immagine di copertina per articolo Nelle interviste ormai succede di tutto
Spettacolo

Nelle interviste ormai succede di tutto

Dalle estenuanti conversazioni nei press junket ai format in cui l’intervistato deve fare tutto fuorché rispondere a una normale serie di domande. Come è cambiato (e continua a cambiare) il format dell’intervista nell’epoca di internet e della viralità social.

Ogni tanto penso che se Alberto Sordi fosse vivo starebbe in qualche programma a fare la ricetta dei maccheroni di Un americano a Roma. Sarebbe solo una delle tante cose che i tour promozionali moderni gli richiederebbero di fare. L’attività pubblicitaria che intraprendono donne e uomini di cinema è spesso un’esperienza che annichilisce l’anima e che tocca il nadir con il junket, giornate chiusi in stanze d’albergo durante le quali si fanno intervistare da batterie di giornalisti, a slot da cinque minuti ciascuno. È uno dei momenti più da catena di montaggio che esiste nella vita di attori, registi e maestranze varie e da cui mai niente di interessante potrà uscire. Per parafrasare Jean-Pierre Jeunet: fare i film è dura, ma mai quanto promuoverli.

Anatomia di un press junket

Spesso i junket diventano una mera scusa per i giornalisti-influencer per vivere di luce riflessa (“vi racconto com’è Robert De Niro dal vivo”, ma come vuoi che sia?), oppure assumono un connotato di interesse solo in virtù di una nota stonata, una reazione avversa (ci ricordiamo tutti un aneddoto di qualche junket andato male perché di solito fanno notizia) o di un contesto attraverso cui rileggerli, come è successo nel caso di Blake Lively – la cui intervista durante un junket del 2016, in cui aveva tenuto un atteggiamento sgrammaticato nei confronti della giornalista, è diventata virale nell’estate 2024, durante la promozione di un suo film. Ecco, la giornalista in questione, un habitué dei junket che attraverso questo incidente ha cavalcato una discreta onda di notorietà, sul proprio canale YouTube ha caricato un’antologia di interviste con persone famose montando però solo i preamboli, quella manciata di secondi in cui ci si presenta aspettando che i truccatori sistemino qualche incarnato e che l’ufficio stampa dia il via all’intervista. Era una specie di ammissione: sono molto più interessanti e vitali quei momenti rispetto all’intervista stessa.

Da una parte resta viva l’intervista, solo vestita in modo diverso, dall’altra si è resa necessaria una partecipazione più attiva dell’ospite, che si ritrova di fatto a esibirsi, invece che a essere un semplice intervistato.

Ancora, un’intervista di BBC Radio 1 a Mila Kunis in cui l’intervistatore si mise a raccontare all’attrice le uscite con gli amici tra pub e partite di calcio è rimasta un caso di studio significativo. C’è tutto in quella conversazione, a partire dal fatto che è una conversazione, appunto, e non una transazione verbale tra locatori dell’intrattenimento, passando poi per la capacità di lei di sciorinare in un discorso tutte le risposte precompilate alle domande di rito, fino alla spontaneità dell’interazione tra i due che scardina tutte le regole del format e che ne ha garantito la viralità. Chiaramente, quando gli artefici dell’intervista hanno tentato di far diventare quell’incidente un format, gli esiti sono stati disastrosi. Parliamo comunque di eccezioni, rarità in un panorama giornalistico irrilevante e votato unicamente alla promozione. Commentando una disastrosa intervista condotta all’attore Rhys Ifans nel 2013, la giornalista Janice Turner scrisse che “sembra di far parte di una strana forma di prostituzione, una di quelle in cui non è chiaro chi sia la prostituta e chi il cliente”.

Il trionfo degli sketch

Siccome, rispetto ad anni fa, l’attenzione del pubblico si è disintegrata e dispersa, le produzioni, per cercare di catturare quanti più occhi possibili, hanno allargato le maglie e la semplice intervista diretta non basta più a soddisfare la curiosità dello spettatore. Il problema che si trovano di fronte le redazioni di siti, giornali e programmi radiotelevisivi sta dunque nel tentare di differenziare la presenza dell’ospite. 

