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Ornella Vanoni, una di quelle

Dagli amori impossibili ai capolavori senza tempo, dalla depressione alla scoperta della libertà: tutte le vite di Ornella Vanoni, tra dolore, ironia e una sorprendente felicità.

Di Ornella Vanoni non c’è molto da dire: ha già detto tutto lei, o quasi; si è raccontata innumerevoli volte, in diversi libri, nelle interviste alla stampa, nelle ospitate in tv e, ovviamente, nelle sue canzoni. “Sono sempre stata libera, ma sempre molto triste. Cercavo di riempire i vuoti con l’amore, e non bisogna farlo. L’amore o c’è o non c’è. Oggi non sono solo libera, sono liberata. A 80 anni di certo non penso più all’amore… Magari al sesso. Il sesso può essere anche divertente. Se non ti intrippi in una storia che dovrebbe durare tre giorni e la fai durare tre anni” ha scritto in Piccole storie di Ornella V., una sorta di appendice al memoir liberatorio del 2011, Una bellissima ragazza. La mia vita. 

Nascondendo la malinconia sotto l’ombra di un sorriso

“Mi sembra di aver vissuto quattro, cinque vite” ha detto, ed è vero: il debutto a teatro e la storia d’amore con Giorgio Strehler, Milano e le canzoni della mala, la fuga verso la musica leggera e la voglia di vivere, lei finisce invece tra le braccia di Gino Paoli e la canzone d’autore (ma popolare), e poi l’amore per la musica brasiliana, il lavoro prima di tutto, la depressione che incombe e la voglia di non vivere più, la vita che accade tra un disco e l’altro. E poi e poi e poi… è impossibile essere sazi di queste storie perché a raccontarle è lei. Una carriera che è passata dalla compassata tv in bianco e nero al kitsch abbagliante della televisione commerciale, sopravvivendo indenne all’era dei reality e trovando un lido sicuro nella grande fuga verso il digitale terrestre. Un racconto, il suo, che è cambiato nel corso degli anni, che ha saputo servirsi del mezzo senza restarne sopraffatto.

Dopo l’esordio “colto”, la cantante della mala scappa da Strehler e dai suoi eccessi (la coca, le orge), sogna la “musica leggera” – termine che a lei non piaceva – e durante gli anni Sessanta partecipa quattro volte al Festival di Sanremo, inanellando in quegli anni una serie di canzoni destinate a diventare dei classici della musica italiana: Senza fine, Io ti darò di più, La musica è finita, Tristezza, Una ragione di più… Anche in tv, che sia ospite musicale o conduttrice, come a Studio Uno nell’edizione del 1966, il suo ruolo – vuoi il carattere, vuoi lo stile, vuoi il repertorio – è quello della signora raffinata, dell’interprete colta. La canzone che davvero la rende popolare e che la avvicina al pubblico è L’appuntamento (versione italiana con testo di Bruno Lauzi di un brano di Roberto Carlos), la storia di “una sfigata sotto l’ombrello! La canto perché tanto so che poi me la chiedono”: decenni dopo durante i suoi concerti lei la introduce così, ma quando il brano esce, nel 1979, il successo è tale che si decide di confezionare per Rai 1 un omonimo varietà a tema in quattro puntate, con Walter Chiari e la stessa Vanoni.

Una carriera che è passata dalla compassata tv in bianco e nero al kitsch abbagliante della televisione commerciale, sopravvivendo indenne all’era dei reality e trovando un lido sicuro nella grande fuga verso il digitale terrestre.

Così, con la sua popolarità in crescita, in vista si prospetta presto anche un altro varietà, che si preannuncia importantissimo, con la più popolare in assoluto delle cantanti italiane, Milleluci con Mina: “Eravamo amiche, ci frequentavamo” ha raccontato in un’intervista. “Un giorno a pranzo suo marito, Alfredo Cerruti, mi propone una trasmissione tv con lei. Accetto e parto felice per le vacanze. Poi scopro da Gigi Vesigna che nel programma ci sarebbe stata la Carrà. La chiamo e le dico “Sei una vigliacca”. Avrei solo voluto saperlo da lei”. Le mire sui varietà della tv, le canzoni – a Ornella offrono Grande grande grande, ma lei la rifiuta perché ci vede un doppio senso volgare e la canzone di Tony Renis finisce così a Mina, con a seguire gran pentimento della Vanoni – tra le cose che le due hanno in comune in quegli anni anche un truccatore, lui le chiamava Body e Soul: “Mina era Body, io Soul”. 

Dettagli, Stupidi, La voglia di sognare, lei torna a concentrarsi sulla musica, canta Lauzi, Tenco, Dalla, Bardotti, guarda al Brasile, suo grande amore, e incide La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria con Giorgio Vinicius de Moraes e Toquinho.

