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Il ritorno dei survival

L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è Yellowjackets. Narrazioni che cercano di essere “il nuovo Lost” e insieme di distaccarsene, vincendo la maledizione di chi insegue. Si salvi chi può.

Sono bastati una manciata di episodi e un gruppo di teenager sopravvissute, isolate e forse cannibali a trasformare Yellowjackets da serie di nicchia a fenomeno culturale: Variety ha riportato che “il numero di spettatori in streaming è quadruplicato” nel corso della stagione, diventando la seconda serie più vista della storia della rete, con 5 milioni di spettatori a settimana. Il merito è soprattutto del cast e di una narrazione slow-burn ricca di salti temporali, misteri, simbolismi e indizi, che in breve tempo ha generato una grande quantità di teorie, thread e discussioni sui social. E i paragoni con Lost non si sono fatti attendere: Emily VanDerWerff su Vox l’ha definita una possibile erede, pur notando che, episodio dopo episodio, la serie ne prenda le distanze, meno interessata a “cercare di superare in qualche modo in astuzia” chi guarda.

Del resto Yellowjackets, in quanto survival, non fa altro che usare i tropi di un genere narrativo che intrattiene da decenni, anzi secoli, da Robinson Crusoe a Cast Away, passando per la saga di Hunger Games e arrivando al succitato Lost: la serie cult diventata negli anni un costante metro di paragone, una specie di santo Graal, a cui sono seguite innumerevoli imitazioni – come Last Resort o la più recente The Wilds – tutte fallimentari se messe a confronto con l’originale. Ma se “il nuovo Lost” è un miraggio, è utile notare come la serialità sia tornata a indagare il tema della sopravvivenza come mai prima, con una serie di titoli tanto simili quanto diversi nel rappresentare l’eterna lotta per la vita. Creando, ancora una volta, un ponte diretto con l’attuale contesto storico, disseminato di relitti e macerie.

Macerie dentro e fuori

Partiamo proprio da Yellowjackets (in Italia su Sky Atlantic): la storia di una squadra di calcio di liceali che nel 1996 rimasero bloccate nel mezzo del nulla, dopo un incidente aereo, e 25 anni dopo ne stanno ancora facendo i conti. Shauna è una donna insoddisfatta che sventra conigli di nascosto; Natalie è uscita dal rehab ma continua a bere e fare uso di droghe; Taissa terrorizza il figlio mangiando fango da sonnambula. Tra presunti suicidi, rituali esoterici, visioni misteriose e probabili atti di cannibalismo, la serie esplora i traumi che le protagoniste si portano dentro, legati all’incidente ma non solo. Come ha spiegato il co-creatore Jonathan Lisco, Yellowjackets “parla di questo gruppo di persone, giovani donne a metà degli anni Novanta, che all’improvviso si trovano, paradossalmente, più vive di quanto non si siano mai sentite nella loro vita. Perché c’è una sorta di libertà rapsodica quando si ritrovano bloccate”.

Anche prima dell’incidente aereo le protagoniste sembrano come tigri in gabbia, piene di rabbia, frustrazione e risentimento perché oppresse da gerarchie sociali, convenzioni di genere e violenze di vario tipo. Che si perpetuano anche dopo lo schianto, ma con un ribaltamento dei ruoli di vittima e carnefice. La prima a liberarsi del suo fardello nel mezzo della natura è Misty, che da nerd sola e bullizzata si trasforma in una sopravvissuta spietata e astuta, capace di amputare a sangue freddo una gamba con un’ascia se necessario, diventando un punto di riferimento per il gruppo. Ed è sempre lei, nel nono episodio, a drogare accidentalmente tutte le compagne, dando avvio a una caccia selvaggia, liberatoria e orrorifica, in cui i mostri non sono i lupi o gli orsi del bosco ma loro stesse. Solo Jackie non vi prende parte: capitana della squadra, bella e popolare, perde via via potere per diventare l’emarginata, lasciata morire da sola, nella notte, al freddo. “La sua morte per ipotermia nel finale di stagione taglia l’ultimo legame delle Yellowjackets con il vecchio ordine sociale”, come scrive Judy Berman su Time, in favore di questa sorta di “matriarcato assetato di sangue”, potente e pericoloso insieme.

