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Elogio del divano

Non c’è mobile più iconico, vissuto e rappresentato nella cultura occidentale del divano. Spazio quotidiano di socialità e introspezione, ne ripercorriamo l’iconografia attraverso l’arte, la letteratura e la televisione.

Negli anni di massima gloria, quelli in cui prometteva di spogliarsi se la Roma avesse vinto lo scudetto, Sabrina Ferilli diventa testimonial di un marchio che fino a quel momento non si era esposto ma che ci avrebbe bombardato fino a oggi. Con il greve gioco di parole in romanesco “Beato chi so fa, il sofà”, Ferilli pubblicizza Poltronesofà accarezzando appassionatamente le cuciture di un divano. È il 2011, quindi questo è uno spot per la tv. Parla di un divano e lo guardiamo seduti sul divano. Da lì in poi, quasi ogni pausa pubblicitaria avrà uno spot di Poltronesofà e una giostra di vip (da Gerry Scotti ad Amadeus) che non fanno altro che ricordarci dove siamo seduti e come potremmo starci meglio. Poltronesofà non ha tutti i torti, il divano è importante.

La maggior parte del tempo che trascorriamo in casa da svegli lo passiamo lì. La maggior parte dei contenuti – che siano libri, film, serie tv o articoli su un pezzo di mobilio – li fruiamo da lì. Anche se non ci pensiamo, inconsapevolmente abbiamo fatto una scelta: non siamo a letto, non siamo seduti su una poltrona o su una sedia o a terra. E questa scelta la fa quotidianamente tutto il mondo occidentale e, di conseguenza, gran parte dell’industria culturale e dell’intrattenimento. Senza divano non esisterebbero grandi classici della tv – le sitcom in primis –, dell’arte e della letteratura e noi non li guarderemmo o leggeremmo con lo stesso abbandono. Senza divano, non ci concederemmo un po’ di sana pigrizia, non rifletteremmo abbastanza e sapremmo molto meno di noi e della nostra società (anche se forse avremmo una postura migliore). 

Il protagonista silenzioso

Se siete della mia generazione, ci sono buone probabilità che negli anni Novanta, poco prima di cena, guardaste Friends. Seduti sul divano, vedevate, già a cominciare dalla sigla, un altro divano, quello arancione del Central Perk. Spesso al centro dell’inquadratura, è il collante tra i friends e potrebbe addirittura essere considerato il settimo amico. Vistoso, classico, un po’ consumato (era stato recuperato dal seminterrato della Warner Bros), è diventato un’icona. C’è anche, sebbene meno d’impatto, quello color panna della casa di Rachel e Monica. La maggior parte delle scene girate nel loro appartamento vede gli amici seduti lì. Siamo già a due divani. Friends raddoppia il mobile che solitamente è al centro delle sitcom. Fino a quel momento a I Robinson, a Pappa e ciccia o a Cuori senza età ne era bastato uno. Divertente, rassicurante, praticamente perfetto, oggi, a 30 anni dalla prima puntata, Friends è tra i contenuti più guardati di Netflix. Ma provate a immaginarvelo senza divani.

Homer incarna in maniera esasperata la società capitalistica, eppure ci rimanda, ingigantita, la nostra stessa immagine. Negli anni Novanta I Simpson andavano in onda subito dopo pranzo, e si sa dove si preferisce stare quando comincia la digestione.

O provate a immaginare i membri della famiglia Simpson senza il divano e la tv davanti. Per cominciare, non esisterebbe la sigla per come la conosciamo, con le sue 790 gag, una diversa per ogni puntata, che si chiudono sempre con Homer, Marge, Lisa, Bart e Maggie strizzati tra i braccioli. Nella gag di Attento mio Bart ingannatore (diciottesimo episodio della ventitreesima stagione), disegnata da Bill Plympton, addirittura il divano e Homer si innamorano e vivono una storia d’amore tormentata. In compagnia o da solo, Homer raggiunge il suo equilibrio quando è stravaccato sul divano a guardare la tv generalista, bere birra e mangiare junk food. Questo viene portato all’estremo nella puntata Maxi Homer, dove decide di diventare un super-obeso per poter lavorare da casa. Raggiunto il peso desiderato, indossa la “divisa” degli obesi – un vestito largo a fiori – e si siede soddisfatto sul divano, lasciando fare il lavoro di controllo della centrale nucleare a un picchio dal moto quasi perpetuo. In quella puntata, con il suo corpo extralarge, Homer incarna in maniera esasperata la società capitalistica, eppure ci rimanda, ingigantita, la nostra stessa immagine. Negli anni Novanta I Simpson andavano in onda subito dopo pranzo, e si sa dove si preferisce stare quando comincia la digestione. 

In una forma più ingentilita rispetto ai Simpson, anche Una mamma per amica ci mostra quasi in ogni puntata il reiterarsi di una tipica routine occidentale: Rory e Lorelay formano una famiglia moderna e non tradizionale, ma il loro quotidiano comprende un rito tradizionale fatto di divano, tv e cibo consolatorio. Negli stessi anni Beavis e Butt-Head si staccano a malapena dal sofà, dove se ne stanno a commentare video musicali. Nella puntata Couch-fishing, quando si mettono in testa di pescare, rubano una canna da pesca, recuperano una fetta di pizza preistorica da sotto i cuscini e lanciano la lenza fuori dalla finestra, senza nemmeno sognarsi di cercare un corso d’acqua (il bottino sono un procione e un ragazzino al quale l’amo si conficca in un dito). Come noi nella maggior parte delle volte, loro non scelgono coscientemente il divano. È semplicemente al centro della casa e della routine. Se c’è da pescare e non c’è l’acqua nelle vicinanze, si pescherà da lì.

