A metà strada tra reality e finzione, la nuova comicità italiana su Prime Video mette a nudo le insicurezze e le vulnerabilità dei suoi protagonisti attraverso una narrazione ibrida.
Quando Prime Video Italia quest’anno ha annunciato cosa fosse la serie di e con Maccio Capatonda, Sconfort Zone, è stato chiaro che era il quinto esperimento della piattaforma in una forma con tutta probabilità involontaria di autocoscienza comica contemporanea. E poi solo qualche mese dopo l’uscita della serie animata Baracchino è stata il sesto esperimento con questo tono. A differenza di Prime Video internazionale, la divisione italiana ha scelto una strada molto chiara per la conquista di un pubblico sempre meno di nicchia e sempre più mainstream: aggiornare il linguaggio e le strategie della televisione commerciale degli anni Ottanta e Novanta. Si compie così il ritorno di format e idee che le piattaforme avevano, esplicitamente o implicitamente, dichiarato di essere qui per abbattere.
Rivoluzione LOL
Torna Drive In come sorgente e catena di montaggio in cui si producono tormentoni e volti (possibilmente abbinati) da usare altrove. Solo che sono meme e pseudo reality e al posto delle risate registrate c’è la missione di non ridere. LOL – Chi ride è fuori, adattamento del formato giapponese LOL, nel 2021 ha cambiato tutti i piani di Prime Video Italia. Il suo successo ha motivato la virata decisa di una parte consistente delle produzioni della piattaforma verso l’idea di comicità televisiva nata tra gli anni Ottanta e Novanta. E del resto anche una parte dei talent che la piattaforma ha usato per raggiungerla viene da lì.
Quella prima edizione con Fedez, Frank Matano e Elio, Ciro e Fru della TheJackaL e Caterina Guzzanti ma anche stand up comedian come Michela Giraud e Luca Ravenna, e performer espertissimi come Angelo Pintus e Lillo, era pensata per usare il casting come forma di scrittura (come qualsiasi talent show e reality), calibrando con attenzione le diverse generazioni. Come poi sarebbe accaduto da lì in poi, in LOL ogni fascia di età della famiglia tipo dell’Auditel ha un talent che riconosce come autorità comica, ognuno ha un momento per sé senza il rigore dei tempi di Drive In o la metafora del palco di Zelig, ma con un caos più adatto ai costi bassissimi dei reality e tempi instagrammabili. Tale è stato il successo di quella prima edizione di LOL, anche e soprattutto sui social, da portare Prime Video a stringere un legame con i comici di maggiore successo del programma, un legame simile a quelli che gli studios americani di una volta stringevano con gli attori, non di esclusiva ma di forte collaborazione non solo nei progetti di cui sono il motore.
Quello che guardiamo non è scritto, ed è proprio questa impressione di realismo ciò che diverte: guardare i comici fare qualcosa di non preparato, ridere come fossero tra amici. La massima identificazione del pubblico con il talent.
Vista oggi, quella prima edizione rappresenta il piano regolatore di una gran parte della programmazione di Prime Video, che da lì in poi non ha più smesso di inseguire quegli spettatori, cercando di continuare a dargli quella medesima combinazione di senso dell’improvvisazione e impressione di realismo. Ci sono state le successive edizioni di LOL a un livello di clamore e aspettativa decrescente, ci sono stati gli spin-off dichiarati (LOL Talent Show) e quelli mascherati (Prova Prova Sa Sa), tutti fondati sulla medesima idea che quello che guardiamo non è scritto, e che proprio questa impressione di realismo sia ciò che diverte: guardare i comici fare qualcosa di non preparato, ridere come fossero tra amici. La massima identificazione del pubblico con il talent.
Le vite segrete dei comici
Sempre nel 2021 ci fu un’altra grande indicazione per la piattaforma: Vita da Carlo. La serie nasceva da un’idea di Nicola Guaglianone per raccontare in forma di finzione la vita di Carlo Verdone. Lo spunto era lo strano e assurdo rapporto che Verdone, il personaggio dello spettacolo in vita più amato e famoso di Roma, ha con la sua città e gli altri romani, fatto di grande disponibilità (sua) e grande abuso di questa disponibilità (dei romani), che presta il fianco a eventi e aneddoti divertenti. La serie avrebbe dovuto metterli in scena e sistemarli in una trama di finzione con moltissimi richiami alla sua vera vita. Andata in onda su Prime Video per la prima stagione e poi passata su Paramount+ per le successive, se vista oggi è il modello in cui quel medesimo incrocio tra impressione di realismo e ampio cast di volti comici noti di LOL è stato trasportato nella finzione.
