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Fenomeni

Me contro te contro tutti

Chi non ha figli li ha scoperti guardando il box office cinematografico di inizio anno. Per chi li ha, non è stata una sorpresa. Da fidanzatini di provincia a potenze dell’industria mediale italiana.

In un saggio del 1919, Freud usa un racconto dello scrittore E.T.A. Hoffmann, Der Sandmann, per descrivere il sentimento di Unheimlich, una di quelle famose parole tedesche capaci di racchiudere concetti tanto complessi in forma molto sintetica. La traduzione di questo termine varia, anche se “perturbante” è forse quella più accreditata, e indica un sentimento che contiene allo stesso tempo la familiarità – Heimlich, appunto, significa questo – che si mescola con il suo opposto, ossia l’estraneità. Il motivo per cui Freud ha usato L’uomo di sabbia come racconto simbolo del perturbante, o “sinistro” come lo definisce il critico Francesco Orlando, è che nella storia sono presenti alcune sensazioni fondamentali di questo sentimento: la differenza tra una cosa spaventosa e basta e una cosa perturbante sta nel fatto che quando la vediamo in un primo momento ci risulta nota, come succede al protagonista quando scambia una bambola animata per una ragazza vera e quando si trova di fronte al mostro strappa-occhi di un racconto che sentiva da bambino. Il perturbante, insomma, pesca nel nostro inconscio infantile: la sottile differenza tra un clown che ci fa ridere e uno che sembra ci voglia fare a pezzi. Di questa sensazione cinema, letteratura e arte si sono serviti negli anni, ben dopo i racconti di Hoffmann, e a noi spettatori e lettori resta quel gusto borderline in cui incappiamo di fronte a prodotti destinati all’infanzia che non riusciamo bene a spiegarci, che per qualche motivo ci inquietano. Non so se quello che io e molte altre persone proviamo di fronte alle celebrità più potenti di YouTube Italia sia esattamente Unheimlich, ma di certo i Me contro Te qualcosa del genere a chi ha superato la fase dei denti da latte la stimolano, nonostante i grandi riconoscimenti e l’innegabile abilità nel diventare un punto di riferimento universale per gli under 12

Ciprì e Maresco vanno a Disneyland

Partiamo da un presupposto: analizzare i Me contro Te, campioni di incassi al botteghino – tanto da battere Zalone –, dominatori delle classifiche musicali, fuoriclasse dell’editoria contemporanea – competitor diretti di Elena Ferrante – e non tenere in conto del pubblico a cui sono diretti è, ovviamente, una follia. Considerare questi due piccoli geni dell’intrattenimento come un fenomeno inspiegabile piombato dal cielo per divorare YouTube e tutti gli altri spazi non ha senso, così come utilizzare un metodo di analisi alla pari di quello che si userebbe per qualsiasi altro prodotto audiovisivo. Quel sentimento freudiano che si è attivato, nella visione ipercolorata e piena di faccine buffe, nella testa di centinaia di migliaia di genitori costretti ad andare al cinema per vedere La vendetta del signor S. non è sbagliato, ma deve stimolare noi adulti a farci alcune domande su quello che è successo ai prodotti per bambini negli ultimi anni e quanto questo possa essere determinante anche per tutte le altre fasce di età.

Prima di snocciolare interessanti quanto complesse questioni relative al fenomeno Me contro Te, però, c’è da fare una breve cronistoria della coppia più amata dai tuoi pargoli, ossia Luigi “Luì” Calagna e Sofia “Sofì” Scalia. La coppia comincia a postare video su YouTube nel 2014, inizialmente con una formula classica da internet di quegli anni – tempi molto vicini, ma lontanissimi per gli standard del web – ossia un miscuglio di challenge, videotag e vlog. Sono un ragazzo di ventidue anni studente di farmacia e una ragazza di diciassette anni, fidanzati, entrambi di Partinico, un paese nella provincia di Palermo, e non hanno idea di ciò che questa innocente attività di coppia porterà nella loro vita di lì a pochissimo. Già nel 2015, infatti, a un anno dall’apertura del canale, hanno 300 mila iscritti, una fan base solida, un’intuizione: mescolare il linguaggio di internet fatto di montaggi spiritosi e scherzetti di coppia a una sorta di “scatolone fabbricone” di alberoazzurriana memoria. Così, nell’arco di sei anni, nel paese famoso per un altro personaggio mediatico, Pino Maniaci e la sua Telejato, i due giovani content creator mettono su un universo di gag spassose che si espande tanto da rendere inevitabile l’abbandono del set d’origine.

