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Se i tuoi figli non guardano Bluey non sei nessuno

Nell’affollato panorama dei cartoni animati per i più piccoli, da qualche tempo c’è un oggetto alieno. Una serie che prende sul serio il gioco, racconta cose vere, sceglie strade difficili. Anche con i cani.

La lunga stagione della quality tv è stata alimentata, tra le altre cose, anche da una trasformazione nei consumi che ha consentito alla fruizione televisiva di diventare quasi uno status symbol. Il consumo seriale, molto più di quello cinematografico o letterario, è stato per tantissimi un modo di definire se stessi in base a visioni simili a quelle degli altri, ma su un differente piano culturale. E quasi alla fine dell’era della quality tv, cioè nel 2018, è arrivato Bluey.

Bluey è un passo più in là rispetto ai contenuti per bambini ed è anche un passo più in là rispetto ai contenuti per bambini che, ogni tanto, danno una gomitata ai genitori con gag, battute e riferimenti che possono cogliere solo loro. Bluey è un cartone animato con puntate da 7 minuti e stagioni da 50 episodi in cui, con i toni buoni per un pubblico tra i 4 e i 10 anni, viene raccontato tutto quello che di solito si racconta nelle sitcom per adulti: sono storie di famiglia in cui, di quello che avviene nello sfondo della vita di un bambino, non è cancellato o edulcorato quasi nulla. La quality tv si è sempre definita come “adulta” ma ha riguardato anche produzioni per ragazzi (Adventure Time, SpongeBob e in un certo senso Rick and Morty), senza mai avventurarsi nel territorio dei più piccoli. Bluey è stato il primo a farlo, portando lo stile narrativo della quality nell’universo audiovisivo per bambini.

Cani di qualità

Al centro di Bluey c’è una famiglia di cani in un mondo in cui tutti sono cani, e può accadere che in una puntata arrivi la zia, che si vede solo raramente, con un regalo per i bambini (i veri protagonisti). Mentre i bambini si divertono con il dono, si intuisce, tra battute e sguardi, che la zia li frequenta di rado perché a lungo ha provato ad avere figli senza riuscirci e il contatto con loro la porta a rivivere il trauma. Si percepisce anche che la madre di Bluey, Chilli, vive con sofferenza questa dinamica, ma comprende le motivazioni della sorella. Non è una strizzata d’occhio agli adulti, ma un racconto parallelo che riguarda il loro mondo e il loro essere genitori, tanto quanto il racconto dei giochi riguarda i bambini. La differenza principale con gli ammiccamenti ironici sta nel fatto che si tratta di un livello di lettura più sofisticato, ma non per questo precluso ai più piccoli.

Non si usano parole difficili né si citano questioni che un bambino non possa capire: quei dettagli sono parte del racconto e li si può notare come si farebbe nel mondo reale. Del resto Bluey nasce per adulti. La sua prima versione era una serie non diretta ai bambini, e solo in seguito ad alcuni cambiamenti il focus (e quindi il tono) si sono adattati ai più piccoli. Bluey è una serie ponderosa che non ha un atteggiamento ponderoso, e come tale è un fenomeno di costume hipster. Per genitori hipster, si intende. È il tipo di produzione animata che tutti desiderano che i loro figli guardino, nell’illusione che questa forma di racconto che non li fa sentire esclusi grazie all’ampio utilizzo di citazioni e riferimenti culturali come quelli a Guerre stellari, sia il tanto agognato “intrattenimento intelligente”. Di certo Bluey intelligente lo è: è il cartone per bambini sotto i 10 anni più sofisticato e denso di livelli di lettura che esista in giro. Rispetto ai suoi concorrenti come Paw Patrol (cani repubblicani impiegati in vari settore delle forze dell’ordine che guidano mezzi armati per mantenere l’ordine e far rispettare le regole) o ancora peggio Bing (un coniglietto in computer grafica elementare con una coscienza personificata al suo fianco che lo bacchetta come fosse un genitore moralizzante), Bluey è un prodotto d’autore in un sistema mediale che sempre più differenzia tra produzioni “autoriali”, da piattaforma, e produzioni mainstream, formulaiche e popolari.

Bluey è un passo più in là rispetto ai contenuti per bambini ed è anche un passo più in là rispetto ai contenuti per bambini che ogni tanto danno una gomitata ai genitori con gag, battute e riferimenti che possono cogliere solo loro. Racconta tutto quello che di solito si racconta nelle sitcom per adulti. Sono storie di famiglia, storie di bambini, in cui non è cancellato o edulcorato quasi nulla.

