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Crisi

La televisione in quarantena

In tutto il mondo, l’emergenza ha messo a dura prova la tv: linguaggi, modelli produttivi e introiti pubblicitari. La reazione è stata pronta, la creatività immediata. Ma cosa resterà?

La tv non si ferma mai. È un flusso di contenuti in onda senza sosta. È un’industria dal ciclo continuo di produzione, distribuzione e consumo. Non può fermarsi. Ogni tanto, di fronte a eventi eccezionali, ha dovuto aggiustare rapidamente la programmazione o modificare ingranaggi del ciclo produttivo. Ma non si è mai dovuta fermare. Mai come questa volta, perlomeno. La crisi del coronavirus, con Paesi interi in quarantena, milioni di famiglie chiuse in casa, l’attività produttiva ridotta ai minimi termini, sta mettendo a dura prova l’industria televisiva e ha avuto un impatto immediato e imprevisto sui contenuti. La tv in questi giorni non è più la stessa. Nonostante la crisi sia ancora in corso e durerà ancora a lungo, è già possibile individuare alcune linee di analisi e tendenze che si stanno ripetendo un po’ ovunque, man mano che numerosi Paesi adottano le stesse misure restrittive.

Aumenta il consumo di tv

Con milioni di adulti e bambini a casa tutto il giorno, la platea televisiva cresce e cresce la quantità di tv vista da ogni persona. In Spagna il consumo nella prima settimana di confinamento è aumentato del 40%, toccando la cifra record di 324 minuti medi visti a persona. Stessa crescita in Francia o in Italia, dove in queste settimane si guarda mediamente un’ora in più di tv al giorno e, in prime time, la platea ha oltrepassato la barriera dei 30 milioni di spettatori. Anche negli Stati Uniti gli ascolti della generalista sono cresciuti. I generi più cercati sono l’informazione e i programmi di evasione. Aumenta il consumo di contenuti per bambini e per tutta la famiglia. Per causa di forza maggiore, dopo una giornata fatta di slalom tra scuola e lavoro a distanza, la famiglia è “costretta” a sedersi insieme davanti alla tv, tornando a forme di “co-viewing” che si pensavano perdute. È poi interessante vedere come gli stessi fenomeni si ripetano, a distanza di pochi giorni, in vari Paesi. Anche tendenze inattese: per esempio, il “successo” di contenuti di tipo religioso in Italia, come la trasmissione del rosario su Tv2000 o la preghiera di Papa Francesco in una Piazza San Pietro completamente vuota. Senza messe nelle chiese, crescono gli ascolti di quelle in tv anche in Spagna, sulla tv pubblica La2. La tv in questi giorni dà anche conforto.

Un nuovo palinsesto

“L’impatto del covid-19 sull’industria e sulle sue abitudini più consolidate si è fatto sentire da subito”, dice Keri Lewis Brown, CEO e fondatrice della società di consulenza K7 Media. “Le reti hanno reagito rapidamente, fornendo più intrattenimento: le tv commerciali si sono concentrate su contenuti più leggeri e umoristici, mentre nei servizi pubblici la missione è stata incoraggiare sentimenti di unione e solidarietà”. In ogni Paese si può individuare il momento esatto in cui gli spettatori a casa e gli addetti ai lavori hanno capito che in questa crisi la tv non poteva più far finta di niente e doveva fermarsi. I primi sintomi sono stati i programmi in onda senza pubblico o quelli che aumentavano la distanza tra gli ospiti in studio. Nei primi giorni faceva uno strano effetto vedere Amici o la finale di Italia’s Got Talent con grandi studi vuoti. Qualcuno ci ha scherzato su, come a Propaganda Live, sostituendo il pubblico con sagome di cartone. L’effetto era surreale: una tv senza applausi, senza risate, senza reazioni, costretta a cambiare regia e liturgie. Si può andare avanti così per un po’, ma non per sempre. Poi sono arrivate le limitazioni agli spostamenti delle persone e sono iniziati i collegamenti da casa: la tv diventa “radio in videoconferenza”. In molti altri Paesi, come la Spagna, è capitato lo stesso: l’ultima puntata in onda del talent show Operación Triunfo sulla tv pubblica si è svolta nell’Accademia invece che in studio, con il presentatore collegato da casa. Poi la rete ha sospeso tutto, senza sapere se e quando il programma potrà tornare in onda. Va avanti solo la tv preconfezionata, quella di montaggio.

I primi sintomi sono stati i programmi in onda senza pubblico. Nei primi giorni faceva uno strano effetto vedere Amici o la finale di Italia’s Got Talent con grandi studi vuoti. Qualcuno ci ha scherzato su, come a Propaganda Live, sostituendo il pubblico con sagome di cartone. L’effetto era surreale: una tv senza applausi, senza risate, senza reazioni, costretta a cambiare regia e liturgie.

