Mentre l’America di Trump torna al protezionismo, l’audiovisivo si ritrova tra le righe di una nuova strategia geopolitica. Nell’era dei dazi, anche il cinema e le serie tv diventano terreno di scontro.
Nella guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa, la veicolazione della produzione audiovisiva è al momento esclusa, perché film e programmi televisivi sono considerati servizi e non merci, dunque esclusi dai dazi imposti dall’amministrazione Trump. Semmai, ne è interessata la produzione, perché la strumentazione necessaria è spesso venduta negli Stati Uniti e importata dagli Stati Uniti. Ma c’è più di un modo per “riequilibrare la sproporzione commerciale” se il governo americano intende farlo anche nel settore audiovisivo. Un indizio è arrivato in un memo dell’amministrazione Trump, pubblicato il 21 febbraio, che ha scatenato reazioni di approvazione da parte dei produttori americani ma anche dalle associazioni di registi e tecnici (DGA e IATSE), evidenziando quello che era un nervo scoperto e allineando (in questa battaglia) studios e registi con le idee dell’amministrazione Trump.
Il titolo della nota pubblicata lascia intuire il quoziente di desiderio di conciliazione: “Difendere le compagnie americane e gli innovatori dall’estorsione, le multe ingiuste e la penalizzazione oltreoceano”. Il grosso del contenuto della nota riguarda le grandi compagnie del settore tecnologico e le imposizioni dell’Unione Europea nei loro confronti. Una parte, però, riguarda anche le norme che in diversi Paesi obbligano le piattaforme a finanziare la produzione locale.
Riguardo l’Europa si fa riferimento all’AVMSD (Audiovisual Media Services Directive) dell’UE, una misura con cui diversi Paesi dell’Unione, almeno 14 tra cui Italia, Francia, Spagna e Danimarca, obbligano le piattaforme a investire una quota dei loro profitti nella produzione locale e a includere nei loro cataloghi una percentuale di opere europee (il 30%). Se non si adeguano, non possono operare. L’obiettivo è proteggere la produzione nazionale da quella molto commerciale, molto potente e ricca che viene dagli Stati Uniti, senza per questo svantaggiare i singoli film o le singole serie americane, ma semmai aiutando le locali. Se le imprese americane fanno soldi in Italia o in Francia, devono contribuire alla cultura francese o italiana: è questa la teoria sottesa.
Ma anche il Canada ha una legge simile, così come Paesi dell’Asia e dell’Oceania. Tuttavia, i primi – Cina in testa – preferiscono usare lo strumento delle quote, cioè far entrare più o meno film stranieri a seconda delle esigenze per compensare quelli interni. La sproporzione a cui tiene il governo americano è data dal fatto che, come è facile immaginare, questi Paesi poi non esportano i loro film negli Stati Uniti con la stessa potenza con cui ne importano. Il cinema straniero in America è una frazione del box office, limitato a certi circuiti cinematografici, più che altro in poche grandi città. Una quota del tutto residuale del mercato, che non ha nessun impatto sulla vita delle sale o sull’economia. Quindi non ha senso imporre delle tariffe che non sarebbero un danno per nessun Paese, tranne probabilmente il Regno Unito, l’unico che, per questioni di lingua e di ambizione spettacolare delle produzioni, può esportare davvero negli Stati Uniti.
Sovranismo audiovisivo
Solo venti giorni dopo la pubblicazione di questo memo, la Motion Picture Association (MPA) ha subito visto una possibilità e spinto da una richiesta della Casa Bianca ha aggiunto al consueto report annuale sulle barriere nel commercio verso l’estero una nota in cui ha dettagliato le maniere in cui 30 Paesi del mondo svantaggiano le produzioni americane, imponendo quote d’investimento o barriere di vario tipo, giudicate “sproporzionate”. L’Italia è tra questi.
È chiaro che il desiderio dei produttori è di cavalcare la possibilità di un grande aumento dei ricavi nel resto del mondo, nonostante questi siano già grandi. I ricavi dei film americani dal resto del mondo, in media, sono paragonabili agli incassi “domestici”. In alcuni casi, il resto del mondo può salvare il saldo di una produzione non andata molto bene in patria.
Tra le conseguenze negative di queste barriere che la MPA cita, ci sono questioni molto diverse tra loro e anche alcune difficili da dimostrare, come l’aumento della pirateria online e il soffocamento dello sviluppo degli affari. I dati su cui si fa forza sono principalmente il calo della produzione seriale americana a partire dal 2022 (senza precisare il contesto, cioè la crisi delle piattaforme e la fine del periodo di peak TV degli anni precedenti), a fronte invece di un aumento della produzione in Europa, legando le due cose.