Shauna è una donna insoddisfatta che sventra conigli di nascosto; Natalie è uscita dal rehab ma continua a bere e fare uso di droghe; Taissa terrorizza il figlio mangiando fango da sonnambula. Tra presunti suicidi, rituali esoterici, visioni misteriose e probabili atti di cannibalismo, Yellowjackets esplora i traumi che le protagoniste si portano dentro, legati all’incidente ma non solo.

Yellowjackets gioca con le convenzioni del mystery-box show, mescolando l’horror e il teen drama, per scavare nella psicologia di queste donne traumatizzate. Divorate dai segreti del passato, dai ricordi e dalle cicatrici che si sono fatte l’un l’altra. Il fumettista Zerocalcare in Macerie Prime – Sei mesi dopo scrive: “Alla fine noi siamo ’sta roba qua. Sopravvissuti, imperfetti, pieni di cicatrici che ci siamo fatti tra di noi. Se ci guardi da vicino, ti accorgi che, non si sa come, restiamo attaccati. Siamo tenuti insieme con lo sputo. È così, quando attraversi la vita. Ti usuri”. Logorati dalle macerie che ci portiamo addosso, come mostra Yellowjackets, che punta il dito contro il sistema patriarcale e, insieme, si interroga sull’origine del male evitando di scadere in facili conclusioni.

Il pericolo maggiore

Yellowjackets però non è l’unica serie che prova a raccontare le contraddizioni della civiltà moderna unendo il coming of age con il survival e il thriller: uscita a fine 2020 su Prime, The Wilds è incentrata su un gruppo di teenager che si ritrovano su un’isola deserta dopo essere sopravvissute a un (finto) incidente aereo, orchestrato per condurre un esperimento a loro insaputa. La serie esplora molti temi come la perdita, l’abuso, l’omofobia, i disordini alimentari e ovviamente il trauma. “Se volete parlare di quanto accaduto là fuori, sì, è stato traumatico. Ma essere una teenager in una tradizionalissima America… quello è il vero inferno”, dice la protagonista Leah nel primi minuti del pilota, elencando le tante pressioni, aspettative e responsabilità che lei e le altre affrontano come adolescenti. In modo poco sottile, infatti, The Wilds mette subito in chiaro la sua tesi: il pericolo maggiore non è sull’isola ma fuori, nel mondo civilizzato dominato da una cultura tossica e castrante.

Come ha scritto Lucy Mangan sul Guardian, The Wilds è “Lost per adolescenti. È Il signore delle mosche con le ragazze. È Breakfast Club con un tocco apocalittico”. A differenza di Yellowjackets, la serie funziona molto meglio come teen drama che come thriller, in quanto svela sin da subito il mistero che si cela dietro al finto incidente, come al finto salvataggio, anch’esso parte del piano di Gretchen Klein: una studiosa disposta a tutto pur di portare a termine il suo progetto per “un modello di governo pacifico, guidato dalle donne”. Leah e le altre non sono altro che cavie da laboratorio, studiate, controllate e manipolate, anche dopo la morte di una di loro, Jeanette, e la perdita della mano di un’altra, Rachel. Su LA Review of Books Hannah Manshel e Margaret A. Miller scrivono che, seppur in modo confuso, The Wilds sembra suggerire una critica al white feminism, in quanto Gretchen usa “le ragazze come soggetti sia proto-coloniali sia etnografici”, spingendole a tirare fuori il lato più primordiale per “diventare dei buoni soggetti femminili liberali e autonomi”. Non prima di averle private della loro dignità e libertà.