Nel 2023, due anni dopo la prima edizione di LOL e Vita da Carlo, sono uscite tre serie tv che in modi diversi hanno rispecchiato la ricerca di una forma di comicità che abbia un rapporto con la vera vita del comico protagonista. La prima è stata quella di Lillo, titolata come una delle battute che più avevano funzionato nel programma: Sono Lillo. In essa Lillo interpreta una versione di finzione di se stesso, con il suo agente interpretato da Pietro Sermonti e diversi altri comici che lo incontrano in ogni puntata, mentre è di fronte a una crisi esistenziale. Vorrebbe cambiare quel che fa e come lo fa, anche se tutti gli chiedono di replicare il suo personaggio più noto, Posaman. Assalito dalle richieste del sistema dello spettacolo italiano e da altri incidenti comici, Lillo cerca un bilanciamento tra ciò che desidera, ciò che rende e che gli viene richiesto e una forma forse possibile di soddisfazione.
Nel presentarla e raccontarla alla stampa lo stesso Lillo spiegò che la richiesta di Prime Video era stata di una serie su quel suo personaggio che aveva funzionato così tanto in LOL. È la tipica richiesta da piattaforma, la traduzione “creativa” di un risultato dei dati di visione e dei numeri delle interazioni social (reel, storie, tiktok e via dicendo). Quello di Posaman era uno dei momenti più condivisi quindi andava fatta una serie su quello. Di fronte a questo la risposta che lo stesso Lillo ha raccontato alla stampa è stata di creare una serie sulla difficoltà di fare una serie su commissione su un personaggio che non esiste se non per una gag.
La linea tra vero e falso quindi è sottilissima, la serie è effettivamente qualcosa che Lillo non sa come portare a termine e forse non voleva fare. Il risultato è una scrittura che mette in fila una serie di situazioni e gag che poco hanno a che vedere con l’intreccio ma appartengono al repertorio generico di Lillo. È una dichiarazione di impotenza e blocco creativo di fronte a richieste più vicine a standard produttivi americani che italiani.
Tra realtà e finzione
Sempre nel 2023 Prime Video mette online un’altra produzione con talent di LOL: Pesci piccoli. È una serie della TheJackaL, che racconta un’agenzia pubblicitaria piccola e provinciale alle prese con lavori marginali, nella quale finisce una project manager di Milano, abituata a grandi lavori ma punita dalla società madre. Le caratteristiche produttive sono le stesse di Sono Lillo: Fru e Ciro, due dei volti più importanti della TheJackaL, avevano partecipato alla prima edizione di LOL, Ciro l’aveva addirittura vinta, mentre un altro volto importante, Fabio Balsamo, aveva partecipato pochi mesi prima alla terza edizione di LOL. E tutta la promozione della serie ha ribadito come lo spunto per le storie fosse la vera vita all’interno della TheJackaL, la loro esperienza come videomaker pubblicitari e i loro rapporti con i committenti ma anche tra di loro.
La storia del cinema e della televisione italiana è piena di trame sull’inadeguatezza e rivendicazioni di piccolezza, rifiuto della grandeur o delle aspirazioni, per fare invece il canto dei piccoli orticelli. Tuttavia la continuità con cui le produzioni comiche e di commedia di Prime Video Italia mettono in scena allegorie di vere inadeguatezze nel fare quello che il sistema chiede ai talent è senza precedenti.