Si creano situazioni per certi versi assurde, degne di un episodio di Black Mirror, come quella dei concorrenti di Grande Fratello o di Supervivientes, che dentro la casa o sull’isola non sanno nulla di quello che succede fuori (come nella serie inglese Dead Set, di cui molti si sono ricordati in questi giorni). La tv decide quando e come informarli, magari trasformando il momento in un punto forte del programma, come è successo in Germania. Poi, un po’ ovunque, diventa quasi impossibile continuare a produrre. La tv è costretta a cambiare i palinsesti: si allungano magazine e talk show, con una specie di bollettino informativo senza soluzione di continuità sul virus, le reti pubbliche aumentano la programmazione educativa, si moltiplicano le repliche anche in prime time. La tv si ritrova all’improvviso senza sport, senza calcio e senza gli eventi sportivi programmati per i prossimi mesi, dagli Europei di calcio alle Olimpiadi di Tokyo, con il conseguente impatto economico di tutto questo.

Stop alle produzioni

È probabile che molte serie statunitensi che hanno fermato la produzione per il coronavirus non potranno portare a termine la stagione in corso, secondo Vulture. Altre serie, previste per le prossime settimane, non riescono a chiudere la post-produzione e rinviano la messa in onda. Per tamponare il problema, alcune reti stanno anticipando serie e programmi previsti per l’estate. In un mercato globale, con troupe televisive in giro per tutto il mondo, le produzioni si fermano per garantire la sicurezza dei lavoratori e perché le misure restrittive adottate dai governi dei vari Paesi, che limitano per esempio gli spostamenti, rendono praticamente impossibile andare avanti. I prodotti ancora in onda non possono farlo a pieno regime, e quelli previsti per i prossimi mesi non sanno se e quando potranno ripartire (per ora, per esempio, possono proseguire solo con i casting online). Sono saltati importanti mercati come il MipTv di Cannes o gli LA Screenings, sostituiti da screening virtuali per i clienti. L’impatto economico a livello produttivo e distributivo è ancora difficile da quantificare. “Senza dubbio produttori ed editori sono colpiti duramente”, dice Lewis Brown. “Chi ha un portfolio diversificato probabilmente avrà meno problemi: il gruppo scandinavo NENT, tagliando i prezzi dei pacchetti sportivi, non solo ha ridotto al minimo la perdita di clienti, ma ha visto una crescita del 40% per i film e la tv on demand”.

Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio. Secondo C21Media, che riporta i dati di EPC (European Producers Club), circa 600.000 freelance di cinema e televisione avrebbero già perso il lavoro in Europa. In Spagna, per la Spain Film Commission, sarebbero 300 le produzioni sospese, e di queste il 25% sono serie e programmi tv. Un grande gruppo come Mediapro ha annunciato una specie di cassa integrazione per 1200 lavoratori e una riduzione dello stipendio per i dirigenti. In Italia, Giancarlo Leone, presidente dell’APA (Associazione Produttori Audiovisivi), ha lanciato l’allarme in più occasioni. E molti Paesi adottano aiuti e fondi di emergenza per spettacolo, cultura e audiovisivo. Lo stesso hanno fatto anche imprese come Netflix.

Crolla la pubblicità

Nei primi giorni della quarantena, le tv private in Spagna hanno perso circa il 45% della pubblicità. La caduta sarebbe addirittura dell’80% nelle radio private. L’affollamento pubblicitario, per i dati elaborati dagli analisti di Dos30’, è sceso del 14,6%, con circa 250 ore in meno di pubblicità in tv. Numeri simili anche in Italia, con campagne annullate o rimandate. In Inghilterra, Itv prevede un calo di circa il 10%, soprattutto a causa dei tagli alla pubblicità dell’industria dei viaggi, tra le più colpite dalla crisi. Negli Stati Uniti la crisi è arrivata proprio pochi giorni prima degli upfronts, dove le reti vendono ai clienti la pubblicità per l’autunno, e si stima un calo di circa il 10% a fine anno. Numeri simili si ripetono un po’ ovunque, come in Francia. E le cose non vanno meglio online: le perdite sarebbero consistenti anche per giganti come Facebook o Google. EMarketer ha ridotto le stime sulla spesa pubblicitaria globale di circa il 3% per il 2020 (da 712 miliardi di dollari a 691,7), augurandosi una ripresa nella seconda parte dell’anno. Ma la stima è stata fatta prima che fosse annunciata la cancellazione delle Olimpiadi che, come i principali eventi sportivi, attira sempre campagne di marketing milionarie. Per gli inserzionisti, in un periodo di incertezza come questo, è anche difficile capire che tipo di campagne fare. Alcuni hannno deciso di cambiare strategie in corsa, scommettendo su messaggi di appoggio o vicinanza ai clienti.

