immagine di copertina per articolo L’avventurosa storia del pop italiano in Russia
Fenomeni

L’avventurosa storia del pop italiano in Russia

Ce ne siamo accorti, all’improvviso, con lo speciale di Capodanno Ciao 2020. Ma la fascinazione della Russia per la canzone italiana e per Sanremo ha radici molto più antiche. E parecchio interessanti.

Sanremo 1987. Ospiti cantanti: Spandau Ballett, Duran Duran, Whitney Houston, Europe, Depeche Mode, Pet Shop Boys, Alla Pugačëva. Trova l’intruso. Facile: i Depeche Mode, che sono stati invitati l’anno prima. O forse no, non è tanto facile. Alzi la mano chi non ha pensato ad Alla Pugačëva. Chi è questa Alla Pugačëva? Come è finita a Sanremo? Alla Pugačëva (Mosca, 1949) è stata la prima e unica pop star dell’Unione Sovietica. Non è stata la prima né l’unica ad avere successo musicale, né la prima né l’unica ad avere una turbolenta vita sentimentale, ma è stata la prima e l’unica, in Unione Sovietica, a costruire su questi due pilastri il suo personaggio e il suo successo (a giudicare dagli oltre 250 milioni di dischi venduti). La sua canzone più famosa, Milion alih ros (Un milione di rose rosse), è finita anche nel cartone animato storico Nu pogodi! (che equivale al nostro Tom e Jerry), e questo significa che non esiste praticamente russo che non la conosca. 

Quando fu ospite di Sanremo, il 7 febbraio 1987, la serata finale, Pugačëva era sposata con il produttore musicale Evgenij Boldin, suo terzo marito (ora è al quinto e alla fine della nostra storia incontreremo il quarto). Fu grazie ai buoni uffici di Boldin che il nome di Alla Pugačëva varcò i confini della cortina di ferro: la cantante incise in Svezia un album in inglese, Watch out, e si esibì su diversi palchi europei, oltre che a Sanremo. Quella del Festival fu però molto diversa dalle altre esibizioni internazionali. Prendiamo a esempio i concerti di Pugačëva a Essen nel 1986 e a Hasselbach nel 1987, nell’allora Germania Ovest. La strategia commerciale è chiara: Pugačëva cantò insieme a Udo Lindenberg, che dominava la scena musicale tedesca. A Sanremo invece cantò da sola. Quanti ricordano la canzone che interpretò sul palco dell’Ariston, Nado že? Quante chances aveva contro The Final Countdown degli Europe e All at Once di Whitney Houston? Ma di questo Pugačëva non si curava: se i concerti con Lindenberg erano un tentativo di agganciarsi ai circuiti delle grandi band internazionali, l’esibizione di Sanremo era un consolidamento del suo successo in Unione Sovietica. Consolidare il successo in Unione Sovietica da Sanremo? Assurdo. Che ne sapevano, in Unione Sovietica, di Sanremo?

Ne sapevano tantissimo, perché in quegli anni non solo la musica italiana, ma proprio il festival godeva in Unione Sovietica di un successo straordinario. Da dove viene questo successo? Non corriamo con le domande, perché non abbiamo finito con Pugačëva. L’abbiamo lasciata sul palco. Mentre cantava in playback Nado že, era come se dicesse ai suoi concittadini: guardate dove sono arrivata, sono a Sanremo! Esageriamo? No, affatto. Pensiamo all’altro personaggio russo che dopo Pugačëva andrà a Sanremo. Non per sbaglio, ma perché conosceva benissimo il festival e ciò che rappresentava. Quel personaggio è Gorbaciov che, con la moglie Raisa, fu ospite di Sanremo nel 1999. Da dove viene allora il successo della musica italiana in Unione Sovietica? Per rispondere torniamo indietro al 16 giugno 1963.

Giamaica

Valentina Tereškova è nella Vostok 6 in orbita intorno alla Terra. È la prima donna a raggiungere lo spazio, dopo la cagnetta Lajka nel 1957 e Jurij Gagarin nel 1961 (se consideriamo i criteri di gender equality del tempo, i sovietici erano molto avanti rispetto agli americani, che manderanno la prima donna nello spazio, Sally Ride, solo nel 1983). “Come ti senti?”, chiedono dal cosmodromo di Bajkonur. “Mi sento bene”, risponde Tereškova, “Ma qui, nello spazio, c’è un silenzio insolito, mi mancano le voci umane. Fatemi ascoltare la voce di Robertino Loreti”. Robertino Loreti? 