È chiaro che il desiderio dei produttori è di cavalcare la possibilità di un grande aumento dei ricavi nel resto del mondo, nonostante questi siano già grandi. Gli studios e le piattaforme hanno divisioni locali che curano la distribuzione dei contenuti, assumendosi i costi ma anche tutti i proventi, mentre gli indipendenti vendono i film a distributori locali. Per quanto riguarda il cinema, i ricavi dei film americani dal resto del mondo, in media, sono paragonabili agli incassi “domestici”. In alcuni casi, il resto del mondo può salvare il saldo di una produzione non andata molto bene in patria.
Da quando la Cina, dopo la pandemia da Covid-19, ha limitato di molto la quota di film statunitensi che distribuisce in patria, quella che per dieci anni era stata una fonte di introito su cui gli studios avevano cominciato a contare è scomparsa, e molti modelli di business o pianificazioni sono saltati. Ristabilire la bilancia commerciale e quindi limitare o annullare quella che in Europa si chiama “eccezione culturale”, cioè la pratica di avvantaggiare la produzione culturale locale in vari modi, potrebbe essere un modo di compensare quelle perdite. Questo, nonostante sia la MPA stessa a ricordare che il settore dell’intrattenimento audiovisivo è uno dei pochissimi settori di esportazione americani con un bilancio commerciale positivo continuo e costante, con un profitto nel 2023 di 15,3 miliardi di dollari.
Per l’amministrazione Trump, queste pratiche violano “la sovranità americana e i lavori degli americani all’estero, limitando la loro competitività globale e aumentando i costi di operatività, oltre a esporre a regolatori stranieri potenzialmente ostili informazioni sensibili”. Per i Paesi europei, invece, i contributi alla produzione che vengono dalle piattaforme di streaming sono stati, nell’ultimo decennio, una parte importantissima della crescita produttiva. Per alcune di queste piattaforme poi, Netflix in particolare, la produzione locale nei Paesi non americani è stata uno dei segreti del grande successo. Ma è chiaro che preferirebbero decidere loro dove e quanto investire invece di avere degli obblighi.
La “risposta” europea
L’Unione Europea al momento non si è occupata direttamente della questione e non ha reagito, se non proseguendo in una linea già tracciata: quella dello spostamento a livello europeo di alcuni meccanismi di finanziamento per l’audiovisivo. Non c’è modo di rispondere a eventuali mosse in questa direzione come l’Europa ha annunciato di fare riguardo ai dazi, cioè sullo stesso terreno, proprio perché non esiste una reciprocità tra importazione ed esportazione. La maniera in cui l’UE può rispondere (più o meno) è semmai provando a supplire a un’eventuale scomparsa di quelle fonti di sostegno.
L’idea al momento sembra passare per il programma Media di Europa Creativa, che per decenni ha supportato la veicolazione internazionale dei film e delle serie, ma non ha mai finanziato direttamente niente e ora invece intende farlo con l’esplicito fine di bilanciare i grandi investimenti americani. È una mossa in linea con le azioni del secondo mandato von der Leyen, mirate a dare priorità agli investimenti. Per farlo sono stati messi a punto due strumenti nuovi: il programma MediaInvest del Fondo Europeo per gli Investimenti (EIF), che supporta investimenti azionari, e le garanzie sui debiti per le produzioni cinematografiche tramite il programma InvestEU Cultural and Creative Sector (IEU CCS).
MediaInvest è un fondo da 200 milioni di euro lanciato nel 2022 che mira ad arrivare a 400 milioni, attirando altri investimenti da parte di privati e istituzioni nel settore audiovisivo europeo. Vista la sua finalità, ci sono preoccupazioni che favorisca produzioni commerciali a scapito di quelle d’autore. Due opere che hanno beneficiato di questa forma di finanziamento sono state la serie Il conte di Montecristo e il film Emilia Perez. L’altro strumento è invece il programma IEU CCS, che fornisce garanzie sui debiti alle banche e ad altri intermediari per incentivare il finanziamento delle produzioni cinematografiche.
