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Oltre la soglia. Intervista a Laura Ippoliti

La scrittura della fiction può essere una sfida. Quella di miscelare con cura toni diversi, affrontando temi tutt’altro che semplici. E quella di raggiungere un pubblico ampio restando complessi.

Oltre la soglia è una serie di Canale 5 che prova con efficacia una nuova via al generalismo. Innanzitutto, perché sceglie un tema delicato, il disagio mentale tra gli adolescenti, e lo tratta con serietà, senza abbellimenti o eccessive semplificazioni, mostrandone anche i lati più oscuri e repellenti. Per farlo rinuncia esplicitamente al melò e alla commedia familiare, che in un modo o nell’altro sono stati il vero denominatore comune delle fiction in Italia, anche di quelle più evolute. Un’altra ragione che porta ad affermare l’originalità di Oltre la soglia è il lavoro sulla struttura. È una serie che ambisce alla lunga serialità, con puntate chiuse da cinquanta minuti, ognuna il racconto di un caso. Tutti elementi di per sé tradizionali, se non fosse per il ritmo di scrittura e il modo in cui sono trattate le emozioni. 

C’è tutto il campionario di temi che ti aspetti di trovare, dalla schizofrenia alla depressione, ma ogni storia è intrisa di un’umanità peculiare e di una forza che deriva anche dall’assenza di estetizzazioni depre-chic alla Billie Eilish. La protagonista è Tosca Navarro (Gabriella Pession), primario di psichiatria, la cui vita ruota compulsivamente intorno al lavoro. Per certi versi è Dr. House, deve capire quali sono le cause scatenanti dei comportamenti psicotici dei ragazzi. Per altri è Carrie Mathison di Homeland, soffre a sua volta di schizofrenia paranoide da quando è ragazzina. E per altri ancora è dotata di un’empatia professionale che le permette di guadagnarsi in via esclusiva la fiducia dei ragazzi, così è un po’ anche Maria De Filippi. Se non fosse che la protagonista è lei, si potrebbe quasi rubricare Oltre la soglia alla voce teen drama, dove al posto del liceo c’è un ospedale psichiatrico e invece delle turbe adolescenziali ci sono quelle psicotiche dei giovani pazienti. Infine, è una serie generalista a tutti gli effetti perché al realismo della malattia e dell’ambientazione mischia la favola e l’happy end. Abbiamo intervistato la creatrice di questa serie, Laura Ippoliti, per capire da dove arriva questa insolita energia creativa.

Ci puoi raccontare di cosa parla la serie?

Al centro c’è Tosca Navarro, un personaggio abbastanza anomalo. Volevo fortemente creare un personaggio un po’ alla Dr. House, in cui non per forza l’umanità, la sensibilità e il desiderio profondo di aiutare qualcuno si accordano a un tratto caratteriale di dolcezza o un atteggiamento materno. Via il melò. Mi piaceva l’idea di un personaggio simbolico, una specie di supereroe che ha un superpotere che paga personalmente. Il superpotere di Tosca è di essere malata come i suoi pazienti, perché schizofrenica, e questo le permette di ascoltarli e capirli, di sapere cosa è importante e cosa no: è un personaggio che non ha tempo per i dettagli della burocrazia e per le buone maniere. Va al sodo, è concentrata solo sui ragazzi. Si può dire che quando salva uno di loro in realtà è come se salvasse sé stessa. Con la schizofrenia è andata appunto “oltre la soglia”, convive con la malattia e ha trovato un modo funzionale per poter essere un adulto che svolge un ruolo importante nella società.

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I ragazzi, ed è il punto interessante, sono colti in un momento liminale, camminano pericolosamente sul filo che separa la normalità dalla cosiddetta pazzia. Sono ancora in tempo a evitare il cronicizzarsi della malattia. Questo elemento così delicato mi sembra il cuore pulsante di tutte le storie, che dà loro un tono emotivo molto intenso. 