Un altro salto indietro nel tempo, l’ultimo. Nell’estate del 1960, a Roma, c’erano le olimpiadi – un fatto non secondario, perché incontreremo altre olimpiadi nella nostra storia. Gianni Rodari, in Passeggiata domenicale, cita piazza Esedra (ora piazza della Repubblica): “In piazza Esedra reato incerto: / sentire gratis il concerto, / o sedermi, alla romana, / sull’orlo fresco della fontana?”. Il concerto di cui parla Rodari era quello che si teneva per i clienti del Caffè Grand’Italia. Una sera del giugno 1960 sedeva a un tavolo del caffè il musicista danese Sejr Volmer-Sørensen, sceso a Roma per girare dei documentari. Fu lì che ascoltò un ragazzo di quattordici anni cantare. La bellezza di quella voce tenorile travolse Volmer-Sørensen, che portò il ragazzo con sé a Copenaghen, lo fece cantare nel suo programma tv e gli fece incidere un disco. Il successo di quella voce andò oltre ogni aspettativa più folle. Il ragazzo tenne concerti in Danimarca e nei paesi nordici e poi nell’Europa occidentale e in America. Vendette milioni di dischi. In Italia lo paragonarono a Beniamino Gigli, la stampa francese disse che era il nuovo Caruso. Fu quella voce che Tereškova chiese di ascoltare dallo spazio, la voce di Robertino Loreti.

Dopo le Olimpiadi di Mosca del 1980, la penetrazione della cultura occidentale si manifestò a livello popolare nella moda e nella musica. L’8 aprile 1983 il Primo Canale della televisione di stato mandò in onda una selezione delle canzoni del festival di Sanremo di quell’anno. Quel giorno Sanremo entrò come un re nel cuore delle masse sovietiche

In Unione Sovietica, dove tutto quello che arrivava da Occidente era tabù, il successo di Robertino fu non meno travolgente. Come la sua voce abbia superato la cortina di ferro non è chiaro. La leggenda vuole che sia arrivata dalla Finlandia, attraverso uno scambio di doni tra guardie di frontiera: sigarette o vodka contro un disco di Robertino. Il suo primo album uscì in Unione Sovietica nel 1961 e conteneva tutti suoi cavalli di battaglia: O sole mio, Santa Lucia, Torna a Surriento e Giamaica. In Occidente il successo di Robertino durò pochi anni, fino a quando gli rimase la voce da tenore. La leggenda vuole che la voce gli si abbassò dopo un incidente sulle piste da sci. Robertino continuò a cantare con un registro vocale più basso, nel 1964 arrivò anche in finale a Sanremo con Un bacio piccolissimo, ma i suoi giorni erano passati. Solo in Unione sovietica la sua fortuna invece fu costante e duratura. 

Va detto che il Paese non era preparato al successo di un cantante. Non esistevano star dello spettacolo, le star erano veterani di guerra, cosmonauti. La radio trasmetteva dibattiti sui progressi dell’agricoltura nei kolhoz e concerti di musica classica e popolare, esibizioni sicuramente di altissima qualità, ma non il genere di manifestazione da mandare in delirio le masse sovietiche. Robertino fu il primo e per anni l’unico, perché semplicemente non c’era nessun altro dopo di lui. In Italia, durante la breve stagione dei suoi trionfi, avevamo già sulla scena mostri sacri come Mina, Ornella Vanoni, Celentano e Gianni Morandi, per dire i primi che vengono in mente. Fu molto facile dimenticarsi di lui. In Unione Sovietica non mancavano artisti e interpreti di grande talento e anche di successo, ma l’industria dello spettacolo e i media non producevano star. Per vedere la prima si dovrà aspettare Alla Pugačëva.

