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Non solo Masha e orso. Cartoni animati dalla Russia

Masha e Orso è stato un enorme successo globale, ma sia nella tradizione sovietica sia in anni più recenti nell’animazione russa ci sono altre cose interessanti. Nostalgia, controllo, ambizioni. Scopriamole.

Lo ammettiamo, siamo di quelli che alle bancarelle di libri usati comprano qualsiasi libro con le parole Urss o Unione Sovietica nel titolo. Quando abbiamo pescato Due mondi dell’infanzia: Usa-Urss di Urie Bronfenbrenner (Armando, Roma 1974), non ci abbiamo pensato due volte a farlo nostro. Nel libro, lo psicologo russo naturalizzato statunitense divulga le sue analisi comparate sulla pedagogia negli Stati Uniti e nell’Unione Sovietica. Bronfenbrenner riconosce una differenza decisiva nel ruolo svolto dalla famiglia: in Urss l’educazione dei bambini avviene in famiglia, negli Stati Uniti è demandata ad altre istituzioni (che non sempre assolvono a questo compito). Per quanto riguarda i sistemi pedagogici, in Unione Sovietica famiglia, scuola e organizzazioni come quella degli oktjabrjata (dai 7 ai 9 anni) e dei pionieri (dai 9 ai 14) concorrono allo sviluppo cognitivo e morale dei bambini e massima importanza è riconosciuta all’apprendimento della disziplina (disciplina), negli Stati Uniti invece i bambini hanno gravi carenze etiche e formative e subiscono la dannosa influenza della televisione.

Non sappiamo niente di pedagogia e non sappiamo se una lettura ideologizzata dei dati abbia influenzato le conclusioni di Bronfenbrenner: quando si tratta di Unione Sovietica (e di Russia) un (bel) po’ di tara bisogna sempre calcolarla. Però la pulce nell’orecchio ce la mette: da una parte pensiamo alla nostra infanzia negli anni Ottanta del secolo scorso, con le abbuffate pomeridiane di cartoni giapponesi e merendine preconfezionate, e dall’altra ai racconti dei nostri amici russi, che descrivono un’infanzia negli ultimi anni dell’Unione Sovietica prima del collasso nel 1991 come una perduta età dell’oro con tanti giochi e pochi cartoni. I nostri amici russi poi, manco si fossero messi d’accordo, riconoscono tutti l’alto valore educativo dei cartoni sovietici rispetto a quelli americani (arrivati negli anni Novanta) e quelli prodotti in Russia adesso, bollati come puro intrattenimento. A una certa età, lo capiamo, è difficile resistere alla tentazione di ricordare la propria infanzia come una perduta età dell’oro, in cui erano vivi e rispettati i valori dell’educazione e della disziplina. Ma forse qualcosa è davvero cambiato in peggio dai tempi dell’Unione Sovietica, altrimenti lo Stato non si sarebbe mosso.

La legge federale 463-Ф3

Nella sua rovina, l’Unione sovietica si è portata nella tomba le difese che l’avevano protetta dall’Occidente corrotto e la neonata Russia è rimasta esposta all’invasione della Disney e delle Tartarughe Ninja. Quando è in gioco la salute dei più piccoli, lo Stato corre ai ripari: nel giro di tre giorni, tra il 21 e il 24 dicembre 2010, la Duma e il Consiglio federale approvano la legge federale 463-Ф3 (in vigore dal 1° settembre 2012). Il titolo è inequivocabile: la protezione dei bambini da informazioni dannose per la loro salute e il loro sviluppo. Quali siano le informazioni dannose ce lo dice l’articolo 5, cioè quelle: (1) che incoraggiano i bambini a commettere atti che mettono in pericolo la loro vita e/o la loro salute e la vita e/o la salute di altri; (2) in grado di indurre i bambini a fare uso di sostanze stupefacenti, psicotrope e/o intossicanti, prodotti contenenti nicotina o alcool e a darsi al gioco d’azzardo, alla prostituzione e al vagabondaggio; (3) che giustificano o incoraggiano violenza e/o crudeltà contro persone o animali o contenenti immagini o descrizioni di violenza sessuale; (4) che negano i valori della famiglia e promuovono relazioni sessuali non tradizionali e mancanza di rispetto verso i genitori e/o altri membri della famiglia; (5) che giustificano comportamenti illegali; (6) contenenti un linguaggio osceno; (7) contenenti informazioni di natura pornografica.