Da sola tra la gente

Dagli anni Ottanta il lavoro inizia a non girare come dovrebbe. Gli album si diradano (negli anni Settanta ne pubblicava due all’anno, anche tre), l’amore non va. Nel 1982 tiene a battesimo, come ospite musicale “tipica milanese”, Superflash, il primo quiz di Canale 5 condotto da Mike Bongiorno. Viene ingaggiata poi nel cast fisso di Risatissima, entrando così ufficialmente alla corte di sua emittenza Berlusconi. In contratto ci sono 13 puntate, ma con il materiale registrato, esibizioni canore e sketch, visto il successo, ne vengono montate e mandate in onda 17: parte così una causa milionaria (la cantante chiede 350 milioni di lire di risarcimento). Intanto le crisi depressive si fanno più acute, “mi tenevo lontana dalla finestre perché mi sembrava che mi risucchiassero”, ci sono alti e bassi, gli psicofarmaci aiutano a tirare avanti, poi nel 1990 una crisi spaventosa.

In Perduto (canzone dall’album Stella nascente, pubblicato nel 1992) canta: “Mi posso riempire/Di amori sfiniti che non ho voluto/E sola di notte/Sentirmi morire e non chiederti aiuto”. In vista c’è una tournée, lei sta malissimo, ma si impone di rispettare l’impegno preso per non cedere, per non farsi schiacciare dal peso della sconfitta, avanti con 40 concerti – che diventano 70. Dimagrisce, perde i capelli (li lega per camuffare il danno), non dorme, solo in scena si sente viva, poi scende dal palco e piange. “Ornella, cosa c’è peggio della morte?” le chiedono. “La vita” risponde lei. Le consigliano di fermarsi, ma lei non cede, accetta altri psicofarmaci e solo alla fine del tour si chiude in una clinica.

Escono Sheherazade (con Rossetto e cioccolato, che la restituisce al pubblico fresca e popolare) e Argilla, album con cui guarda alla world music (l’Africa, il Brasile) e al jazz da salotto: “è un disco fatto per non vendere”. In cerca di leggerezza fa uno zompo anche nella corte dei miracoli di Antonio Ricci e in quella della Gialappa’s Band, nascono così alcuni siparietti per Striscia la Berisha e Mai dire gol dove “duetta” con Johnny Glamour e il Mago Oronzo. Ma a Fegiz per il Corriere della Sera confessa: “è inutile che io vada in tv a giocare parti che non sono le mie. Io sono la Vanoni e devo fare la Vanoni e basta. Cioè cantare le mie canzoni, dare alla gente le emozioni che si aspetta da me. Quando il pubblico mi ha visto giocare a far la “Vanona” nella versione albanese di Striscia la notizia, ha pensato che fossi impazzita, o che fossi diventata povera e facessi quelle comparsate per soldi”. C’è in lei un lato comico, con la voglia di prendersi in giro, ma la tv degli anni Novanta non riesce a intercettarlo. Musicalmente continua a guardarsi attorno, sempre curiosa, da Samuele Bersani si fa scrivere il testo di Isola (Tango), cover di un brano di Ryūichi Sakamoto, poi incide una canzone con i Delta V e assieme se ne vanno in tour. 

Siamo pagine, scritte bene, scritte male

Quando nel 2009 esce il disco Una bellissima ragazza Ornella Vanoni è molto soddisfatta del risultato, riceve molti complimenti dagli addetti ai lavori, ma il mercato non è più quello di una volta: le cover ancora ancora, ma gli inediti vendono e lei ormai è percepita come una cantante da catalogo. Nel 2013 eccola allora annunciare il suo ultimo album, Meticci (Io mi fermo qui); con i dischi non si guadagna più, è diventato troppo faticoso, “vende più Emma di me” lamenta.

