Dopo anni di storie “elevate”, impegnate e moralizzanti, l’interesse verso un cinema horror dai temi sociali sbiadisce nella ripetizione di formule esauste e trattamenti controversi. Storia di un genere che ha provato a unire consapevolezza e terrore, con risultati discutibili.
Possiamo parlare di paura. Possiamo parlare di seduzione. Possiamo parlare di test attitudinali auto-imposti, o di piccoli riti iniziatici il cui scopo finale è stabilire quanto una persona accetta di spingersi oltre, per mettere alla prova il proprio sistema nervoso. Rimane il fatto che il pubblico medio di “un thriller” o “un horror” perdona molto al genere, moltissimo, fino al momento in cui si stanca perché sente che gli è stato mancato di rispetto, e allora prende e se ne va, di norma per ricominciare tutto da capo con un altro filone thriller/horror più promettente strillando “oh finalmente un po’ di vita”. E questa non è una metafora delle relazioni tossiche, è un dato di fatto. Ma siccome un’analisi critica non può appoggiarsi sull’esperienza vissuta, quando un filone mostra segni di cedimento improvviso, dopo anni in cui sembrava l’unica pista percorribile, è bene fermarsi un attimo a tracciare l’ascesa e la caduta di quel filone. Ed è bene chiederci quanto un filone abbia mai soddisfatto un bisogno profondo del pubblico, e quanto sia stato tutto una frenesia speculativa nata dal desiderio di stare al passo con la concorrenza.
Nobilitare l’horror
Il genere chiamato elevated horror, a volte noto come social thriller, ha dominato la conversazione produttiva per un arco di circa cinque anni. È partito ufficialmente con Get Out (2017), e per un arco di cinque-sei interminabili anni la parola d’ordine per accasare un prodotto di finzione è stata l’obbligo di nobilitare il materiale di base parlando di temi sociali. Per cui un romanzo, un film o una serie tv di paura non potevano restare solamente tali, ma dovevano essere anche una metafora dell’oppressione. E quindi sono entrati in campo il razzismo, la misoginia, l’omofobia, l’estinzione sempre imminente, il patriarcato, il capitalismo, e via, e via. Questa ondata è stata una reazione culturale alla prima presidenza Trump – una reazione in massima parte di facciata – e ha avuto un termine ufficiale quando un film di clown assassini senza movente e senza l’ombra di una metafora è diventata un fenomeno di costume grazie al passaparola che poi l’ha trasformato in un successo finanziario macroscopico. (Ne hanno girati tre. Per ora.)
Tralasciando l’ovvio – si realizzavano storie di paura con appiccicata sopra la pecetta “attuale!” da decenni, perché da quando esiste un panico morale esiste il modo di lucrarci sopra: la stessa invenzione della final girl come scintillante concetto accademico si deve a una tediosa marea di film a basso costo nati sulla scia di Non aprite quella porta e soprattutto del primo Halloween; io sento “metafora di un problema più ampio” e sono già in ascensore – alcune storie con il timbro elevated hanno sì intercettato un pubblico curioso o disponibile, ma altre sono piombate nel vuoto più vuoto. Cosa abbiamo imparato? C’è stato un elemento cruciale a motivare una tale forbice?
Il genere chiamato elevated horror ha dominato la conversazione produttiva per un arco di circa cinque anni. E per un arco di cinque-sei anni la parola d’ordine per accasare un prodotto di finzione è stata l’obbligo di nobilitare il materiale di base parlando di temi sociali.
La trama di Get Out, per chi non era nella stanza nel 2017: ragazzo nero va a conoscere la famiglia bianca della fidanzata bianca; quella famiglia bianca progressista si rivela un’associazione a delinquere che traffica esseri umani da generazioni. La morale che eleva il materiale di base: a volte i cattivi sanno fingersi buoni. (Nel caso specifico, i cattivi si fingono buoni e inclusivi per meglio intrappolare innocenti uomini e donne di colore. Elevazione!) È un film costruito con relativo buon senso, dove il protagonista ha una spalla comica che alla primissima avvisaglia di pericolo gli urla al telefono “esci subito da quella casa”, facendo quindi consapevolmente le veci dello spettatore medio che sta già urlando istruzioni allo schermo: è stato scambiato per “un horror sul razzismo”, mentre era una variante su una matrice horror consolidata (nulla è come sembra), con un tasso di provocazione che non è stato possibile riprodurre con la stessa intensità nemmeno al suo stesso creatore. E se Get Out è andato tanto bene il merito non dichiarato andava a una campagna promozionale costosa (30 milioni di dollari, non ufficialmente), all’effetto novità e alla presenza di un popolare attore comico dietro alla macchina da presa, oltre che al tempismo dell’uscita (2017) per cui, a dirla crudissima, la gente inferocita per la prima elezione di Trump ha scelto di votare con i soldi, sposando la causa di un prodotto che lì e allora rappresentava una rivincita individuale. Intanto, però, il grande pubblico non ha mai visto i duecento cloni di Get Out imbastiti per tentare di vendere la stessa formula agli stessi interlocutori (“è come Get Out ma con [inserire categoria marginalizzata]”: questi li conosce soltanto chi si è incatenato alle miniere di sale). Un po’ perché le ondate hanno vita breve (ci torniamo tra poco), un po’ perché il limite di questa ondata è stato il pretendere obbedienza e fedeltà dal pubblico ignorando le braccia alzate a dire “stop, basta”.