Quando a Bluey cade un dente, c’è qualcosa da dire sul capitalismo esasperato dei nostri anni. Quando Bluey e la sorella Bingo vogliono un gelato e il papà, con un gioco, fa di tutto per farglielo sudare, c’è un’idea molto profonda di soddisfazione, umanità e fallimento. Fin dalla prima puntata è chiaro che tutti i personaggi faranno sempre finta che i giochi siano la realtà, che se qualcuno è immobilizzato per gioco allora questi farà di tutto per non muoversi, e che se c’è una penitenza da fare allora la farà anche in contesti in cui non sarebbe il caso. È una serie in cui tutti sanno bene che ciò che stanno facendo è pura finzione, un gioco, ma anche che si tratta di un artificio da prendere sul serio, senza esplicitarne la natura effimera: è su questa complicità che si fonda il delicato equilibrio della rappresentazione del gioco e, quindi, della serie stessa. Il primo episodio imposta questa idea. Sappiamo tutti che non c’è la magia, ma faremo di tutto per far finta che ci sia. Una versione molto più sofisticata dei patti finzionali stretti nei prodotti per bambini.

Piace alla gente che piace

Il carattere sofisticato e complesso di Bluey, fa sì che la serie abbia portato genitori (e bambini) a sviluppare un meccanismo di coltivazione dell’elitarismo. Sono un esempio le numerose celebrities appassionate del cartone: Ryan Gosling e Eva Mendes hanno dichiarato di essere fan di Bluey e di far vedere solo quello alla loro prole. Billy Joel ha fatto una festa a tema Bluey per la figlia. Natalie Portman ha doppiato per una puntata un personaggio per fare piacere alle figlie e lo stesso ha fatto anche Lin Manuel Miranda. Tarantino no, lui è sul carro di Peppa Pig, cosa che in fondo rientra perfettamente nello spirito del più grande divulgatore di cinema di serie B. È il medesimo meccanismo che a un certo punto portò I Simpson a essere una bandiera del consumo consapevole di televisione, presentandosi come una serie che criticava la tv e che poteva quindi essere guardata senza senso di colpa, la preferita di chi voleva fare intendere di aver capito tutto dei media e di non esserne dominato. Non è un caso che Bluey abbia un podcast a sé dedicato e che si tratti di un podcast per adulti.

Bluey è figlio di un processo produttivo tutto suo, che proprio in virtù di questo sovverte molte regole non scritte. Produrre qualcosa di animato (un film come una serie) non è come produrre qualcosa di live action (con attori), è proprio un altro processo, con altri tempi. È una catena di montaggio nella quale non si può tornare indietro (nel cinema con attori in carne e ossa sì, le battute si cambiano all’ultimo, sul set, e con il montaggio e gli effetti visivi poi si può invertire, cambiare o migliorare la storia) e l’unica maniera di innovare, migliorare o cambiare il risultato finale, cioè l’unica maniera di fare cartoni migliori, è intervenire sul processo. Lo avevano dimostrato I Simpson, che potevano permettersi inquadrature particolari e variazioni rispetto alla solita gabbia dell’animazione per la tv perché Brad Bird aveva inventato un flusso produttivo diverso. E lo ha dimostrato Pixar, che iniziando a fare animazione in computer grafica da subito ha dovuto elaborare un nuovo flusso produttivo, affinato negli anni e migliorato proprio da Brad Bird, comprato a peso d’oro e messo a lavorare con loro a partire da Gli incredibili.

Per creare una serie di animazione in un Paese, l’Australia, che di suo non sarebbe attrezzato, il creatore di Bluey, Joe Brumm, ha dovuto farlo a conduzione familiare (per quanto questo possa essere possibile in una forma che richiede tantissima forza lavoro come l’animazione), portando qualcosa di solitamente industriale più vicino alla creazione indipendente e personale. Per fare un paragone abusato, Bluey è l’equivalente di Fleabag. Proprio come quella serie, ha una mente centrale e una prospettiva fortemente autoriale, e ce l’ha perché esercita un controllo diverso rispetto al modo in cui di solito si fanno le serie animate. L’unico sceneggiatore è il suo creatore, Brumm, gli storyboard sono di sua moglie Suzy, il doppiaggio lo fanno tra gli altri la madre di Brumm e il fratello, che è anche responsabile del sound design. Se la creatività nell’animazione sta nel processo, allora in un certo senso questo è il prodotto finale. In Bluey la maggior parte dell’energia è indirizzata verso una produzione “sartoriale”, non tanto nel disegno (anzi!) ma nella cura dei dettagli. Là dove tutte le serie animate hanno alcuni temi musicali che si ripetono e ne costituiscono la bandiera più riconoscibile, ogni episodio di Bluey ha il suo sound design e il suo score, unico. Nessuna storia suona come le altre.