Chiaramente l’idea di un programma che in qualche maniera finga di raccontare la vera vita della celebrità che lo scrive e ne è protagonista non è nuova. Nasce in America negli anni Cinquanta con il Jack Benny Show, programma che in linea con le strutture e il linguaggio televisivo dell’epoca prevedeva ospiti musicali, momenti di intrattenimento da teatro e poi parti recitate e messe in scena, tutto nella cornice di una specie di finta vita di Jack Benny stesso. Il genere si è poi evoluto passando per It’s Garry Shandling Show nel 1986, in cui lo stand up comedian Garry Shandling era protagonista di una sitcom pure essendo conscio di essere in una serie tv e quindi capace di manipolare eventi e pubblico a suo vantaggio. Tre anni dopo Jerry Seinfeld con la collaborazione di Larry David canonizzò questo format con Seinfeld, forse il più grande successo umoristico della televisione americana. E infine negli anni duemila Larry David con Curb Your Enthusiasm, ha portato avanti quell’idea aumentando il tasso di “vita vera messa in scena”.
Tutto questo è stato abbastanza sconosciuto dal pubblico italiano, lo dimostra il fatto che quando qualcuno ha provato a fare qualcosa di simile in Italia nel 2016, la stampa si è molto prodigata per spiegare di che si trattasse, faticando a capire il tasso di realtà e quello di finzione. Fu Fabio Volo con la serie Untraditional, nella quale metteva in scena se stesso e le persone che gli stanno intorno. La ripetitività con la quale le interviste, ma anche gli articoli di presentazione della serie, dovevano spiegare il format stupì lo stesso Volo, che pensava che quel tipo di serie e incrocio tra reale e finzionale fosse un po’ più noto, digerito e parte della conoscenza comune.
Questo nonostante una delle serie più note e lunghe della tv italiana facesse bene o male lo stesso lavoro: Casa Vianello. Solo che in Casa Vianello l’artificio era esplicitato da una messa in scena quasi teatrale, le serie moderne invece cercano per quanto possibile di mescolarsi al mockumentary. Casa Vianello faceva la cosa parlando la lingua della commedia dell’arte, quella delle maschere e dei canovacci, la serialità americana lo faceva parlandone un’altra, meno tradizionale e quindi meno riconoscibile.
Ora tutto questo Prime Video Italia lo porta a un livello diverso. Le serie non sono il prodotto di un’idea del talent, non nascono da un progetto della star, ma dai dati della piattaforma a cui il talent si deve adeguare e nei cui paletti deve creare. L’impressione è che proprio queste produzioni siano una forma di giustificazione non richiesta frutto dello scontro tra comici italiani e intraprendenza produttiva internazionale.
Il network comico di Prime Video
Un’eccezione è stata nel 2023 Amazing Fabio De Luigi. È stato uno show da una sola puntata in cui Fabio De Luigi, nei panni di se stesso ovviamente, incontra vari suoi amici del mondo dello spettacolo (nei panni di se stessi), molti dei quali ex concorrenti di LOL (Virginia Raffaele e Elio per esempio) mentre va a ritirare un premio immaginario. Era un esperimento sia per la sua forma particolare, di una sola puntata, sia perché De Luigi era in quel momento un talent non sperimentato con LOL. Lo stesso era chiaro quanto si trattasse del medesimo concetto dietro le altre produzioni: un comico che mette in scena una versione di finzione della sua vita per raccontare i suoi rapporti con altri personaggi famosi. L’umorismo però in questo caso è meno improntato a raccontare un senso di inadeguatezza e meno realistico. Anzi. Amazing Fabio De Luigi è la produzione più ambiziosa e sfarzosa tra queste (ma solo apparentemente, in realtà è tutta al chiuso e in poche location).
Questo tipo di formati massimizzano anche l’altro obiettivo di Prime Video Italia, lo sfruttamento dei volti testati in LOL in quante più produzioni è possibile. Come se fossero sotto contratto. Edoardo Ferrario sta in Prova Prova Sa Sa, sta in Sono Lillo e sta in Sconfort Zone; Maccio Capatonda sta nelle edizioni successive a quella che ha vinto di LOL e fa comparsate nelle altre serie; i membri della The JackaL si trovano praticamente in qualsiasi produzione; Frank Matano idea programmi, è conduttore di tutti gli altri LOL e compare nelle serie. C’è quasi un’idea di Rat Pack creato ad arte, cioè di mettere in comune i talenti e creare un gruppo che cambiando gli ordini di priorità e posto sul proscenio possa fare da volto collettivo di Prime Video Italia. Una compagnia.
