Una volta, là fuori c’era entusiasmo sincero. L’evoluzione delle serie e l’evoluzione delle piattaforme digitali, intrecciandosi, hanno dato forza alle comunità di fandom. Che ora però sembrano aver assorbito i difetti di entrambi gli ingredienti.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNumero 30 -Serial Fatigue delottobre 2024
La differenza tra i fan di una popstar e quelli di una serie tv è che i primi sviluppano un’intensa relazione parasociale con un artista, che rimane pur sempre una persona in carne e ossa, che si esibisce durante quei grandi rituali di massa che chiamiamo concerti; i fan delle serie tv, invece, vivono la loro relazione parasociale con un racconto di finzione a puntate e, fino all’avvento di internet, l’unico modo che hanno avuto per sperimentare nella realtà questo attaccamento a mondi immaginari è stato di incontrarsi nei raduni, magari in versione cosplayer. In ogni caso, internet ha cambiato per tutti il modo di essere fan. Quelli delle popstar hanno potuto immergersi nella loro ossessione per l’artista grazie all’orizzontalità artificiale dei social. Nelle convention dei fan delle serie tv, invece, il momento di escapismo aveva comunque un inizio e una fine, e anche la pratica del cosplaying quasi attestava la limitatezza della realizzazione nel mondo reale delle proprie fantasie. Forse è per questo motivo che la prima comunità di fan online a diventare rilevante non è stata di una popstar ma di una serie tv. Internet ha cambiato le carte in tavola, permettendo ai fan di interagire con le storie, entrandoci dentro; allo stesso tempo però serviva una serie tv che avesse porte d’ingresso semantiche. Nel 2004 si realizza il matrimonio perfetto: il mondo di Lost si scontra con il mondo di internet, ed entrambi si rendono conto di essere l’uno il riflesso dell’altro. Questo incastro di mondi è reso possibile dal fatto che Lost è una serie aperta, con una trama permeabile non perfettamente strutturata come quella, per esempio, di Breaking Bad. È lo studioso americano Henry Jenkins a canonizzare il fandom di Lost, parlando di appropriazione da parte dei fan dei materiali della cultura di massa: è l’inizio della cultura partecipativa. Non è tanto la trama, ma sono piuttosto la struttura dell’isola e le relazioni dei personaggi all’interno del gruppo a rendere Lost una serie che si presta a essere colonizzata da entità esterne, che abitano in un mondo del tutto simile, internet.
L’incontro tra Lost e internet
Cos’è infatti, Lost se non una metafora dell’uomo novecentesco che, grazie alla tecnologia, pensa di essere traghettato verso un nuovo mondo dove regnano il benessere e il progresso, e invece si ritrova su un’isola sperduta, dove regna la confusione, da cui sembra impossibile fuggire? Come sull’isola, così nel mondo online, i naufraghi si organizzano in una comunità, con un leader che assegna compiti e ruoli, iniziando il peregrinare alla ricerca di senso in un contesto che sembra non averne. I losties non sono solo i personaggi che si muovono nella serie, ma le persone che fanno parte della community dei fan di Lost. I due mondi, quello di Lost e quello online, hanno molto in comune: il collasso del contesto, la circolarità del tempo, la simbologia che subisce continua risemantizzazione. L’estetica di Lost è duale. Da un lato c’è lo scenario naturale, con il paesaggio che sembra reale ma forse è solo il ricordo della realtà. Dall’altro, dietro botole, spiragli, tunnel da percorrere, ci si ritrova in ambienti con schermi, bobine, fax, luci, manopole, generatori d’energia. I suoni meccanici, di catene, i rumori di una sirena che si sentono quando si avvicina il “mostro di fumo” quasi anticipano le backrooms e le entità maligne come Siren Head.
I losties rappresentano il primo fandom legato a una serie tv che passa dall’essere sottocultura al diventare mainstream. Lo sciame dei fan si ferma per la visione della puntata, ricomincia a muoversi online dopo che la puntata è finita, crea esponenzialmente nuove storie e teorie agganciate allo storytelling ufficiale.
I losties diventano in breve tempo una community online gigantesca, eterogenea, internazionale, che si muove a sciami tra forum e blog; il primo fandom legato a una serie tv che passa dall’essere sottocultura al diventare mainstream. Lo sciame dei fan si ferma per la visione della puntata, ricomincia a muoversi online dopo che la puntata è finita, crea esponenzialmente nuove storie e teorie agganciate allo storytelling ufficiale. Nasce così Lostpedia, una piattaforma simile a Wikipedia ma tutta dedicata alla serie, i cui sviluppi narrativi, sfuggiti dalle mani dei creatori ufficiali, si fanno enciclopedici. Gli autori stessi iniziano ad attingere o comunque a farsi influenzare da quello che succede online, sia sulla scrittura della sceneggiatura, sia spingendosi fino alla creazione di un Alternate Reality Game (Arg), collegando ufficialmente il mondo di Lost con quello di internet, ed entrambi al mondo reale.
