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Di chi ha paura l’Uomo nero?

Film e telefilm di genere sono diventati essenziali per raccontare l’esperienza afroamericana e i sentimenti di una comunità in tumulto. Da Jordan Peele a Lovecraft Country.

In un saggio pubblicato su The Atlantic nel giugno 2020 – solo una settimana dopo l’omicidio di George Floyd – Ibram X. Kendi, autore del bestseller How To Be an Antiracist, definisce l’attuale periodo storico vissuto dagli afroamericani come un “American Nightmare”. Kendi scrive: “un incubo è essenzialmente una storia horror di pericolo, ma non è completamente una storia horror. I neri provano gioia, amore, pace, sicurezza. Ma come in tutte le storie horror quei momenti indimenticabili di fatica, terrore e trauma hanno reso il pericolo essenziale dentro all’esperienza nera nell’America razzista”. Nel saggio, Kendi fa riferimento soprattutto ai concetti di trauma e pericolo, a dire il vero ricorrenti nella letteratura nera moderna. In Tra me e il mondo, la lettera/memoir che ha reso celebre a livello mainstream Ta-Nehisi Coates, l’autore esprime la perenne situazione di pericolo in cui vivono gli uomini e le donne afroamericane, facendo esplicito riferimento alla vulnerabilità del loro corpo. Il trauma a cui fa invece riferimento Kendi è il “racial trauma”, che l’American Psychological Association definisce come “una forma di stress basato sulla razza, che fa riferimento alle reazioni di people of color e indigenous individuals a eventi pericolosi e a esperienze di discriminazioni razziali percepite o reali”. 

Storia dell’orrore nero

Trauma e pericolo sono sentimenti e percezioni comuni, se non addirittura ovvie, all’interno del genere horror. Ed è quasi naturale che sia stato proprio l’horror, negli ultimi anni, a essersi eretto a genere fondamentale per il racconto della condizione moderna degli afroamericani in America. Ma il rapporto tra horror e black experience non nasce oggi, ma con uno dei primi blockbuster americani: Nascita di una nazione, di D.W. Griffith. Se comunemente il film non è esattamente considerato un horror, l’autrice Tananarive Due ha, in diverse interviste, lasciato intendere di pensarla diversamente: “Non è ritenuto un film horror a meno che tu non sia nero. Se sei nero, o se anche solo hai a cuore il futuro del tuo Paese, questo è un film horror a tutti gli effetti”. Due è la produttrice di un documentario, Horror Noire, basato sull’omonimo libro di Robin R. Means Coleman e diventato un piccolo caso editoriale negli anni scorsi. Nel libro e nel documentario è infatti ricostruita la storia dell’horror nero partendo dalla premessa della simbiosi tra il genere e l’intera esperienza afroamericana. Esistevano due principali ere del black horror, una negli anni Settanta e una nei Novanta. Poi ne è arrivata una terza. 

La prima è soprattutto caratterizzata da due film, Blacula e Ganja & Hess. Blacula è stato il primo horror di successo diretto da un regista afroamericano, William Crain, diventato negli anni un vero e proprio cult di quel calderone conosciuto come “blacksploitation”, un film storico e iconico per chiunque si approcciasse al genere. Qualche anno più tardi Crain ci riproverà con Dr. Black, Mr Hyde, senza però particolare successo. Ganja & Hess è invece una storia d’amore e vampiri, che dietro il main plot nasconde un forte volontà politica e di critica al suprematismo bianco. Tanto che Spike Lee, senza dubbio il principale regista politico della cinematografia nera, ha deciso di realizzarne un (non riuscitissimo) reboot nel 2014 con Da Sweet Blood of Jesus

Gli anni Novanta hanno invece consegnato al genere Tales from the Hood (prodotto proprio da Spike Lee), La baia di Eva, ma soprattutto Candyman. Il film, scritto e diretto nel 1992 da Bernard Rose, racconta la leggenda di Naceur, il figlio di uno schiavo che fu linciato e ucciso, che è evocato se davanti allo specchio si ripete la parola Candyman. Chi lo evoca però poco dopo muore. Come lo stesso Rose ha raccontato in un’intervista al Guardian, una delle principali innovazioni portate in scena da Candyman fu l’utilizzo da parte di un regista afroamericano di un afroamericano come principale villain della storia e, in ultima istanza, come “il mostro”. “Abbiamo chiesto alla NAACP ( la National Association for the Advancement of Colored People) di controllare e approvare la sceneggiatura e loro hanno espresso qualche preoccupazione sul fatto che il film potesse perpetrare lo stereotipo dell’uomo nero come qualcuno da temere. Ho sostenuto che nei film horror succede una cosa molto strana: le persone in realtà le persone si identificano con il cattivo – è da lui che si travestono, mai da vittima. E inoltre Candyman era una sorta di angelo vendicatore”. Nelle intenzioni di Rose dunque Candyman aveva anche il compito di rovesciare anni di cliché sui personaggi neri come primi a morire in qualsiasi film anche solo simile a un horror, un lavoro iniziato da George Romero con il personaggio di Ben in La notte dei morti viventi, nel 1968.