In questi anni esce l’autobiografia, Una bellissima ragazza. La mia vita, scritta con Giancarlo Dotto, qui si racconta – forse per la prima volta – senza pose ed edulcoranti. Parla del rapporto con Strehler, fatto di droga e sesso sfrenato, notti di eccessi che si prolungavano fino all’alba. Il tono è drammatico, ironico, malinconico e leggero. Chi non ha mai sentito il racconto dell’incontro con Paoli? Le avevano detto che lui era “un frocio” (gay non si usava ancora), secco, con il dolcevita nero sembrava un beccamorto che scriveva canzoni orrende, a lui avevano detto che lei era lesbica, o comunque una altezzosa. Lui suonava malissimo, suona ancora malissimo – non ha mai smesso di sottolineare lei – ma Il cielo in una stanza non le sembrava affatto orrenda, timidamente allora gli chiede di scriverle una canzone, nasce così Senza fine (le mani grandi sono quelle di Ornella). “Se l’amore si misura con la sofferenza, Gino è stato il mio amore più grande. Io ero innamoratissima e piangevo, la moglie piangeva, piangevamo tutte, tranne lui, che dormiva”, raccontava nei concerti. Con quelle pagine il pubblico scopre una Vanoni diversa: comica, libera, sfacciata, sboccata anche, “andavo in giro senza mutande, mi chiamavano culo d’oro”. La tv la riscopre. Non più (solo) come cantante, come artista, o come ospite, non più “la Vanoni”, ma come Ornella, una di casa. L’imitazione di Virginia Raffaela, l’arzilla vecchietta brilla e ninfomane, la consacra come personaggio popolare, non più come icona intoccabile; sui social diventa meme, gif, reaction. Si divide equamente tra Maria de Filippi e Mara Venier, riabbraccia Patty Pravo e Loredana Bertè, si circonda di giovani: si “innamora” di Marracash, di Mahmood, ha parole di stima per Elodie ed Emma, e infine da Fabio Fazio trova il suo spazio su misura. Sulla poltrona di Che tempo che fa continua a raccontarsi (prima in Rai e poi su La9), liberamente, a volte con ingenuità, altre con malizia, sempre spontaneamente. Parla della vecchiaia, della morte: “La bara deve costare poco, buttatemi nel mare, mi piacerebbe Venezia ma fate come volete, il vestito ce l’ho, è di Dior”. 

Senza paura

Nel 2021 Elisa Fuksas ha provato a dirigerla in un documentario, ma Ornella si dirige da sola, ecco quindi che il documentario, tra bagni in piscina, ginnastica posturale e sauna, si trasforma in un dietro le quinte, un work in progress, mescolando realtà e un pizzico (non è dato sapere quanto) di finzione. Una settimana alle terme con la Vanoni: cosa potrebbe mai andare storto? Tutto. “Sono anche un po’ stufa di essere Ornella Vanoni, io sono spudorata, ormai lo sanno tutti, non me ne importa di niente”, sbuffa nel documentario.

Ornella Vanoni è stata giovane, timida, insicura, depressa, fuori posto, tutte cose che ormai sembrano essere lontane. Interprete raffinata, hanno detto in molti, in vecchiaia è diventata un’artista libera che ha saputo addomesticare i ricordi.

Ornella Vanoni è stata giovane, timida, insicura, depressa, fuori posto, tutte cose che ormai sembrano essere lontane. Interprete raffinata, hanno detto in molti, in vecchiaia è diventata un’artista libera che ha saputo addomesticare i ricordi, accarezzando quelli più piacevoli e tenendo a bada quelli più dolorosi: “Ne ho già avuti molti di strazi, grazie”, a posto così.

La sua negli ultimi anni è diventata una figura familiare, un po’ diva d’altri tempi e un po’ nonna linguacciuta, che ha occhi solo per Ondina, il suo barboncino. Una cantante unica, con una discografia piena zeppa di capolavori (non li sa quantificare nemmeno lei), e tutte quelle altre cose giuste e belle e vere che sono già state dette e scritte molto spesso e molto bene – di una vecchiaia serena, cosciente, appagata, che nemmeno lei avrebbe mai immaginato potesse esistere, un’oasi inaspettata: “intanto sono viva!”, ha esclamato con stupore da Fazio o alle presentazioni di libri e dischi. Ha parlato spesso della morte, soprattutto negli ultimi anni, con serenità: “A un certo punto ho iniziato a pensare aiuto, che paura morire. Di paura ne ho avuta talmente tanta che ormai non ne ho più. Ma… mi spiace morire, avevo tanti progetti”. Viene rincorsa per interviste, le vengono proposti nuovi progetti, podcast, libri, ma lei preferisce giocare con Ondina, sul pavimento, come una bambina, perché giocare vuol dire sovvertire le regole, impadronirsi di uno sguardo sempre nuovo, vivo, obliquo, per scoprire – ancora, fino all’ultimo – qualcosa di inaspettato, diverso, rigenerante, anche a 70, 80, 90 anni. 
“Sono una di quelle” ha scritto in Vincere o perdere, l’ultimo libro, scritto con Pacifico. “Quante ce ne sono state e quante ce ne saranno ancora. Donne in fiamme, fragili e piene di tenerezza , riparate dietro allo scatto di nervi, al distacco elegante, al sarcasmo. Delle poche certezze che posso permettermi , una di queste è che l’ultimo mio secondo sarà pieno d’amore. Ho amato anche più del necessario. Ho fatto il dovuto e lo straordinario”.


Lorenzo Peroni

Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.

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