A seguire, in tanti
Di quest’esperienza epocale hanno fatto tesoro le serie tv successive, anche se nel frattempo i forum e i blog erano stati sostituiti dai social network. L’erede di Lost è soprattutto Il trono di spade, la cui fruizione online si svincola dal circuito chiuso dei forum, affidando la logica metanarrativa e il commento agli hashtag del second screen, di Twitter. Ma è su un altro social network, cioè Tumblr, che stava avvenendo qualcosa di ancora più interessante: nel 2010 andava in onda su Bbc Sherlock, una serie basata su un adattamento in chiave contemporanea dei racconti di Arthur Conan Doyle. Nello stesso momento, Tumblr, piattaforma di micro-blogging che permetteva anche di raggruppare gli argomenti attraverso gli hashtag (come su Twitter), era al picco della sua rilevanza culturale. L’incontro di Sherlock con Tumblr ha dato il via alla creazione di un fandom legato a una serie tv con una community composta in maggioranza da giovani donne, alcune ancora adolescenti, che presto si sarebbe tramutata in standom, per via del livello di ossessività delle partecipanti: non è un’esagerazione dire che ogni singolo frame delle quattro stagioni di Sherlock è stato trasformato in gif. A differenza dei losties, il cui lavorio era dedicato principalmente alla costruzione di storie parallele e alla decriptazione delle simbologie, le stan di Sherlock lavoravano di fantasia sulla ship tra Sherlock Holmes e John Watson (una relationship coatta tra personaggi, indicata con la crasi dei nomi dei personaggi, qui Johnlock). Nella serie non c’era mai stata nessuna relazione tra Sherlock e Watson, ma le stan ci credevano lo stesso e lo manifestavano online: se i due si fossero baciati sulla Bbc, nel Regno Unito l’omofobia sarebbe finita. Nello standom di Sherlock c’erano comunque anche stan che non aderivano a questa visione, e magari avevano congegnato altre ship, ma chi non aderiva alla lettura principale era bullizzata, bollata come omofoba, doxata (cioè “infamata” attraverso la rivelazione di informazioni private). Le johnlockers non solo hanno dato un anticipo della tossicità stan, ma ne hanno anche definito l’estetica con la creazione di tumblog con interi set di gif e di video brevi nel tipico stile fancam, cioè corredati da stelline e cuori, a sostegno delle fanfiction che nel frattempo scrivevano shippando i personaggi. Anche l’attore principale di Sherlock, Benedict Cumberbatch, ha beneficiato di questo furore online, elevato ai massimi livelli della celebrità senza che facesse nulla di particolarmente diverso rispetto ad altri attori, salvo essere poi “cancellato” dal suo stesso standom per aver detto qualche anno dopo una frase ritenuta “razzista”. Ancora oggi, se si apre Tumblr è molto probabile che nella pagina principale siano presenti contenuti dall’universo Sherlock e fancam create dalle cumberbitch (le stan di Cumberbatch), innamorate ossessivamente di un attore che interpreta personaggi dall’aspetto strano, lunatici e iper-intellettuali.
Cose strane
Arrivati al 2016, i fandom cambiano di nuovo aspetto: lontanissima ormai l’era dei forum e dei blog, finito anche il picco di popolarità di Tumblr, ci si concentra soprattutto nei gruppi Facebook (che però Mark Zuckerberg in un certo senso “blinda” dal mondo online esterno), su Twitter (dove le conversazioni sugli hashtag crescono esponenzialmente), e soprattutto su Instagram. Le serie Netflix parlano prima di tutto alle community online grazie a serrate operazioni di social media marketing, internazionali e localizzate sui vari Paesi; i fandom sono un fenomeno globale riconosciuto. È in questo scenario che irrompe sulla scena la prima stagione di Stranger Things, la serie che “sblocca ricordi” mai avuti, o legati ai troppi prodotti culturali consumati dai millennial; una serie che, grazie al contributo di Instagram e all’ascesa dell’influencer economy, canonizza appunto la millennial aesthetic fatta di videogiochi arcade, musica anni Ottanta, film cult come E.T. e I Goonies. Ad Halloween 2016, il costume più virale e riprodotto dalle influencer di spicco (in Italia anche da Chiara Ferragni), è proprio quello di Eleven, la bambina con i poteri telecinetici. La trama di Stranger Things ripropone una cupa visione gnostica del mondo, già precedentemente offerta proprio da Lost. Online, la variegata fanbase di Stranger Things fa rifiorire teorie del complotto e ricomincia con il lavorio di decriptazione delle simbologie, solo che stavolta sono i fratelli Duffer, gli autori, ad ammettere di aver pescato da vecchie teorie del complotto che avevano letto online nei primi anni Zero. La coralità della storia, le innumerevoli sottotrame, la giovane età dei personaggi, scelti con accurati e meticolosi casting, fanno sì che online ogni personaggio sia shippato con qualsiasi altro personaggio. Gli autori ormai sanno quale deve essere la principale caratteristica da prendere in considerazione: l’ambiguità sessuale che deve riflettersi principalmente nell’aspetto. Eleven è una ragazzina androgina, Will è un ragazzino dai tratti femminili, Mike ha l’aspetto di un giovanissimo “twink”: in pratica la sessualità queer è la base su cui si dipana la trama principale di Stranger Things nonché la benzina che alimenta i fandom online. A questo punto, la sensazione è che la creazione di community sia un fenomeno non più spontaneo, con le persone che volevano sinceramente ritrovarsi nello stesso posto, anche se virtuale, per condividere insieme la stessa passione, ma creato artificialmente, usando il giusto mix di piattaforme e temi, piegando la trama a quello che si aspetta un’audience sempre più esigente.