Da Peppa a Bluey

L’opposto esatto del grande successo del decennio precedente: Peppa Pig, la produzione britannica che in 9 stagioni, dal 2004 a oggi, ha impostato uno standard nuovo per la narrazione per bambini, lo stesso da cui è partita l’idea di Bluey. Nel corso degli anni 2000 Joe Brumm ha infatti lavorato come animatore per diverse serie inglesi e Peppa Pig è stato il suo ultimo lavoro prima di decidere di tornare in Australia, nel 2009, per creare qualcosa di suo: un Peppa Pig australiano con uno studio di animazione ad hoc, creato per l’occasione. Si spiega così perché Peppa Pig e Bluey condividano alcuni tratti salienti: anche Bluey ha come protagonista una famiglia di animali antropomorfi composta da quattro membri, che Brumm ha ideato ispirandosi alla sua famiglia e alle sue due figlie, e con uno spiccato senso dell’umorismo adatto anche agli adulti, entrambe caratteristiche che si ritrovano nelle due serie d’animazione.

È una serie in cui tutti sanno bene che ciò che stanno facendo è finzione, gioco, ma in cui tutti quanti sanno anche bene che non va dichiarato, altrimenti si rompe l’equilibrio che appartiene al giocare e a questo punto appartiene anche alla serie. Il primo episodio imposta questa idea. Sappiamo tutti che non c’è la magia, ma faremo di tutto per far finta che ci sia. Una versione molto più sofisticata dei patti finzionali stretti nei prodotti per bambini.

Ciò in cui invece Bluey si distacca da Peppa Pig, già dal pitch, è che non ci sono avventure, non ci sono intrecci o i consueti eventi tra l’ordinario e lo straordinario in ogni puntata. Non accade, insomma, che i personaggi incontrino la regina Elisabetta, facciano un viaggio in fondo al mare, partecipino a dei giganteschi giochi sportivi e via dicendo. Ogni puntata di Bluey ruota attorno a un gioco diverso che le bambine fanno coinvolgendo i propri genitori, soprattutto il padre. Questa dinamica si ispira a una delle tendenze più diffuse nel mondo della produzione per l’infanzia (e non è difficile capirne il motivo di marketing): tantissimi canali YouTube per bambini si basano sul guardare qualcun altro giocare, mostrando i giocattoli e il loro utilizzo, creando nuove storie partendo da oggetti di consumo acquistabili. Bluey intercetta questa idea, aggiungendo al gioco una trama attorno a cui sviluppare la storia. 

Tutti i giochi delle prime stagioni di Bluey sono giochi che facevano le figlie di Joe Brumm, appuntati e segnati nelle loro regole più sciocche e negli svolgimenti più paradossali per ricamarci una piccola trama intorno. Spesso Bluey migliora i giochi di bambini, dandogli coerenza e la possibilità di funzionare laddove di solito le aspirazioni di chi gioca sono frustrate dall’impossibilità di riuscire davvero a simulare qualcosa in modo affidabile. Per esempio, quando Bluey e la sorella Bingo giocano in modo che se toccato il papà non si può più muovere, il papà per davvero non si muove, tiene fede al gioco creando problemi giganteschi che animano tutta la puntata. E quando giocano a nascondino tutti rimangono nascosti fino a che Bluey non li trova, anche se lei si distrae e comincia a fare altro. Un corollario di avere il gioco al centro della trama è che, per avere un senso, deve essere sempre preso sul serio da tutti.

Popolarità

Ci ha messo poco Bluey a diventare noto. Già all’uscita della seconda stagione, nel 2020, era il beniamino della critica e gli venivano dedicati articoli sui giornali. Il grosso delle stagioni di Bluey è composto da puntate in cui le bambine giocano e giocando esplorano il mondo. Occasionalmente, però, fanno capolino episodi particolari, più ambiziosi, come quello in cui Bingo, la piccola delle due figlie, in una notte si rende indipendente dai genitori e va a dormire per la prima volta da sola, senza madre. L’episodio si trasforma in un’odissea, tra sogni che sublimano le paure e l’eccitazione di essere indipendenti, senza però tralasciare il racconto delle emozioni vissute dalla madre nel distaccarsi dalla figlia, in un intreccio narrativo che dona una speciale tridimensionalità emotiva alla puntata. Oppure l’episodio in cui un amico di Bluey va a giocare a casa sua, finendo per trascorrere del tempo con il padre della protagonista, sempre partecipe e pieno di idee per giochi nuovi, per poi tornare alla propria abitazione e scontrarsi con l’attitudine completamente diversa di suo padre, più incline al lavoro che allo svago, ma con cui alla fine riuscirà a instaurare un modo diverso di giocare. Questioni della vita dei bambini (e dei genitori) che nessun altro affronta. Ed esplorare ambiti, sensazioni e contraddizioni che altri trascurano è, ancora, uno dei tratti distintivi della quality tv.


Gabriele Niola

Giornalista e critico di cinema, videogiochi e webserie, è stato selezionatore della sezione Extra del Festival del Film di Roma e per il Taormina Film Fest. Scrive per MyMovies, BadTaste, Wired, Leggo, Fanpage e i 400calci.

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