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Anniversari

Mean Girls, non male per una ragazza priva di talento.

Prima degli influencer e delle stories su Instagram, la celebrity culture dei primi Duemila ha vissuto la fase bruciante delle Britney, Paris e Lindsay. Se tutto è finito nel 2009, toccherà guardare indietro.

Nel 2004, in piena era post-11 settembre, appena prima della recessione, e soprattutto a un passo dalla rivoluzione digitale che avrebbe trasformato il mondo dei media, esce Mean Girls. È una commedia scritta da uno dei migliori comici donna del Saturday Night Live, Tina Fey, ed è subito un cult per molte ragioni: non è solo uno dei tantissimi film ambientati in un generico liceo americano, tra armadietti, quarterback e prom; o meglio, è esattamente uno di quei film, ma è molto più divertente di tutti gli altri. Se volessimo trovare una parola che riassuma alla perfezione l’impatto di Mean Girls potremmo dire che è stato iconic, tanto iconic da atterrare con disinvoltura anche nel decennio successivo all’uscita attraverso l’uso ripetuto e continuato delle sue battute, immagini e atmosfera con quintali di meme

La cultura pop era alimentata dalla serialità centellinata di una distanza narrativa imposta dai mezzi di comunicazione; allo stesso tempo, essere “famosi per essere famosi”, i reality e tutto il fascino della decadenza di una doppia morale ancora praticata in massa dai vip spianano la strada per un racconto di sé sempre più intimamente pervasivo.

Non so se possiamo considerare il meme come un biglietto di sola andata per l’eternità del pop, ma di certo rappresenta oggi un ottimo lasciapassare per godere di una fama duratura. Mean Girls ha come punto di svolta la diffusione di un diario pieno di segreti e scandali che riguardano tutti gli alunni del liceo. Il suo burn book, in stile Facebook degli albori, racconta come sarebbe diventata una qualsiasi high school pochi anni dopo con l’arrivo dei social, con la possibilità di creare una narrazione sia visiva sia testuale della comunità di cui si fa parte: foto, commenti, likeability. E Lindsay Lohan, l’eroina che alla fine di questo Bildung rosa shocking trova se stessa al di là delle apparenze, non è solo la protagonista di un cult, ma anche un elemento centrale per la nascita di una categoria di personaggi pubblici che oggi conosciamo molto bene, gli influencer.

“Not bad for a girl with no talent”

C’è qualcosa di intrinsecamente fastidioso ma allo stesso tempo irresistibile nell’osservare la vita dei personaggi famosi, dei loro sprechi, del lusso di cui si circondano; c’è voluta una pandemia globale per far fare un passo indietro rispetto alla misura dell’ostentazione. Proprio in pieno lockdown, sentire un messaggio di solidarietà e speranza da parte di una qualsiasi celebrity multimilionaria rinchiusa nel suo resort con piscine e saune ha fatto un effetto molto più straniante del solito. Con interi Paesi chiusi in case con terrazze condominiali sovraffollate da jogger repressi, il senso della distanza si è fatto più vivido. Mettendo da parte tutti i famosi per ragioni quantificabili, palpabili e comprensibili – sappiamo bene perché Cristiano Ronaldo è Cristiano Ronaldo –, nello specifico è verso chi non si sa bene quale vero talento abbia che ruota tutto il misterioso senso di attrazione voyeur moralista: perché in fondo, diciamocelo chiaro, quale sarebbe la vera abilità di Kim Kardashian? Nessuna, e questo lo sa pure lei.

Una delle donne più seguite al mondo, sorella di una delle più giovani “self-made bilionaire d’America, è parte di un’industria di intrattenimento che fa girare davvero molti soldi ma soprattutto tantissimi like, milioni di follower, centinaia di sponsorizzazioni. Not bad for a girl with no talent” è la frase simbolo di questo impero. Ma niente sbuca dal nulla, e alle spalle della famiglia più social del mondo c’è Paris Hilton, prima vera influencer della pop culture occidentale, quintessenza del famous for being famous, dinamo della popolarità all’insegna del “Ma questa che lavoro fa?”. Se Kim Kardashian, le sue sorelle e tutte le sue figlie e figli spirituali oggi sono quel che sono sui social, dispensatrici e dispensatori quotidiani di auto-fiction sponsorizzata, brand in carne e ossa che hanno fatto della loro stessa esistenza un business di successo, “imprenditrici digitali” e simili, lo si deve in parte – una grossa parte – al lavoro dell’ereditiera più famosa del 2000, dell’universo attorno a lei e di quello straordinario allineamento di pianeti che ha avuto luogo nel breve frangente di tempo in cui internet e il Novecento si sono incontrati sotto forma di blogger gossippari e scandali quotidiani da vere dive. Come direbbe Paris, that’s hot