Senza pubblicità, la tv commerciale non può fare altro che rimandare o cancellare i grandi programmi previsti per la primavera. Arrivano repliche, clip show e programmi di archivio, si tirano fuori dal freezer programmi e serie di minore qualità, si allungano magazine e talk show. “Nei palinsesti della tv lineare stiamo vedendo molte repliche, ma non è detto che questo possa stancare il pubblico. Nei momenti più difficili gli spettatori le percepiscono anche come una forma di evasione e un’opportunità per ricordare tempi migliori”, appunta Lewis Brown. Non si può però non notare il paradosso di questo periodo: la platea tv più vasta di sempre si trova a guardare l’offerta forse più scarsa di sempre. O no. Perché poi i periodi di crisi, come sempre, hanno un risvolto positivo. “La buona notizia è che la crisi davvero sta liberando la creatività, in tutti gli aspetti in cui l’industria televisiva opera, dalla tecnologia alle finanze, a innovazioni nelle pratiche lavorative”, spiega la CEO di K7 Media. E nei contenuti.

The Show Must Go… Home

C’è una televisione che per il coronavirus si è dovuta fermare (per esempio, la versione francese di Love Island di Amazon), ce n’è un’altra che va avanti nonostante il coronavirus con effetti a volte surreali, e c’è una tv che al coronavirus si dedica completamente (con effetti a volte altrettanto surreali, più spesso al limite della decenza per la diffusione di fake news o un certo tipo di spettacolarizzazione). E c’è una tv che, impossibilitata a continuare nella sua forma abituale, è stata costretta ad “adattarsi”. Primi fra tutti i programmi di interviste e i late night. Sono nate così versioni “at home” di show celebri: versioni ridotte, girate a casa con pc e telefonini e con chiacchierate via Skype o Zoom, le app che molte famiglie usano in questi giorni per prendere insieme l’aperitivo o fare scuola a distanza. Si riproduce in tv l’esperienza che gli spettatori fanno a casa: una vita in videoconferenza. Alcune di queste versioni casalinghe, in cui i presentatori mostrano il loro lato più intimo, coinvolgendo familiari, amici e spettatori a casa, vanno in onda online (come Jimmy Fallon negli Stati Uniti o #EPCCAlive in Italia), altre continuano ad andare in tv normalmente (per esempio, Late Motiv di Andreu Buenafuente in Spagna). Sono format che anche solo pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Poi ancora c’è una tv, messa in piedi in pochissimi giorni, che è nata proprio a causa del coronavirus, per raccontare la crisi. Titoli nati già “in remoto”, costruiti sul multischermo di una chat room, che fanno dell’immediatezza un valore (per supplire a problemi di connessione e ritardi di audio), in cui il presentatore, da casa, “entra” nelle case di famiglie, esperti o personaggi famosi per “stare insieme” o raccontare le loro storie di reclusione.

“Nei format lanciati come risposta alla pandemia c’è un messaggio sociale che incoraggia gli spettatori a stare a casa”, spiega Lewis Brown. “La spinta verso modelli più autentici è un trend che vediamo da un po’. Man mano che aumenta la distanza fisica tra le persone, l’interattività ha acquisito un signficato più profondo e organico. Questo include show in cui i presentatori sono affiancati da altri partecipanti con strumenti online per giocare, cantare, ballare, mangiare insieme e infinite altre possibilità di cose che si possono fare insieme”. Programmi come questi sono nati nel giro di pochi giorni un po’ ovunque in Europa (Todos en casa in Spagna è un esempio) e altri nasceranno. Sono arrivati speciali live in cui artisti famosi cantano da casa per beneficenza o tutorial che cercano di aiutare la gente costretta a stare a casa (con lezioni di fitness o ricette di cucina di chef famosi). Sono sempre titoli girati con pochi mezzi: è l’estetica di alcuni video di YouTube che arriva sulla tv tradizionale, come mai prima. Molti programmi hanno un taglio umoristico: Quarantine Comedy Conference – Celebs Home Alone! della tedesca Sat.1 è tra gli esempi più interessanti, con due presentatori in uno studio vuoto e un pubblico di manichini che si collegano con nove famosi da casa, rappresentati da altrettante finestre in studio, coinvolgendoli in prove bizzarre. Quello tedesco è un caso unico, perché su tutte le principali reti sono nati esperimenti interessanti in pochissimo tempo, come Live from Forster Street di Vox, in cui il cantante Mark Forster si collega dal suo studio con altri artisti internazionali per fare musica insieme, o The Quarantine Flat Share – Welcome Home su Rtl, in cui tre personaggi famosi raccontano la loro vita in quarantena, con ospiti, rispondendo alle domande che il pubblico sui social network. Queste tendenze (programmi da casa e live streaming) si erano già viste qualche settimana prima in Cina. Molte reti infine, come la britannica Channel 4, stanno preparando “diari” del coronavirus, documentari user generated realizzati in tutto o in parte con video inviati dagli spettatori che raccontano la loro vita quotidiana (quella di chi è costretto a stare a casa o quella di chi, come medici e infermieri, è in prima linea nella lotta contro il virus).