Le tendenze che sono andate creandosi sono due: da una parte resta viva l’intervista, solo vestita in modo diverso (ora ci torniamo), dall’altra si è resa necessaria una partecipazione più attiva dell’ospite, che si ritrova di fatto a esibirsi, invece che a essere un semplice intervistato. Una volta tanto, in questo cambiamento ha giocato un ruolo d’avanguardia la televisione, su stimolo di internet che richiedeva materiali brevi e virali. In America, per esempio, la presenza sempre più fitta dei late-night talk show ha portato i vari programmi a cercare di differenziare le interviste con gli ospiti. E così conduttori come Jimmy Fallon hanno iniziato a giocare (letteralmente) con personalità di spicco, dando vita a brevi sketch molto più spendibili come contenuti online e che non necessariamente riguardavano ciò che gli ospiti erano venuti a promuovere (anzi, quasi mai).

Quando il web è diventato strutturato abbastanza da poter rivaleggiare con i canali televisivi in quanto a offerta e palinsesti, e quelle stesse persone che prima andavano da Jimmy Fallon ora erano disposte a stare al tavolo con Ninja o Fabio Rovazzi, questo sketchettismo è tracimato su YouTube e sulle altre piattaforme. In base alle vostre preferenze, o a cosa vi consiglia l’algoritmo, potreste esservi imbattuti in celebrità che recensiscono merendine (Snack Wars), si sottopongono alla macchina della verità (Lie Detector), elencano i loro film preferiti (Four Favorites) o vanno a primi appuntamenti (Chicken Shop Date).

Ma dicevamo delle interviste. Quelle in gran parte sono rimaste vive, cercando di cambiare forma. Un filone è quello inaugurato nel 2018 da Vanity Fair e GQ, entrambe di proprietà del gruppo Condé Nast, con dei format dalle caratteristiche comuni, titolo compreso (“Harrison Ford Breaks Down His Career” per Vanity Fair, “Harrison Ford Breaks Down His Most Iconic Characters” per GQ): la celebrità che commenta i momenti più importanti della propria carriera, rappresentata graficamente da una linea temporale; Harper’s Bazaar e Vogue fanno la stessa cosa, declinandola in ambito sartoriale – il discorso verte quindi sugli abiti indossati dagli attori nei loro ruoli storici o in qualche apparizione pubblica di rilievo. Dal 2022, sempre Vanity Fair realizza Scene Selection, in cui l’ospite riguarda e commenta alcune scene famose della sua filmografia. Tutto il prodotto è un omaggio smaccato agli anni Ottanta, dalle grafiche agli oggetti di scena: un vecchio televisivo, un telecomando ingombrante e una pila di videocassette registrate che affiancano il protagonista, un’iconografia che genera di frequente anacronismi (impossibile aver registrato su VHS un film del 2019). Variety, tra gli ultimi arrivati di questo trend, la butta su quiz cinematografico: attori e attrici devono indovinare da quale film proviene una loro battuta, per poi parlare brevemente del film in questione, solitamente un grande cavallo di battaglia delle loro filmografie.

L’intervista diventa sempre meno un genere giornalistico o una discussione con a capo la visione di qualcuno che, come un conduttore d’orchestra, cerca di imbrigliare il flusso, e si è trasformata in una lenzuolata vocale talvolta palesemente, orgogliosamente, disinformata.

Il terreno comune in tutte queste iniziative è quello che passano pochissimo tempo a promuovere il prodotto dell’ospite, preferendo rievocare i grandi classici per cui è famoso, con uno sguardo nostalgico e molto poco proattivo. Gli esempi sono infiniti ma sono tutti scarti laterali, idee con una certa inventiva ma prive della volontà di costruire qualcosa in avanti, di dialogare sul presente o sul futuro. È tutto chiuso nella zona di comfort delimitata dal catalogo di film di un certo attore/regista. Il solito nostalgismo, insomma, in certi casi ancora fermo agli anni Ottanta e senza nemmeno l’astuzia di aggiornarlo ai “nuovi” decenni (Novanta e Duemila).

