immagine di copertina per articolo Harry Styles’ Direction
Pop culture

Harry Styles’ Direction

Chi l’avrebbe mai detto che dall’enorme successo degli One Direction sarebbe emersa una celebrità borderline, coraggiosa e sfrontata, come quella di Harry Styles. Profilo di una metamorfosi.

Nel video di “Lights Up”, Harry Styles è letteralmente circondato da corpi. Ragazze e ragazzi di ogni genere lo spingono, lo toccano e lo baciano: è un bagno di folla, una scena orgiastica molto sensuale, che pone al centro il cantante inglese – tatuaggi in mostra, abiti con lustrini e sorriso sornione – mentre canta “Do you know who you are? Shine, step into the light”. Il singolo è uscito l’11 ottobre durante il Coming Out Day e ha riscosso subito un grande successo (terzo posto al debutto nella classifica UK e oltre 30 milioni di visualizzazioni su YouTube), scatenando l’entusiasmo sui social dei fan, che leggono nel testo e nel video di “Lights Up” l’ennesima conferma della sua fluidità sessuale, sempre più chiacchierata ma mai ufficialmente dichiarata né smentita. Nel giro di un paio di anni Harry Styles si è trasformato in artista eclettico e queer: è stato paragonato a mostri sacri come David Bowie e Mick Jagger, ha recitato in Dunkirk di Christopher Nolan, Gucci lo ha scelto come testimonial, e ha presentato l’ultimo Met Gala e una puntata del Saturday Night Live. 

La domanda sorge dunque spontanea: come è possibile che un idolo delle teenager sia diventato in poco tempo una star del pop amata e ambita da tutti? Che riesca a unire e a muoversi in mondi così diversi e lontani? Certo, Styles è bello, ha talento, carisma. Ma non basta. Da quando la boyband fenomeno One Direction si è sciolta, il cantante non ne ha sbagliata una. Ha messo in fila una serie di mosse e scelte azzeccate, attirando l’attenzione di media, critica e pubblico, persino quello meno giovane e più esigente. E lo ha fatto anche grazie a un modo di essere e di fare che unisce sensibilità, autoironia e una certa dose di weirdness: il suo motto è “treat people with kindness”, che è anche il titolo di una delle tracce del nuovo album Fine Line. Il fatto è che Harry Styles non sta solo ricostruendo una nuova immagine di sé ma una nuova iconografia della cultura pop. Ma andiamo con ordine.

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One Direction

Prima fase. One Direction

Sarebbe facile dire che il “personaggio” Harry Styles, come lo conosciamo oggi, sia nato nel 2017, con l’uscita del suo primo album omonimo, archiviando da subito “la fase” One Direction. Ma sarebbe un errore. Lo stesso Styles, quando ne parla, non rinnega mai quel capitolo della sua carriera, iniziata nel 2010 sul palco di X Factor UK. Il cantante ha 16 anni, un look casual, viso d’angelo incorniciato dai riccioli, e debutta cantando “Isn’t She Lovely“ di Steve Wonder. Inizialmente è scartato e poi ripescato per unirsi agli altri quattro – Niall Horan, Liam Payne, Louis Tomlinson, Zayn Malik –, e formare così i One Direction: la boyband di maggior successo al mondo con 5 album, 4 tournée, 2 documentari, quasi 200 premi e decine di milioni di dischi venduti. Dal 2011 al 2015 viaggiano senza sosta e sono in radio, in tv, praticamente ovunque. All’epoca, per chi non conosce la band, Harry Styles è solo “uno dei One Direction”, che fa musica teen pop, perlopiù rivolta alle giovani fan. Ma chi segue più da vicino il fenomeno etichetta subito Styles come quello “cool” e “sexy” del gruppo. Nel 2014, Tom Lamont sul Guardian lo definisce “il più interessante”, quello con cui andare a bere una birra. Ben presto infatti inizia a distinguersi e far parlare di sé per i numerosi flirt (da Taylor Swift a Kendall Jenner), per lo stile da rock star – capelli lunghi, tatuaggi e camicie appariscenti – e per quello che dice.

