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Intrattenimento

Perché ci piacciono i programmi rigattieri

Tra aste frenetiche, negoziazioni al cardiopalma e compravendite travolgenti, i programmi rigattieri stanno ridefinendo il panorama dell’intrattenimento, mettendoci di fronte a una delle grandi ossessioni contemporanee: il valore del passato.

Era il 1979 quando, sulla BBC, debuttò Antiques Roadshow, un programma basato su un documentario di due anni prima, dalla premessa tanto semplice quanto intrigante: una carovana itinerante che viaggia per il Regno Unito offrendosi di valutare gli oggetti portati dalla cittadinanza locale, grazie alla consulenza di esperti.

Antiques nasceva in un certo senso dalle ceneri di un altro programma della BBC, Going for a Song, una specie di Ok il prezzo è giusto dell’antiquato e senza la smaccata dimensione promozionale, che aveva esordito nel 1965 per terminare la sua corsa nel 1977. I due programmi condividevano la presenza del valutatore (e poi personalità televisiva) Arthur Negus e l’incredibile successo di pubblico che avevano fatto segnare. Antiques Roadshow è ancora oggi un titolo di punta del palinsesto inglese e di quelli di tante altre nazioni, tra cui gli Stati Uniti.

Chincaglierie e inganni

Dagli anni Settanta ai Duemila, in realtà, i programmi che trattano di antiquariato non sono stati moltissimi ed è stato solo quando il vintage e la riscoperta del passato sono tornati di moda che la televisione ha preso nota, inondando i canali di prodotti a tema, cercando tutte le declinazioni possibili, nel contenuto e nell’ambientazione: il banco dei pegni, la rivendita di box abbandonati, il restauro, l’asta.

Il successo di questi programmi e il generale interesse verso il vintage, l’antiquariato e gli oggetti di seconda mano, si muovono in direzione contraria rispetto a dove ci sta portando la contemporaneità e il progresso, in una tendenza che ha trasformato molte abitudini materiali e fisiche di un tempo in esperienze incorporee (la musica, il cinema, la letteratura). Forse proprio come risposta a questo depauperamento, l’antiques television riesce a fare leva sulla nostalgia e sul desiderio di esistere in un momento storico che non ci appartiene, intrinsecamente migliore soltanto perché è passato, nello stesso modo in cui un oggetto vecchio dovrebbe valere qualcosa (o almeno di più di quanto valeva quando è stato prodotto) per il semplice fatto che appartiene al passato.

L’antiques television riesce a fare leva sulla nostalgia e sul desiderio di esistere in un momento storico che non ci appartiene, intrinsecamente migliore soltanto perché è passato, nello stesso modo in cui un oggetto vecchio dovrebbe valere qualcosa per il semplice fatto che appartiene al passato.

È quasi impossibile per lo spettatore evitare l’innesco di un meccanismo di identificazione che lo porta a domandarsi se la vecchia teiera della prozia o l’orrenda crosta dell’antenato pittore in cantina valgono qualcosa. Sono programmi che inducono a pensare che le vecchie generazioni, o l’incapacità di disfarsi del superfluo, ci abbiano inavvertitamente lasciato in eredità un tesoro – ipotesi smentita nelle maggior parte delle volte, specie quando l’oggetto in questione appartiene all’industria di massa. Come scriveva Amanda Petrusich sul New Yorker, il principale motivo del successo di questi programmi è la capacità di alimentare un pensiero seduttivo, «che siamo tutti seduti su una montagna d’oro e non lo sappiamo».

Reliquie quotidiane

Di questa ondata, Affari di famiglia è forse il più famoso, anche in virtù dei personaggi che li animano, dell’ambientazione da film del banco dei pegni, e dell’intrinseca americanità degli oggetti protagonisti. Mai nessun paese ha saputo costruire la propria mitologia sul nulla come gli Stati Uniti, trasformando ogni pezzo della propria quotidianità in una reliquia e trasmettendo chiaro e tondo il concetto che gli oggetti sono la nostra storia. Ma il meccanismo che lo fa funzionare, quello da cercare se dovessimo dire cosa contraddistingue questi programmi rispetto alla forma più piana di Antiques Roadshow o Going for a Song, è la contrattazione: il rilancio, le strategie di vendita, le tattiche, le mosse psicologiche, i margini ampi o risicati da guadagnare, le perdite che si accettano pur di ottenere una vittoria. Le trattative in questi programmi sono, per quanto blande, micro-scontri più o meno furenti, dove scorre sotterraneo un sentimento belligerante.

“L’asta è una piccola guerra” dice uno degli autori di Cash or Trash – Chi offre di più? mentre prova a spiegare gli elementi che hanno reso il programma uno dei più amati nel panorama italiano, tanto da diventare pilastro del Nove, il canale che lo trasmette ormai a ciclo continuo. E dentro questa considerazione c’è il nucleo di tutto ciò che attrae gli spettatori: il conflitto. Solo che, invece di essere declinato con le dinamiche aggressive di un talk show politico, o di un reality, questo scontro è asciugato di tutta la violenza, verbale e fisica. Rimane così solo l’intensità, la potenza, il ritmo: l’asta, ha tutta l’adrenalina di una competizione ma senza l’ansia della prestazione e l’elemento agonistico che invece è la cifra di altri format come 4 Ristoranti.

