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Narrazioni israeliane, tra interessi e successi

Da qualche anno, tutti guardano a Israele: non si contano i remake e le coproduzioni, e in generale l’interesse per un mercato attivo e abile nel promuovere se stesso. Luci e ombre a Tel Aviv.

Creata da Sam Levinson, Euphoria è una delle serie televisive più interessanti degli ultimi anni: le musiche originali, il montaggio sperimentale, i make-up luccicanti e il grande talento di Zendaya, nelle vesti di una teenager bipolare e tossicodipendente, l’hanno resa subito un cult. Tra dicembre e gennaio su Hbo sono andati in onda anche due episodi speciali – in attesa della seconda stagione, posticipata a causa della pandemia –, altrettanto apprezzati. Non tutti sanno però che il teen drama “manifesto della generazione Z” non è una serie originale ma è basato sull’omonima miniserie israeliana, andata in onda sul canale Hot 3 dal 2012 al 2013. Euphoria infatti è solo una delle più recenti serie statunitensi adattate dalla tv israeliana, che è riuscita a ritagliarsi un posto di rilievo nell’immaginario contemporaneo.

In Treatment (Hbo) e Homeland (Showtime), rispettivamente tratte da BeTipul e Hatufim, sono gli esempi più famosi, e le prime a inaugurare questa progressiva importazione-esportazione di format, tra Stati Uniti e Israele, che va avanti da circa 15 anni. Un sodalizio in continuo sviluppo, che include non solo trasposizioni ma anche la produzione e distribuzione di prodotti in lingua originale, come le popolari Fauda e Shtisel (entrambe su Netflix). Tanto da parlare di “terra promessa delle serie tv” e di “successo globale”. Da tempo ci si interroga infatti su quali siano le ragioni che hanno reso Israele un mercato così “irresistibile”. Ma uno sguardo attento ai dati e al contesto di origine può essere utile per capire meglio il quadro complessivo di un trend anomalo, e forse sovrastimato. 

Strumenti di propaganda

Partiamo proprio da Fauda: girata perlopiù in arabo ed ebraico, in Israele è andata in onda nel 2015 sul canale Yes Oh ed è approdata su Netflix nel 2016, diventando la prima serie israeliana dal successo internazionale non adattata. È un thriller politico basato sull’esperienza vissuta nell’unità sotto copertura dell’Israel Defense Forces dal co-creatore Lior Raz, anche protagonista nei panni di Doron Kavillio: un ex soldato che dopo un periodo di ritiro decide di rientrare in missione per catturare un noto terrorista di Hamas. Ciascuna delle tre stagioni di Fauda (una quarta è già annunciata) si concentra su una missione diversa, mettendo in scena la questione israelo-palestinese, definita da Avi Issacharoff, co-creatore con Raz, “l’argomento meno eccitante del mondo”. Nelle fasi iniziali infatti gli autori hanno ricevuto diversi rifiuti dalle emittenti israeliane, e questo ha reso l’accoglienza ancora più inattesa: Fauda è stata inserita dal New York Times tra le migliori serie tv internazionali del 2017, apprezzata per la complessità e l’autenticità del racconto. “Fino a Fauda, le serie straniere non erano mainstream”, ha detto il giornalista di The Hollywood Reporter Scott Roxborough. “Si è rivelata un successo perché il pubblico ha sentito che la serie era reale, girata in posti reali, non in qualche studio di lusso di Los Angeles”.

In realtà Fauda ha avuto anche numerose critiche per il punto di vista solo israeliano che viene proposto, tanto da chiederne il boicottaggio. Il movimento palestinese BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions) l’ha definita “uno strumento di propaganda israeliana antiaraba e razzista che glorifica i crimini di guerra dell’esercito israeliano contro il popolo palestinese”, accusando gli autori di normalizzare e promuovere le violazioni dei diritti umani che avvengono nei territori occupati. Sull’Institute for Palestine Studies, il filosofo Muhammad Ali Khalidi scrive che Fauda dà “una versione alternativa alla realtà”. Eppure, come scrive David Remnick sul New Yorker, Lior Raz e Avi Issacharoff sono stati “acclamati come rockstar” nel tour promozionale. E con Netflix hanno siglato un contratto per una nuova serie action: Hit & Run, tra Tel Aviv e New York.