Sempre nel 2014, in un’intervista, alla domanda “Cosa cerchi in una ragazza?” Liam Payne risponde che sia “femmina”, Styles che “non è così importante”, suggerendo una possibile bisessualità. Il web esplode e l’immagine della boy band preconfezionata, ripulita ed eteronormata inizia a incrinarsi. I One Direction sono una macchina da soldi, ma i suoi componenti hanno già vent’anni, altri gusti musicali (le fan dicono che Styles ascolta i Pink Floyd e si ispira a Mick Jagger) e il ruolo di teen idol rubacuori inizia a stare stretto a tutti. Il primo a mollare è il “misterioso” Zayn Malik nel 2015; gli altri continuano, ma nello stesso anno Styles ruba la scena alla band quando agli American Music Awards si presenta con un abito floreale di Gucci, che internet ribattezza “look da divano della nonna”, a colpi di meme. È un azzardo, la stampa è spiazzata ma una parte lo consacra come “il più elegante” della band. “All’epoca, gli uomini non prendevano molti rischi sul red carpet”, racconta il suo stilista Harry Lambert, che si chiede quanto abbia influenzato i look delle star degli ultimi anni. Per Styles la moda è un gioco, un divertimento, e alle critiche fa spallucce. Ormai poi gli One Direction sono arrivati al capolinea: lo scioglimento avviene nel 2016, i fan sono a pezzi, ma il Guardian definisce Styles “The Starry One” e lo paragona a Justin Timberlake e Michael Jackson: è lui il più bravo a gestire la follia del successo. 

Seconda fase. Harry Styles

Nel 2016 inizia la “seconda fase” della carriera di Styles e della costruzione della sua nuova immagine: firma un contratto da solista con la Columbia Records, gira il film Dunkirk, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale – per cui è costretto a tagliarsi la folta chioma, a simboleggiare la fine di un’era –, e inizia a comparire su riviste di nicchia come Another Man: Styles ha la tripla cover, viene intervistato insieme a Paul McCartney, e indossa parrucche, choker che richiamano pratiche sadomaso e impersona il suo idolo Mick Jagger. È un uomo nuovo, rubacuori androgino che si muove tra maschile e femminile, passato e presente, e inizia a preparare sapientemente il terreno per il debutto da solista e il suo definitivo rebranding. Il primo singolo “Sign of the Times”, uscito il 7 aprile 2017, è una sorpresa, il suo turning point: Harry Styles scrive una ballad soft rock imponente da quasi sei minuti, che racconta di una madre che ha appena partorito ma è in punto di morte. La critica musicale ne è estasiata: parla di un incrocio tra Bowie e Queen, mentre il singolo raggiunge il primo posto in oltre 80 paesi su iTunes, e il video – che lo vede librarsi in cielo in una landa scozzese e che genera ogni tipo di meme e fanart – macina milioni di visualizzazioni (a oggi sono oltre 500 milioni su YouTube).

Gli One Direction sono arrivati al capolinea: lo scioglimento avviene nel 2016, i fan sono a pezzi, ma il Guardian definisce Styles “The Starry One” e lo paragona a Justin Timberlake e Michael Jackson: è lui il più bravo a gestire la follia del successo.

Particolarmente insolita è la scelta della copertina del disco, che arriva di lì a poco e pone un altro tassello a una nuova iconografia pop: Styles è nudo, di spalle, immerso nell’acqua rosa, in una posa intima, vulnerabile e femminile. E proprio Pink era il titolo provvisorio del disco: “Il rosa è l’unico vero colore del rock&roll”, dice citando Paul Simonon dei Clash a Cameron Crowe per l’intervista su Rolling Stone. Al giornalista racconta dell’album, registrato in Giamaica, mentre difende i gusti musicali delle sue fan – “Come puoi dire che una ragazza non capisce? Sono il nostro futuro” – parla di diritti civili, di femminismo, di amore e come spesso accade dribbla quando gli è chiesto della sua vita sentimentale. Ne esce fuori un lungo ritratto, uno dei primi, che contribuisce a dare forma alla sua immagine di bravo ragazzo, riservato, curioso e sensibile. Ma soprattutto di musicista che vuole essere preso sul serio, riuscendoci. L’album è personale, malinconico, nostalgico, con una sonorità che oscilla tra pop, folk e classic rock anni Settanta-Ottanta. C’è chi lo definisce il migliore album pop dell’anno, chi audace. Riceve i complimenti di Elton John e persino Liam Gallagher, ex cantante degli Oasis, noto per essere poco tenero nei giudizi, dice che “ci sono dei pezzi interessanti dentro”.