Binge watching e reti sociali

Quella che stiamo vivendo è forse la prima grande crisi mondiale raccontata istantaneamente da milioni di persone online, sui social. Chiusi a casa, in una specie di The Circle o Grande fratello individuale, il virus ha trasformato le nostre vite in uno show collettivo, fatto di meme su Twitter, video su YouTube di gente che canta sui balconi, challenge su TikTok, chiacchierate live su Instagram (come il Jova House Party di Jovanotti) o dirette di approfondimento su Facebook. Un flusso continuo di contenuti, un vero e proprio “tsunami dello streaming”. Chiunque – personaggi anonimi, celebrities, ma anche musei e teatri – può diventare un “canale”. La tv, per lo meno generalista, si ferma o parla di coronavirus a tutte le ore? Nessun problema, “ci pensa la rete” a intrattenerci. Non c’è solo quella, però. L’altra grande novità che in questi giorni sta sostituendo la tv tradizionale sono le piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video o Disney+, approdata in Europa nei giorni della crisi, con milioni di bambini a casa e senza scuola. La battaglia per attirare abbonati con offerte e sconti è aperta. Strategy Analytics stima che gli abbonamenti ai servizi di Svod aumenteranno un 5% come effetto della crisi del coronavirus e, secondo Nielsen, il consumo di servizi di streaming è aumentato dell’85% negli Stati Uniti nelle prime settimane di marzo rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Il traffico streaming ha battuto tutti i record.

Senza pubblicità, la tv non può fare altro che rimandare o cancellare i grandi programmi previsti per la primavera. Arrivano repliche, clip show e programmi di archivio, si tirano fuori dal freezer programmi e serie di minore qualità, si allungano magazine e talk show. Non si può però non notare il paradosso di questo periodo: la platea tv più vasta di sempre si trova a guardare l’offerta forse più scarsa di sempre.

“Possiamo dire che le piattaforme Svod più generaliste sono considerate ora come le isole più sicure, finché durano le loro riserve. Sono tempi in cui contano la proprietà dei contenuti e il volume della library. Servizi di nicchia, invece, sono più rischiosi. Possono perdere più clienti, avendo scorte più ridotte”, chiarisce Lewis Brown. Il pubblico ha a disposizione enormi magazzini con ore e ore di contenuti a portata di mano. Le maratone continue di serie e cartoni animati, a tutte le ore del giorno, stanno mettendo a dura prova la capacità della rete, già sovraccaricata da lavoro e scuola a distanza (tanto che Netflix e YouTube hanno annunciato la riduzione della qualità dei video in Europa). Il binge-watching è il migliore antidoto contro il confinamento? Può essere, almeno per alcuni, quelli che possono permettersi di pagare un abbonamento. È una alternativa che offre l’opportunità di rifugiarsi in mondi alternativi. Non a caso tra i generi più cercati ci sono sci-fi, fantasy o commedia. Per gli altri c’è una tv quasi spenta o dedicata solo alle breaking news: una televisione che genera ansia.

Per una conclusione

È difficile capire cosa resterà della “tv in quarantena”. La televisione ha dimostrato ancora la centralità nella “mediazione” della crisi e nel racconto dell’emergenza. Ha reagito, adattando o innovando i contenuti grazie alla tecnologia. Nuovi linguaggi si sono fatti avanti per intrattenere milioni di famiglie costrette a casa per lunghi periodi. Molti cambiamenti saranno probabilmente congiunturali e tra qualche mese, se si rimette in moto il mercato pubblicitario, si tornerà alla normalità, ai programmi di sempre (certamente molto più interessanti di questa tv lo-fi, costruita in videoconferenza). Ne ha voglia il pubblico, ne ha bisogno l’industria. È probabile che gli effetti più evidenti saranno quelli economici, con tagli alle produzioni e riduzione dei budget. In generale, l’industria capirà qualche lezione? Può darsi. Per esempio, che in vari settori della filiera si può lavorare in modo diverso. E che alla fine in tv, in una crisi o nei periodi normali, si può fare a meno quasi di tutto, tranne di una cosa: la creatività.


Algerino Marroncelli

Quando era bambino, passava i pomeriggi costruendo scenografie di plastilina e giocando “alla tv”. Da grande, ha lavorato in Italia come autore e regista e ha scritto due saggi sulla televisione. Fino a sbarcare nel 2008 a Madrid per lavorare prima a Magnolia e ora a FremantleMedia, dove si occupa dello sviluppo di programmi originali e dell’acquisizione di format internazionali. Su Twitter è @AlgeMarroncelli.

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