Luì e Sofì, per qualche strana ragione, crescono in modo esponenziale, le “Trote” (i loro fan) si moltiplicano e avviene il passaggio da coppietta di provincia a macchina per il successo.

Dalla campagna palermitana al bosco verticale, nei vecchi video di Luì e Sofì si possono ancora vedere i momenti in cui erano ben distanti dal mondo dell’industria creativa milanese, quando passeggiano la domenica per Partinico con un cannolo preso al bar, mentre nessuno li riconosce, tra gli sguardi diffidenti di un’Italia che non ha molta dimestichezza col concetto di vlog. E si percepisce proprio in quei video germinali la missione dei due creator ostinati, mentre si muovono tra scetticismo e incomprensione di parenti e amici, di provincia e inettitudine, un mix paradossale in cui lo sfondo è una puntata di Cinico Tv ma i colori sono quelli di Disney Channel. Ma Luì e Sofì, per qualche strana ragione, crescono in modo esponenziale, le “Trote” si moltiplicano (così si chiamano i fan), i canali si sdoppiano e avviene il passaggio da un contesto a un altro, da coppietta di provincia con la fissa per YouTube e per i chihuahua che emula atteggiamenti, forme e linguaggio condivisi a livello globale sulla piattaforma a macchina per il successo, senza in realtà cambiare poi tanto nella sostanza. Certo, quel siciliano da costa occidentale è un po’ più arrotondato, la trama delle loro avventure limata, ma non c’è poi così tanto di diverso da quando un video di Me contro Te era pensato per poche migliaia di follower a oggi, momento apicale della loro carriera in cui non c’è contenuto sotto il milione di views

C’era una volta e adesso non c’è più

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, dice la legge della conservazione di massa, ma non serve essere laureati in fisica per capire che anche con i media, più o meno, funziona così. Me contro Te non hanno inventato nulla di nuovo, solo riformulato un’idea di intrattenimento per bambini che fino a un certo punto era ben coperto da alcuni capisaldi della nostra televisione, pietre miliari incastonate nei ricordi di infanzia di tutti noi nati prima dell’11 settembre. Partendo da quella data, l’inizio di una nuova epoca che per alcuni ha avuto fine proprio con l’arrivo della pandemia da COVID-19, l’11 settembre 2001 tanti bambini italiani, tra i quali anche io che scrivo, stavano guardando una trasmissione su Raitre, La Melevisione. Per undici anni, dal 1999 al 2010 – escluso un ritorno sul canale tematico Rai Yoyo – il Fantabosco è un luogo immaginario in cui i più piccoli si ritrovano ogni pomeriggio: la struttura del programma è semplice, composta da una serie di rituali che scandiscono il tempo da trascorrere insieme ad alcuni personaggi che compongono una lunga storia. C’è Tonio Cartonio, la Strega Salamandra, il Lupo Lucio e tanti altri attori professionisti che si mascherano da creature della fantasia per raccontare le loro avventure, il tutto scritto da ben dieci sceneggiatori. I temi sono diversi, si arrivano addirittura a toccare picchi di narrazione pedagogica in cui si prova a spiegare cosa sia una violenza sessuale; c’è la continuità, ci sono i topoi fiabeschi, ci sono i cartoni animati nel mezzo. 