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Cristopher Nolan e Harry Styles sul set di Dunkirk

Harry Styles inizia a piacere davvero a tutti. Anche la sua performance in Dunkirk (che arriva nelle sale in estate) è molto apprezzata, e il cantante comincia a promuovere film e disco insieme. E il risultato è sempre lo stesso: Styles ci sa fare, è affascinante, divertente ma anche insolito. Passa dall’imitare Mick Jagger per il SNL al condurre lo show di James Corden e interpretare Rose di Titanic, dopo aver ammesso di essere fan delle rom-com. A ottobre lancia il suo terzo e ultimo singolo “Kiwi”: il testo parla di una ragazza che dice “I’m having your baby, it’s none of your business”, ma Styles a sorpresa fa un video nonsense con cani e bambini al centro di una grande battaglia di torte. Negli ultimi mesi del 2017, inizia il tour, in cui sventola bandiere arcobaleno, canta testi che dicono “The boys and the girls are in / I mess around with him / And I’m okay with it”, sbizzarrendosi con abiti sgargianti, eccessivi e gender fluid. Ora Styles è davvero libero di esprimere il suo lato più glamour e femmineo. Il rebranding è compiuto.

Terza fase. Fine line

Il tour – sold-out in pochi secondi – dura dieci mesi e termina a luglio 2018. Poi arriva l’annuncio che consolida definitivamente Harry Styles a icona della moda: il cantante è il volto delle nuove campagne di Gucci e posa in abiti sontuosi e eccentrici, mentre gioca con galline, maialini e agnelli: è regale, romantico, classico, androgino e bizzarro. Il cantante si lascia plasmare dal direttore creativo Alessandro Michele, e non fa altro che riposizionare e affinare l’immagine di artista queer che sfida i confini di genere. Styles è “attraente come James Dean e persuasivo come Greta Garbo”, ma senza rendersene conto, dice Michele. La collaborazione con il designer segna l’inizio della “terza fase” dell’evoluzione del cantante, che ormai si muove con naturalezza e sempre più a suo agio tra mondi diversi: musica, moda, cinema e non solo. L’intervista per i-D a Timothée Chalamet – altro attore che propone un’idea nuova di mascolinità – è ancora una mossa vincente: le rispettive fan da tempo li “shippano” e sui social iniziano subito a girare alcuni dei passaggi più rilevanti. Styles cita Bowie, parla di uscire dalla comfort zone e dice: “negli ultimi due anni ho fatto alcuni cambiamenti che mi hanno portato a essere molto più soddisfatto della persona che sono. Credo che la mascolinità sia anche essere vulnerabili e femminili”.

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Met Gala 2019

Ormai è chiaro: Styles vuole incarnare un nuovo modello di maschio evoluto, moderno e sensibile, respingendo quello di rockstar e popstar sciupafemmine che più volte hanno tentato di affibbiargli. E lo fa usando i mezzi che ha a disposizione. Quando a maggio ha sfilato al Met Gala con una camicetta nera trasparente in pizzo e un orecchino di perla fa di nuovo centro: sui social non si parla d’altro, la stampa applaude la scelta coraggiosa e conferma lo status di icona della moda gender fluid e genderless. Styles però era anche tra i co-presentatori della serata, con Lady Gaga. E proprio con la regina del trasformismo Styles ha molto in comune: anche il cantante inglese usa la musica quanto la moda per comunicare il suo messaggio di accettazione e gentilezza; e come la popstar americana in pochi anni Styles ha inciso nell’immaginario collettivo e spettacolare, creando un’identità iconografica e spostando i riferimenti della pop culture. “Cosa è femminile e cosa è maschile, cosa indossa un maschio e cosa una femmina: “è come se non ci fossero più limiti”, ha detto in una recente intervista per The Face.