Immaginiamo in Italia quanti stracci sarebbero volati durante l’iter legislativo per l’approvazione del punto 4) dell’articolo 5, quello sulle informazioni che negano i valori della famiglia e promuovono relazioni sessuali non tradizionali. In Russia nessuno si è strappato le vesti, né negli organi legislativi, né sui media. Le proteste invece sono arrivate perché la definizione di informazioni dannose risultava troppo vaga (non a caso la legge è stata ritoccata appena una quindicina di volte, l’ultima il 1° luglio 2021). Ma stiamo andando fuori strada. Torniamo ai cartoni russi e vediamo se quelli di oggi rispettano la legge federale 463-Ф3. Cominciamo dal più famoso di tutti.

Maša i Medved (Masha e Orso)

[Soggetto: le avventure di Maša, una bambina di cinque o sei anni che vive in una casa lungo la ferrovia transiberiana, insieme all’orso e agli altri animali della foresta]

La serie, finanziata inizialmente con fondi del Ministero della Cultura della Federazione Russa e lanciata su YouTube nel 2009 dall’allora sconosciuto studio di animazione Animaccord, ha raggiunto in poco più di dieci anni una popolarità inimmaginabile: è giunta alla quinta stagione con 104 episodi, è trasmessa in 130 Paesi (in Italia da Rai YoYo e DeA Junior) e tradotta in più di 40 lingue. Secondo una ricerca di Parrot Analytics, nell’estate 2021 è stata la serie animata più vista al mondo, superando Peppa Pig e PAW Patrol. Considerarla solo una serie è riduttivo: Maša i Medved è un vero e proprio brand con un fatturato di 330 milioni di euro (nel 2018) e partnership con colossi del calibro di Ferrero, Danone, Sony e Ravensburger. Il suo successo è tanto più straordinario se si considera che il cartone è stato realizzato non come un prodotto per il mercato globale, ma per quello interno e paradossalmente, come ha notato Anna Zafesova in un’ottima analisi sulla Stampa, è stato quasi pensato più per i genitori che per i figli (le numerose citazioni del passato sovietico, dalle stoviglie smaltate alla confezione delle zollette di zucchero, sfuggono ai bambini, ma non ai genitori).

Poteva un successo così sfacciato non scatenare invidie e malumori? Ovviamente no. Le prime esibizioni di mal di pancia sono arrivate dalle repubbliche baltiche. I tre stati, che hanno subito il giogo sovietico per cinquant’anni e ancora ospitano significative minoranze russofone, hanno un rapporto affatto facile con l’ingombrante vicino (non a caso la Nato tiene da quelle parti una brigata con funzioni di deterrenza). In un intervento sull’Eesti Ekspress del 2015 Priit Hõbemägi, che insegna Giornalismo all’Università di Tallinn, ha considerato la serie come un esempio del soft power russo e l’ha addirittura paragonata agli omini verdi che l’anno prima avevano occupato la Crimea. Non è andato per il sottile nemmeno il Times di Londra che, in un articolo pubblicato nel 2018 e firmato da Mark Bridge, ha bollato la serie come “propaganda for Putin”.

Se all’estero ci si lamenta perché il cartone è troppo russo, in Patria si arriccia il naso perché lo è troppo poco: si va dagli esponenti della Chiesa ortodossa russa che hanno lamentato l’inversione dei ruoli gerarchici (Maša, che rappresenta una figlia, strapazza l’orso, che rappresenta un padre) ai nostalgici dei bei tempi sovietici che hanno protestato per l’offesa al valore della disziplina, fino alla professoressa Lidija Matveeva della facoltà di Psicologia dell’Università Lomonosov di Mosca, che sostiene che Maša distrugga addirittura l’immagine tradizionale della donna russa, accondiscendente ed empatica.

