello specifico romano, Coez testimonia la fine di quella vivida antropologia cittadina che era stata portata ai massimi livelli da I Cani di Niccolò Contessa (oggi produttore di Coez), facendola stemperare in un languido friccicore. E nel contempo dai testi emerge l’evidente capacità di Calcutta, Coez e Tommaso Paradiso di produrre meme verbali che diventano virali grazie all’aggancio con la microquotidianità – dalla Tachipirina di Calcutta al “vocale di 10 minuti” dei Thegiornalisti. Ed è anche mutuando dal rap l’abilità nell’individuare segni e immagini in cui tutti possano riconoscersi (sia Coez sia Ultimo avevano esordito come rapper) che il nuovo indie è diventato pop.

La fatidica aura di “alternativi” è parte dell’appeal per un pubblico che ha superato l’adolescenza e i generi musicali dalle tinte più decise. Viene perciò conservata nell’aspetto ricercatamente trasandato e studiatamente giovane (anche chi ha quasi 40 anni), nella poetica da beautiful loser, in una trafila diversa da quella dei talent, e nella familiarità con certe “scene”. In particolare, quella romana.

Romantico, stropicciato e metropolitano, all’insegna di un sentimentalismo contemporaneo, con inclinazione più social che sociale, e preferibilmente maschile (…ma vanigliato). Certo, in qualche caso, a distinguerlo da precedenti cantori del meteo – il grande discorso simbolico popolare – quali Modà e Negramaro, sono semplicemente delle espressioni più “da strada”:  “Fuori c’è un sole che spacca il c**o – e com’è che ogni nuvola che vedo sembra il tuo cuscino? Ci voglio fare un giro. Là fuori c’è un mondo che sta sul ca**o anche a te. E se ogni nuvola la vedi sempre più vicino, aspettami che arrivo, oh-oh” (Coez, Gratis). Cuori a profusione, cuori e like. Come riassume lo stesso Coez con l’emblematico titolo del suo album (andato al n. 1 in classifica) e del suo singolo (andato anch’esso al n. 1 in classifica), tutto, il sole ma anche la pioggia, l’estate ma anche l’inverno, Roma ma anche Milano, e persino i soldi, soprattutto i soldi – proprio tutto È sempre bello. Il Borotalco e l’Acqua e sapone di Carlo Verdone, citati da Tommaso Paradiso come punto di riferimento, sono un sacco vicini.



Paolo Madeddu

È di Milano. Scrive su aMargine, Gioia, Corriere della Sera. Possiede una televisione.

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