Civiltà incivili

Il tema della sopravvivenza ritorna anche in The North Water, in onda la scorsa estate su Amc (da noi su TimVision) e ambientata nell’Artico nel XIX secolo. La serie horror-survival ricorda molto l’acclamata serie antologica The Terror, perché ha come protagonista un uomo tormentato sopravvissuto a un naufragio e racconta le atrocità e i misfatti commessi lontano dalla civiltà occidentale. In primis, l’affondamento di una baleniera per puro profitto. “Non è una questione di onore, del mio o del tuo”, afferma il magnate Baxter mentre spiega al capitano Brownlee la frode che devono mettere in atto. “Sono i soldi, Arthur, tutto qua. Il denaro fa quello che gli pare. Non gli importa ciò che preferiamo”.

In The North Water l’Artico non è mai un altrove, un posto dove scappare per lasciarsi alle spalle la “civiltà”, ma solo un altro luogo segnato dalle violenze del colonialismo, in cui vige la legge del più forte come nel resto del (sedicente) mondo avanzato.

In The North Water avidità, violenza e morte si intrecciano senza soluzione di continuità, con una visione fortemente nichilista dichiarata sin dall’incipit attraverso le parole del filosofo Schopenhauer: “Il mondo è un inferno, e gli uomini sono da un lato le anime torturate e dall’altro i diavoli”. In questo senso è emblematico lo scontro-incontro tra il protagonista Patrick Sumner, ex chirurgo caduto in disgrazia e uomo di coscienza, e Henry Drax, arpioniere e assassino senza scrupoli: “Io sono uno che agisce, non uno che pensa. Faccio ciò che voglio, tutto qui”. Al contrario, Sumner rivendica l’importanza dell’etica, della morale, ma di fatto accetta di cacciare foche e balene. E alla fine, tornato in Inghilterra, uccide sia Drax sia Baxter dopo averlo derubato, piegandosi alle regole del capitalismo imperiale. Perché in The North Water l’Artico non è mai un altrove, un posto dove scappare per lasciarsi alle spalle la “civiltà”, ma solo un altro luogo segnato dalle violenze del colonialismo, in cui vige la legge del più forte come nel resto del (sedicente) mondo avanzato. Tanto quanto avviene tuttora, come ha spiegato Andrew Haigh al Guardian: “Si tratta di uomini che lottano per esercitare il loro dominio sulla natura e gli uni sugli altri. E a che scopo? […] Dobbiamo solo guardarci intorno per vedere che non siamo cambiati molto da allora”.

Questione di classe

In quest’ottica, The North Water ha molto in comune con Squid Game, definita dal creatore Hwang Dong-hyuk “un’allegoria o una fiaba sulla società capitalistica moderna” rappresentata sotto forma di survival game. Anche nella serie sudcoreana la vita è una guerra di tutti contro tutti, una competizione, spietata e letale, che produce danni incalcolabili: il protagonista Seong Gi-hun, senza lavoro e con un grosso debito da ripagare, alla fine sopravvive e vince il montepremi, ma è così devastato dall’esperienza vissuta che è incapace di godersi i soldi vinti. Viceversa, l’amico d’infanzia Cho Sang-woo preferisce uccidersi piuttosto che ritornare nel mondo reale e fare i conti con le azioni disumane commesse. Pure in Squid Game, insomma, non c’è speranza né redenzione ma solo disperazione, morte perché il gioco è truccato sin dall’inizio. “Stiamo lottando per le nostre vite in circostanze davvero impari”, ha spiegato Hwang Dong-hyuk al Guardian, facendo un raffronto tra la serie e le disparità socio-economiche di oggi. “Nella pandemia, i paesi più poveri non possono far vaccinare la popolazione. Le persone contraggono il virus per strada e muoiono addirittura. […] Stiamo tutti vivendo nel mondo di Squid Game”.