La piramide del coinvolgimento
I fandom e le serie tv ormai sono un binomio inscindibile e nel 2020 compiono l’ennesima evoluzione grazie all’ascesa di un’altra piattaforma, che non vuole più essere chiamata social ma intrattenimento, TikTok. Un caso di grande successo è italiano: Mare fuori, una serie tv basata sulle storie di giovani ragazzi detenuti in un carcere campano alla ricerca di riscatto. La prima stagione trasmessa su Raidue riceve una tiepida accoglienza ma su RaiPlay si assesta al primo posto e lì rimane grazie alla spinta delle fanbase online appartenenti alla Gen Z, finché nel 2022 anche Netflix acquista le prime due stagioni. A quel punto il successo diventa internazionale, sulla falsariga della parabola de La casa di carta. I prodotti culturali subiscono il giogo dei fandom online, fattore chiave che ne determina il successo mainstream. In questo senso Mare fuori è un esempio perfetto: gli attori diventano veri e propri influencer, e sui loro canali (soprattutto TikTok e Instagram) pubblicano costantemente contenuti extra, incoraggiando le ship. La Gen Z semplicemente raccoglie quello che era già stato seminato: non c’è bisogno di preparare a tavolino nessun alternate reality game, perché ormai la vita delle persone sembra essa stessa un alternate reality game, con un’organizzazione piramidale dove in cima ci sono le celebrità, gli attori e i tiktoker, subito sotto i trash o tea account (che si occupano di fare gossip e informazione su quello che piace alla Gen Z e sulla vita delle celeb), a metà i fandom e standom, e alla base gli utenti comuni.
Di fatto, il fandom smette di essere una community e diventa un fenomeno performativo legato all’algoritmo, con le ship, le fanfiction e le ipotesi di complotti che si consumano nel giro di qualche stagione. Difficilmente si ripeterà un fenomeno come quello di Lost. Irripetibile sarà l’incontro tra la piattaforma giusta al momento giunto e la serie tv giusta al momento giusto.
Arrivati al 2024, la quarta stagione di Mare fuori sembra farci vedere il futuro delle serie tv: un ciclo dell’hype sempre più breve, community che si fanno e si disfano nel giro di qualche anno, sceneggiature che sembrano prendere una piega sempre più algoritmica, con storie standardizzate e ripetitive, perché il successo online deve essere perseguito a ogni costo e i drama nei fandom vanno alimentati. Il tipo di comunità che si era creata intorno a Lost, partecipativa e attiva dal basso, sembra quasi sparito; TikTok e Instagram eliminano gli spazi di riflessione e analisi tipici dei forum, la critica amatoriale non ha più un posto formale dove esprimersi, l’espansione delle narrazioni perde centralità. Netflix elimina l’appuntamento settimanale fisso: la serie tv va bingiata, consumata in maniera veloce, e nessuno ha più il tempo di rifletterci troppo a lungo. I nuovi content creator certamente provano a lanciarsi in creazione di contenuti laterali, come imitazioni degli attori, o analisi di vario tipo (per esempio, in Mare fuori c’erano avvocati che analizzavano la presumibilità di reati e condanne che si vedevano nella serie), ma alla fine sembrano parlare (o meglio: esibirsi) da soli. Di fatto, il fandom smette di essere una community e diventa un fenomeno performativo legato all’algoritmo, con le ship, le fanfiction e le ipotesi di complotti che si consumano nel giro di qualche stagione. Difficilmente si ripeterà un fenomeno come quello di Lost. Irripetibile sarà l’incontro tra la piattaforma giusta al momento giunto e la serie tv giusta al momento giusto. Quello che non si dice spesso, infatti, è che la struttura dei fandom è profondamente influenzata dalla struttura delle piattaforme in cui nascono, oltre che dalla storia a cui si agganciano: entrambi ne determinano o la riuscita e prolificità (come in Lost) o la tossicità (come per Sherlock). Come fare per uscire da quest’impasse e quale sarà il futuro delle community delle serie tv? Forse toccherà mettere una bomba sotto la botola. O forse, come in Lost, erano già tutti morti dall’inizio.
Laura Fontana
Lavora da più di dieci anni come esperta di comunicazione digitale per brand nazionali e internazionali. Si occupa di società digitale e analisi del web. Scrive di internet e pop culture, influencer e creator economy su Rivista Studio e altri magazine.
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