Il modello cinese
Tutto un altro discorso è invece quello che accade con le esportazioni americane in Cina, dove, come detto, la guerra commerciale dell’intrattenimento è stata cominciata dalla Cina, che ha prima aperto il suo mercato e poi l’ha chiuso quando ha ritenuto di non aver più bisogno dei grandi incassi dei film americani per aumentare la penetrazione del cinema nella sua popolazione, e di non aver più bisogno di acquisire know-how produttivo e distributivo. Oggi il cinema spettacolare cinese, in media, è a livello degli standard formali e produttivi americani. Ne Zha 2, film d’animazione che racconta una storia tradizionale, è diventato il film d’animazione di maggior incasso di sempre, superando gli 1,7 miliardi di incasso di Inside Out con i suoi 1,9 miliardi di dollari. E solo con l’incasso cinese.
Lo stato di incertezza che da subito ha avuto conseguenze negative sulla borsa, è lo stesso che avrà conseguenze negative sulla produzione. Le esigenze di pianificazione a lungo termine impongono una politica molto cauta agli studios, il che significa una riduzione nella quantità di produzione.
Ora, in risposta alla più grande guerra commerciale e ai nuovi dazi sulle merci, il governo ha annunciato (dopo che due blogger l’avevano anticipato) un’ulteriore limitazione dei film americani importati. È il tipo di reazione impossibile in Europa, dove una parte grande del settore dell’esercizio vive grazie all’importazione di film americani, che costituiscono una quota che, a seconda dei Paesi, oscilla tra il 50% e il 70% del box office. In molte nazioni, poi, è una quota che, se scomparisse, non sarebbe sostituita da produzioni locali, che non solo non hanno le stesse potenzialità ma nemmeno lo stesso pubblico.
Inoltre, in Cina, come per altre forme di produzione, il sostegno statale all’audiovisivo è molto forte. Il successo di Ne Zha 2, per esempio, è stato anche molto frutto della decisione di uscire nelle festività del Capodanno cinese, del fatto che non ci sono state altre grandi uscite in quel periodo per lasciargli campo libero e di come, dopo i primi incassi positivi, il film sia stato abbracciato come una questione di orgoglio nazionale. Vedere Ne Zha 2 è diventato un fatto di patriottismo, sponsorizzato in maniera non ufficiale dallo Stato.
La paura della recessione e le sue conseguenze
A prescindere dalle regolamentazioni, lo stato di incertezza che da subito ha avuto conseguenze negative sulla borsa, è lo stesso che avrà conseguenze negative sulla produzione. Le esigenze di pianificazione a lungo termine impongono in questo momento una politica molto cauta agli studios, il che significa una riduzione nella quantità di produzione. Universal (posseduta da una società più grande, Comcast) e Warner (fusa ormai con Discovery) hanno molti interessi anche nel business della pubblicità, il primo a essere colpito in caso di recessione. Almeno la metà degli introiti di Disney viene dai parchi attrazione, che saranno colpiti sia in caso di recessione che in caso di calo del turismo negli Stati Uniti. Paramount e Sony invece, che hanno interessi nel settore tecnologico, sono gli studios che sembrano avere più probabilità di limitare i danni come anche Netflix, che vive con i soldi degli abbonamenti.
Eppure là dove non arriveranno le diverse risposte alle tariffe, potrebbe arrivare la pressione fiscale a cambiare la disponibilità di Hollywood a investire nella produzione. E in molti, come riporta Deadline, temono anche che a queste misure protezionistiche seguano richieste più esplicite di spostare di nuovo la produzione negli Stati Uniti. Nell’ultimo decennio Hollywood ha girato sempre di più all’estero trovando, caso per caso, i luoghi in cui gli incentivi rendono la pratica più conveniente. Il Canada è stato uno degli stati meglio posizionati negli ultimi 30 anni, ma anche ora uno di quelli colpiti dalle tariffe. In molti chiedono da tempo il ritorno a girare in patria, che però sarebbe un costo ulteriore. La combinazione di una richiesta di protezionismo e nazionalismo con la Guerra commerciale a paesi di regola ospitali e vantaggiosi per le produzioni potrebbe causare un aumento dei costi che si somma a quello già previsto di catering, carburanti, logistica, spostamenti ecc. ecc. Che è esattamente quello che contribuisce a rendere cauti gli studios e minimizzare gli investimenti, dopo un anno e mezzo di pandemia e uno dei più lunghi scioperi combinati di attori e sceneggiatori, che già hanno affaticato la produzione.
Gabriele Niola
Giornalista e critico di cinema, videogiochi e webserie, è stato selezionatore della sezione Extra del Festival del Film di Roma e per il Taormina Film Fest. Scrive per MyMovies, BadTaste, Wired, Leggo, Fanpage e i 400calci.
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