Evasione dalla realtà

Insieme a Fauda, Shtisel è sicuramente la serie che ha avuto più popolarità in questi anni, al punto da parlare di “Shtisel-mania”. Creata da Ori Elon e Yehonatan Indursky, e ambientata a Gerusalemme, segue le vicende di una famiglia di ebrei Haredim (anche definiti ultraortodossi), che parlano soprattutto lo yiddish e conducono una vita fortemente guidata dalla fede e da regole del decoro, tra amori, sogni, dubbi, dispute e avversità quotidiane. È un family drama corale che introduce il pubblico in una comunità conservatrice, che appare inevitabilmente molto lontana ma per altri versi vicina. Peter Beinart su The Atlantic scrive che il suo fascino è la combinazione “di particolarità radicale e universalità radicale”: tratta temi universali ma “la sua ambientazione, il quartiere ultra-ortodosso di Geula a Gerusalemme, è misteriosa per la maggior parte degli ebrei (per non parlare dei non ebrei)”.

In questo senso, Shtisel si presenta come una perfetta serie di evasione: New York Review l’ha ribattezzata il “Friends degli ultraortodossi”. Dopo la messa in onda in Israele sul canale Yes Oh nel 2013, è arrivata su Netflix nel 2018, e la sua popolarità è cresciuta ulteriormente lo scorso anno, nella pandemia, trainata dal successo della miniserie tedesco-statunitense Unorthodox. Del resto, come Fauda anche Shtisel può contare sulla potenza del colosso dello streaming – la Los Angeles Review of Books riporta che la serie è arrivata persino nella stessa cultura Haredi, tradizionalmente poco avvezza a guardare la tv. La terza e ultima stagione (co-prodotta da Netflix) è uscita a maggio, poco dopo l’annuncio da parte dei Cbs Studios della realizzazione di un remake, scritto da Lauren Gussis e diretto da Kenneth Lonergan.

Storie locali

Seppur accomunate da un grande successo, Fauda e Shtisel si propongono come due prodotti molto lontani – il primo è ancorato alla politica, il secondo ai drammi familiari – ma solo in apparenza. In modo diverso sono entrambe storie locali, radicate nei territori in cui sono realizzate, e secondo Karni Ziv, head of fiction di Keshet Media Group (una delle più importanti case di produzione in Israele), è proprio questa una delle principali ragioni a rendere le serie israeliane così interessanti: “il mondo è ora un villaggio più internazionale e il pubblico è più disposto a sentire lingue straniere e a scoprire ambientazioni straniere”. La miniserie israelo-statunitense Our Boys, targata Hbo-Keshet, in onda nel 2019, è un altro esempio: ispirata ai fatti realmente accaduti nel 2014 (che condussero alla Guerra di Gaza), racconta dell’uccisione di Mohammed Abu Khdeir: sedicenne palestinese rapito e bruciato vivo per vendetta a seguito dell’omicidio di tre adolescenti israeliani. Anche qui ritorna la questione israelo-palestinese ma a differenza di Fauda, Our Boys è un thriller che dà ampio spazio alla prospettiva dei territori occupati, mettendo in scena il dolore e la rabbia della famiglia Abu Khdeir, le discriminazioni, gli abusi e i pregiudizi che hanno condizionato le indagini sin dall’inizio.

La serie è co-scritta da due israeliani, Hagai Levi (BeTipul) e Joseph Cedar, insieme all’autore palestinese Tawfik Abu Wael, i quali hanno impiegato circa un anno e mezzo per scrivere la sceneggiatura, dopo un lungo lavoro di ricerca che ha coinvolto investigatori, avvocati, giornalisti e le famiglie. Le riprese si sono svolte in Israele, completamente in arabo ed ebraico, ma sono stati inclusi anche filmati dell’epoca a causa dei limiti di budget – “Ogni volta che vedi una scena con un sacco di comparse, sappi che è un documentario perché non potevamo permettercelo!” ha raccontato Levi. La serie è molto apprezzata dalla critica – Emily Nussbaum sul New Yorker l’ha definita “un’opera d’arte ambiziosa” – ma non sono mancate polemiche, con il premier Benjamin Netanyahu che ha accusato Our Boys di antisemitismo e di “infangare il buon nome di Israele”, tentando di boicottarne la messa in onda su Keshet 12.

