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Cultura digitale

Retroscena della dipendenza da Vinted

Sotto il velo del decluttering e della ricerca di nuove occasioni, si cela l’identità più ambigua di Vinted. Non solo un’app di compravendita, ma un luogo di dipendenza e scambi inappropriati, spesso ignorati dal sistema di moderazione.

È un pomeriggio di pioggia, di quelli in cui salterei un pasto piuttosto che uscire di casa per andare al supermercato dietro l’angolo, e il mio umore segue il meteo. Ricevo due notifiche a distanza di dieci minuti l’una dall’altra: ho venduto una maglietta (5 euro) e ho ricevuto un pacco. Sento un guizzo. La sensazione è istantanea e così forte che in pochi minuti imballo il pacco, mi cambio ed esco. Il tabaccaio mi saluta per nome e mi porge la scatola. Dentro ci trovo un cardigan praticamente nuovo che alla venditrice era costato 175 euro. Io l’ho pagato 20. Non ho sborsato un centesimo, tutto quello che compro lo pago con il mio saldo Vinted. Il mio armadio si svuota e si riempie, va in pari. Quanto alla maglietta che ho spedito, è nuova e ben impacchettata, so già che riceverò le consuete cinque stelline. Ogni volta, quando vedo la notifica “tizia ti ha lasciato una recensione” ho un fremito, poi la conferma che sono una brava ragazza. Fin qui tutto bene. Ma quando torno alla scrivania, prima di riprendere a lavorare, mi metto a scrollare Vinted.

Dopamina da second-hand

Per molti dei suoi 105 milioni di utenti europei, la piattaforma di compravendita Vinted ha affiancato i social o ne ha sostituito uno. Si passa la sera a scrollare all’infinito Vinted anziché TikTok; si trascorre sull’app tante ore quante su Instagram. 

Se si cerca vinted + dipendenza o vinted + addicted, si trovano diversi articoli di giornale (in inglese) e osservazioni di persone come me su X, Thread o Reddit. Qualcuno scrive che ha dovuto imporsi di non fare più di un acquisto a settimana, e ha faticato. Una ragazza si chiede perché si continui a studiare l’AI quando sarebbe più urgente cercare di capire cosa porta una persona a mettere in vendita e spedire un capo d’abbigliamento a 1 euro. Me lo chiedo anch’io da quando uso l’app.

Dall’altra parte della compravendita, c’è la gratificazione dell’acquisto, dell’eventuale sconto che siamo riusciti a ottenere, del pacco che ci arriverà a giorni, di una cosa sempre nuova, a volte più di una alla settimana.

In molti casi l’investimento non rientra, considerato il tempo richiesto per fotografare, pubblicare e spedire. Però c’è il rinforzo positivo delle recensioni, di quell’euro in più che si sommerà al saldo e alla lunga permetterà di comprare qualcos’altro, della vendita in sé, per alcuni del piacere di impacchettare. Logisticamente, conta il fatto che, a differenza di Depop e eBay – suoi competitor – con Vinted non si pagano le spese di spedizione, non c’è commissione (a parte una bassissima percentuale chiamata “protezione per gli acquisti”), per ritirare e spedire basta andare dal tabaccaio sotto casa e le buste si riciclano senza imbarazzo. Dall’altra parte della compravendita, c’è la gratificazione dell’acquisto, dell’eventuale sconto che siamo riusciti a ottenere, del pacco che ci arriverà a giorni, di una cosa sempre nuova, a volte più di una alla settimana. 

Tutto questo è pura dopamina, un neurotrasmettitore i cui livelli possono essere bassi quando siamo tristi o semplicemente stanchi oppure abbiamo una neurodivergenza o un disturbo che causa un discontrollo degli impulsi. Quando nella vita manca il piacere, lo cerchiamo altrove. 

Il meccanismo non è certo nuovo. I social network basano la loro strategia sul sistema della ricompensa, ma insistono più spesso sul rinforzo negativo, sulla creazione di divisioni, odio e rabbia, perché sono emozioni più ingaggianti. Vinted invece è un luogo di soddisfacimento del piacere. Anzi, per una app tanto neutra e generalista, il livello di edonismo è molto alto.

Interazioni opache

Marta (nome di fantasia per privacy) carica su Vinted la foto di un costume. Una ragazza le scrive per chiederle se può vederlo indossato. Il capo costa solo dieci euro, troppo poco per prendersi la briga di metterselo e farsi una foto ma, su insistenza della potenziale acquirente, alla fine cede. La ragazza chiede altre foto per vedere come veste dietro il pezzo sotto del bikini e ottiene degli scatti del fondoschiena con il costume. Dalle oscenità che le scrive subito dopo, Marta capisce che la potenziale acquirente non è affatto una ragazza.