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Virginia Madsen,†Tony Todd,†Xander Berkeley,†Kasi Lemmons,†Vanessa A. Williams

La terza rivoluzione horror

L’influenza e la rilevanza di Candyman sono arrivate fino a Jordan Peele, l’ideale maestro del black horror moderno, nonché principale causa della nascita della terza età d’oro del genere, che inizia di fatto nel 2017 e promette di essere la più splendente di sempre. Scappa – Get Out e Noi hanno completamente riscritto i canoni di un genere che mai aveva raggiunto questi livelli di perfezione e, soprattutto, li hanno resi attuali. Il cinema di Peele è infatti scritto, pensato e realizzato per vivere in quella che lo stesso regista ha definito “la bugia della società post-razziale”. Quella società che doveva nascere dall’elezione di Barack Obama e si è poi risvegliata, otto anni dopo, nel suo peggiore incubo possibile. 

Scappa – Get Out in questo senso è il film che meglio ha definito l’America post-Obama. La narrazione parte dalla visita di Chris, un fotografo afroamericano, alla tenuta di famiglia di Rose, la sua fidanzata. Nel corso del soggiorno succedono diverse cose strane, che altro non sono che indizi della ancora più strana pratica applicata dalla famiglia della ragazza: utilizzare i corpi neri per impiantarci i cervelli dei bianchi più anziani, allungando così la loro vita e bloccando le anime dei neri nel “Sunken Place”. Nei comportamenti della famiglia Armitage in Scappa – Get Out è messo in mostra un razzismo implicito, post-razziale, antropologico, scientifico. Il pericolo per i corpi neri è stavolta rappresentato dalla loro perfezione, avvicinandosi quasi all’idea di appropriazione culturale, cui si contrappone una vita inferiore che non merita invece di essere vissuta e per questo è sostituita da quella dei bianchi. Un razzismo gentile, più diffuso e meno riconoscibile. In un’intervista, Jordan Peele ha detto: “l’élite liberal che comunica di non essere in alcun modo razzista è il problema, tanto quanto tutto il resto. Questo film parla della mancanza di riconoscimento nell’esistenza del razzismo. Nell’era di Trump, è ancora più ovvio che esista un razzismo estremo”. 

Il cinema di Jordan Peele è infatti scritto, pensato e realizzato per vivere in quella che lo stesso regista ha definito “la bugia della società post-razziale”. Quella società che doveva nascere dall’elezione di Barack Obama e si è poi risvegliata, otto anni dopo, nel suo peggiore incubo possibile.

L’influenza di Jordan Peele si pesa anche dalla sua capacità di creare figure letterarie capaci di entrare a far parte della letteratura quanto della cultura pop moderna. Il “Sunken Place”, per esempio, che nel film è lo spazio metafisico in cui Chris e altri neri si trovano a “galleggiare”. Alex Rayner lo ha descritto come “l’espressione di uno stato d’animo politico e sociale di inerzia liberale e tacita egemonia suprematista bianca”. E i media hanno cominciato a parlare di Kanye West – dopo gli apprezzamenti a Trump e la familiarità con il MAGA hat, OJ Simpson, Tiger Woods o anche Ben Carson – come di casi reali di personalità perse nel “Sunken Place”. Afroamericani celebri per essersi immersi completamente all’interno della cultura bianca e “accusati” di aver preso le distanze dalla loro comunità. 

Oltre che influenzare la cultura e la filmografia di genere, l’horror di Peele ha assunto nel tempo una rilevanza politica ben precisa nella esplicitazione delle dinamiche della società moderna americana, rispettando pedissequamente la sua intenzione di smascheramento dell’ipocrisia liberal. Il razzismo mostrato da Peele non è mai singolare, ma sempre plurale. È la società per come l’abbiamo costruita il vero mostro del ventunesimo secolo: “I migliori e più spaventosi mostri al mondo sono gli esseri umani e ciò di cui sono capaci, specialmente quando sono insieme”, ha detto. Questa esplicitazione è tanto più chiara nel suo secondo film di successo, Noi. Quella moltitudine è ancor più vasta ed estesa, sconosciuta e spaventosa. “Siamo americani”, risponde alla domanda uno dei doppelganger del film. Noi racconta infatti la storia di Adelaide Thomas e della sua famiglia che durante la loro vacanza estiva incontrano dei doppelganger il cui solo scopo è uccidere. 