Terrore impegnato
Come se il pendolo, presto o tardi, non sarebbe tornato indietro. Il canarino nella miniera è stato il reboot femminista di Black Christmas targato Blumhouse (2019) – non era nemmeno andato malissimo (spesi 5 milioni, incassati 18, “delusione” più che “disastro”), ma nessuno vuole parlarne per via di un’accoglienza riservata al prodotto da parte del pubblico degli appassionati che si riassumeva con “se vado al cinema non voglio farmi fare la predica per novanta minuti consecutivi” e “Santo Dio, sembra di guardare due persone che litigano su Internet”. È stato un horror blando ma è stato aggressivamente venduto come “un film sul danno intergenerazionale rappresentato dalla mascolinità tossica”, con due creative a bordo (regista e sceneggiatrice) che in raffiche di tweet poi semi-cancellati hanno imputato le critiche alla misoginia, quando non stavano sostenendo che il messaggio in questo caso specifico era più importante della qualità del prodotto – peccato che il concept di Black Christmas alla fine fosse sempre stato “studentesse minacciate da un pazzo omicida sotto Natale”, non un trampolino di lancio per sfoggiare l’oppressione a favore di camera. Al punto che uno non capisce, dall’esterno, quanto demonicamente un autore si fosse arroccato su determinate posizioni perché ci credeva, quanto abbia cominciato a crederci a furia di ripeterselo, quanto l’abbia fatto per nobilitare se stesso al posto del materiale, o magari per proteggersi da accuse di immoralità e superficialità.
(Elevazione!: Wes Craven potrebbe aver distillato decenni di duro lavoro in una formula rigida – “i miei horror sono una metafora della società” – perché al secondo giro era stufo di sentirsi dare del pornografo; molto tempo dopo, davanti a Black Christmas 2019 e ai conti che non tornavano, Blumhouse ha smesso subito di produrre “elevated horror femministi”. Anzi, l’azienda ha smesso di produrre elevated, punto, nonostante il filone l’avessero cavalcato loro per primi.)
Uno dei trucchetti segreti dell’elevated è il principio del “meno”: così come le inquadrature si svuotano, dando spazio a sempre meno corpi in scena per non dover pagare e gestire le comparse, ai realizzatori è stato imposto o suggerito di elevare il materiale di base ma sempre riducendo tutto a una storia con due/tre attori e un basso numero di location.
I limiti delle ondate, se è per quello, sono sempre gli stessi: i progetti spesso vengono affidati a creatori che non hanno mezzo lavoro simile nel curriculum, o che quei progetti se li sono commissionati da soli pur di piazzare qualcosa, che spesso trattano con sufficienza il materiale, lamentandosi delle circostanze per cui cercare di farsi strada nel mondo dell’intrattenimento comporta l’essere obbligati a maneggiare robaccia. Mentre se il lettore o lo spettatore medio di un prodotto categorizzato come thriller/horror ne ha visti o letti cinquanta volte di più di un realizzatore, l’oppressione sistemica gliela tira dietro. Avanti veloce.
Them (Amazon, 2021): serie tv macabra a tinte fortissime con protagonista una famiglia nera oppressa dalle forze del Male nel secondo dopoguerra, accoglienza entusiastica da parte di alcuni critici bianchi in vena di auto-flagellazione, per un prodotto rigettato in massa dal pubblico nero che quella serie tv in teoria doveva rappresentare, finalmente (le reazioni sono immortalate in People Did Not Hold Back After Watching The Trailer For “Them”: in breve, si va da “questa è pornografia del dolore” a “perché dovrei guardare dieci episodi sui traumi soprannaturali dei miei antenati, se il presente è già abbastanza difficile?”. Una seconda stagione della serie, distribuita con il sottotitolo The Scare ben tre anni dopo, per far dimenticare il debutto, ha avuto un’accoglienza positiva uniforme, ma è passata sotto relativo silenzio.) E qui volevo arrivare.