Rispetto alla musica che proveniva da altri Paesi occidentali, come quella anglofona, che era carica di critica sociale e di ribellione, quella italiana poi aveva il vantaggio di non soffrire troppo la censura sovietica, anche perché doveva prima passare attraverso quella nostrana, non meno severa. In realtà la censura sovietica era aggirata abbastanza agevolmente (anche se non senza rischi). Se i libri avevano nel samizdat (letteralmente: stampato da solo) il loro mezzo di distribuzione clandestino, la musica aveva il rëntgenizdat (letteralmente: stampato su lastra radiografica). Il rëntgenizdat, usato fino alla fine degli anni Settanta quando arrivarono bobine e cassette, era realizzato con uno speciale torchio che incideva la lastra radiografica, recuperata tra quelle scartate o rubata, poi ritagliata in forma circolare. Il foro al centro si faceva con una sigaretta accesa. La qualità dell’incisione non reggeva il confronto con quella dei vinili tradizionali, inoltre il rëntgenizdat si deteriorava rapidamente, ma era l’unico modo per ascoltare jazz e rock (meglio se con le cuffie o nascosti sotto varie coperte per non farsi scoprire dai vicini).

Uno momento

Grazie alla voce di Robertino, la canzone italiana raggiunse in Unione Sovietica livelli di popolarità altissimi. Possiamo dire che Robertino spianò la strada al successo di Sanremo, ma dobbiamo prima passare attraverso altre Olimpiadi, quelle di Mosca del 1980. Gli americani e molti altri le boicottarono, perché l’Unione Sovietica aveva invaso qualche mese prima l’Afganistan. Noi ce le ricordiamo per la foto di Pietro Paolo Mennea, che fa il giro d’onore con l’indice della mano destra puntato verso l’alto, dopo aver battuto avversarsi del calibro del giamaicano Donald Quarrie e del britannico Allan Wells nella finale dei duecento metri piani. Per i paesi chiusi alle influenze esterne ospitare manifestazioni sportive è sempre un’occasione di scambio culturale e fu così anche per l’Unione Sovietica. Le Olimpiadi diedero l’accelerata che lanciò il Paese nel decennio folle e irripetibile degli anni Ottanta.

L’Unione sovietica risultò così aperta all’infiltrazione di influenze esterne, che fu coniata l’espressione deti olimpiady (i figli delle olimpiadi) per indicare i bambini, dalla pelle di vari colori, che nacquero nel Paese nella primavera del 1981. Dopo la chiusura dei giochi non ci fu nessun giro di vite a strozzare il clima di apertura. La penetrazione della cultura occidentale si manifestò a livello popolare nella moda (non pensiamo solo ai jeans, ma anche alla tuta acetata, di cui negli anni Ottanta in Unione Sovietica non esisteva produzione e che rappresentava il trendy in assoluto) e nella musica. L’8 aprile 1983 il Primo Canale della televisione di stato mandò in onda una selezione delle canzoni del festival di Sanremo di quell’anno. Quel giorno Sanremo entrò come un re nel cuore delle masse sovietiche.

Il programma era Melodii i ritmy zarubežnoj estrady (Melodie e ritmi della musica leggera straniera), trasmesso tra il 1976 e il 1984 e condotto dallo storico presentatore Boris Vassin. Era diviso in due parti, nella prima con esibizioni di artisti di Paesi socialisti e nella seconda di artisti di Paesi occidentali. Per esempio, l’8 aprile 1983 si cominciò con una selezione di tre canzoni interpretate dalla bulgara Margarita Hranova, si passò al duetto cecoslovacco Kamélie e si finì con dieci canzoni di Sanremo, tra cui Sarà quel che sarà di Tiziana Rivale, la vincitrice, Vacanze romane dei Matia Bazar e Soli sulla Luna di Raffaella Carrà. A sorpresa manca L’italiano di Toto Cutugno (che sarà trasmesso solo l’anno successivo). Sanremo era già finito nella selezione, la prima volta il 24 marzo 1978 con tre canzoni, tra cui Un’emozione da poco di Anna Oxa, e il 26 febbraio 1982 con cinque canzoni, tra cui Che fico di Pippo Franco, Felicità di Al Bano e Romina Power e Storie di tutti i giorni di Riccardo Fogli. Artisti italiani apparivano regolarmente nel programma e sarebbe troppo lungo nominarli tutti. In Russia il blasone della musica italiana c’è da secoli e il successo di Robertino è probabilmente l’ultimo frutto di questo riconoscimento tradizionale. Il successo di Sanremo è strutturalmente diverso, non si limita alla sfera musicale, ma si allarga a quella del lifestyle: il successo di Sanremo è il successo dell’Italia.