Quello che è successo a Marta ha un nome: fetish mining. Un uomo si finge donna per adescare ragazze e convincerle a mandargli immagini che lui considera erotiche senza che la vittima se ne renda conto, se non alla fine. Il piacere, oltre che dall’ottenimento del materiale, deriva anche dal raggiro, dall’essere riuscito a estorcere foto che soddisfano un feticismo a una persona che non ha un account OnlyFans e che non fa quello di lavoro. Spesso le vittime sono ignare perché le richieste sembrano innocue: non c’è nulla di strano nel voler vedere come sta un capo indossato (anche se le antenne dovrebbero drizzarsi se una simile richiesta riguarda un paio di scarpe).

Il fenomeno è diffuso anche su altre piattaforme di compravendita online, come eBay e Depop, ma i dati di utilizzo di Vinted (che ha largamente superato Depop) e la sua diffusione tra i giovani rendono tutto più allarmante: la Gen Z costituisce il 21% degli utenti e – anche se non potrebbero avere accesso all’app – ci sono pure i minori, impossibili da quantificare. Ragazzini di 14 anni spesso riescono a creare un account e completare le transazioni caricando di nascosto il documento d’identità di uno dei genitori. Io stessa credo di aver comprato una volta un capo da un’adolescente.

Quello delle molestie rappresenta un vero problema per Vinted e molti utenti lamentano sui social come l’app sia rapida nel bloccare gli annunci per questioni poco importanti (per esempio, l’uso di foto non originali, prese da Internet), mentre fallisce nella moderazione di contenuti o account erotici. Per quanto gli account sospetti possano essere bloccati e segnalati, è impossibile per Vinted controllarli tutti o moderare gli scambi privati fra gli utenti. Quando si acquista, si stampa un’etichetta con i dati dell’acquirente, ma prima di questo momento non si sa nulla dell’utente con cui si interagisce, se non che vende qualcosa (ma non sempre) e che riceve recensioni da una a cinque stelline.

Vendere per sopravvivere alla crisi

Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia: alcune donne traggono vantaggio da questo mercato clandestino. Per attirare compratori basta usare certi hashtag riconoscibili dai più scafati, ma abbastanza neutri da passare inosservati al sistema di moderazione. Una ragazza mi racconta che a volte guadagna duecento euro a settimana solo vendendo foto dei suoi piedi o scarpe e calzini molto consumati. L’opportunità era arrivata per caso: un utente le aveva chiesto di poter vedere un paio di sandali indossati, lei aveva risposto, scherzando, “per quello bisogna pagare” e l’utente le aveva subito offerto venti euro. Questa nuova fonte di guadagno inaspettata era arrivata al momento giusto, quando si era trasferita a Milano e faticava a mantenersi con il suo stipendio, troppo basso rispetto al costo degli affitti. 

La crisi economica ha creato bisogni in cui l’app si è inserita agevolmente. Il passaggio dalla vendita di abbigliamento, libri e oggetti vari a quella di foto fetish è naturale in una piattaforma in cui uno dei principali obiettivi dichiarati dagli utenti nei sondaggi è guadagnare.

La crisi economica ha creato bisogni in cui l’app si è inserita agevolmente. Il mantra di Internet è che qualsiasi cosa sia online può trasformarsi in porno. Il passaggio dalla vendita di abbigliamento, libri e oggetti vari a quella di foto fetish è naturale in una piattaforma in cui uno dei principali obiettivi dichiarati dagli utenti nei sondaggi è guadagnare. Se infatti all’inizio la narrazione intorno a Vinted era gravitata sulla sostenibilità e gli utenti si dicevano predisposti all’uso principalmente per questa ragione, gli studi del 2023 e del 2024 indicano che la generazione Z, quella più investita dall’aumento del costo della vita, sceglie di usare l’app per motivi economici: per pagare meno gli articoli o per guadagnare con le vendite. Chi intercetta i gusti di un determinato pubblico può anche farne un lavoro secondario, per esempio aprendo un negozio virtuale di abbigliamento vintage. La motivazione ecologica è all’ultimo posto, dopo la facilità d’utilizzo, il decluttering e la varietà di articoli presenti. 

L’app è arrivata in Italia a dicembre 2020 e si è imposta nel 2021. Anche in molti altri Paesi europei, come il Regno Unito, Vinted non è decollato fino alla seconda ondata della pandemia, persino nei casi in cui era arrivato prima (in UK nel 2014, per esempio). In un’intervista per il Guardian, la cofondatrice Milda Mitkute ricorda che i suoi genitori consideravano l’acquisto di capi usati una scelta obbligata nell’impoverita Lituania sovietica, non una preferenza. Non è un caso che l’app sia decollata in un periodo di crisi economica. Il desiderio di fare decluttering ha comunque giocato un ruolo non trascurabile. Prima di diventare dipendenti da Vinted, abbiamo vissuto uno stato di beatitudine in cui l’armadio rigurgitante ci faceva improvvisamente orrore e abbiamo coltivato sogni di ascetismo. Poi Vinted ha lanciato il suo sortilegio.


Francesca Mastruzzo

Traduttrice ed editor, collabora con diverse testate.

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