Maša i Medved è un vero e proprio brand con un fatturato di 330 milioni di euro (nel 2018) e partnership con colossi del calibro di Ferrero, Danone, Sony e Ravensburger. Il suo successo è tanto più straordinario se si considera che il cartone è stato realizzato non come un prodotto per il mercato globale, ma per quello interno e paradossalmente è stato quasi pensato più per i genitori che per i figli (le numerose citazioni del passato sovietico, dalle stoviglie smaltate alla confezione delle zollette di zucchero, sfuggono ai bambini, ma non ai genitori).

Comprendiamo il nervosismo dei paesi baltici verso una serie di successo che presenta l’orso (cioè la Russia) in maniera positiva. Comprendiamo anche la stoccata britannica: la ruggine tra i due Paesi è vecchia di secoli. Le lamentele interne le comprendiamo solo in quanto deliri o lusinghe alla leadership. Non a caso, per quanto si accusi Maša i Medved di essere diseducativo, finora lo studio Animaccord non è stato perseguito per violazione della legge federale 463-Ф3. A noi piace come hanno fatto gli americani della Hasbro. Il prodotto tira? Bene, allora dedichiamogli un’edizione del Monopoli. E così, nel 2016, Maša e l’orso sono entrati nel club di cui fanno parte Shrek, Frozen e Game of Thrones.

Smešariki (Kikoriki)

[Soggetto: gli Smešariki sono animali antropomorfi sferici che vivono in un mondo ibrido tra reale e fantastico]

Come Maša i Medved, gli Smešariki sono stati creati con un finanziamento del Ministero della Cultura della Federazione russa. Le somiglianze finiscono qui. Innanzitutto la serie è nata all’interno del progetto educativo Mir bez nasilija (Mondo senza violenza) e l’istanza pedagogica è presente fin dall’inizio (la serie non fa mero entertainment, affronta anche temi seri), a differenza di Maša i Medved (in cui, dopo qualche lamentela, elementi educativi sono stati inseriti in alcuni episodi). In secondo luogo gli Smešariki sono stati pensati come un prodotto globale: nell’ambientazione e nei personaggi non è presente alcuna caratteristica russa (nella versione originale il pinguino Pin ha l’accento tedesco e l’orso Kopatič quello ucraino) e persino nello script sono stati evitati giochi di parole intraducibili o situazioni incomprensibili a un non russofono, al contrario di Maša i Medved (comunque godibilissima).

La serie, prodotta dallo studio di animazione Peterburg, è stata lanciata in Russia nel 2004 e già l’anno successivo debuttava in Cina. Attualmente è presente in 90 Paesi (da noi è stata trasmessa da Italia 1), ma è in Cina che riscuote maggior successo, dove è distribuita da 14 canali, tra cui Cctv, la principale emittente cinese, e da più di 30 piattaforme di streaming. È alla terza stagione, per un totale di 265 episodi, vari spin-off e tre lungometraggi. Con i valori della tolleranza e della non-violenza che informano ogni episodio, di violazioni della legge federale 463-Ф3 non si trova nemmeno l’ombra.

Lo studio di animazione Mel’nica

Riserviamo una menzione particolare a Mel’nica, i cui lungometraggi animati, nel mercato domestico, reggono il confronto con quelli della Disney e con gli anime giapponesi. Mel’nica non sta solo al passo con l’uso dei più avanzati software di animazione, ma riflette i cambiamenti in atto nella società russa, mettendo in discussione, anche se in maniera non esplicita, i ruoli assegnati tradizionalmente a donne e uomini. Prendiamo le due serie di lungometraggi di maggior successo, quella legata a Tri bogatyrja (i tre guerrieri giganti) e quella dedicata a Ivan Carevič, entrambe ispirate al folclore russo.