L’anno dopo, il 1° luglio, fu trasmessa una selezione del festival del 1984 e fu ancora delirio, tanto che fu riproposta quasi contemporaneamente il 30 settembre sul Primo e sul Secondo Canale, senza citare le repliche parziali in televisione e alla radio e i tour faraonici che gli artisti italiani, come Pupo e i Ricchi e poveri e i Matia Bazar, cominciarono a fare in Unione Sovietica, raggiungendo ogni angolo del Paese e centinaia di migliaia di spettatori (nel novero rientra anche Robertino che fece il suo primo concerto nel Paese nel 1989). Alla fine del 1984 uscì il film televisivo Formula ljubvi (La formula dell’amore) di Mark Zaharov, ispirato alla vita di Cagliostro. In una scena gli attori Aleksandr Abdulov e Semën Farada cantano Uno momento (sic), parodia della musica sanremese. Formula ljubvi ebbe un discreto successo, ma è entrata nella memoria storica solo per la scena ancillare di Abdulov e Farada. L’anno successivo i due canteranno in televisione una parodia della loro parodia, ambientata al festival di Sanremo usando immagini di repertorio. L’ultima puntata di Melodii i ritmy zarubežnoj estrady fu trasmessa il 28 ottobre 1984. L’anno dopo il programma risorse identico, ma con altri nomi, e divenne anche lo spettacolo ufficiale di Capodanno del Primo Canale fino al 1990.

Selezioni sempre più ricche del festival andavano in onda ogni anno, ma lo spettacolo non era mai ritrasmesso integralmente. Abbiamo detto che la musica italiana passava senza troppi problemi nelle maglie della censura sovietica e a maggior ragione negli anni Ottanta, in cui queste maglie si erano allargate, ma la censura era attiva e vigile. Per esempio, Domenica bestiale di Fabio Concato, trasmessa il 14 gennaio 1983, fu presentata come Voskresen’e vmeste s toboj (Domenica insieme a te) e a Eva dagli occhi di gatto di Milva, trasmessa il 2 luglio 1984, non solo fu cambiato il titolo in Eva s prodolgovatymi glasami (Eva dagli occhi allungati), ma dal testo sparì anche il riferimento alla Coca Cola.

La cesura degli anni Novanta

Nel 1990, tra debito pubblico, crescita della violenza e difficoltà di approvvigionamento (furono introdotte tessere per il razionamento alimentare), il Paese scivolava nel caos. Nell’agosto 1991 un maldestro tentativo di putsch accelerò il collasso del sistema e il 26 dicembre l’Unione Sovietica fu formalmente sciolta. Ci troviamo ora di fronte a un’importante cesura e vale la pena fare un bilancio del percorso fatto fin qui. Abbiamo visto come la canzone italiana, grazie alla voce di Robertino e alla permeabilità alla censura, si fosse diffusa in Unione Sovietica e avesse beneficiato del clima di apertura delle Olimpiadi del 1980. Attraverso questi due passi principali il festival di Sanremo divenne la spina dorsale dello spettacolo di Capodanno del Primo Canale (capiamo ora per quale motivo Pugačëva volesse consolidare il suo successo in casa dal palco dell’Ariston). 

Un altro aspetto chiave è la parodia. Boris Eltsin, eletto presidente della Russia nelle prime elezioni democratiche della storia, s’incaricò del compito di traghettare il Paese verso la democrazia e l’economia di mercato, ma le sue riforme sortirono l’effetto opposto. Tornarono difficoltà di approvvigionamento e stavolta ci mise una pezza il presidente degli Stati Uniti George Bush sr, che distribuì gratuitamente milioni di cosce di pollo surgelate, affettuosamente chiamate nogi Buša (le gambe di Bush). Negli anni Novanta i russi avevano ben altro a cui pensare che a Sanremo e la musica italiana aspettò dieci anni prima di tornare nel Paese. Durante questa lunga interruzione l’immagine dell’Italia e di Sanremo si cristallizzò e rimase legata, nell’immaginario russo, a quella degli anni Ottanta.