Secondo il rapporto Year in Fashion 2019 di Lyst il cantante è la nona celebrità più influente: dopo il Met Gala le ricerche di orecchini da uomo sono cresciute del 28%. Nello stesso periodo si torna a parlare della sua ambiguità sessuale – nonostante la sua ultima relazione accertata sia con la modella Camille Rowe – anche perché, poche settimane dopo, è al centro di un nuovo caso scatenato dalla serie Hbo Euphoria: in un episodio è mostrato Styles che fa sesso orale con Louis Tomlinson (ex One Direction), in una scena animata ispirata a una fanfiction che circola da anni. Le fan si indignano, Tomlinson si arrabbia, ma Styles non commenta. Finora è sempre riuscito a evitare di parlare esplicitamente del suo orientamento sessuale, rimarcando però il rifiuto di ogni etichetta. Ad agosto, in una lunga intervista a Rolling Stone, che gli dedica la cover, parla ancora del suo impegno per i diritti civili – “Voglio che le persone si sentano a loro agio essendo chiunque vogliano essere” – e del nuovo album – “riguarda il fare sesso e il sentirsi tristi” – registrato a Malibu tra margarita e funghetti allucinogeni. Questa volta è Rob Sheffield a comporre un ritratto del cantante, descritto come una forza della natura “riuscito a crescere pubblicamente mantenendo intatto il suo entusiasmo infantile e le sue maniere”. 

Harry Styles sta di nuovo preparando il suo ritorno sulla scena musicale. Ma nel frattempo è diventato anche testimonial del nuovo profumo genderless Gucci e ha rifiutato il ruolo del Principe Eric nel film Disney La Sirenetta. Dice che, per ora, vuole concentrarsi sulla musica, ma forse non vuole rischiare di fare un passo falso. A ottobre lancia il nuovo singolo “Lights Up”, un inno alla libertà e alla riscoperta di sé, e un mese dopo è già al Saturday Night Live, come ospite musicale e presentatore: tra performance live, monologhi e sketch comici, il cantante – che indossa anche calzamaglia e tutù rosa – entra nei trend topic su Twitter. La stampa di nuovo lo acclama e si chiede: “c’è qualcosa che non sa fare?”. Al SNL presenta anche il secondo singolo “Watermelon Sugar”: un pezzo dal sound estivo che parla di angurie (o forse no) nonostante l’album Fine Line esca il 13 dicembre, dopo una enorme, criptica campagna di marketing che include un sito che genera complimenti personalizzati e l’ideazione di un’isola immaginaria di nome Eroda. Sulla cover del disco Styles, fotografato dal visionario Tim Walker, guarda dritto in camera, è esuberante ma anche enigmatico. 
Il titolo significa “linea sottile”, e forse è la sintesi perfetta di questa “terza fase” della sua carriera. Di un entertainermillennial fuori dall’ordinario, sempre in bilico tra maschile e femminile, alto e basso, musica, moda, cinema e tv, uniti da una linea sottile, contigua, di confine. Spostata sempre più in avanti. Come ha detto Sheffield, tutto ciò viene fuori da “un ragazzo curioso che non riesce a decidere se essere la popstar più ardentemente adorata al mondo, o un artista eccentrico. Quindi decide di essere entrambi”. Di essere pop, rock, classico, moderno, queer e weird, cambiando le regole del gioco. E non è questo che hanno sempre fatto i migliori?


Manuela Stacca

Laureata presso l'Università di Sassari, si occupa di critica cinematografica e televisiva per alcune testate online.

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