“On Wednesdays we wear pink”

Mean Girls non è l’unico caposaldo della cultura pop dei primi anni Duemila che ha trasformato la sua energia in carburante per meme e citazioni: esistono intere pagine con milioni di follower – molte donne, ma anche la comunità gay è coinvolta con grande entusiasmo – che attuano questa operazione nostalgia quotidiana su quel periodo fatto di jeans Miss Sixty a vita bassissima, lip gloss e coppole pelose. La moda di oggi per i giovanissimi della Generazione Z è di fatto tutta una reinterpretazione in chiave Billie Eilish di quel mood a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Zero e il linguaggio idiosincratico – e a tratti esoterico per i più – di internet si nutre a piene mani di riferimenti passati. 

C’è una foto che riassume tutta l’estetica di quel periodo, l’immagine simbolo della fase che ha traghettato il racconto della celebrità in quel fotoromanzo quotidiano che oggi scorriamo con nonchalance tra un’attesa in metro e una seduta in bagno, e si tratta della foto scattata nel maggio 2006 quando Lindsay Lohan, Paris Hilton e Britney Spears salivano a bordo di una macchina lussuosa dopo uno dei famosi party a cui partecipavano ogni sera della loro intensa esistenza. Questa sorta di manifesto delle socialite in tempi in cui la quantificazione della popolarità non era ancora osservabile con un numero di cuori digitali è un vero reperto storico dell’era ante-influencer per diversi motivi, uno su tutti l’operazione mediale che la precede. Tutto ciò che sta dietro quella posa apparentemente spontanea che ritrae le tre donne più inseguite – o perseguitate, dipende dai punti di vista – dello star system statunitense è un groviglio di interessi personali e strategie di comunicazione per espandere il proprio impero, proprio come succede oggi con le partnership tra influencer che conoscono bene le leggi aritmetiche di base della fama. L’entourage di Paris Hilton è quanto di più simile a un vivaio delle starlet che vogliono fare un salto di carriera da semplice ex socia del Disney Club a vera celebrità, un giro di amicizie e di scandali festaioli che creano castelli di viralità in un periodo in cui la vita dei famosi è ancora nettamente separata dalle inferriate di ville californiane pacchiane e portiere di macchine lussuose. 

Non a caso, la vicenda di quella famosa foto è stata ricostruita per filo e per segno da un blog su Tumblr diventato piuttosto popolare negli ultimi anni che si intitola proprio Pop culture died in 2009: la cultura pop era alimentata dalla serialità centellinata di una distanza narrativa imposta dai mezzi di comunicazione; allo stesso tempo, essere “famosi per essere famosi”, i reality e tutto il fascino della decadenza di una doppia morale ancora praticata in massa dai vip spianano la strada per un racconto di sé sempre più intimamente pervasivo. Paris, Lindsay e Britney non sono salite su una macchina dopo uno dei celebri festini da cui le star uscivano pronte per il mugshot, perché come tre amiche ventenni vogliono tornare insieme a casa con i collant bucati e qualche storia da commentare il giorno dopo, ma per rimediare a un incidente che potrebbe danneggiare l’immagine di una di loro. 