Basso costo, alta qualità

Secondo il CEO di Keshet Avi Nir sarebbe questo “grande appetito per storie che diano un senso agli eventi nella realtà” a favorire i titoli delle produzioni israeliane. Del resto, da Chernobyl a When They See Us, passando per Years and Years, il racconto del reale ha dominato la serialità negli ultimi tempi. Ma non bisogna dimenticare che l’industria israeliana ha vincoli molto rigidi per promuovere la creazione di titoli originali con budget ridotti: le tv satellitari devono rimettere nelle loro produzioni l’8% dei ricavi; i canali commerciali invece il 15%, come scrive il Los Angeles Times. Il produttore Ouri Shenar su The Straits Times afferma che “Il nostro modello è ‘basso costo, alta qualità’”, spiegando che di solito la somma stanziata è la metà di quella che otterrebbe una serie americana. Della stessa opinione è anche Danna Stern, direttrice degli Yes Studios: “Gli autori non hanno niente da perdere e vanno dritti al punto. È così che funziona questo Paese!”.

I cambiamenti dell’industria televisiva globale, con l’ascesa delle piattaforme, hanno fatto il resto: ora Israele vende 1 serie su 4 all’estero, con la Keshet International classificata come la quinta più grande casa di distribuzione al mondo. “Hollywood è sempre alla ricerca del prossimo grande successo”, ha detto il giornalista Scott Roxborough. Nel 2020, per esempio, è uscita Valley of Tears, scritta da Ron Leshem (Euphoria) e incentrata sulla Guerra del Kippur del 1973: è la serie israeliana più costosa mai realizzata, con un milione di dollari di budget per episodio. Ed è stata venduta negli Stati Uniti ancora prima della messa in onda su Kan 11, per approdare su Hbo Max. “I rappresentanti della tv israeliana sono uomini d’affari esperti”, prosegue Roxborough. “Sono veloci nel pubblicizzare un format e creare un buzz intorno, dicendo che è un successo in Israele. Non appena vendono un format, si affrettano a proclamare di aver ‘conquistato l’America’. È qualcosa che ho visto solo con gli israeliani”.

Semplice malinteso

Il fatto è che l’era dell’abbondanza ha i suoi pro e contro: un mercato sempre più ibrido e ricco, con una media di 500 serie tv prodotte soltanto negli Stati Uniti – con un declino nel 2020, per la prima volta in dieci anni, per la pandemia –, significa non solo avere più spazio per emergere ma anche più competitor. Secondo Israel Hayom parlare di successo della serialità israeliana all’estero sarebbe un malinteso: “Complessivamente, dal 2006 sono stati venduti alle reti americane 72 format. Di questi, solo 9 hanno avuto più di una stagione”. Proprio Valley of Tears, nonostante il grande investimento, è stata accolta freddamente dalla critica internazionale; e Our Boys ha avuto grande risonanza tra il pubblico ma perlopiù in patria. A conti fatti, le serie tv israeliane che hanno avuto davvero successo, sia originali che remake, sono una manciata. E solo una piccola percentuale dei format acquistati sono poi realmente prodotti: A Touch Away (Reshet), Zanzouri (Yes), Sachkan Zar (Keshet) sono esempi di serie vendute negli Stati Uniti e all’estero che non hanno avuto alcun adattamento. Come spiega Mark Litvack, consulente legale di Netflix: “Dato che i format stranieri non sono così costosi, le emittenti americane preferiscono semplicemente comprarne i diritti”. Si parla di circa 20.000 dollari all’inizio, che diventano 70.000 dollari solo se la produzione va in porto, più le royalties, quindi “nessuno riceve grandi somme di denaro a meno che la serie non abbia effettivamente successo”. 

Ovviamente la tendenza a proporre più contenuti possibili per poi, allo stesso tempo, cancellarli se non hanno sufficiente successo riguarda anche la serialità statunitense. Specie negli ultimi mesi: si pensi a High Fidelity, Glow, The OA, Shrill, molto apprezzate ma non abbastanza da impedirne la chiusura. L’impatto di questo fenomeno, però, per un mercato locale con risorse limitate è ben diverso: la corrispondente Dina Kraft sul Los Angeles Times riporta che negli ultimi anni le entrate totali della tv israeliana sono in calo, e diversi “dirigenti israeliani hanno chiesto alle piattaforme di streaming di investire sul terreno in Israele con co-produzioni e altri investimenti”. Secondo Ester Namdar, sceneggiatrice e head of drama di Artza Productions, il rischio è che l’interesse per i prodotti israeliani si tramuti in una “nuova forma di colonialismo dei contenuti. Non abbiamo risorse naturali da prendere come i diamanti o il petrolio, ma abbiamo l’arte”. 