La prima, iniziata nel 2004, mostra i protagonisti maschi come eroi tutti muscoli e coraggio, mentre le donne appaiono solo nello svolgimento dei lavori domestici (o, con molta parsimonia, nello sfoggio della loro bellezza). Nel corso degli anni questi clichés sono stati parzialmente abbandonati e, ne La principessa d’Egitto del 2017, i tre protagonisti non ce la farebbero a compiere l’impresa senza l’intervento delle mogli (che però non hanno la forza dei mariti e possono usare solo l’intelligenza). Nella zona grigia dell’inversione dei ruoli si spinge molto più avanti Ivan Carevič (il primo episodio è uscito nel 2011), che già nella tradizione non è né senza macchia né senza paura (in linea di massima corrisponde al terzo di tre fratelli del folclore europeo, quello che non ha né la forza, né l’intelligenza). È sposato con la principessa Vasilisa, che fa la giornalista ed è dispensata dai lavori domestici dal rango, e arrivati al quarto episodio non hanno ancora figli. Non ce n’è abbastanza da far tremare di sdegno chi sogna l’applicazione letterale della legge federale 463-Ф3?

La nomea di essere diseducativi che hanno i cartoni animati russi moderni non ci sembra affatto meritata, per lo meno ai sensi della legge federale 463-Ф3. Che rappresentino il soft power russo ci può anche stare, ma misurare il loro impatto sull’opinione pubblica mondiale è difficile. Per farsene un’idea basta confrontare le ore di girato che sono prodotte annualmente in Russia, che si contano nell’ordine delle decine, con quelle prodotte negli Stati Uniti e in Giappone, migliaia. Anche ai tempi dell’Unione Sovietica se ne giravano molte di più rispetto a oggi. Già che ci siamo, andiamo a vedere quanto fossero più educativi i cartoni sovietici che tutti rimpiangono. Esaminiamo i due più famosi.

Che rappresentino il soft power russo ci può anche stare, ma misurare il loro impatto sull’opinione pubblica mondiale è difficile. Per farsene un’idea basta confrontare le ore di girato che sono prodotte annualmente in Russia, che si contano nell’ordine delle decine, con quelle prodotte negli Stati Uniti e in Giappone, migliaia. Anche ai tempi dell’Unione Sovietica se ne giravano molte di più rispetto a oggi.

[Soggetto: i vani tentativi del Lupo di catturare il Coniglio; alla fine di ogni episodio il Lupo urla: Nu, pogodi! (traducibile come: aspetta un po’, ché ti faccio vedere io!)]

In Unione Sovietica esisteva solo lo studio di animazione statale Sojuzmul’tfil’m, fondato nel 1936 (i primi cartoni si ispiravano a quelli della Disney, di cui Stalin era ammiratore). Tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso, Sojuzmul’tfil’m conobbe il momento di maggiore splendore, che corrisponde al periodo di produzione dei primi 16 episodi di Nu, pogodi! (dopo la caduta dell’Unione Sovietica ne sono stati prodotti solo altri quattro). Il cartone, ancora amatissimo, ricorda molto Tom & Jerry, ma con una differenza fondamentale: anche se hanno caratteristiche umane, Tom e Jerry rimangono animali (vivono in un mondo in cui esistono gli esseri umani) e quindi, che un gatto cerchi di catturare un topo rientra nell’ordine naturale. Il Lupo e il Coniglio invece sono antropomorfi (vivono in un mondo senza esseri umani): nel Lupo non urge dunque alcun istinto e la caccia al Coniglio è un atto di teppismo. Non a caso il Lupo è un huligan dai capelli lunghi e gli abiti trascurati che beve, fuma e compie gratuiti atti di vandalismo. Patenti violazioni dei punti 2), 3) e 5) dell’articolo 5 della legge federale 463-Ф3.