Un mobile per pensare

Chi sceglie il divano coscientemente è invece Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Gončarov, che ci mette quasi duecento pagine per tirarsi su e provare a vivere (nel senso comune: lui una vita ce l’ha già, lì sopra). Oblomov si stende sul divano “non per […] rimanerci come un ceppo morto”, ma per riflettere e fantasticare, un’attività intellettiva che lo sfianca e che però è sempre meglio di lavorare: “poteva restarsene sul suo divano, ed era fiero di non dover presentare una relazione, o scrivere documenti, e di avere ampio spazio per i suoi sentimenti, per la fantasia” (traduzione di Emanuela Guercetti). 

Oblomov viene giudicato per questa sua abitudine, e quando cerca di interromperla deve nascondere alla fidanzata Ol’ga il fatto che il pomeriggio si concede ancora qualche ora sdraiato sul suo mobile preferito. Lo capisco. Quando qualcuno entra in soggiorno, anch’io mi tiro subito su dal divano, fingendo di essere attiva anche se ero stesa fino a un attimo prima. Per qualche motivo, è peggio di essere sorpresi a dormire al cinema.

Sebbene l’oblomovismo sia rappresentativo della società russa dell’epoca, una lettura sbarazzina del romanzo fa subito pensare a un fatalismo e un’inazione meridionali. E infatti Elias Canetti ne fa una questione etnica. Ne La lingua salvata, introduce brevemente un personaggio che unisce l’oblomovismo a una pigrizia che lo scrittore giudica “turca”: la nonna Canetti non si alza mai dal sofà, le uniche cose che fa sono bere caffè e fumare. Non parla neanche, geme ogni tanto. Quando brucia una casa nel vicinato e tutti corrono in strada, lei rimane nella sua postazione. Lo scrittore, che ha passato gran parte della sua vita in paesi di lingua e cultura tedesca, dopo aver valutato l’ipotesi che la nonna fosse (o si credesse) malata, conclude teutonicamente: “certo era molto, molto pigra, alla maniera orientale” (traduzione di Amina Pandolfi e Renata Colorni). Il silenzio dell’anziana Canetti però fa pensare a una lunga, ponderata riflessione filosofica, troppo alta per essere condivisa. 

Manet con la sua Olympia, Jean-Auguste-Dominique Ingres con La grande Odalisca, Toulouse-Lautrec con Il divano (appunto), Rousseau con Il sogno e molti altri hanno piazzato almeno una donna in vari stadi di svestizione su un divano.

A volte la riflessione non può avvenire in nessun altro posto. In una delle scene più famose della storia del cinema, Woody Allen, nei panni di Isaac, è sdraiato sul divano mentre detta a un registratore le dieci cose per le quali vale la pena vivere. (Forse Allen sceglie quella posizione e quel mobile per richiamare il lettino dello psicanalista, compensando il fatto che in Manhattan, stranamente, nessun personaggio va a fare una seduta psicanalitica). Quando arriva all’ultima ragione per cui vivere – il viso di Stacey –, Isaac si alza per andare a raggiungere la ragazza prima che parta per l’Europa. Stare sul divano produce un’epifania, convince Isaac ad agire. Non sempre, dunque, è sinonimo di pura pigrizia. D’altra parte, i funzionari del Divano di Istanbul – l’organo governativo da cui proviene il termine – legiferavano e prendevano decisioni malgrado fossero mollemente adagiati sui cuscini, e di decisioni da prendere ce n’erano tante in un impero vasto come quello ottomano.

Divani d’autore

Questa atmosfera levantina viene recuperata dagli artisti francesi dell’Ottocento che trovano nel divano il prop perfetto per ritrarre una sfilza di signorine della vita notturna parigina. Manet con la sua Olympia, Jean-Auguste-Dominique Ingres con La grande Odalisca, Toulouse-Lautrec con Il divano (appunto), Rousseau con Il sogno e molti altri hanno piazzato almeno una donna in vari stadi di svestizione su un divano. Finché non è arrivato Magritte che ha parodiato questa moda dipingendo un sofà con una bara seduta sopra, al posto della bella debosciata di turno: Perspective: Madame Récamier de David, che si rifà al ritratto Madame Récamier di Jacques-Louis David. È una variazione sul tema, un po’ come una gag dei Simpson.

Siamo nel 1950, quattro anni dopo morirà Colette, che ha scritto sul divano i suoi ultimi libri perché semi paralizzata. Da lì riceveva gli intellettuali dell’epoca, che andavano a trovarla nel suo appartamento al Palais Royal. Ci sono diverse foto di lei su questo sofà. In una stringe due gatti, compagni ideali di questo stile di vita semi-sdraiato. È un’immagine che ne evoca molte altre: Hemingway che sonnecchia sul sofà con un micio addosso e uno accanto, Borges e il suo gatto nero, Natalia Ginzburg appoggiata al bracciolo con i suoi due siamesi, Matisse che disegna su un supporto adattato al suo divano e guarda dolcemente i suoi due soriani, Cartier-Bresson che improvvisa un sofà stendendo un lungo cuscino per terra per sé e il suo gatto, Donna Tartt col suo carlino. Immagini di indolenza “turca”, eppure questi artisti e scrittori hanno prodotto molti dei capolavori del Novecento. Per loro bisognerebbe parafrasare Conrad: “Come faccio a spiegare che quando sono sdraiato sul divano sto lavorando?”.


Francesca Mastruzzo

Traduttrice ed editor, collabora con diverse testate.

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