1 night in Paris

In un episodio della terza stagione di Mad Men, il cliente del pubblicitario Don Draper è Conrad Hilton, proprietario dell’omonima catena di alberghi di lusso sparsi in tutto il mondo. La campagna che si inventa Draper per promuovere gli hotel disseminati per il globo è piuttosto semplice ma anche geniale: per promuovere un Hilton in Francia o a Hong Kong è necessario trasmettere l’idea che ovunque tu sia è possibile trovare un pezzetto di America, “Come si dice hamburger in giapponese? Hilton”. L’egemonia culturale statunitense trova i suoi alleati negli spot che vendono nel resto del mondo, dal famoso Be Like Mike di Gatorade al fischietto del McDonald’s, fino al Babbo Natale rosso inventato da Coca Cola, il presente dell’Occidente e il suo passato recente sono una lunga, articolata ed efficace strategia di marketing. Paris Hilton, erede ribelle della catena che ha venduto l’americanità confortevole al mondo non ha infangato la reputazione della sua stimabile famiglia, l’ha trasformata in un altro brand, personalizzandone forma e contenuto. Paris esporta la Paris rule, una legge non scritta che rende possibile l’attivazione di un ingranaggio che di lì a poco sarebbe diventato una fabbrica di sogni per miliardi di utenti in tutto il mondo, trasforma in oro qualsiasi cosa tocchi grazie al principio secondo cui non sa fare nulla, e per questo è interessante guardarla – not bad for a girl with no talent, appunto.

Paris non sa vivere nel mondo di noi comuni mortali? Facciamole fare The Simple Life con un’altra bionda buona a nulla che si è trovata una fortuna tra le mani, Nicole Richie. Non sa cantare? Facciamole fare un disco. Non è una stilista né un’attrice che va a letto con qualche goccia di Chanel addosso? Creiamo linee di profumi interamente dedicate a lei. Ma soprattutto: Paris sa far festa, sa scegliere chi portare nei club, sa mettere in scena quelle situazioni ibride di teen drama e decadenza hollywoodiana tanto da uscire fuori dallo scandalo di un porno amatoriale – forse la prima vera story di Instagram del XXI secolo? – non indebolita ma ben più forte di prima, e questo dettaglio voyeuristico non è roba da poco. Dietro di lei, negli anni delle registrazioni di The Simple Life, c’è Elliot Mintz, il consulente che ha curato l’immagine di celebrità del calibro di John Lennon e Yoko Ono, il quale sa bene che per quanto l’ereditiera più googlata del mondo possa fare l’equilibrista su questa sua fama da viziata festaiola ci sono alcune sfumature da sistemare, compresa quella del suo fondotinta

Un residuo sospetto bianco sulle narici di Paris diventa il rimasuglio di un dessert e la lite con la teen star lentigginosa della porta accanto ormai dedita a godersi i frutti del lavoro minorile, Lindsay Lohan, si trasforma in uno scatto conciliatore. In realtà le due hanno uno storico duello in atto che coinvolge ricchi ereditieri dei quali si contendono l’amore, presunti attacchi fisici durante party casalinghi, nomignoli non proprio delicati affibbiati dagli amici di Paris – un protagonista di questa soap opera che si consuma sui marciapiedi fuori dai club la definisce “Firecrotch”, alludendo al colore dei suoi capelli – e insulti vari lanciati ai microfoni dei paparazzi. Britney Spears, in tutto ciò, è solo un nuovo giocattolo di Paris Hilton che fresca di divorzio e con un bambino spesso penzolante tra le braccia prova a ripulirsi dall’immagine di Lolita che l’ha tenuta ostaggio da quando non aveva ancora l’età per la patente; nel trio, fa da collante con gonne sempre troppo corte per macchine così sportive. Il sito TMZ e il blog di Perez Hilton sono i megafoni attraverso cui si propagano le vicende di questi giovani ricchi, magari con qualche talento ma sicuramente la predilezione nel coltivare quello per i party. I paparazzi immortalano ogni istante della loro vita, fino a farli diventare pazzi – nel 2007 Britney si rasa la testa, creando un altro momento iconico della cultura di internet. La fame di vita privata di celebrità è il motore che muove questa fabbrica di sogni impregnati di alcol e fondotinta, tutti attendono il prossimo breakdown, il momento in cui l’immagine pubblica e quella privata collidono fino a esplodere in un incidente, un arresto, una rissa, una rehab o magari, nei casi più estremi, un suicidio.