Episodio dopo episodio la questione di classe assume un ruolo centrale, soprattutto nel finale in cui si introducono una serie di personaggi grotteschi, ricchi e annoiati, che pagano per “godersi lo show”, scommettendo sulle vite dei giocatori. Il classismo ritorna anche in Maid: la storia di una donna povera e vittima di violenze che lotta per sopravvivere. Seguiamo Alex scontrarsi con le follie burocratiche e le ingiustizie sul lavoro, che la costringono a fare i salti mortali per ottenere una casa o garantire l’accesso alla scuola per la figlia. A differenza di Squid Game, però, Maid non è solo una storia di sopravvivenza ma anche di resilienza e rinascita, con un finale posticcio che vede la protagonista riscattarsi e trasferirsi, insieme alla figlia, in una nuova città per coronare il suo sogno di diventare scrittrice.

Ancora di salvezza

Tra teenager recluse su un’isola e capitani che distruggono le loro navi, è evidente come tutte queste storie di sopravvissuti – eccetto Maid – siano accomunate da uno sguardo profondamente disilluso, che esclude aprioristicamente alternative o vie di scampo. C’è però un’altra eccezione: Station Eleven, survival post-apocalittico di Hbo Max che parte dallo scoppio di una pandemia influenzale per trasportarci in un futuro utopico in cui il sistema capitalistico è crollato, rimpiazzato da un neo-feudalesimo. Il creatore Patrick Somerville l’ha presentata come “una serie post-apocalittica sulla gioia”, che ruota intorno al lutto, alla perdita, ma si chiude con un classico lieto fine. “Mi ricordo i danni. E poi la fuga” è forse la frase ripetuta maggiormente, tratta dal fumetto omonimo che diventa un talismano, un’àncora di salvezza, un modo per elaborare il trauma per molti personaggi. In primis per la sua autrice Miranda, sopravvissuta a un uragano che le ha tolto i genitori; ma anche per i protagonisti Tyler e Kirsten che a causa della pandemia hanno perso tutto, da bambini, e riescono a ricongiungersi con le rispettive famiglie – di sangue e non – solo vent’anni dopo, grazie alla messa in scena di uno spettacolo teatrale.

Mary McNamara sul Los Angeles Times scrive che alla fine ci si rende conto che Station Eleven non “era una storia su come sopravvivere a una pandemia. Ma su come l’arte e la cultura possono aiutare le persone, e la civiltà, a sopravvivere a una totale catastrofe”. La serie, tra l’altro, segue le vicende della compagnia itinerante di cui fa parte Kirsten, la Traveling Symphony: una piccola comunità composta da attori, musicisti e artisti nomadi che recitano Shakespeare per “dare un senso al mondo almeno per un minuto”. Un mondo senza internet, elettricità, lavoro, razzismo o altri tipi di discriminazione, ma pur sempre risorto dalle ceneri di una società decaduta. E se da un lato Station Eleven è stata criticata per il suo scenario post-pandemico poco plausibile, dall’altro è stata apprezzata per il tempismo perfetto e il barlume di speranza che propone: per Sulagna Misra di AvClub è un “balsamo calmante proprio perché fa da contrappeso al bombardamento di brutte notizie sulla pandemia” ancora in corso, così come il fumetto creato da Miranda e l’opera teatrale diventano un rifugio per i protagonisti.

Un’altra battuta ripetuta come un mantra nella serie è “il prima non esiste”: come se dirlo ad alta voce o dare fuoco alle cose – come fa Tyler – bastasse a cancellare la memoria degli orrori del passato e le sue conseguenze. In realtà il prima esiste eccome: c’è un prima e c’è un dopo, ed è in quello spazio che, incattiviti, feriti e un po’ malconci, continuiamo ad andare avanti e sopravvivere.


Manuela Stacca

Laureata presso l'Università di Sassari, si occupa di critica cinematografica e televisiva per alcune testate online.

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