Il film è principalmente un horror politico e sociale, che ha come obiettivo primario quello di mettere in evidenza i vizi della costruzione della collettività moderna, impegnata a mettere sistematicamente da parte un gruppo di individui per permettere alla maggioranza di prosperare. In Noi la società capitalistica americana è demolita contrapponendo agli abitanti della terra che conosciamo gli “altri”, emarginati violenti che non hanno avuto mai nulla e vogliono vedere il mondo bruciare. E così che il sogno americano si trasforma in un incubo, come aveva teorizzato Malcolm X nel suo discorso “The Ballot or The Bullet”: “Non vedo nessun sogno americano, io vedo soltanto l’incubo americano”. Un incubo estremamente reale a dir il vero, che dal 2014 si è materializzato con regolarità impressionante, portando alla morti di Tamir Rice, Michael Brown, Trayvon Martin, Breonna Taylor. 

Declinazioni di black horror

“Negli horror, c’è un livello di ansia che la tua vita possa esserti tolta in ogni momento. Quella è la black experience”, ha detto Misha Green in un’intervista al New York Times. Green è la giovane regista di Lovecraft Country, serie televisiva di Hbo basata sull’omonimo romanzo di Matt Ruff e prodotta da Jordan Peele con J.J. Abrams. L’inusuale on-the-road segue il viaggio di un gruppo di afroamericani (guidato da Atticus “Tic” Freeman) nei luoghi descritti da H.P. Lovecraft nei suoi romanzi. A far da sfondo agli incontri di mostri e strane sette para-sataniche di bianchi ci sono The Safe Negro Travel Guide – una versione fittizia del The Negro Motorist Green Book di Victor Hugo, su cui è basato anche il film premio Oscar Green Book – e il razzismo dell’America dell’epoca Jim Crow, quella della segregazione razziale che aveva peraltro segnato le opere di H.P. Lovecraft, razzista e suprematista bianco. Al contrario di quanto accade nei lavori di Peele, in Lovecraft Country il razzismo si presenta come un nemico chiaro, identificabile, detestabile, che è puntualmente sconfitto dall’eroe. La serie ribalta la prospettiva lovecraftiana per cui i neri erano animali o creature semi-umane, trasformando i bianchi nei veri mostri, a volte in maniera fin troppo didascalica, dal punto di vista tanto della sceneggiatura quanto dei costumi. In Lovecraft Country è troppo facile riconoscere i razzisti, perché sono biondissimi, hanno la pelle chiarissima e si divertono a umiliare i neri. Del razzismo insomma osserviamo solo il lato più violento e condannabile, in una nazione che continua a sparare alle spalle i suoi cittadini afroamericani. Nel 2020 la comunità afroamericana, già lacerata da una pandemia che ha colpito in modo sproporzionato i suoi membri (con tassi di disoccupazione e di morte molto più alti rispetto ai bianchi e ad altre minoranze), ha visto risvegliarsi con veemenza la brutalità della polizia e il conseguente disprezzo espresso nei confronti di uomini neri disarmati e ammazzati dalle forze dell’ordine.

I black horror continuano a essere estremamente necessari e attuali, e infatti i prossimi mesi vedranno la realizzazione di altri titoli ascrivibili al genere, come il remake di Candyman, prodotto ancora una volta da Jordan Peele e affidato alla giovane e talentuosa Nia Da Costa. Presentando il film, DaCosta ha twittato: “Candyman, nell’intersezione tra violenza bianca e dolore nero, parla di martiri riluttanti. Le persone che erano, i simboli in cui le trasformiamo, i mostri che ci viene detto dovevano essere”. Il nuovo Candyman è stato attualizzato ma continua a essere ambientato a Chicago, in una storia che amplierà ancora di più l’esperienza nera, parlando della gentrificazione di una delle città con il più alto numero di morti per arma da fuoco in America, e che utilizzerà ancora una volta come colonna sonora un classico dell’R&B arrangiato in maniera inquietante (in Noi era stato “I Got Five on It”, in Candyman sarà “Say My Name” delle Destiny’s Child). In un’intervista DaCosta ha sottolineato come, nella sua essenza, Candyman sia un film che parla della ciclicità della violenza e della prospettiva che le leggende metropolitane la autoalimentino nelle comunità, facendole precipitare nell’ennesima declinazione dell’incubo americano. Il film è infatti ambientato in quelle che erano le public house Cabrini-Green, oramai completamente demolite e riqualificate, un progetto di edilizia popolare che è stato tra i più fallimentari d’America e ha contribuito alla creazione di aree create per intrappolare le speranze delle minoranze, alimentandone le sensazioni di trauma e pericolo. 