Trucchi e ondate dell’elevated
Il grande segreto delle ondate è che vanno sempre bene il titolo-apripista e un paio di titoli che hanno la fortuna di arrivare subito, sostanzialmente per caso. Tutto il resto magari entra in produzione perché sembra una scommessa meno azzardata della media, in un’industria famigerata per l’avversione al rischio, ma è destinato a risultare superfluo (se non molesto) agli occhi del suo stesso pubblico. Uno dei trucchetti segreti dell’elevated è stato il principio del “meno”: così come le inquadrature si svuotano, dando spazio a sempre meno corpi in scena per non dover pagare e gestire le comparse, ai realizzatori è stato imposto o suggerito di elevare il materiale di base ma sempre riducendo tutto a una storia con due/tre attori e un basso numero di location. Una pressione verso il “meno” che ha creato parecchi contenitori vuoti, con grandi temi che sembrano incarnarsi in un limbo privo di esseri umani (Synchronic). Possiamo parlare di “effetto bottle episode”, per chi conosce il mondo del racconto televisivo: un episodio bottiglia riduce gli spazi al minimo isolando i personaggi per una puntata. Può essere un modo di far esplodere conflitti latenti tra i personaggi proprio perché li obbliga a stare gomito a gomito (provo vergogna nell’ammettere che uno degli episodi bottiglia più familiari ai lettori di LINK potrebbe essere “la puntata di Dawson’s Creek con i protagonisti in biblioteca”, a propria volta clonata da un celebre film del passato, ma brillantemente utilizzata nella serie perché nei pochi episodi precedenti si erano accumulati i segreti e i risentimenti tra protagonisti molto giovani). Solo che l’episodio bottiglia piaceva – e piace – perché in media arriva una volta all’anno. Mentre ogni singola ondata di genere è una sorta di episodio bottiglia dove ne arrivano trecento tutti insieme.
Ci sono dei precedenti, certo. Pensiamo al found footage: c’era un titolo apripista (Blair Witch Project prima, Paranormal Activity dopo), c’erano mille progetti identici finché il filone tirava, c’è stata una fine ingloriosa per esaurimento della pazienza collettiva. Eppure, per lunghi anni oggi rimossi, il found footage era diventato l’unico modo di mandare un film in produzione, o così sembrava. Non è mai diventato un’ondata autonoma lo screenlife, o desktop horror, dove tutta l’azione è racchiusa dentro lo schermo di un portatile, ma anche lì abbiamo avuto il titolo spinto da un imponente battage pubblicitario – Unfriended – e tutto il prodotto realizzato per tenere bassi i costi, sovente mai distribuito su vasta scala. Perché “come facciamo a diventare ricchi tenendo bassi i costi?” è sempre la domanda dietro un’ondata: il found footage giocava con gli attori poco riconoscibili e i trucchi di montaggio, gli elevated horror hanno giocato con le storie scarne e i temi sociali, A24 stava rischiando di diventare un sinonimo di “bidone” dopo un paio di elevated mal pubblicizzati – It Comes at Night – e ha aggiustato il tiro aumentando i controlli di qualità, con un titolo che è andato meglio delle previsioni, X – bel film, per carità, ma si regge su un’alleanza di ferro tra il regista e il suo spettatore medio, con una ragazza bionda che viene sbranata da un alligatore, altro che urgenti temi sociali.
Ecco, vedete? Il pasticcio per cui uno spettatore medio si ritrova a dire “mi dispiace”, o, peggio, a chiedere scusa, invece di saltare avanti canterellando come quando era finito il torture porn, sta nel fatto che l’ondata elevated è riuscita nella doppia impresa di dare false speranze ad alcuni creatori in buona fede, mentre la pretesa di nobilitare il materiale di base si è tradotta in uno sguardo dall’alto in basso rivolto al pubblico medio, accusato di non essere abbastanza sveglio, quando non apertamente ostile al progresso della società. Non a caso, l’elevated thriller reazionario – non dichiarato ma piuttosto concreto – ha cercato di farlo quasi soltanto un produttore, Dallas Sonnier della Cinestate, che poi ha unito le forze con una società specializzata in contenuti video e audio esplicitamente politici dove gli obiettivi sono chiarissimi. Fino a quel punto, i progetti di Sonnier non erano proposti come “elevated niente” ma come “storie grintose per un pubblico adulto”. (Esempio emblematico, un thriller voluto da Sonnier, Shut In: sceneggiatura venduta nel 2018, in piena sbornia collettiva, film girato tre anni più tardi, la storia resta la stessa – ex tossica madre di due bimbi piccoli si ritrova sotto assedio nella casa di famiglia – ma vengono sottolineati alcuni dettagli di servizio, come la presenza di una Bibbia e di un crocifisso, significativi soltanto alla luce dell’assetto produttivo finale.)
Insomma, questa era la storia di come è scoppiata l’ennesima bolla. Non c’è stato niente di troppo strano, in fondo – quello che va in alto prima o poi deve tornare in basso – se non che la bolla è arrivata in un momento di reale agitazione collettiva, catalizzando il comprensibile desiderio di “usare la propria voce” per creare un fraintendimento gigantesco in termini di cosa fosse davvero una storia attuale e quanto fosse disposto a sopportare un pubblico notoriamente volubile prima di tagliare la corda.
Violetta Bellocchio
Autrice di Il corpo non dimentica (2014), ha fatto parte di L’età della febbre (2015), Ma il mondo, non era di tutti? (2016), ha curato l'antologia Quello che hai amato (2015) e la traduzione italiana di The Art of Rivalry (2016). Ha collaborato a Rolling Stone, Vanity Fair, IL, Rivista Studio.
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