Il ritorno degli anni Ottanta

La musica italiana è tornata in Russia con tre concerti tra il 10 e il 12 marzo 2001 al Teatro statale del Cremlino. Tra gli altri, si sono esibiti Pupo, i Matia Bazar, Toto Cutugno e Riccardo Fogli, gli stessi artisti che partecipavano a Sanremo negli anni Ottanta. Da allora, quasi ogni anno sono stati organizzati grandi eventi musicali con il nome Sanremo al Cremlino o simili, in cui i nostri artisti degli anni Ottanta hanno cantato con artisti russi del momento. Questi concerti hanno avuto un successo enorme, senza contare le tournée dei singoli artisti e le loro esibizioni alle feste private di Capi di Stato e oligarchi. Molti aneddoti sono raccontati direttamente dai protagonisti di allora nel documentario del 2013 Italiani veri, di Marco Raffaini, Marco Mello e Giuliano Ligabue. 

Ancora fino a qualche anno fa, se ci si fermava a mangiare un paio di šašlyki o di čibureki lungo un’autostrada siberiana, non era raro che il venditore ascoltasse L’italiano o Felicità. Al Bano e Romina sono tornati a cantare insieme dopo tanti anni a Sanremo nel 2015, ma la loro prima esibizione comune dopo la separazione è stata due anni prima, a Mosca. Negli ultimi anni di concerti ispirati al festival se ne organizzano meno, ma solo perché i nostri artisti cominciano a tirare i remi in barca.

Ciao 2020

Večernyj Urgant (L’Urgant della sera) è il late night show del Primo Canale della tv di stato russa. È condotto da Ivan Urgant (Leningrado, 1978), va in onda dal lunedì al venerdì e ha uno share medio del 12%. Il programma è un classico della fascia notturna. La prima puntata risale al 16 aprile 2012. Oltre a personaggi del mondo dello spettacolo russo, sono state ospiti di Urgant anche personalità dello star system mondiale, come Billie Eilish e Jason Statham. Il 30 dicembre 2020 è stata trasmessa la puntata di Capodanno di Večernyj Urgant, Ciao 2020. Urgant ha organizzato altre puntate di Capodanno, ma quella del 2020 è diversa da tutte le altre: è in italiano. È stata realizzata come se fosse uno spettacolo degli anni Ottanta e mandata in onda come se arrivasse dall’Italia. Il conduttore, che si presenta come Giovanni Urganti, e tutti i partecipanti hanno italianizzato il loro nome (nei sottotitoli in russo sono però indicati con i loro veri nomi). In un’intervista rilasciata il 14 gennaio 2021 al sito d’informazione russo Meduza, Urgant ha dichiarato di aver scritto Ciao 2020 insieme a Denis Rtiščev, produttore creativo di Večernyj Urgant, per tre ragioni: “ci mancava l’Europa, nessuno di noi aveva fatto un viaggio. L’Italia è uno tra i Paesi più colpiti [dalla pandemia, ndr] – e così volevamo un po’ sostenerla. E non c’è altro Paese, che musicalmente sarebbe a noi più vicino”. Il programma è curato in ogni dettaglio, dall’abbigliamento e dalle acconciature alle luci e ai movimenti di camera, dai finti fuori onda alla finta televendita: tutto si richiama agli anni Ottanta italiani. Ovviamente in chiave caricaturale.

Ancora fino a qualche anno fa, se ci si fermava a mangiare un paio di šašlyki o di čibureki lungo un’autostrada siberiana, non era raro che il venditore ascoltasse L’italiano o Felicità. Al Bano e Romina sono tornati a cantare insieme dopo tanti anni a Sanremo nel 2015, ma la loro prima esibizione comune dopo la separazione è stata due anni prima, a Mosca.

Per avvicinarsi al pubblico più giovane, sono stati fatti esibire cantanti russi mainstream traducendo in italiano le loro canzoni, con l’unica eccezione dei Piccolo Grande, alias Little Big, che cantano in inglese e hanno interpretato una versione disco di Mamma Maria dei Ricchi e poveri. Hanno accompagnato i Piccolo Grande quattro ballerini in tuta acetata ed è difficile non vedere, anche in dettaglio piccolo come questo, un richiamo alla moda degli anni Ottanta. Ciao 2020 è stato accolto molto bene in Russia: in tv è stato visto da circa dieci milioni di spettatori e tante visualizzazioni ne ha fatte su YouTube (siamo comunque lontani dai ventisei milioni di visualizzazioni su YouTube della puntata con Billie Eilish). Anche in Italia il programma ha avuto un notevole riscontro sui media e se n’è scritto molto. All’inizio c’era addirittura chi credeva che il programma avesse intenzioni offensive. È stato chiarito al di là di ogni dubbio che non è così (lo stesso Urgant ha affermato in più interviste che il programma è stato pensato e realizzato per il pubblico russo) e sono usciti molti articoli che spiegano in dettaglio ogni passaggio della trasmissione. Queste note provano a fare ciò che mancava, un approfondimento storico di Ciao 2020 come punto di arrivo della lunga avventura della musica leggera italiana in Unione Sovietica. A questo scopo, ci torna utile il bilancio che abbiamo fatto sopra, di cui Ciao 2020 ripropone tutti i punti chiave: il Primo Canale della televisione di stato, lo spettacolo di Capodanno e Sanremo, inteso come lifestyle italiano degli anni Ottanta. E poi c’è la parodia.