Soft power

Uscita nel 2020 su Apple Tv+ (in Israele su Kan 11), Tehran è tra le serie israeliane con una partnership di co-produzione, e la prima in lingua non inglese sulla piattaforma. È la storia di Tamar Rabinyan: hacker informatica e agente dei servizi segreti israeliani Mossad, in missione sotto copertura per distruggere la centrale nucleare della capitale iraniana. Un thriller molto canonico – il creatore è Moshe Zonder, tra gli autori di Fauda – che costruisce una caccia al topo tra la protagonista e il capo dell’intelligence iraniana Faraz Kamali. La serie è stata accolta piuttosto bene e nonostante non sia diventata una hit ha già ottenuto il rinnovo per una seconda stagione, che sarà distribuita come Apple Original e avrà nel cast Glenn Close. Ma dato il focus sul conflitto israelo-iraniano, anche stavolta non sono mancate forti critiche, specialmente per il modo in cui è rappresentato l’Iran: la giornalista Belen Fernandez su Middle East Eye parla di “orientalist brainwashing” scrivendo che Tehran raffigura la popolazione iraniana come arretrata ed estremista; mentre Daniel D’Addario su Variety afferma che la serie sembra supportare la posizione trumpiana verso l’Iran, “trattando la sua minaccia come fosse oltre la negoziazione, con cui vale la pena impegnarsi solo per smantellarla”. 

Del resto, quasi tutti i titoli prodotti in Israele sono realizzati da autori israeliani che propongono una narrazione israeliana, e questo è un limite, non solo per chi guarda. Come spiega la studiosa francese Amélie Férey su The Conversation, “il cinema palestinese affronta molti ostacoli, non ultimo perché i permessi per girare in Cisgiordania sono rilasciati da Israele” e lo stesso vale per la tv. Ecco perché l’intera serialità israeliana può essere letta come una sottile ma precisa operazione di propaganda: Yara Hawari su Al Jazeera sostiene che oggi “l’ultima guerra di propaganda israeliana è condotta attraverso le serie tv sui vari fornitori di servizi di media”. È quello che si chiama “soft power”, che consiste appunto nell’influenzare il pensiero in modo soft, in questo caso attraverso prodotti culturali: tra serie politiche che giustificano le illegalità del regime di apartheid, e altre di totale evasione, in cui non esistono sgomberi, violenze o guerre. Come Shtisel, ma anche l’israeliana Losing Alice: intrigante thriller-noir scritto e diretto da Sigal Avin (dallo scorso gennaio su Apple Tv+), e che vede come protagonista una regista in crisi disposta a sacrificare tutto pur di realizzare il proprio film. L’intera storia ruota intorno al conflitto interiore di Alice, tra bugie, tradimenti, segreti; e i riferimenti al contesto socio-culturale di Israele sono così pochi che la serie potrebbe essere ambientata ovunque.

Sodalizio duraturo

Come Tehran, anche Losing Alice ha una partnership di co-produzione con Apple (insieme alle israeliane Dori Media Production e Hot), ha avuto una discreta accoglienza critica ma senza sfondare tra il pubblico di massa. Meno apprezzata dalla stampa è stata invece Your Honor, su Showtime. La serie è un remake dell’israeliana Kvodo (YesAction), e ricorda molto Breaking Bad, anche per il ritorno di Bryan Cranston in un ruolo da protagonista simile a quello di Walter White. Lucy Mangan sul Guardian l’ha ribattezzata “Breaking Basic”. Nonostante la fredda accoglienza, però, Your Honor ha segnato il record di ascolti su Showtime; ed è in arrivo anche un nuovo remake, italiano, dal titolo Vostro Onore, prodotto da Rai Fiction e Indiana Production, con Stefano Accorsi nel ruolo di protagonista.

Nei prossimi mesi, infine, su Apple Tv+ arriverà l’adattamento statunitense del drama politico False Flag – il titolo è Suspicion e vede Uma Thurman nel ruolo di protagonista – annunciato nel 2015 da Fox ma mai sviluppato. Del resto, come ha spiegato il produttore israeliano Alon Aranya a Israel Ayom, questo genere di cose “vanno un po’ a ondate. Le società americane hanno comprato molti format dopo il successo di In Treatment, forse troppi. Ma nel corso degli anni, gli studios hanno capito che non si tratta del numero di format acquistati ma della loro qualità. Oggi sono molto più attenti”. E se da un lato Israele non esita a proclamare i propri successi, mettendo in atto anche strategie di marketing, dall’altra gli Stati Uniti sono sempre pronti a carpire, replicare, riadattare, dall’alto della propria posizione di forza. E forse è questo il segreto di un sodalizio duraturo, che tra limiti e contraddizioni, successi e fallimenti, continua a rinnovarsi.


Manuela Stacca

Laureata presso l'Università di Sassari, si occupa di critica cinematografica e televisiva per alcune testate online.

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