Ma La Melevisione, lo sappiamo bene noi generazioni che abbiamo imparato la pazienza con il totalitarismo del palinsesto, non è l’unico prodotto storico targato Rai destinato al pubblico dei piccoli: L’albero azzurro, il più iconico e duraturo del genere; Solletico, con i suoi conduttori affiancati da Lenticchia; Big!, presentato anche da Carlo Conti; Disney Club, dove chi non aveva Disney Channel poteva finalmente vedere i cartoni animati di Topolino e compagnia; e poi, il padre di tutti i format creativi da forbici arrotondate e colla vinilica, Art Attack. Dall’altra parte della barricata, a Mediaset, andava invece in onda una storica trasmissione, Bim Bum Bam, che con L’albero azzurro aveva in comune la presenza di un pupazzo simbolo del programma, Uan – contro Dodò –, e che ha fatto da trampolino di lancio per personalità televisive del calibro di Paolo Bonolis e Licia Colò. L’idea di fondo a un format come quello de L’albero azzurro, senza scadere in facili revanscismi televisivi da epoca d’oro in stile “Ma che ne sanno i 2000” – e i Duemila sono anche ormai troppo grandi –, è di creare una cornice fruibile e accessibile a tutti per formare le leve di domani all’insegna della creatività pedagogicamente approvata. Una trasmissione nata in collaborazione con la Facoltà di Scienze dell’Educazione di Bologna, da cui sono passati personaggi come il maestro Fariselli degli Area o la zia Fusako, designer e artista giapponese.

Basta vedere anche un semplice spezzone di Bim Bum Bam per apprezzare la sostanza del lavoro che sta dietro alla scrittura di un programma strutturato in diversi momenti – Solletico aveva anche la formula monotematica in base al giorno della settimana – in cui il presentatore, in quel caso un giovane Bonolis, si cimenta in una messa in scena sì semplice ma anche molto studiata. Insomma, nella storia della nostra tv non mancano gli esempi da cui trarre spunto, e quando il mezzo di comunicazione si è trovato di fronte a un calo di ascolti, quando i tablet hanno sostituito i vhs da guardare la sera, quando i canali tematici si sono moltiplicati levando di fatto lo spazio a questo tipo di format sono arrivati gli youtuber a trainare l’attenzione dei bambini verso un nuovo modo di concepire il genere. 

Un impero fondato sullo slime

Ma di cosa parliamo quando parliamo di un canale di coppia che strega bambini in tutta Italia viaggiando su milioni di visualizzazioni? Di certo non di magia e neppure di ipnosi ma di slime, un intruglio appiccicoso onnipresente nella loro narrazione. Lo slime protegge dal Signor S. – la loro nemesi –, lo slime si fa a scuola, lo slime è crunchy, lo slime si fa da bendati, lo slime diventa il centro di una canzone. In questo scenario iper-colorato a telecamera fissa Luì e Sofì vivono in funzione di questa sostanza, che è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. L’atmosfera quasi pulp e sgargiante ricorda quella di Spy Kids, i contenuti vertono sull’interazione della coppia che, come due fidanzatini da anime giapponese, si punzecchiano teneramente nelle sfide con cui riempiono quel quarto d’ora quotidiano. Il linguaggio è semplice, idiosincratico, le espressioni facciali sono cariche quasi come se si trattasse di due meme viventi che spargono reaction ovunque, gli oggetti attorno a loro sono fondamentali, da uova di Pasqua giganti a pizze con cui snocciolare challenge. Insomma, la formula è un miscuglio di linguaggio internettiano da haul, unboxing e qualsiasi altra varietà di contenuto web che si combina con una carica espressiva e colorata che nemmeno i Teletubbies potevano immaginare di raggiungere. 

Per fare un esempio, diciamo che ci sono molte probabilità che ognuno di noi abbia avuto a che fare con una versione casereccia di Me contro Te quando si è ritrovato di fronte agli animatori di una festa per bambini che mettono musica dance a palla dallo stereo e fanno gli animali con i palloncini: niente di programmato, anzi, piuttosto caotico, ma efficace nella sua funzione di intrattenimento. Un’efficacia che non è passata inosservata al mondo dei creator, tanto da generare copie neanche troppo preoccupate di dissimulare le somiglianze stilistiche, come nel caso di un altro duo, quello dei Dinsieme, canale “gemello” di Me contro Te in cui si può apprezzare in modo esemplificativo cosa succede quando si emula qualcosa che è già di per sé un mix di emulazioni. Una competizione che Luì e Sofì hanno aggirato nel modo più intelligente possibile, pubblicando un singolo da venti milioni di visualizzazioni che si chiama proprio “Insieme”. Che cosa incredibile, i duelli ai tempi dell’algoritmo.