Just chatting

Il più eclatante e popolare sforzo di andare oltre a tutto questo è Hot Ones, in cui l’ennesima intervista da junket viene stravolta con un inserto gastronomico che prevede che, tra una domanda e l’altra, intervistato e intervistatore debbano mangiare un’aletta di pollo laccata con una salsa di piccantezza sempre più intensa. L’idea, coadiuvata da una scrittura che vanta una robusta ricerca sulla carriera e la vita dell’intervistato (anche se le domande spesso tendono a essere arzigogolate in maniera gratuita solo per dimostrare la fatica dei redattori), negli Stati Uniti è diventata mainstream arrivando a essere parodiata in programmi televisivi, comparire in film e ottenere perfino delle candidature agli Emmy – qualche timido tentativo di esportarla qui da noi c’è stato ma senza successo. Hot Ones non è solo, banalmente, diverso dal resto, ma riesce a spuntare tutte le voci dell’elenco: promuovere l’opera, raccontare qualcosa di nuovo sull’ospite, mostrare quest’ultimo in situazioni inedite e comiche ma non degradanti (quello dipende dalla compostezza dell’ospite, dalla sua resistenza alla capsicina o dalla sua volontà di esagerare), e catturare il pubblico con le aspettative, sempre nuove sempre diverse, per la reazione che avrà l’ospite alla salsa più letale.

Questi discorsi valgono per i contenuti medio-brevi, ma l’intervista ha trovato spazio anche attraverso la forma lunga e rilassata, perfino sterminata, in podcast o nel palinsesto degli streamer usate come sottofondo per studenti e lavoratori, in aperto contrasto con l’idea stessa del junket che spesso è il motore di queste interviste. Sono così spuntati una miriade di canali online in cui il cosa e il come si sono formalizzati fino al manierismo.
Sulla carta, conversazioni lunghe e approfondite con personalità che solitamente si concedono a tempi più stringenti avrebbero dovuto dare il via a ore e ore di materiale interessantissimo, di studio e archivio quasi. In realtà, in questi casi l’intervista diventa sempre meno un genere giornalistico o una discussione con a capo la visione di qualcuno che, come un conduttore d’orchestra, cerca di imbrigliare il flusso, e si è trasformata in una lenzuolata vocale talvolta palesemente, orgogliosamente, disinformata. Just chatting, come indica una delle categorie di Twitch, è solo una chiacchiera. Tanto che ormai anche le persone di potere accettano di farsi intervistare da streamer e persone di fiducia in questi prodotti invece che da giornalisti o intervistatori con potenziali domande scomode nella manica. Se prima ci si poteva lamentare che un grande ospite era sprecato nei serratissimi tempi televisivi o in mano a conduttori che dovevano per forza parlare a tutti e mai approfondire, ora nonostante l’assenza di limiti e paletti siamo finiti a spacciare per libertà editoriale spazi in cui quelle stesse persone dicono le stesse ovvietà, ma nel triplo del tempo. Mai un incidente dialogico, una scoperta, una frizione come quella che nell’intervista a Mila Kunis sbriciolava la liturgia. Di questo passo, in futuro i posteri, indicando una qualsiasi piattaforma, potranno dire ai loro figli: qui una volta era tutto junket.


Andrea Fiamma

Si occupa di fumetti, cinema e televisione. Ha scritto su Fumettologica, Domani, Linus, Rivista Studio, Mangasplaning e The Comics Journal; ha firmato i libri 50 manga da leggere almeno una volta nella vita (Newton Compton, 2021), Giorgio Cavazzano: Oltredisneyano (Comicon edizioni, 2023), Il grande libro dei quiz sulle serie TV (Newton Compton, 2022) e Cinecalendario (Burno, 2024): ha collaborato con il Salone Internazionale del Libro di Torino, Lucca Comics & Games e il Comicon di Napoli.

Vedi tutti gli articoli di Andrea Fiamma

Leggi anche

immagine articolo Il mito del film lungo

Restiamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter di Link per restare aggiornato sulle nostre pubblicazioni e per ricevere contenuti esclusivi.