Con la parodia non è la prima volta che Urgant si cimenta. Il 30 dicembre 2018 è andato in onda Goluboj Urgant, caricatura del programma sovietico di Capodanno Goluboj Ogonëk (Focherello azzurro) trasmesso tra il 1964 e il 1985. In questa occasione è stato fatto il verso agli anni Novanta. Scegliendo di intitolare la puntata Goluboj Urgant, Urgant ha fatto anche un coraggioso (per gli standard russi) gioco di parole, perché goluboj (azzurro) è sinonimo di omosessuale. Riferimenti all’omosessualità sono presenti anche in Ciao 2020, nell’intervista (al minuto 7:28) al regista Alessandro Pallini, alias l’attore Aleksandr Pal’, protagonista di Glubže (Più profondamente), un film tragicomico del 2020 sull’industria del porno. Pallini mostra a Urganti uno spezzone di un film porno gay, Urganti lo trova fantastico e invita gli uomini in studio a vederlo insieme a lui mentre la trasmissione prosegue. 

Quelle di Urgant sono indirette ma chiare critiche allo stigma politico e sociale che colpisce gli omosessuali in Russia. Risale al 2013 una legge che consente agli omosessuali di vivere nel privato la loro sessualità, ma impedisce loro di fare “propaganda”, inoltre la riforma costituzionale entrata in vigore dopo il referendum di giugno 2020 (che abolisce il divieto di ricoprire la carica di Presidente della Federazione Russa per più di due mandati consecutivi e che, per la cronaca, è stata proposta da quella stessa Valentina Tereškova che dallo spazio chiese di ascoltare la voce di Robertino Loreti), stabilisce che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna.

Capodanno è una festa molto sentita nella cultura russa. Nell’Unione sovietica non si celebrava il Natale e il suo valore di festività fu assorbito dal Capodanno. Anche se il Natale, che per gli ortodossi cade il 7 gennaio, è tornato a essere festività pubblica dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, non ha recuperato il significato che ha nei Paesi occidentali. La notte del 31 dicembre Ded Moroz (Nonno Gelo), assistito dalla nipotina Sneguročka, porta regali ai bambini, ma prima di distribuirli chiede sempre che venga acceso l’albero. Come si può immaginare, l’accensione dell’albero non può mancare in uno spettacolo di Capodanno. In Ciao 2020, che non fa eccezione, questo compito è affidato a Sua Santità Pippo Secondo, alias Filipp Kirkorov (Varna, 1967), vera e propria icona pop sulla cresta dell’onda dagli anni Novanta. E qui chiudiamo finalmente il cerchio del nostro racconto, perché è stato proprio Filipp Kirkorov il quarto marito di Alla Pugačëva.

Ci siamo richiamati alla grande Storia solo per aiutare la comprensione della piccola storia che abbiamo raccontato. In nessun caso abbiamo voluto dare giudizi. Per riportare parole russe ci siamo serviti della traslitterazione scientifica del cirillico, ma nei casi in cui esiste già una grafia invalsa nell’uso è stata preferita quest’ultima (Gorbaciov e Eltsin).


Flavio Villani

Ingegnere e giornalista freelance. Si occupa principalmente di architettura e narrativa. Scrive su alcune riviste online, tra cui Yanez Magazine e Cultweek. È nato a Roma, vive a Berlino e ha il cuore in Russia.

Vedi tutti gli articoli di Flavio Villani

Leggi anche

immagine articolo Il tempo della parodia
immagine articolo A scuola dalle serie tv

Restiamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter di Link per restare aggiornato sulle nostre pubblicazioni e per ricevere contenuti esclusivi.