Proprio così. Lei è la prova che con la malattia si può convivere. Mi diceva uno psichiatra che ci sta seguendo per la seconda stagione che negli adulti la diagnostica psichiatrica tutto sommato è semplice, le patologie sono sempre le stesse quattro o cinque, poi ci sono migliaia di varianti ma grossomodo siamo lì. Mentre per i ragazzi è diverso, la mente è ancora in formazione, fluida, puoi confondere i sintomi, alcune cose partono in un modo e diventano altro. Tutto questo è influenzato tantissimo dai cosiddetti “fattori di protezione” o “di rischio”, una malattia mentale latente che può non scatenarsi mai se viviamo in un ambiente sano, ricco di reti sociali che funzionano. Viceversa, ci sono ambienti che sin dall’infanzia traumatizzano, e l’assenza di assistenza affettiva e sociale può rendere manifesta la malattia nascosta. Sono molto affezionata al caso della prima puntata, dove c’è un ragazzo che non è malato ma è un genio nato in un contesto che non ha saputo riconoscerlo e lo ha reso un disadattato. Questa è la dimostrazione che non è tanto come sei tu, ma come sei rispetto all’ambiente in cui vivi. 

Come nasce Oltre la soglia, sei stata coinvolta fin da subito?

Nasce dall’invito che Daniele Cesarano ha rivolto qualche anno fa agli autori e produttori italiani: un momento importante, perché significava lavorare su idee originali. Quando penso a un soggetto uso sempre lo stesso criterio di quando scelgo un viaggio, ho alcuni giorni di vacanza e mi chiedo in quale Paese mi piacerebbe andare. E la risposta dipende molto dallo stato d’animo. In alcuni casi sono attirata da quello che non conosco e per certi versi mi spaventa. Quando lavoro a una storia non scrivo mai qualcosa di già pianificato, ma scrivo per esplorare un territorio che non conosco o voglio conoscere meglio. Nel caso di Oltre la soglia c’era prima di tutto un mio interesse per la psiche umana. Poi, avendo una figlia di 16 anni, in questo momento della mia vita sono immersa tra gli adolescenti. Infine, terza cosa, ho sofferto di depressione da giovane e avevo qualcosa di personale da mettere in gioco. A quei tempi non capivo cosa mi succedeva e non sapevo a chi rivolgermi per chiedere aiuto, mi sentivo in colpa perché stavo male. Quando ad ammalarsi è la centralina di controllo di te stesso è veramente dura, dove le trovi le risorse per rialzarti quando poi tutti intorno ti dicono “dai, reagisci!”? Ho letto E liberaci dal male oscuro di Giovanni Cassano, dove la depressione è trattata alla stregua di altre malattie e mi sono sentita sollevata almeno dal peso del senso di colpa, dal pensare che ero io a non essere all’altezza delle sfide della vita. Mettendo insieme queste tre cose è venuta fuori l’idea di Oltre la soglia

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I casi di puntata sono ispirati a storie vere? Che tipo di consulenza avete avuto?

Partiamo dalla consulenza. Avevo un contatto con il primario del reparto di Neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù di Roma, Stefano Vicari. L’ho incontrato e gli ho chiesto se era interessato. Da lì è nata una collaborazione che ci ha portati al primo step della lavorazione.

Cosa intendi per primo step?

Una volta si commissionava una serie, punto. Invece ora quando si attiva una serie inizi a portare degli elaborati e uno sviluppo, nel nostro caso il pilota. Nello sviluppo successivo, insieme a Michela Straniero, abbiamo studiato le patologie, che sono limitate, e abbiamo scelto quelle con caratteristiche che si manifestano in certe condizioni di stress. Così abbiamo inventato dei casi, preso spunti dalla realtà, anche se nessuno è un fatto realmente accaduto. Vicari ha fatto un controllo ex post su quello che scrivevamo e ci faceva delle note. Intanto la scrittura ha portato via due anni. È una serie abbastanza nuova e abbiamo dovuto trovare il tono giusto per un racconto asciutto, che volevamo privo di melò ma allo stesso tempo adatto a un pubblico ampio, che facesse concessioni al gusto più popolare, con archetipi riconoscibili, ma tenesse anche una sua rotta. 