“Questa cosa delle aste e del vintage che unisce il presente al passato, il rischio all’affare, è qualcosa che intriga tutti quanti” racconta Cristiano Rinaldi, autore del programma, “soprattutto in questo momento storico in cui c’è stata una grande riscoperta del vintage e del riciclo. Ci piaceva creare una dinamica famigliare e divertente. L’asta fa parte dell’immaginario collettivo di tutti.”

In ogni puntata ci sono tanti piccoli pezzetti che preparano il terreno all’asta, corrispondenti ad altrettanti point of attention: la storia personale del venditore, il suo legame con l’oggetto, come l’ha trovato, poi la storia dell’oggetto, il contesto storico in cui è nato, un piccolo momento di divulgazione in cui si racconta la storia del design, della manifattura italiana o estera, nei vari periodi storici (può capitare una scatola di biscotti degli anni Cinquanta, un radio-bracciale degli anni Settanta o un set da mahjong del XIX secolo); poi arriva il pezzo forte, l’asta, in cui l’oggetto torna a essere un elemento di sorpresa, per i mercanti, che il più delle volte lo conoscono e aggiungono aneddoti rispetto alla loro esperienza.

Gli oggetti non sono mai pezzi particolarmente costosi. Certo, ogni tanto capita qualcosa che vale un paio di migliaia di euro, ma per lo più le valutazioni si aggirano intorno ai 150 euro. “Il bello è scoprire cose belle che tutti potrebbero acquistare” spiega Rinaldi. “La roba che costa la conosciamo e sta nei negozi, nei musei, nelle gallerie o nelle aste dei grandi marchi. È importante creare aste a cui tutti potrebbero partecipare, sia come venditori che come acquirenti.”

Il meccanismo che fa funzionare Affari di famiglia è la contrattazione: il rilancio, le strategie di vendita, le tattiche, le mosse psicologiche, i margini ampi o risicati da guadagnare, le perdite che si accettano pur di ottenere una vittoria.

Negli ultimi vent’anni, il filone che ha avuto lo sviluppo più poderoso è stato quella della cucina: l’affollamento delle produzioni ha accelerato la ricerca di nuovi moduli e con il passare del tempo il cibo si è evoluto da fine ultimo (le ricette) a strumento di conoscenza, gara, intrattenimento, docu-serie, docu-viaggio, racconto a varie gradazioni di epicità. Soprattutto, sulla narrazione culinaria è calata una patina di nobilitazione, dando a ogni prodotto una sensazione di eccellenza (Dinner Club, racconti di cibo e luoghi ma con le celebrità e una fotografia cinematografica, le storie degli innovatori di Chef’s Table) che non sempre trova corrispondenza nei fatti – ma questo è un altro discorso. Anche se non esiste ancora un corrispettivo di Chef’s Table, dalle compravendite un po’ alla buona il genere dell’antiquariato si sta lentamente evolvendo verso territori nuovi e Cash or Trash sembra andare incontro alla tendenza a scompaginare. In questo senso, è interessante notare come il format sia stato cambiato rispetto all’originale.

È tutta una grande compravendita

Cash or Trash si basa su un format tedesco dal titolo Bares für Rares (letteralmente “soldi in cambio di cose preziose”) che ha avuto varie edizioni in giro per l’Europa, ma nessuna di queste, inclusa la versione originale, aveva mai pensato di creare una confezione come quella italiana, in grado di creare dipendenza nello spettatore.

Mentre le versioni straniere utilizzano un freddo studio televisivo o degli ambienti che evocano cottage e case di campagna, Cash or Trash è ambientato in un loft con le pareti di mattoni a vista, riempito di oggetti, memorabilia e luci calde. “Abbiamo pensato al grande studio di un mercante-collezionista appassionato di tutte le epoche. Volevamo essere fedeli all’idea di luogo che ti aspetti quando vai a cercare qualcosa di bello.”

Inoltre, in tutti gli altri Cash or Trash mancano quei momenti di asta concitata. O meglio, ci sono, ma sono autogestiti dai mercanti che comprano l’oggetto (mentre il conduttore si ferma alla fase della valutazione insieme all’esperto): il programma assume più la forma di una compravendita allargata. Non c’è il conto alla rovescia del tempo, non c’è il banditore, non c’è il martelletto. Manca il nerbo, il movimento propulsivo. Curando un po’ la sostanza, un po’ la forma, la versione nostrana invece riesce a stare in equilibrio tra ritmo coinvolgente e rilassatezza, tra la velocità dell’asta e il piacere lento della contrattazione, della scoperta di oggetti del passato o di qualche ciarpame diventato reperto prezioso grazie al potere del tempo.


Andrea Fiamma

Si occupa di fumetti, cinema e televisione. Ha scritto su Fumettologica, Domani, Linus, Rivista Studio, Mangasplaning e The Comics Journal; ha firmato i libri 50 manga da leggere almeno una volta nella vita (Newton Compton, 2021), Giorgio Cavazzano: Oltredisneyano (Comicon edizioni, 2023), Il grande libro dei quiz sulle serie TV (Newton Compton, 2022) e Cinecalendario (Burno, 2024): ha collaborato con il Salone Internazionale del Libro di Torino, Lucca Comics & Games e il Comicon di Napoli.

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