Questo in certi casi può anche essere allargato ad altri talent. Per esempio in Amazing Fabio De Luigi viene coinvolto anche Carlo Cracco, che è un talent Prime Video Italia per via di Dinner Club (alla cui prima edizione aveva partecipato Fabio De Luigi!), programma nel quale non c’è assolutamente nessun senso di inadeguatezza ma che replica il concetto di un ampio cast di cast di celebrità che interagiscono umoristicamente in maniera unscripted, dando l’illusione (e spesso è proprio solo illusione) di mostrarsi per quello che sono.
Su Prime Video le serie non sono il prodotto di un’idea del talent, non nascono da un progetto della star, ma dai dati della piattaforma a cui il talent si deve adeguare e nei cui paletti deve creare.
L’ultimo caso (per ora) è per l’appunto quello di Sconfort Zone, la serie di Maccio Capatonda il cui protagonista è Maccio Capatonda nei panni di Maccio Capataonda, e la cui trama è molto vicina a quella di Sono Lillo. Si racconta di un blocco creativo e del desiderio di non ripetere se stesso. Per risolvere questo blocco Maccio si rivolge ad un terapeuta dai metodi poco convenzionali che lo spinge a muoversi fuori dalla propria comfort zone. Ogni puntata racconta di una cosa che il terapeuta impone a Maccio, che sia per lui lontano e spiacevole, come partecipare a Ballando con le stelle. Ovviamente ricorrono talent come Fru, Valerio Lundini ed Edoardo Ferrario.
Già il video di lancio della serie racconta qualcosa che si confonde tra la trama di finzione e la vera esigenza di Maccio Capatonda di minimizzare il suo umorismo più noto, le voci e i personaggi che lo hanno reso famoso, affiancandogli sempre di più qualcosa di più comune per certi versi ma anche meno stringente per lui. Maccio Capatonda mette in scena Maccio Capatonda che non vuole fare i suoi personaggi, anche se il pubblico vuole Padre Maronno. Anche qui la sensazione di un modo di scusarsi con il pubblico e spiegargli perché non troverà quel che si aspetta e di avere pazienza è forte.
Al contrario la serie tv Baracchino dà esattamente quello che ci si attende. Non è una produzione centrata su un talent in particolare, ma contiene di nuovo molti dei nomi abituali di Prime Video. A doppiare ci sono, tra gli altri, Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Michela Giraud, Pietro Sermonti e ovviamente Lillo e Frank Matano. Invece che raccontare un personaggio attraverso la sua versione di finzione, questa serie che si propone da subito come un’operazione molto più tradizionalmente di finzione, finisce lo stesso per rappresentare chi ci recita. È la storia di un club di stand up comedy che sta per essere chiuso e tenta con un gruppo improbabile di comici di rilanciarsi. Quindi un cast di veri stand up comedian (oltre ai già citati anche Daniele Tinti, Stefano Rapone, Yoko Yamada e Salvo Di Paola) anima una storia di finzione che parla di stand up comedy, e nel corso delle puntate ne spiega il senso, la differenza con “l’essere simpatici”, mostra le dinamiche antecedenti le esibizioni, come si scrivono i pezzi e fa una carrellata di tipologie umane di stand up comedian. Non c’è un blocco creativo dichiarato né l’esposizione della propria difficoltà di fronte al lavoro su Prime Video, ma semmai le difficoltà e l’analisi del ruolo di chi fa stand up comedy.
In tutto questo nonostante non ci siano dati ufficiali sull’andamento delle produzioni di Prime Video, l’unico metro di valutazione possibile, il rinnovo, dice che la maggior parte di questi tentativi funziona, almeno all’interno delle aspettative che Prime Video Italia ha su di essi. E questo indirettamente afferma che anche se messi di fronte a qualcosa a cui non si sentono adeguati, le vite “segrete” dei comici e l’idea di un umorismo che sembri quanto meno possibile preparato e quanto più possibile realizzato all’impronta, sul momento, come fatto tra amici, è l’ultima incarnazione della lunga tradizione della televisione italiana di comicità televisiva.
Gabriele Niola
Giornalista e critico di cinema, videogiochi e webserie, è stato selezionatore della sezione Extra del Festival del Film di Roma e per il Taormina Film Fest. Scrive per MyMovies, BadTaste, Wired, Leggo, Fanpage e i 400calci.
Vedi tutti gli articoli di Gabriele Niola