Dicevi prima che con i ragazzi non si sa mai bene qual è la patologia, e arrivano al reparto senza diagnosi. Lì nasce la detection di Tosca. Ci racconti un po’? Perché il meccanismo si ripete puntata per puntata. 

Esatto, questa è la classica serie da 50 minuti con i casi di puntata e i teaser. Diciamo che ha proprio un pattern preciso, dato soprattutto dalla linea investigativa. Abbiamo fatto una scelta tra incentrare il rapporto medico-paziente sulla parola o tenere lo spettatore avvinto attraverso la linea viva della ricerca del nemico. Un po’ è questa la caratteristica, il bravo psichiatra è chi riesce a guardarti dentro e a capire la tua specificità, perché davvero non c’è mai un paziente uguale a un altro. Il reparto a cui ci siamo ispirati è un reparto d’emergenza, in cui arrivano i ragazzi che hanno avuto una crisi che richiede un intervento immediato e coatto. Arrivi in pronto soccorso e quelli del pronto soccorso devono capire cosa ti è successo e cosa ti sta succedendo. 

“Il bravo psichiatra è chi riesce a guardarti dentro e a capire la tua specificità, perché davvero non c’è mai un paziente uguale a un altro. Il reparto a cui ci siamo ispirati è un reparto d’emergenza, in cui arrivano i ragazzi che hanno avuto una crisi che richiede un intervento immediato e coatto. Arrivi in pronto soccorso e lì devono capire cosa ti è successo e cosa ti sta succedendo”.

A differenza di quello che capita sempre più spesso con le serie orizzontali da 8 episodi, dai ritmi spesso lenti, qui c’è un gran ritmo e si tengono insieme molte cose: il mondo degli adulti, quello degli adolescenti, i casi di puntata, i personaggi ricorrenti, la parte investigativa… 

Sì, rappresentare tutto in 50 minuti è una gran bella sfida, però è per questo che ha ritmo; quando hai uno spazio limitato sfrondi quello che non è indispensabile. Una narrazione deve avere quell’incedere lì. Non c’è una scena che finisce come inizia, se comincia comica finisce drammatica. Il grande merito di questo ritmo è della regia. È il tipo di scrittura che piace a me. Non è tutto terribilmente triste o felice. Se un personaggio ha una ferita, non si vede solo quello. Ed è quello che ho detto anche a Pession: tu hai un passato difficile, hai una ferita grossa, ma non per questo sei una persona cupa e triste.

Hai partecipato al casting del personaggio di Tosca?

Solo in parte, ma desideravo una protagonista contrastante. Se penso al panorama delle attrici italiane, Gabriella risponde alla mia richiesta, l’occhio di ghiaccio, la voce roca e un’intelligenza emotiva che le ha permesso di cogliere tutte le sfumature del personaggio. La stimo molto, l’ho vista crescere, tra alti e bassi, rimboccarsi le maniche e studiare. È stata sul set tutti i giorni, dalla mattina alla sera. Cesarano, che è stato sceneggiatore, ha capito cosa cercavo. Secondo me ci sono troppe voci che concorrono nel processo creativo-produttivo di una serie, e quando ci sono troppe voci alla fine fai una media e la personalità forte rischia di diluirsi. Questa volta è andata bene, ma non sempre va così. 


Fabio Guarnaccia

Direttore di Link. Idee per la televisione, strategic marketing manager di RTI e condirettore della collana "SuperTele", pubblicata da minimum fax. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Ha scritto due romanzi, Più leggero dell’aria (Transeuropa, 2010) e Una specie di paradiso (Laurana, 2015).

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