Sarà poi la volta di Antebellum, film con protagonista Janelle Monae che racconta la storia di una donna che rivive costantemente l’incubo della schiavitù. In una intervista a Vanity Fair Gerard Bush, che ha sceneggiato il film, ha detto: “Ci siamo cullati nell’idea che questa casa infestata in cui viviamo e che chiamiamo America non contenga fantasmi o residui del nostro peccato originale. Ma ogni tanto il fantasma si risveglia e diventa bestia”, facendo riferimento ai simboli del passato segregazionista che ancora oggi campeggiano in America.

La serie ribalta la prospettiva lovecraftiana per cui i neri erano animali o creature semi-umane, trasformando i bianchi nei veri mostri, a volte in maniera fin troppo didascalica, dal punto di vista tanto della sceneggiatura quanto dei costumi. In Lovecraft Country è troppo facile riconoscere i razzisti, perché sono biondissimi, hanno la pelle chiarissima e si divertono a umiliare i neri.

Il black horror di questa terza era è stato in grado di ampliare e di espandere il racconto della black experience più di quanto siano stati in grado di fare i film degli anni Settanta e Novanta. Merito anche della cross-settorialità dei media, che ha permesso di ascrivere al genere anche i prodotti di Donald Glover.

L’attore/sceneggiatore/comico/cantante/musicista, anche conosciuto con il nome di Childish Gambino, ha lentamente trasformato il surrealismo in horror tanto nel suo lavoro televisivo quanto in quello musicale. Nella seconda stagione di Atlanta, la serie FX scritta insieme al fratello Stephan, Glover mette in scena quello che a oggi resta l’unico episodio di una comedy americana a concludersi con un duplice omicidio, “Teddy Perkins”. Nella puntata Darius – Lakeith Stanfield, presente anche in Scappa – Get Out – si presenta in una grossa casa di campagna per ritirare il pianoforte di un, pare, famoso pianista: Benny Hope. È accolto da quello che si professa suo fratello, Teddy Perkins, che altri non è che la versione in “white-face” di Donald Glover, alla sua miglior interpretazione. All’elemento di tensione tipico della filmografia di genere, Glover aggiunge un elemento metafisico e surreale che rende “Teddy Perkins” un unicum all’interno tanto della tv americana quanto del genere horror. 

Il ricorso all’orrore surrealistico è in realtà un elemento caratterizzante l’estetica di Gambino, a partire dai tempi dei videoclip come “Camp” a quello ben più conosciuto di “This is America”, come lo è anche dello stesso Peele, o di registi come Boots Riley, che nel 2018 ha raccolto elogi per Sorry To Bother You, una dramedy finita in horror che vede come protagonista ancora Lakeith Stanfield (anello di congiunzione per il cinema nero moderno tutto), e prende di mira il razzismo sistemico della società americana da un punto di vista diverso, quello del mercato del lavoro. Nel film infatti Cassius “Cash” Green è catapultato nel suo peggiore incubo: fingere di essere bianco per tenersi il lavoro e fare carriera. 

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Il futuro del genere

Nel 2019 Jordan Peele e la Monekeypaw ( la sua casa di produzione, che ha realizzato anche Blackkklansman, Hunters e The Twilight Zone) hanno firmato un ricchissimo accordo di esclusiva di cinque anni con la Universal, che mira a rendere Jordan Peele un brand, il loro Kevin Feige. Dell’accordo fanno parte Candyman e Lovecraft Country, più nuovi film e serie a cui Peele sta lavorando. Non è un caso che questa impennata di interesse verso il black horror sia coincisa con l’esplosione mediatica del Black Lives Matter e l’elezione di Donald Trump a Presidente. Quando l’American nightmare è tornato a riacutizzarsi si è fatta sentire l’esigenza di esprimere il dolore e somatizzare il trauma. Come ha scritto Ryan Coleman sulla Los Angeles Review of Books: “Il black horror del ventunesimo secolo riflette non solo le distorsioni di un periodo in un cui l’immagine nera è stata tenuta ostaggio dei curatori d’immagine bianchi, ma anche le sagome rivoluzionarie proiettate durante il periodo di fervente produzione dei film black horror che ne è seguito”. Niente di tutto questo però sarebbe servito a molto se quel tipo di produzione cinematografica non avesse funzionato al botteghino. Il successo della terza età d’oro dell’horror nero ha fatto il pari con il più alto numero di afroamericani al cinema nella storia americana e con l’esplosione di prodotti come Black Panther. Spike Lee, parlando di Peele, una volta ha dichiarato: “storicamente, l’industria del cinema ha sempre detto che i film neri non convertono. Ma il suo film e Black Panther hanno reso difficile per queste persone sostenere quel tipo di opinione. Peele è stato molto molto importante per distruggere quella narrazione. Quella narrazione è una bugia”.


Francesco Abazia

Lavora come project manager e managing editor di nss magazine. Studia ed è affascinato da tutto ciò che riguardi la black culture, di cui ha scritto su Il Foglio, Esquire e Rolling Stone.

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