I want candy

Quello che Luigi Calagna e Sofia Scalia sono stati in grado di fare con il loro canale YouTube è encomiabile, un’operazione tanto grande e capillare da superare qualsiasi aspettativa; un fenomeno che però pone diversi quesiti sullo stato delle cose per quanto riguarda l’intrattenimento – e la formazione, per forza di cose – degli adulti di domani. L’effetto che la tecnologia avrà sui nativi digitali non è calcolabile, e se già il distacco generazionale tra chi ha imparato cosa fosse un modem da adulto e chi sembra essere nato con l’app di Tik Tok installata in testa è così grande, figuriamoci con chi verrà dopo. Ma senza porre la questione in termini epocali, vista la velocità con cui sfumano i trend, il fenomeno Me contro Te stimola una serie di quesiti che sfociano in un paragone con ciò che un tempo erano i contenitori televisivi per i più piccoli e quello che significa questo settore oggi. 

La formula è un miscuglio di linguaggio internettiano da haul, unboxing e qualsiasi altra varietà di contenuto web che si combina con una carica espressiva e colorata che nemmeno i Teletubbies potevano immaginare di raggiungere.

Prima di tutto, c’è un’importante questione che riguarda la novità di contenuti e le forme di fruizione: una trasmissione come Solletico, per esempio, contava di un team creativo, autori, consulenti, scenografi e tutto ciò che ruota attorno alla messa in scena di una trasmissione tv. I presentatori interpretavano un ruolo in modo professionale – nell’accezione letterale del termine –, cosa che non succede con realtà come quelle di Me contro Te, dal momento che Luì e Sofì sottolineano il fatto di essere “loro stessi”, di non avere qualcuno che li aiuti a scrivere, di aspettare che l’idea per il prossimo video arrivi mentre guardano la tv sul divano. Questa è una grande questione che riguarda tutto l’intrattenimento del web, su qualsiasi livello e in qualsiasi campo, dalle recensioni alla posta del cuore: se sei una youtuber, nata e cresciuta di fronte alla telecamera che tu stessa hai piazzato nella tua camera, non è detto che tu possa reggere la moltitudine delle camere di uno studio televisivo, il montaggio fatto da qualcun altro, le prospettive diverse di una scenografia che non gestisci tu; ma soprattutto il testo che non hai scritto tu.

La complessità del lavoro di squadra inevitabilmente genera un risultato tridimensionale, cosa che su YouTube, per quanto si possa arricchire la scenografia di casa con mobili di colori sgargianti e piscine piene di palline, non succede. Il modello “a costo zero” di Luì e Sofì, in effetti, oltre a consentire alla coppia una produzione costante e basata tutta sulla loro prolifica fantasia priva di pareri esterni, garantisce anche un bel margine di guadagno, dal momento che dalla fabbrica dei sogni fatti di slime si ricavano cifre allucinanti: dal bilancio del 2018, quindi prima del film, prima di molto merchandising e di molti nuovi fan, viene fuori un ricavo di 2,8 milioni di euro, con un utile di 1,7 milioni; un utile che si è moltiplicato per sette nel giro di un solo anno, non male per una società fatta di due ventenni. Me contro Te, premiati tra l’altro dal Movimento Italiano Genitori perché “particolarmente educativo” – e forse per “educativo” si intende capace di tenere incollati i bambini a uno schermo il maggior tempo possibile –, sono come un pacchetto di splendide caramelle, zuccherate, colorate, decorate: richiamano l’attenzione, una tira l’altra, hanno un sapore indistinguibile ma chiaro. Se dovessi andare avanti con la similitudine, dovrei anche aggiungere che le caramelle fanno venire le carie, e che sebbene sgranocchiare una carota non è come divorare un pacchetto di gomme alla fragola alla lunga la scelta premia. Cosa sta aspettando la televisione a utilizzare le sue piattaforme di streaming, o anche YouTube stesso, per creare contenuti che si pongano davvero come alternativa nel presente e non come roccaforti di ostinata autoconservazione fino a esaurimento scorte? 


Alice Valeria Oliveri

Autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner e The Vision, dove è stata redattrice.

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