[Soggetto: le avventure del bambino Djadja Fëdor, del gatto Matroskin e del cane Šarik nel villaggio di Prostokvašino]

Fëdor è un bambino così indipendente (nei limiti della disziplina sovietica) che è chiamato Djadja Fëdor (zio Fëdor). Il primo episodio della serie è aperto dal suo incontro con il gatto Matroskin. Mentre scende le scale del condominio moscovita dove vive con i genitori, il bambino sbocconcella un panino con un solo strato di pane (com’è tuttora uso in Russia). Un gatto appollaiato su un davanzale lo ferma e gli dice che così non va: il panino va mangiato con il salame non sopra, ma sotto, per sentire meglio il sapore: la scena è entrata nella cultura popolare russa. Matroskin ha mire molto meno nobili che fare di Djadja Fëdor un gourmet: cerca una casa ben riscaldata e fornita di cibo. Il bambino abbocca all’esca, si porta il gatto a casa e gli offre una ricca merenda. Quando i genitori tornano, la mamma si accorge della presenza del gatto e vuole che Djadja Fëdor lo mandi via. Ma che fastidio ti dà, dice il marito. Forse a te non dà fastidio, ma a me sì, ribatte la moglie, sono io che mi occupo della casa! Alla fine la moglie lo obbliga a scegliere: o lei o il gatto. Il marito pondera con calma la questione: la moglie la conosce bene, invece il gatto è la prima volta che lo vede e quindi sceglie la moglie. Il gatto deve andarsene, ma Djadja Fëdor non ci sta e scapperanno di casa finendo a Prostokvašino, dove faranno amicizia con Šarik.

Il battibecco tra i genitori di Djadja Fëdor esemplifica non solo i ruoli all’interno della famiglia sovietica, ruoli che non sono cambiati molto nella Russia attuale (cucina e cura della casa spettano alla moglie, mentre il marito fuma la pipa e legge la Pravda sul divano; in realtà a lui competono le riparazioni elettriche, idrauliche ecc. che in una casa sovietica sono continuamente necessarie), ma chiarisce anche quelli all’interno della coppia (l’uomo comanda e le rimostranze della moglie non gli fanno ne caldo, né freddo). La sceneggiatura intercetta con assoluta precisione le dinamiche sociali del suo tempo senza fare sconti all’autenticità dei personaggi, che risplende ancora oggi. Va riconosciuto anche il merito dell’animazione, che ha restituito nei disegni la personalità e la comunicazione non verbale dei personaggi con impareggiabile maestria. I primi tre episodi sono stati prodotti tra il 1978 e il 1984. La Sojuzmul’tfil’m ha provato a rilanciare il prodotto e dal 2018 sono uscite tre stagioni, l’ultima è cominciata il 1° settembre 2021. Come la mettiamo con la legge federale 463-Ф3? Nei tre episodi sovietici sono violati i punti 2), 4) e 5) dell’articolo 5: vagabondaggio, negazione dei valori della famiglia (la fuga di Djadja Fëdor) e comportamento illegale (occupazione abusiva della dača a Prostokvašino).

Conclusioni

I cartoni sovietici non ci sembrano molto più educativi di quelli attuali, insomma. In teoria, l’applicazione letterale della legge non li considererebbe adatti ai bambini (non a caso nei nuovi quattro episodi di Nu pogodi! il Lupo e il Coniglio sono diventati quasi amici). Guai a toccarli però e da vari pulpiti ci si è spesi in loro difesa. Anche a noi un’applicazione retroattiva della legge sembra senza senso. Ci si può scandalizzare perché il papà di Djadja Fëdor fuma la pipa in salotto? Si può considerare un’istigazione al vagabondaggio mostrare Djadja Fëdor che scappa di casa con il gatto Matroskin? Nel 1978 nessuno avrebbe messo in dubbio il diritto di un uomo di fumare la pipa nel suo salotto, come a nessuno sarebbe venuto in mente di pensare che la fuga di Djadja Fëdor potesse ispirare fughe reali. Di sicuro non perché il cartone fosse educativo. Forse perché la famiglia sovietica era veramente come la descriveva Bronfenbrenner. Forse allora c’era davvero più disziplina.


Flavio Villani

Ingegnere e giornalista freelance. Si occupa principalmente di architettura e narrativa. Scrive su alcune riviste online, tra cui Yanez Magazine e Cultweek. È nato a Roma, vive a Berlino e ha il cuore in Russia.

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