La dolce vita

In un video postato appena dopo la fine del lockdown, Belen Rodriguez racconta ai suoi nove milioni e mezzo di follower che sono vere le voci che girano sulla sua presunta seconda (e inaspettata) rottura con Stefano De Martino. La showgirl argentina dice chiaramente che preferisce essere lei stessa a dare una versione della sua vita privata, dato che essere un personaggio pubblico implica anche questo aspetto, piuttosto che lasciare ai giornali di gossip una trasposizione dei fatti inaccurata e maliziosa. Le sue parole sono emblematiche di come si è trasformato il rapporto tra vip e nip negli ultimi dieci anni, e probabilmente ha ragione il Tacito della pop culture che ha scritto gli Annales delle star degli anni Zero su Tumblr quando dice che in effetti questa è morta nel 2009. Più precisamente, non è la pop culture a esser morta ma la distanza che c’è tra chi guarda e chi è guardato a essersi ridotta: i social hanno per certi aspetti “democratizzato” l’idea stessa di racconto, un’ipotesi di narrazione universale che Umberto Eco aveva previsto in un saggio del 1957 intitolato ll caso e l’intreccio, l’esperienza televisiva e l’estetica, in cui parla di un futuro audiovisivo dove i registi della realtà siamo noi con un racconto fai da te, “Sia pure all’impromptu, nessi univoci e unidirezionali tra gli eventi scelti e montati in successione”. 

Il sito TMZ e il blog di Perez Hilton sono i megafoni attraverso cui si propagano le vicende di questi giovani ricchi, magari con qualche talento ma sicuramente la predilezione nel coltivare quello per i party. I paparazzi immortalano ogni istante della loro vita, fino a farli diventare pazzi – nel 2007 Britney si rasa la testa, creando un altro momento iconico della cultura di internet. La fame di vita privata di celebrità è il motore che muove questa fabbrica di sogni impregnati di alcol e fondotinta, e tutti attendono il momento in cui l’immagine pubblica e quella privata esplodono in un incidente.

Quello che prima erano i paparazzi a catturare avidamente e in modo a dir poco invasivo oggi sono perlopiù le celebrità a fornirlo di prima mano, scegliendo angolature, parole, immagini, tag. Le nuove star internazionali, le dive e gli idoli degli adolescenti, non sono coinvolte in quasi nessuno scandalo e anche se così fosse, basterebbe una story, un post, un tweet per riparare o quanto meno per difendersi. La doppia morale da film Disney e coca-party non esiste quasi più, l’umanità della celebrità è all’ordine del giorno già quando ci mostra la sua beauty routine. Britney Spears, una delle vittime più celebri del tritacarne dello star system, dopo diverse pessime figure che l’hanno trasformata in una paladina della resistenza – “Leave Britney Alone” è stato uno dei primissimi meme famosi in tutto il mondo – adesso vive confinata nella sua villa da cui spesso condivide video teneri ma anche piuttosto inquietanti. Lindsay Lohan, alla quale Bojack Horseman ha dedicato un personaggio tragico tra i più commoventi e riusciti di tutta la serie, Sarah Lynn, dopo ripetuti problemi con la legge, la chirurgia estetica e relazioni violente, ha deciso di dedicare la sua esistenza al party perenne con un resort a Mykonos

Paris Hilton, invece, è diventata la statua di cera di un’era passata molto in fretta e molto intensamente – tanto da fare cameo nei video degli influencer come un monumento vivente della cultura pop –, è rimasta fedele alla sua estetica e al suo modo di vivere, che non trovano più senso nel presente se non con una rivalutazione ironica di quei laconici “That’s hot”. Delle sue abbronzature finte, dei suoi occhi vitrei sempre nascosti sotto lentine colorate e delle tute di ciniglia Dutch non rimane che la nostalgia retrotopica per un’idea di mondo che ci appare più puro, sebbene non lo fosse affatto, nella sua ingenua spontaneità cinica. La sua vera eredità, più che i miliardi di famiglia, è quella che ha lasciato alla cultura pop con una rivoluzione mediale messa in atto proprio grazie alla sua capacità di non saper fare nulla: la mean girl per eccellenza, la proto-influencer che a differenza delle colleghe di oggi non si è mai preoccupata di sembrare una bionda stupida buona a nulla, ma, al contrario, lo ha sempre rivendicato.


Alice Valeria Oliveri

Autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner e The Vision, dove è stata redattrice.

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